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	<title>L ORIZZONTE</title>
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		<title>ACCRUAL</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Jul 2026 05:02:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mauro D'Aprile</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Le mie Proposte]]></category>

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		<description><![CDATA[<h3 id="elementor-tab-title-1571" tabindex="0" role="button" data-tab="1"><a tabindex="0">Cosa si intende per accrual?</a></h3> 
<h4 style="text-align: justify;" role="region" data-tab="1">Con il principio della contabilità economico-patrimoniale “accrual” le transazioni e gli altri eventi economici sono rilevanti in bilancio quando si verificano</h4> <a href="http://lorizzonte.net/?p=30632">Continua lettura...</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h3 id="elementor-tab-title-1571" tabindex="0" role="button" data-tab="1"><a tabindex="0">Cosa si intende per accrual?</a></h3>
<h4 style="text-align: justify;" role="region" data-tab="1">Con il principio della contabilità economico-patrimoniale “accrual” le transazioni e gli altri eventi economici sono rilevanti in bilancio quando si verificano, indipendentemente dal momento in cui si manifestano le relative transazioni finanziarie. Così facendo gli atti e i fatti di gestione sono rilevati contabilmente nei bilanci dei periodi ai quali questi si riferiscono. Con la riforma della contabilità pubblica che sarà introdotta a partire dal 2025, si intende di implementare un sistema di contabilità basato sul principio <i>accrual</i> unico per l’intero settore pubblico, in conformità al percorso delineato a livello internazionale ed europeo per la definizione di principi e standard contabili nelle pubbliche amministrazioni (IPSAS/EPSAS) e in attuazione della Direttiva 2011/85/UE del Consiglio. Un assetto contabile <i>accrual </i>costituisce, infatti, un supporto essenziale per gli interventi di valorizzazione del patrimonio pubblico, grazie ad un sistema di imputazione, omogeneo e completo, del valore contabile dei beni delle pubbliche amministrazioni. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza prevede, tra le riforme abilitanti, la Riforma 1.15: “<i>Dotare le pubbliche amministrazioni di un sistema unico di contabilità economico-patrimoniale  accrual</i>”, che è volta a implementare un sistema di contabilità basato sul principio <i>accrual </i>unitario per la Pubblica Amministrazione. Le attività realizzate con la Riforma puntano, tra l’altro, a introdurre una serie di importanti strumenti per tutta la P.A., tra cui:</h4>
<ul style="text-align: justify;">
<li data-leveltext="" data-font="Symbol" data-listid="23" data-list-defn-props="{&quot;335552541&quot;:1,&quot;335559685&quot;:720,&quot;335559991&quot;:360,&quot;469769226&quot;:&quot;Symbol&quot;,&quot;469769242&quot;:[8226],&quot;469777803&quot;:&quot;left&quot;,&quot;469777804&quot;:&quot;&quot;,&quot;469777815&quot;:&quot;multilevel&quot;}" data-aria-posinset="1" data-aria-level="1">un quadro concettuale, inteso come la struttura concettuale di riferimento che si colloca a monte dell’intero <i>framework</i> contabile;</li>
<li data-leveltext="" data-font="Symbol" data-listid="23" data-list-defn-props="{&quot;335552541&quot;:1,&quot;335559685&quot;:720,&quot;335559991&quot;:360,&quot;469769226&quot;:&quot;Symbol&quot;,&quot;469769242&quot;:[8226],&quot;469777803&quot;:&quot;left&quot;,&quot;469777804&quot;:&quot;&quot;,&quot;469777815&quot;:&quot;multilevel&quot;}" data-aria-posinset="2" data-aria-level="1">un <i>corpus </i>di standard contabili, per ridurre le discordanze tra i diversi sistemi contabili attualmente in uso nelle pubbliche amministrazioni italiane;</li>
<li data-leveltext="" data-font="Symbol" data-listid="23" data-list-defn-props="{&quot;335552541&quot;:1,&quot;335559685&quot;:720,&quot;335559991&quot;:360,&quot;469769226&quot;:&quot;Symbol&quot;,&quot;469769242&quot;:[8226],&quot;469777803&quot;:&quot;left&quot;,&quot;469777804&quot;:&quot;&quot;,&quot;469777815&quot;:&quot;multilevel&quot;}" data-aria-posinset="3" data-aria-level="1">un nuovo piano dei conti multidimensionale, in linea con i principi contabili internazionali (IPSAS/EPSAS).</li>
</ul>
<h4 id="elementor-tab-content-1571" style="text-align: justify;" role="region" data-tab="1">Le esperienze di molti Paesi dimostrano che i benefici di lungo periodo dell’adozione di schemi di contabilità accrual nelle pubbliche amministrazioni non si limitano al miglioramento della trasparenza e della leggibilità delle informazioni, ma coinvolgono numerosi altri aspetti, fra cui i sistemi di controllo interno, l’analisi dei rischi, la valutazione della performance del settore pubblico e la definizione di politiche fiscali a livello macroeconomico. La nuova contabilità accrual riguarderà tutti gli enti e le amministrazioni di cui all’<a href="https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:2009-12-31;196~art1-com2" target="_blank" rel="noopener">art. 1, comma 2 della legge 196/2009</a>, ivi inclusi gli enti di diritto privato a controllo pubblico.Pertanto, la contabilità accrual dovrà essere adottata da tutti gli enti locali, dalle scuole, da tutto il settore sanitario e dalle organizzazioni pubbliche.Sono escluse le società. Il Quadro Concettuale, vera e propria guida teorica per la definizione dei principi e degli standard per la rendicontazione economica, patrimoniale e finanziaria predisposto in attuazione degli obiettivi individuati nella Determinazione del Ragioniere Generale dello Stato n. 35518 del 5 marzo 2020, dopo essere stata sottoposta a consultazione pubblica dal 1° marzo al 30 aprile 2022, è stata approvata in data 10 ottobre 2022 dal Comitato Direttivo della Struttura di <i>Governance.</i>La proposta di Quadro Concettuale costituisce un documento redatto al fine di stabilire i principi della rendicontazione economica, patrimoniale e finanziaria delle amministrazioni pubbliche per finalità informative generali.I principi introdotti dal Quadro Concettuale indirizzano la statuizione degli standard contabili, fornendo una base comune atta a garantirne omogeneità e coerenza. Tali principi orientano al medesimo tempo le altre fonti tecniche (manuali operativi, eventuali linee-guida e simili), documenti, questi, riguardanti il sistema contabile economico-patrimoniale o la redazione e la pubblicazione dei documenti finanziari per finalità informative generali delle amministrazioni pubbliche. Il Quadro Concettuale non prescrive, tuttavia, regole di rilevazione tecnico-contabile, valutazione e presentazione, nei documenti finanziari, di specifiche operazioni o altri eventi.  I principi definiti nel Quadro Concettuale forniscono una guida agli operatori nella risoluzione di problematiche riguardanti la rilevazione, la valutazione e la presentazione di operazioni o altri eventi nei documenti finanziari, allorquando negli standard vigenti manchi una disciplina specifica. L’enunciazione dei principi di rilevazione, valutazione e presentazione è demandato agli standard contabili e alle altre fonti tecniche. <a href="https://accrual.rgs.mef.gov.it/it/standard_contabili/quadro_concettuale/">Scarica il Quadro concettuale sul sito della Ragioneria generale dello Stato</a>Gli standard contabili italiani (ITAS) sono le regole principali di contabilizzazione a base accrual adottate per la Riforma 1.15 del PNRR. Gli standard contabili, insieme al Quadro Concettuale e alle Linee guida, rappresentano un corpus unico di regole per la rendicontazione e per la redazione del bilancio di esercizio delle amministrazioni pubbliche.</h4>
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		<title>IL PARTENARIATO PUBBLICO 4</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Jun 2026 03:14:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mauro D'Aprile</dc:creator>
				<category><![CDATA[COMUNI]]></category>

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		<description><![CDATA[<h4 style="text-align: justify;"><strong>     PARTE IV: APPLICAZIONI SETTORIALI E FORME SPECIALI</strong></h4> 
<h4 style="text-align: justify;">40 12. Oltre alla concessione Sebbene la concessione sia la forma più nota, il PPP contrattuale include altri strumenti flessibili, adatti a</h4> <a href="http://lorizzonte.net/?p=30601">Continua lettura...</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h4 style="text-align: justify;"><strong>     PARTE IV: APPLICAZIONI SETTORIALI E FORME SPECIALI</strong></h4>
<h4 style="text-align: justify;">40 12. Oltre alla concessione Sebbene la concessione sia la forma più nota, il PPP contrattuale include altri strumenti flessibili, adatti a specifiche esigenze delle amministrazioni pubbliche.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>12.1.Il Leasing finanziario di opere pubbliche</strong> (Leasing in costruendo) Il leasing (o locazione finanziaria)  di pubblica utilità. Lo schema in questo caso è trilaterale: una società di leasing (soggetto finanziatore) acquista o finanzia la realizzazione di un’opera da un costruttore e la concede in godimento all’Amministrazione, a fronte del pagamento di un canone. Al termine del contratto, l’ente pubblico può riscattare il bene per diventarne proprietario. L’ente concedente pone a base di gara un progetto di fattibilità e l’aggiudicatario (tipicamente un raggruppamento tra finanziatore e costruttore) si occupa della progettazione esecutiva e della realizzazione. Questo strumento è utile per l’acquisizione di beni standardizzati e opere c.d. fredde cioè non in grado di generare flussi di ricavi utili all’operatore economico: scuole, uffici pubblici, strutture sanitarie. In questo caso, infatti, i ricavi dell’operazione non derivano direttamente dal servizio messo a disposizione ma direttamente dall’Ente che usufruisce del bene e di una parte di servizi (come le manutenzioni). Nella strutturazione dell’operazione avrà particolare rilevanza l’accento posto sul rischio di disponibilità, mancando un vero e proprio rischio di domanda. In altri termini, considerato che la domanda è certa e stabile &#8211; si pensi all’esempio della scuola &#8211; dovendo il privato accollarsi la maggior parte dei rischi, saranno a suo carico il rischio di costruzione e, appunto, il rischio di disponibilità che si sostanzia per lo più nell’effettuazione dei servizi manutentivi sull’immobile.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">41 Ovviamente ogni operazione fa storia a sé, quindi si potrebbero trovare configurazioni differenti: l’importante è che il rischio sia individuato, effettivo e che l’operatore economico se ne faccia carico. In queste tipologie contrattuali, emergono molteplici vantaggi indiretti di un PPP. Ad esempio, se l’Ente pagherà il canone di leasing solo a collaudi effettuati, sarà interesse dell’operatore completare quanto prima i lavori. Allo stesso tempo quest’ultimo, accollandosi il rischio di disponibilità (perché, ad esempio, se la scuola rimane inagibile per un periodo a causa di danni all’impianto elettrico o idrico, l’Ente potrà non pagare la relativa rata, in tutto o in parte) sarà motivato a realizzare un’opera qualitativamente migliore, minimizzando il costo manutentivo e i rischi di inagibilità della stessa. Pertanto, se è vero (com’è vero), che il costo finanziario dell’operazione è superiore rispetto ad un appalto tradizionale, è vero anche che la qualità dell’opera sarà verosimilmente superiore e i tempi saranno minori, oltre ai vantaggi in termini contabili dati dalla possibilità di iscrivere i ratei tra le spese correnti, etc.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">12.2.Il contratto di disponibilità</span> Il contratto di disponibilità è invece uno strumento con cui un operatore economico realizza e mette a disposizione dell’Amministrazione un’opera destinata all’uso pubblico, assumendosene la manutenzione e la gestione tecnica a proprio rischio, a fronte di un corrispettivo. L’elemento centrale è il canone di disponibilità che viene pagato dall’Amministrazione solo se e nella misura in cui l’opera è effettivamente e pienamente fruibile. Il rischio del mancato godimento dell’opera è quindi interamente a carico del privato, che ne garantisce la costante funzionalità. Il corrispettivo può includere un contributo in corso d’opera (generalmente non superiore al 50% del costo di costruzione, ma si tratta di una valutazione da effettuare sul caso specifico) e un prezzo finale di trasferimento, se viene previsto che la proprietà dell’opera passi all’Amministrazione al termine del contratto. Questo strumento è ideale per opere in cui la performance tecnica e la costante disponibilità sono l’obiettivo primario dell’ente pubblico (infrastrutture tecnologiche, carceri, archivi).</h4>
<h4 style="text-align: justify;">42 È evidente che l’utilità nell’utilizzo di questi strumenti non può risiedere nella speranza di risparmiare. Sono procedure che, se viste dal punto di vista del solo peso della rata (mutuo vs canone), di certo non possono competere, ad esempio, con un mutuo contratto presso la CDP &#8211; Cassa Depositi e Prestiti. Per questo, lo strumento del Public Sector Comparator e la Value Analysis rappresentano dei passaggi fondamentali nella corretta gestione dell’operazione perché evidenziano, dandone un valore economico, tutti i vantaggi diretti e indiretti che il PPP possiede rispetto ad un appalto tradizionale: il minor peso sull’ente che con una sola gara potrà affidare l’intera progettazione, esecuzione e gestione; il trasferimento dei rischi, altrimenti in capo all’Amministrazione; la maggiore qualità costruttiva dell’opera data dall’interesse dell’operatore economico a minimizzare il rischio di disponibilità e così via.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">13. <strong>La transizione energetica e il PPP</strong> In collaborazione con Econ Energy Il PPP si sta rivelando uno strumento utile e necessario per accelerare la transizione energetica, consentendo alle amministrazioni pubbliche di realizzare interventi di efficientamento e di produzione di energia da fonti rinnovabili. 13.1. I contratti di prestazione energetica (EPC) Un Energy Performance Contract (EPC), o contratto di rendimento energetico, è un accordo in cui un fornitore specializzato (Energy Service Company, ESCo) e certificato come tale realizza interventi di miglioramento dell’efficienza energetica di un edificio o di un impianto pubblico come cappotto termico, nuovi infissi, caldaie a condensazione, sostituzione corpi illuminanti&#8230; La caratteristica principale dell’EPC è che l’investimento nei sistemi di efficientamento viene ripagato, in tutto o in parte, attraverso i risparmi energetici generati dall’intervento stesso. La remunerazione del privato è quindi direttamente legata alla performance energetica ottenuta con una garanzia di risultato. In questo meccanismo si</h4>
<h4 style="text-align: justify;">43 concretizza il rischio per la ESCo (lo ribadisco, nell’analisi di un’operazione di PPP la definizione del rischio è un passaggio essenziale): se i risparmi non si realizzano (rischio di performance), sarà lei a doverne assorbire l’onere. I ricavi dell’operatore devono essere pagati in funzione del livello di miglioramento dell’efficienza energetica che deve essere misurato, verificato e monitorato per tutta la durata del contratto. Anche qui, forse più che in altri modelli, è fondamentale impostare un sistema efficace di monitoraggio della concessione, una fase troppo spesso dimenticata! Questo modello consente alle Amministrazioni di riqualificare il proprio patrimonio immobiliare a costo quasi nullo, da un lato riducendo le emissioni, dall’altro efficientando consumi e… le fatture del fornitore di energia e/o gas. Bisogna ben considerare che una fluttuazione dei costi energetici, ad esempio per un Comune che non è intervenuto efficientando i propri impianti, è un rischio elevatissimo, capace di mandare in default l’Amministrazione. Ho già visto enti comunali di taglia media veder triplicare le fatture dovute ai sistemi di IP &#8211; Illuminazione Pubblica, scaturendo il serio dilemma “Lasciamo la città al buio o tagliamo servizi essenziali?”. Meglio intervenire, per non essere costretti a dover porsi questa domanda.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">13.2.PPP per le Comunità Energetiche Rinnovabili (CER) Una Comunità Energetica Rinnovabile (CER) rappresenta un modello innovativo di governance dell’energia e si configura come un soggetto giuridico a sé stante, basato sulla partecipazione aperta e volontaria di una pluralità di attori &#8211; cittadini, piccole e medie imprese, enti territoriali e autorità locali &#8211; situati in prossimità degli impianti di produzione. L’obiettivo primario di una CER è produrre, consumare e condividere localmente energia generata da fonti rinnovabili, passando da un modello di consumo passivo a un modello di autoconsumo collettivo con partecipazione attiva. I benefici potenziali sono economici (risparmio in bolletta e accesso a incentivi), ambientali (riduzione delle emissioni) e sociali (coesione territoriale e lotta alla povertà energetica).</h4>
<h4 style="text-align: justify;">44 In questo contesto, il PPP emerge come uno strumento strategico specialmente per le iniziative a trazione pubblica. Pur desiderando promuovere una CER sul proprio territorio, a molti enti locali mancano risorse finanziarie, competenze tecniche e capacità gestionale necessarie per sviluppare un impianto di produzione e per orchestrare la complessa architettura della comunità. Sfruttando il potenziale del PPP e agendo come soggetto promotore, un Ente può avviare una procedura di selezione di un operatore economico al quale affidare un pacchetto complesso di prestazioni, tipicamente attraverso un contratto di lungo termine. Il partner privato si assume l’onere di:</h4>
<h4 style="text-align: justify;">1. sviluppare il progetto esecutivo dell’impianto, dimensionandolo sulle esigenze della comunità;</h4>
<h4 style="text-align: justify;">2. apportare il capitale privato necessario alla realizzazione dell’opera, liberando il bilancio pubblico;</h4>
<h4 style="text-align: justify;">3. realizzare l’impianto, spesso su aree o coperture messe a disposizione dall’ente pubblico (tetti di scuole, palazzetti, aree dismesse…);</h4>
<h4 style="text-align: justify;">4. curare la gestione tecnica dell’impianto per tutta la durata contrattuale; 5. gestire il complesso meccanismo di ripartizione e condivisione dell’energia virtuale tra i membri della CER. In questo schema, l’ente pubblico non è un semplice cliente bensì un partner attivo. Il suo ruolo è di aggregatore: facilita la costituzione della CER, promuove l’adesione di cittadini ed imprese e vigila sul perseguimento dei benefici sociali e ambientali per il territorio che rappresentano il vero valore aggiunto dell’operazione pubblica. L’operatività di questi modelli di PPP può assumere diverse forme concrete. In molte iniziative, l’ente pubblico funge da consumatore trainante, mettendo a disposizione i tetti dei propri edifici per l’installazione di impianti fotovoltaici da parte del partner privato. L’energia prodotta serve primariamente a coprire i fabbisogni energetici delle utenze pubbliche che rappresentano il volume di consumo principale e più stabile della CER. L’energia eccedente viene poi condivisa con gli altri membri della comunità (cittadini e imprese locali) che si uniscono alla CER. Il partner privato ottiene la sua remunerazione dalla gestione dell’impianto e dai flussi economici derivanti dalla condivisione dell’energia. In contesti più ampi, il PPP può prevedere che il partner privato non si limiti a realizzare un unico grande impianto pubblico. Il suo mandato può includere anche il supporto attivo ai cittadini e alle imprese che desiderano installare piccoli impianti sui propri tetti come abitazioni private, capannoni artigianali. Il partner privato agisce quindi come abilitatore: offre un soluzioni chiavi in mano e gestisce l’integrazione di questa miriade di piccoli impianti distribuiti all’interno dell’unica CER, massimizzando l’efficienza della condivisione a livello di quartiere o di intero comune. Nonostante l’indubbio potenziale strategico, l’applicazione del PPP alle CER incontra due ostacoli significativi che ne hanno limitato la diffusione su larga scala. La prima criticità è di natura economico-finanziaria perché i grandi operatori infrastrutturali e i fondi di investimento sono generalmente abituati a operazioni utility-scale: progetti di grande taglia con flussi di ricavi standardizzati e architettura contrattuale definita. Al contrario, le CER sono intrinsecamente locali, frammentate e di piccola scala. I flussi di ricavi generati sono spesso percepiti come non sufficientemente remunerativi. La strutturazione di un PPP, la gestione di una gara pubblica e soprattutto la gestione della governance partecipativa della CER (con decine o centinaia di membri tra cittadini e PMI) richiedono un dispiego di risorse legali, amministrative e finanziarie che per un grande operatore risulta sproporzionato rispetto ai ritorni economici attesi. Di conseguenza, fino ad oggi, queste iniziative si sono rivelate un terreno più fertile per operatori di dimensioni minori, ESCo locali o imprese del territorio. Questi soggetti con strutture di costo più snelle e una maggiore integrazione con il tessuto sociale locale riescono a trovare un equilibrio economico nell’operazione che sfugge ai grandi player nazionali. La seconda criticità riguarda la struttura stessa della CER quando è promossa da un ente pubblico. Per garantire il controllo pubblico e il perseguimento degli interessi collettivi, la forma giuridica scelta per la</h4>
<h4 style="text-align: justify;">46 Comunità (spesso una fondazione di partecipazione, un’associazione o una cooperativa) prevede quasi sempre la presenza diretta dell’ente pubblico negli organi decisionali. Se da un lato questo è garanzia di trasparenza, dall’altro introduce elementi di rigidità e potenziale farraginosità gestionale che mal si conciliano con l’agilità richiesta a un soggetto che opera sul mercato dell’energia:</h4>
<h4 style="text-align: justify;">1. per l’operatore economico privato dover sottoporre decisioni operative o commerciali a meccanismi decisionali che coinvolgono la macchina amministrativa pubblica può rappresentare un forte rallentamento e un’incertezza operativa;</h4>
<h4 style="text-align: justify;">2. per l’Amministrazione trovarsi coinvolta nella gestione quotidiana di un soggetto tecnico-commerciale come la CER significa assumersi un onere gestionale complesso e spesso estraneo alle sue competenze tradizionali. Quindi, come sempre, la bontà o meno dello strumento dipende dal fine e da come viene utilizzato: un martello è utile quando pianta i chiodi, mentre è dannoso contro una mano (il fine) o se viene maneggiato al contrario (il come). Sebbene il PPP rappresenti la via maestra per l’avvio di CER, il suo successo dipende dalla capacità di strutturare modelli contrattuali e di governance che trovino il delicato equilibrio tra efficienza operativa privata e il necessario controllo pubblico.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">13.3.Illuminazione pubblica ed efficienza della Pubbblica Amministrazione 13.3.1.Illuminazione pubblica e recupero di efficienza energetica sul building La modernizzazione dell’illuminazione pubblica e il recupero di efficienza energetica negli edifici rappresentano due tra le applicazioni più naturali del Partenariato Pubblico-Privato nel contesto della transizione energetica. Si tratta infatti di due ambiti caratterizzati da consumi elevati, fabbisogni tecnologici diffusi e un impatto diretto sulla spesa corrente dell’amministrazione pubblica.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">47 Al tempo stesso, offrono un vantaggio determinante ai fini del PPP: la possibilità di misurare e verificare con precisione la performance energetica, condizione necessaria per trasferire al privato un rischio effettivo e non solo nominale. Misurare il risparmio energetico nell’illuminazione è semplice e poco dispendioso perché non è così influenzato da fattori esterni (es. inverni freddi, variabilità produzione fotovoltaico anno su anno o mese su mese).</h4>
<h4 style="text-align: justify;">13.3.2.Illuminazione pubblica: efficienza energetica, sicurezza e continuità del servizio Nel settore dell’illuminazione pubblica, il PPP si è affermato come modello particolarmente efficace, soprattutto quando articolato in un contratto di prestazione energetica. La sostituzione dei corpi illuminanti con tecnologia LED, l’adeguamento normativo degli impianti e l’introduzione di sistemi di controllo/programmazione da remoto generano risparmi energetici significativi e migliorano contestualmente sicurezza, qualità del servizio e continuità di esercizio. Il rischio operativo si manifesta principalmente come rischio di disponibilità, legato all’obbligo del concessionario di garantire un determinato livello di illuminamento e un tempo massimo di ripristino dei guasti. In caso di mancato rispetto degli standard, si applicano penali e riduzioni del canone: è proprio questo meccanismo che consente di qualificare il contratto come PPP. Il privato è quindi incentivato a progettare e installare apparecchiature efficienti e durevoli, a organizzare un servizio di manutenzione tempestivo e a investire in soluzioni di monitoraggio evolute che riducano il rischio di interruzioni. A differenza di un appalto di mero relamping, l’approccio PPP integra in un’unica operazione progettazione, investimento, gestione tecnica e rendicontazione dei livelli di performance: ciò permette di controllare sia i consumi sia l’intero ciclo di vita dell’impianto.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">13.3.3. Efficientamento energetico degli edifici pubblici Gli edifici pubblici (scuole, impianti sportivi, biblioteche, municipi…) costituiscono uno dei principali centri di spesa energetica per i Comuni. Intervenire su involucro, impianti termici, sistemi di controllo e   generazione da fonti rinnovabili consente di ridurre in modo duraturo i costi di esercizio e di mitigare l’esposizione ai rischi legati alla volatilità dei prezzi dell’energia. Nel contesto del PPP, questi interventi si collocano tipicamente all’interno di contratti con garanzia di risultato (EPC) nei quali l’operatore economico assume un rischio di performance energetica: se i risparmi non si realizzano nei livelli pattuiti, ne sopporterà l’onere. In questo caso, il Piano Economico-Finanziario svolge la funzione di vera bussola dell’operazione: i risparmi attesi, verificati tramite metodologie di misura e verifica condivise, costituiscono la base della sostenibilità economico finanziaria del progetto. Inoltre, la competenza tecnica dell’operatore economico – dall’audit energetico alla progettazione degli interventi, fino alla gestione e manutenzione degli impianti – consente di ottimizzare le soluzioni in un’ottica di life cycle costing analysis, riducendo i costi di gestione nel lungo periodo e migliorando la qualità del servizio a favore degli utenti.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">13.3.4.<span style="text-decoration: underline;">L’integrazione dei servizi energetici:</span> un’unica strategia per la città Sempre più spesso le Pubbliche Amministrazioni scelgono di integrare illuminazione pubblica ed efficienza energetica degli edifici in un’unica operazione di PPP. Questo approccio consente di razionalizzare gli investimenti, uniformare gli standard tecnologici (anche ai fini della semplicità manutentiva), ridurre la frammentazione degli appalti e affidare ad un unico soggetto la responsabilità del servizio energetico complessivo. Dal punto di vista pubblico, i benefici principali sono tre:</h4>
<h4 style="text-align: justify;">1. maggiore programmabilità della spesa contando sui canoni stabili e correlati a livelli di performance verificabili;</h4>
<h4 style="text-align: justify;">2. riduzione del rischio operativo in capo all’Ente, trasferito al concessionario sulla base di parametri chiari e misurabili;</h4>
<h4 style="text-align: justify;">3. accesso ad investimenti immediati senza dover attendere risorse in conto capitale. Per il privato, il vantaggio è la possibilità di operare su una scala più ampia e coerente che consente economie gestionali e un miglior bilanciamento dei rischi nel tempo.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">49 13.3.5.Conclusioni Illuminazione pubblica ed edifici rappresentano due ambiti nei quali il PPP permette di combinare in modo efficace gli obiettivi di interesse pubblico con l’efficienza tecnica e gestionale del privato. La natura misurabile dei risparmi energetici, la possibilità di trasferire un rischio di performance e la forte componente operativa fanno di questi interventi un terreno ideale per modelli di partenariato in grado di generare valore nel lungo periodo. Una corretta impostazione contrattuale, un PEF solido e verificabile e un sistema di monitoraggio rigoroso consentono alla Pubblica Amministrazione di ottenere risultati certi e duraturi, riducendo costi, migliorando la qualità dei servizi e contribuendo in modo concreto agli obiettivi di transizione energetica. 14. Discipline speciali: sport e beni culturali Esistono discipline speciali di PPP per settori con caratteristiche peculiari, al fine di semplificare le procedure e incentivare gli investimenti privati in ambiti che rischiano di essere poco attrattivi per il mercato oppure consentire ad operatori poco strutturati e magari con capacità finanziarie limitate di dar vita a progetti di più ampia portata.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">14.1.La realizzazione di impianti sportivi con il DLgs 38/2021 La gestione, l’ammodernamento e la costruzione di impianti sportivi rappresentano una sfida complessa per la maggior parte degli enti pubblici. Si tratta di infrastrutture ad alto valore sociale ma spesso a bassa redditività diretta e con costi di manutenzione elevati. Per superare questa impasse, è stata introdotta una disciplina specifica che mira ad attrarre capitali privati attraverso una corsia preferenziale per il PPP. Partiamo da un presupposto operativo fondamentale: la predisposizione di una proposta di PPP per un operatore economico è un’attività complessa, lunga e costosa che gli impone di investire  ingenti risorse e di rivolgersi a specialisti (legali, tecnici, in materia economico-finanziaria…) prima ancora di sapere se l’opera si realizzerà. La normativa speciale per gli impianti sportivi è disegnata proprio per ridurre questo rischio iniziale del proponente, attraverso un processo a step successivi di approfondimento. Il legislatore ha previsto un processo scandito da passaggi formali di confronto e approvazione che consentono al privato di calibrare il proprio investimento in base al livello di certezza sulla buona riuscita del progetto. Il percorso, in sintesi, prende avvio da uno studio di fattibilità e passa per un confronto e valutazione pubblica. Dopo aver ottenuto il via libera dall’Amministrazione (che riconosce il pubblico interesse della proposta), il privato è incentivato a sviluppare la documentazione completa. Al termine del percorso, il proponente deposita un set documentale del tutto simile a quello di una classica proposta di Project Financing e, sulla base del progetto presentato e approvato, l’Amministrazione indice una gara per l’affidamento della concessione. L’obiettivo di queste operazioni non è quasi mai il semplice rifacimento del campo da gioco o della piscina. L’obiettivo è la sostenibilità economica nel lungo termine. Un impianto sportivo moderno raramente si ripaga solo con i biglietti delle partite, gli abbonamenti o le quote di iscrizione. Il modello di PPP vincente in questo settore è quello del mixed-use che integra l’infrastruttura sportiva con attività ancillari a più alta redditività. Ovviamente, tutto sarà proporzionale al valore e dimensione dell’operazione, alla tipologia di attività svolte nell’impianto… Ad ogni modo, spesso sono i flussi di cassa generati da queste attività extra-sportive a garantire l’equilibrio del PEF. Questi ricavi commerciali ripagano l’investimento iniziale e di fatto sussidiano la funzione pubblica dell’impianto, permettendo al Comune di ottenere un’infrastruttura moderna, ben gestita e al contempo garantire tariffe agevolate per le associazioni sportive locali o per le scuole, anziani&#8230; Infine, va sottolineato che la disciplina prevede procedure estremamente semplificate che possono arrivare fino all’affidamento diretto per gli interventi proposti da associazioni e società sportive non a fine di lucro.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">51 Questo approccio pragmatico riconosce il valore sociale dello sport e mira a facilitare la gestione e la piccola manutenzione degli impianti minori da parte degli stessi soggetti che li utilizzano quotidianamente.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">14.2.Partenariato Speciale e valorizzazione dei beni culturali Il nostro patrimonio culturale è una risorsa immensa, ma anche un onere gestionale ed economico che spesso supera le capacità dei singoli enti pubblici. Per rispondere a questa sfida, è stata introdotta una forma innovativa di collaborazione:</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>il Partenariato Speciale Pubblico-Privato (PSPP)</strong>. Non si tratta di una classica concessione di servizi sul modello della c.d. legge Ronchey ma, anzi, ne rappresenta il superamento concettuale e operativo. Per decenni, il modello prevalente è stato quello transazionale: l’ente pubblico esternalizzava in appalto o concessione singoli servizi (bookshop, caffetteria, visite guidate) ad un operatore che riceveva un corrispettivo o pagava un canone in cambio della gestione di un’attività. Questo approccio ha mostrato i suoi limiti, rivelandosi spesso inadatto a stimolare una vera rigenerazione, oltre ad essere inadeguato per tutti i luoghi di cultura lontani dai grandi flussi turistici. Nel PSPP cambia la prospettiva: da contratto a titolo oneroso (scambio di prestazioni) a contratto a titolo gratuito e collaborativo. Questo cosa significa in pratica?</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• Nessun corrispettivo pubblico L’Amministrazione non paga il partner privato per la sua attività.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• Sostenibilità La remunerazione del privato deriva esclusivamente dalla sua capacità di generare ricavi dalle attività di valorizzazione che lui stesso ha proposto: bigliettazione, organizzazione di mostre ed eventi, servizi innovativi al pubblico, vendita di prodotti, ristorazione&#8230;</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• Approccio olistico L’oggetto non è più il singolo servizio, ma un progetto condiviso di valorizzazione del bene culturale nella sua interezza.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">52 • Finalità rigenerativa Il focus si sposta dalla gestione di servizi standardizzati alla rifunzionalizzazione di beni sottoutilizzati o in disuso, con un forte accento sull’innovazione e sull’impatto sociale. L’obiettivo è cambiare il ruolo delle parti senza più un controllore (la P.A.) e un fornitore (il privato), ma due partner che co-progettano e co-gestiscono un’iniziativa culturale. La procedura di attivazione del Partenariato Speciale ha dei profili di semplificazione rispetto allo standard del PPP, pur nel rispetto dei principi fondamentali di trasparenza, concorrenza e accesso al mercato. Il percorso si articola in più fasi:</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• Analisi interna dell’ente Come consiglio sempre, l’Amministrazione non può essere passiva ma è preferibile che vi sia a monte un’analisi approfondita del bene, la definizione chiara degli obiettivi strategici di valorizzazione e la stesura di un documento progettuale di base.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• Avviso pubblico per cercare i partner Deve indicare obiettivi, durata della collaborazione, requisiti di partecipazione e criteri di valutazione delle proposte.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• Valutazione (non solo economica) La selezione non si basa sul fattore economico ma sulla qualità progettuale, coerenza, innovazione, sostenibilità finanziaria e, soprattutto, impatto positivo sul territorio e sulla comunità locale, con un occhio di riguardo per l’inclusione sociale.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• Co-progettazione e accordo Individuato il partner si apre una fase finale di co-progettazione per affinare i dettagli del progetto e nella stesura di un accordo di partenariato che disciplina gli obblighi reciproci e la durata. Elemento chiave è la creazione di un Organismo di collaborazione paritetico (una sorta di cabina di regia congiunta) che guiderà il progetto, monitorando i risultati e decidendo eventuali aggiustamenti in corso d’opera. Non vorrei però trarre in inganno, accentuando la natura gratuita del contratto o il valore non dominante dell’elemento economico ai fini dell’affidamento: l’aspetto economico è centrale per la riuscita dell’operazione!</h4>
<h4 style="text-align: justify;">53 Le leve principali per garantire l’equilibrio economico-finanziario sono:</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• Canone d’uso L’Amministrazione può richiedere un canone per l’utilizzo dei locali, da determinarsi tenendo conto dello stato dell’immobile, degli investimenti richiesti al privato e delle finalità sociali del progetto.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• Royalties Il partner privato trattiene gli incassi dei servizi e versa all’amministrazione una royalty, ovvero una percentuale sugli incassi generati. La chiave è trovare il giusto mix tra questi elementi per rendere l’iniziativa sostenibile per entrambi i partner. Le linee guida dedicano un’attenzione speciale agli Enti del Terzo Settore (ETS). In coerenza con il principio di sussidiarietà orizzontale, l’Amministrazione si trova di fronte a una doppia scelta: attivare un partenariato speciale classico aperto a tutti (imprese, fondazioni) o attivare un partenariato speciale dedicato esclusivamente agli ETS. Questa seconda opzione permette di valorizzare la finalità sociale intrinseca di associazioni e imprese sociali, riconoscendole come partner naturali per progetti culturali a forte impatto sulla comunità. Come emerge chiaramente anche qui, il PSPP spinge la Pubblica Amministrazione a evolversi: da mero concedente di spazi o committente di servizi a regista attivo di processi di sviluppo culturale condivisi. La sfida sta proprio nell’abbracciare la logica collaborativa, investendo in una seria progettazione iniziale e gestendo il rapporto con il partner in un’ottica di fiducia. 15. Concessioni demaniali L’utilizzo del PPP nel settore delle concessioni demaniali, in particolare quelle marittime (vedi spiagge), è un terreno tanto affascinante quanto insidioso e complesso. Non si tratta solo di costruire un’infrastruttura ma di gestire un bene pubblico scarso, di alto valore economico e sociale, spesso già in uso. Il tutto con l’obiettivo di riqualificarlo e aumentarne il valore pubblico.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">54 L’idea di base è che un operatore economico (magari il concessionario uscente o uno nuovo) possa proporre all’amministrazione comunale un progetto di investimento in cambio di una concessione di lunga durata. L’investimento deve ovviamente avere una chiara finalità pubblica. In questo contesto, con il PPP l’Amministrazione ha la possibilità di perseguire un obiettivo più ambizioso della mera cessione in gestione di un tratto di litorale (magari ricavandone pure cifre irrisorie): la riqualificazione profonda del bene, finanziata e realizzata dal privato. Il presupposto è che l’Amministrazione non stia cercando un semplice gestore che pulisca la spiaggia e affitti ombrelloni, ma un partnerinvestitore. L’Ente mette a disposizione il bene (la spiaggia), mentre il privato si impegna a realizzare un progetto di investimento significativo. L’operatore privato non si limita a gestire l’esistente, ma può proporre un piano per demolire strutture obsolete e non a norma; 5. costruire nuovi manufatti (stabilimenti, bar, ristoranti) con criteri di alta qualità architettonica e sostenibilità (strutture in legno amovibili, pannelli solari, sistemi di recupero delle acque…); 6. realizzare opere di difesa della costa (il ripascimento dell’arenile o la manutenzione di barriere); 7. migliorare la fruibilità pubblica, garantendo varchi di accesso liberi, percorsi per persone con mobilità ridotta o aree di spiaggia libera attrezzata. L’Ente ottiene una riqualificazione del proprio lungomare, un miglioramento dei servizi turistici e magari la soluzione a un problema di degrado. Trasferisce inoltre al privato tutto il rischio di costruzione e di mercato. Questo modello è potente ma irto di sfide. La giurisprudenza e le autorità di vigilanza sono estremamente attente su questo fronte, proprio a causa della scarsità del bene “spiaggia”. Inoltre, si tratta di un ambito molto delicato dal punto di vista politico. Anche qui, la selezione del partner non dovrebbe basarsi solo sul canone offerto all’Ente ma deve privilegiare la qualità del progetto: sostenibilità ambientale, integrazione con il paesaggio, livello dei servizi offerti, effettiva capacità del privato di sostenere finanziariamente l’investimento promesso.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">55 <strong>CONCLUSIONI IL FUTURO DELLA COLLABORAZIONE PUBBLICO-PRIVATO</strong> In queste pagine ho esplorato il Partenariato Pubblico-Privato provando a sbrogliare i suoi numerosi nodi e renderlo quanto più digeribile possibile, soprattutto alle Pubbliche Amministrazioni e agli operatori che ancora non hanno avuto esperienze in proposito. Non esistono formule magiche, ma solo un insieme strutturato di strumenti, principi e procedure che possono liberare un enorme potenziale per la crescita del Paese, se applicati con rigore e visione. Dalla definizione dei suoi pilastri fondamentali (lungo termine, finanziamento privato, trasferimento del rischio), all’analisi del suo motore finanziario (ossia il Project Financing), abbiamo visto come il PPP sposti il paradigma classico, dall’acquisto di un’opera all’acquisto di un risultato. Ho analizzato il ruolo della gestione dei rischi e l’importanza della Convenzione e della sua Matrice dei rischi, della solidità del Piano Economico-Finanziario. Ho sorvolato sulle procedure di affidamento ed evidenziato l’importanza di un quadro contrattuale robusto, capace di governare il rapporto nel lungo periodo, indipendentemente dagli imprevisti che, per quanto imprevisti nel come e nel quando, possiamo dire essere certi nel se. Infine, ho evidenziato quanto il PPP sia flessibile e capace di adattarsi a esigenze specifiche, dal leasing di opere pubbliche ai contratti di disponibilità, motore per la transizione energetica con gli EPC e strumento di valorizzazione di settori importanti come lo sport e i beni culturali. Ora, la sfida che ci attende è duplice. Per le Pubbliche Amministrazioni si tratta di sviluppare competenze interne per consentire loro di essere attrici preparate ed esigenti, in ^ ^ 56 grado di programmare, regolare e controllare operazioni complesse, lasciando il ruolo di semplici stazioni appaltanti per abbracciare quello di manager di servizi pubblici. Per il settore privato, in modo uguale e opposto, la sfida è andare oltre la logica del mero esecutore per diventare un partner industriale e finanziario, pronto a investire, innovare e assumersi responsabilità, con i conseguenti benefici economici. Sono convinto che molto del futuro di opere e servizi pubblici si possa costruire su questo terreno. La collaborazione tra pubblico e privato non è un’opzione ma una necessità strategica. Costruire questo futuro richiede fiducia, competenze, trasparenza e un quadro di regole chiare e stabili, oltreché obiettivi condivisi. Come operatori di questo settore, è questo l’impegno che dobbiamo assumerci ogni giorno per trasformare i progetti in progresso reale per la collettività.</h4>
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		<title>IL PARTENARIATO PUBBLICO PRIVATO 3</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Jun 2026 02:44:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mauro D'Aprile</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Le mie Proposte]]></category>

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		<description><![CDATA[<h4 style="text-align: justify;"><strong>                           PARTE III: IL CICLO DI VITA DEL PPP</strong></h4> 
<h4 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;"> 30 8. Le procedure di affidamento</span> L’avvio</h4> <a href="http://lorizzonte.net/?p=30597">Continua lettura...</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h4 style="text-align: justify;"><strong>                           PARTE III: IL CICLO DI VITA DEL PPP</strong></h4>
<h4 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;"> 30 8. Le procedure di affidamento</span> L’avvio di un’operazione di PPP può seguire percorsi procedurali distinti, a seconda di chi prende l’iniziativa: l’ente pubblico o l’operatore privato. 8.1. L’iniziativa p’ubblica L’iter prevede queste fasi:</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• Programmazione Dopo aver condotto una valutazione preliminare di convenienza, l’Ente inserisce l’intervento nel proprio programma triennale delle esigenze pubbliche da soddisfare tramite PPP, all’interno del programma triennale delle opere.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• Progettazione e gara L’Amministrazione redige almeno un Progetto di Fattibilità Tecnica ed Economica (PFTE), uno schema di contratto e un Piano Economico-Finanziario di massima (una sorta di sintesi del PEF). Sulla base di questi documenti, pubblica un bando di gara per l’affidamento della concessione.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• Aggiudicazione Gli operatori economici competono, presentando offerte basate sul criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa (vengono valutate sia la qualità della proposta tecnica sia le condizioni economiche). L’ente può anche condurre negoziazioni con gli offerenti per ottimizzare le soluzioni proposte, solitamente attraverso un processo di dialogo competitivo. In questo modello, è l’Ente pubblico a definire le fondamenta del progetto, chiedendo al mercato di proporre la soluzione migliore per realizzarlo. La casistica è varia e le motivazioni possono essere molte. Si può però dire che in questo caso l’elemento di maggiore interesse per l’Ente, che giustifica la scelta, è il trasferimento del rischio e la possibilità di attrarre capitali privati per il finanziamento dell’opera e della successiva 31 sua gestione. Mentre la capacità innovativa del mercato degli operatori economici avrà meno spazio per esprimersi, avendo stabilito a monte un progetto, le condizioni contrattuali e un PEF di massima.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">8.2. La procedura a cosiddetta iniziativa privata</span>: la finanza di progetto Il Codice prevede anche un percorso alternativo, denominato finanza di progetto, che valorizza l’iniziativa e la capacità propositiva del settore privato. In questo caso, un operatore economico (promotore) può presentare spontaneamente all’Amministrazione una proposta per la realizzazione di un’opera o di un servizio, anche se non previsto nella programmazione dell’ente. La proposta deve essere completa e contenere un Progetto di fattibilità, una bozza di Convenzione e un Piano Economico-Finanziario asseverato, oltre alle caratteristiche del servizio e della gestione (Piano della gestione). In alternativa, può essere l’ente concedente a sollecitare il mercato chiedendo la presentazione di proposte su interventi già programmati, pubblicando un avviso esplorativo.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">8.3. Dalla proposta alla gara</span>: i passaggi fondamentali Ricevuta una o più proposte, l’ente concedente avvia un iter che prevede: • valutazione della proposta sotto i profili tecnico, giuridico, economico-finanziario e di corretta programmazione della proposta di servizi;</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• dichiarazione di interesse pubblico della proposta da parte dell’Amministrazione. Valutandola positivamente nei suoi contenuti, l’Amministrazione anticipa una valutazione di corrispondenza della proposta alle effettive esigenze dell’Ente e del contesto sociale che rappresenta. Superato questo vaglio, la proposta è resa pubblica con invito agli altri operatori a presentare proposte concorrenti entro un termine stabilito;</h4>
<h4 style="text-align: justify;">32 • valutazione comparativa alla scadenza del termine. L’ente confronta tutte le proposte pervenute e individua quella che risponde meglio ai propri fabbisogni. Può comunque chiedere al proponente selezionato di apportare alcune modifiche per ottimizzare il progetto;</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• gara attraverso la quale il progetto di fattibilità del proponente selezionato viene posto a base della gara per l’affidamento della concessione. In potenza, questa procedura stimola l’innovazione e consente alle Amministrazioni di beneficiare della creatività e delle analisi del mercato privato fin dalla fase di ideazione del progetto. 9.Il quadro contrattuale</h4>
<h4 style="text-align: justify;">9.1. <span style="text-decoration: underline;">La funzione della Convenzione</span> La Convenzione è il contratto che disciplina nel dettaglio i rapporti tra l’ente concedente e il concessionario per l’intera durata del rapporto. Non è un semplice accordo ma uno strumento di governance che deve essere redatto e valutato con grande cura. La sua funzione è definire un quadro di regole chiare e stabili nel tempo, in grado di proteggere gli interessi delle parti coinvolte (inclusi i finanziatori) e di adattarsi ad eventi futuri non prevedibili al momento della stipula (che, lo diciamo per esperienza, sono la maggior parte degli eventi che, in concreto, avverranno).</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">9.2. Clausole essenziali</span>: durata, penali, garanzie e meccanismi di revisione Una Convenzione di PPP ben strutturata deve contenere una serie di clausole fondamentali.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• Durata La durata del contratto non è arbitraria e va determinata in funzione del tempo necessario al concessionario per recuperare i propri investimenti e ottenere un’equa remunerazione del capitale.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">33 Non sono ammesse proroghe, salvo casi eccezionali legati alla revisione (riequilibrio) del Piano Economico-Finanziario per eventi straordinari.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• Obblighi e livelli di servizio Il contratto deve descrivere le prestazioni che il privato è tenuto a fornire e i livelli qualitativi e quantitativi da garantire (Service Level Agreement &#8211; SLA e Key Performance Index &#8211; KPI). Questa previsione costituisce la base per il sistema di monitoraggio e controllo.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• Penali e meccanismi di pagamento Collegati a SLA e KPI, il contratto deve prevedere un sistema di penali che riduce il corrispettivo dovuto al concessionario (canone o altra forma di pagamento) o si attivano altre forme di garanzia per l’Ente in caso di inadempienze o di mancato rispetto degli standard di servizio. Questo meccanismo è essenziale per garantire che il rischio di disponibilità sia effettivamente trasferito al privato.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• Allocazione dei rischi Come già abbiamo spiegato, la Convenzione deve recepire (o meglio, guidare) l’allocazione dei rischi definita nella Matrice dei rischi, specificando le responsabilità di ciascuna parte in caso di eventi che incidono sull’esecuzione del contratto (in senso positivo o negativo).</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• Garanzie Il contratto deve prevedere diverse forme di garanzia che il concessionario deve prestare, sia per la corretta esecuzione dei lavori sia per l’adempimento degli obblighi gestionali durante l’intera durata del rapporto.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• Revisione e riequilibrio del PEF Il contratto deve prevedere una procedura chiara per la revisione dell’equilibrio economico-finanziario in caso di eventi sopravvenuti non imputabili al concessionario e non puntualmente prevedibili al momento della sottoscrizione. Vale ribadire che il riequilibrio, a seconda degli eventi, può essere a favore del concessionario o anche dell’ente concedente.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• Cessazione anticipata Vengono disciplinate le cause di risoluzione del contratto (come un grave inadempimento) e di recesso (motivi di pubblico interesse), specificando gli indennizzi dovuti al concessionario nelle diverse circostanze.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">34 10. La fase di esecuzione e gestione</h4>
<h4 style="text-align: justify;">10.1.Monitoraggio e controllo da parte dell’ente pubblico Firmato il contratto e avviata l’esecuzione, il ruolo dell’ente concedente diventa principalmente di controllore della corretta esecuzione del contratto. L’Amministrazione non può e non deve disinteressarsi del progetto, ma esercitare un’attenta e costante attività di monitoraggio e controllo per assicurare che il partner privato adempia a tutti i suoi obblighi contrattuali. Questa attività di vigilanza si concentra su due aspetti principali:</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• controllo tecnico-qualitativo per verificare che l’opera sia realizzata e gestita nel rispetto degli standard di qualità e delle specifiche prestazionali definite nel contratto. Vale ricordare che nella fase di (eventuale) esecuzione di lavori, l’Ente ha al suo fianco il Direttore dei Lavori (o un ufficio di Direzione Lavori), mentre in fase di gestione può attivarsi la funzione di DEC (Direttore dell’Esecuzione del Contratto);</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• controllo economico-finanziario che monitora la permanenza dell’equilibrio economico-finanziario e che il rischio operativo rimanga effettivamente allocato in capo al concessionario. Per legge, l’operatore economico è tenuto a fornire all’ente concedente le informazioni necessarie per svolgere questa funzione di controllo. In ogni caso, sarà bene specificare nella Convenzione i report che il concessionario è tenuto a presentare e con quale cadenza temporale.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">10.2.Il ruolo del RUP A garanzia dell’efficacia, efficienza e conformità normativa di tutto il processo, la legge affida le funzioni di coordinamento e controllo a una figura chiave: il/la Responsabile Unico/a del Progetto (RUP).</h4>
<h4 style="text-align: justify;">35 Il/la RUP è un/a dipendente dell’ente concedente in possesso di adeguate competenze professionali che agisce come punto di riferimento per tutte le fasi del progetto: programmazione, affidamento ed esecuzione. Durante la fase esecutiva, il suo compito è coordinare e controllare l’operato del concessionario sotto il profilo tecnico e contabile, verificando costantemente il rispetto di SLA e KPI. La sua azione è richiesta per il corretto adempimento del contratto e, si auspica, per il successo dell’operazione.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">10.3.Subappalti e soggetti terzi</span> Di norma, il concessionario (come l’appaltatore) è tenuto ad eseguire in proprio le prestazioni oggetto del contratto. Tuttavia, è ammesso il ricorso al subappalto per una parte delle obbligazioni, nel rispetto delle norme generali previste dal Codice dei contratti pubblici. A differenza del subappalto, lavori e servizi si considerano eseguiti in proprio anche se affidati direttamente ai soci della SPV, a condizione che posseggano i requisiti necessari. Nella stesura del bando, l’ente concedente può anche prevedere che per alcuni servizi accessori il concessionario debba avvalersi di operatori economici terzi, promuovendo così l’apertura del mercato e la partecipazione di piccole e medie imprese. 11. Gestire il cambiamento e la fine del rapporto</h4>
<h4 style="text-align: justify;">11.1.La revisione del contratto I contratti di PPP sono accordi di lungo periodo, pertanto nel corso della loro durata possono verificarsi eventi imprevisti di ogni genere in grado di alterare l’equilibrio originario e che non potevano essere previsti al momento della redazione e successiva sottoscrizione del contratto.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">36 Vale la pena ricordare che l’evento imprevisto non è quello che statisticamente accade meno! Non conosciamo che evento sarà, né quando avverrà, né quali conseguenze avrà ma possiamo essere certi (o quasi) che avverrà. Pertanto, il buon contratto non sarà quello che precisa in maniera pedissequa ogni possibile evento dei prossimi anni perché quell’elenco sarà inesorabilmente sbagliato. Il buon contratto sarà invece quello capace di mettere a disposizione delle parti gli strumenti più adeguati a gestire in modo ordinato e chiaro ogni possibile evento. Il Codice già offre soluzioni di revisione del contratto per far fronte a tali circostanze. Innanzitutto, la revisione è possibile solo al verificarsi di eventi sopravvenuti, straordinari, imprevedibili non imputabili al concessionario, che incidano in modo significativo sull’equilibrio economico-finanziario, includendo in questo anche cambiamenti normativi o regolatori che alterino i presupposti dell’operazione. L’obiettivo della revisione non è annullare il rischio del privato. Come scritto sopra, il PPP deve essere trattato come un’iniziativa di natura imprenditoriale con un sincero trasferimento del rischio e dei relativi guadagni in capo all’operatore economico. Pertanto, la revisione ha lo scopo di ricondurre il contratto ai livelli di equilibrio e di traslazione del rischio pattuiti al momento della stipula, nella misura strettamente necessaria a ripristinare le condizioni iniziali, che le parti hanno accettato. La revisione non deve mai alterare la natura della concessione o essere così significativa da richiedere una nuova gara. Per i contratti di maggiore rilevanza, inoltre, la proposta di revisione deve essere comunque sottoposta al parere del NARS. Se le parti non trovano un accordo sul riequilibrio, possono recedere dal contratto. In questo caso, al concessionario spetta un indennizzo per gli investimenti realizzati e i costi sostenuti; in linea di massima, non per il mancato guadagno.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">37 11.2.La cessazione anticipata del rapporto: risoluzione e recesso Il rapporto contrattuale può interrompersi prima della sua scadenza naturale per diverse cause.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• Inadempimento La risoluzione è dichiarata dall’Ente in caso di gravi inadempienze da parte del concessionario – ad esempio modifiche sostanziali non autorizzate o perdita dei requisiti &#8211; o da una delle parti secondo le regole del Codice Civile. Il contratto deve prevedere i criteri per il calcolo dell’eventuale indennizzo e delle penali.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• Risoluzione normata dal Codice Tale scenario avviene quando: 1. la concessione ha subìto una modifica che avrebbe richiesto una nuova procedura di aggiudicazione della concessione; 2. al momento dell’aggiudicazione della concessione, il concessionario si trovava in una delle situazioni che comportano l’esclusione dalla procedura di aggiudicazione della concessione;</h4>
<h4 style="text-align: justify;">3. la Corte di giustizia dell’Unione europea constata che lo Stato membro ha aggiudicato la concessione in oggetto senza adempiere gli obblighi previsti dai trattati europei e dalla direttiva 2014/23/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 febbraio 2014. • Recesso per motivi di pubblico interesse L’ente concedente può sempre recedere dal contratto per ragioni di pubblico interesse. Il pubblico interesse va inteso come l’utilità collettiva e sociale che la Pubblica Amministrazione è chiamata a perseguire. Pertanto, è necessaria una valutazione accurata del contrasto tra il permanere del partenariato e il perseguimento dell’obiettivo da parte dell’Ente. In questo caso, il concedente sarà tenuto a corrispondere al concessionario un indennizzo completo a copertura:</h4>
<h4 style="text-align: justify;">1. del valore delle opere realizzate al netto degli ammortamenti;</h4>
<h4 style="text-align: justify;">38 2. dei costi sostenuti e da sostenere a causa del recesso (ad esempio, le penali per risolvere i contratti di finanziamento); 3. del mancato guadagno calcolato in una percentuale degli utili previsti dal PEF, da esplicitare nel bando di gara. Queste somme dovranno essere destinate innanzitutto a soddisfare i crediti dei finanziatori.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">11.3.Il subentro nel contratto e la tutela dei finanziatori A ulteriore tutela della continuità dell’opera e dei finanziatori, la legge prevede un meccanismo di subentro. In caso di risoluzione per inadempimento del concessionario, prima di sciogliere definitivamente il rapporto, l’ente concedente deve comunicarlo ai finanziatori. Questi ultimi hanno facoltà di indicare un nuovo operatore economico, in possesso dei requisiti necessari, che subentri nel contratto e prosegua l’esecuzione dell’opera, sanando l’inadempimento. Il subentro diventa efficace con il consenso dell’ente concedente. Noto come step-in right, questo istituto rappresenta una garanzia solida per rendere i progetti PPP più sicuri e attraenti per il sistema creditizio. Tutte queste tutele verso i finanziatori sono utili a generare attrattività verso questo genere di operazioni che hanno inevitabilmente un livello di rischio estremamente elevato. Pertanto, una parte determinante di ogni progetto di finanza è il cosiddetto security package, volto a garantire il rimborso del debito.</h4>
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		<title>IL PARTENARIATO PUBBLICO PRIVATO 2</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Jun 2026 02:25:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mauro D'Aprile</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Le mie Proposte]]></category>

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		<description><![CDATA[<h4 style="text-align: justify;"><strong>                                           PARTE II: RISCHIO E FINANZA </strong></h4> 
<h4 style="text-align: justify;">19 4.<strong>L’allocazione dei rischi </strong></h4> <a href="http://lorizzonte.net/?p=30594">Continua lettura...</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h4 style="text-align: justify;"><strong>                                           PARTE II: RISCHIO E FINANZA </strong></h4>
<h4 style="text-align: justify;">19 4.<strong>L’allocazione dei rischi </strong></h4>
<h4 style="text-align: justify;">4.1. <span style="text-decoration: underline;">Il rischio operativo</span>: chiave di volta del PPP Ho già sottolineato come il trasferimento del rischio operativo sia forse il principale elemento qualificante di un PPP. In concreto, cosa si intende per rischio operativo? La normativa lo definisce come il rischio legato alla esecuzione dei lavori e alla gestione dei servizi, trasferito all’operatore economico quando non è garantito il recupero degli investimenti effettuati o dei costi sostenuti in condizioni operative normali. In altre parole, il partner privato deve essere esposto a una reale incertezza, ad un’effettiva fluttuazione di mercato, tale per cui ogni potenziale perdita non sia puramente nominale o trascurabile. Vale a dire che il fatto di rapportarsi con la Pubblica Amministrazione non deve sottrarre la natura di iniziativa a carattere imprenditoriale. Questo rischio si declina principalmente in due categorie:</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• <span style="text-decoration: underline;">rischio di domanda</span> circa l’incertezza legata alla quantità di utenti che utilizzeranno il servizio come, ad esempio, il traffico autostradale o il numero di utenti di una struttura sanitaria. Se la domanda è inferiore alle attese, i ricavi del privato diminuiscono;</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• <span style="text-decoration: underline;">rischio di disponibilità</span> circa il rischio che l’opera o il servizio non siano resi disponibili secondo gli standard qualitativi e quantitativi definiti nel contratto. In questo caso, il canone (eventualmente) pagato dall’ente pubblico viene decurtato attraverso l’applicazione di penali, incidendo direttamente sui ricavi del privato. A questi si aggiunge il rischio di costruzione, legato a possibili ritardi, difetti o aumenti dei costi durante la fase di realizzazione dell’opera da allocare interamente al privato.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><strong> 20 4.2. Identificare, valutare e gestire i rischi</strong> La gestione del rischio (risk management) rappresenta insieme alla componente di finanziamento il fulcro del PPP ed è un processo strutturato che deve accompagnare l’operazione in tutto il suo ciclo di vita. Si articola in quattro fasi sequenziali. • <span style="text-decoration: underline;">Identificazione del rischio</span> (risk identification) Vengono individuati tutti i potenziali eventi che potrebbero avere un impatto negativo sul progetto. Questi possono avere natura tecnica, finanziaria, normativa, amministrativa, politica o anche sociale come, ad esempio, cattiva reputazione del progetto, comitati contrari.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• Valutazione del rischio (risk assessment) Per ogni rischio identificato, si stima la probabilità che esso si verifichi e l’entità del suo impatto economico, qualitativo o temporale.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• Gestione e allocazione del rischio (risk management) È il momento in cui si decide come gestire ciascun rischio identificato. In particolare viene definito chi, tra concessionario e concedente, sarà chiamato a gestirlo: trasferirlo al privato, trattenerlo in capo al pubblico, condividerlo tra le parti o mitigarlo attraverso specifiche azioni (es. polizze assicurative). Il principio guida dovrebbe essere quello di allocare ogni rischio al soggetto che è meglio in grado di controllarlo e governarlo con maggiore efficacia e al minor costo, fatta salva la necessità di allocarne la maggior parte (in termini qualitativi e/o quantitativi) al concessionario.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• Monitoraggio e revisione I rischi devono essere costantemente monitorati nel tempo per verificare l’efficacia delle misure di gestione e per identificare eventuali nuovi rischi emergenti. Il monitoraggio si rende necessario anche per evitare sorprese nella fase di esecuzione del contratto e consentire al concessionario, ma soprattutto al concedente, di adottare per tempo misure atte ad evitare il loro verificarsi, che li attenuino o misure compensative senza che né i cittadini utenti né l’operatività e/o i bilanci dell’Amministrazione ne risentano.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>21 4.3. La Matrice dei rischi</strong></h4>
<h4 style="text-align: justify;">L’allocazione dei rischi strutturata nella proposta e condivisa con il concedente deve essere formalizzata in un documento contrattuale fondamentale: la Matrice dei rischi. Allegato alla Convenzione, questo documento elenca in modo sistematico tutti i rischi noti, descrive la loro natura e indica in modo inequivocabile a quale parte (pubblica, privata o entrambe) sono attribuiti. La Matrice dei rischi non deve essere un mero esercizio formale. È piuttosto uno strumento operativo che serve a prevenire future controversie e costituisce il fondamento su cui si basa l’equilibrio economico-finanziario dell’intera operazione. Rappresenta una mappa che guida la gestione delle responsabilità. Lo scriverò anche in seguito, ma è un’illusione pensare di riuscire a descrivere in maniera compiuta tutti gli accadimenti positivi o negativi che potrebbero accadere in un arco di medio-lungo periodo. Pertanto, quello che si chiede in fase di risk identification, assessment e management non è una puntuale elencazione di ogni fatto futuro. Bisogna considerare altamente probabile che nell’arco di 10 anni, un evento avverso dovrà essere affrontato (attacco alle Twin Towers? COVID? Guerra in Ucraina? Costi dell’energia e impennata dell’inflazione?), perciò sarà importante che vi sia una seria analisi delle tipologie di rischio e, soprattutto, che la Convenzione contenga al suo interno gli strumenti per gestirle. Non sappiamo cosa accadrà ma è verosimile che qualcosa accadrà: nel momento in cui avverrà, le parti (soprattutto la Pubblica Amministrazione) devono avere la possibilità di gestire l’evento riportando quanto più possibile la situazione in equilibrio. Solitamente, una buona gestione del rischio prevede:</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• diversificazione per non concentrare tutti gli investimenti o le risorse in un unico punto; • flessibilità per adottare strumenti che possano adattarsi a scenari inattesi;</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• stress test che considerino anche scenari estremi; • semplicità per ridurre le interconnessioni eccessive nei sistemi, limitando la propagazione di una eventuale crisi.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">22 5.<strong>Il Project Financing 5.1. </strong></h4>
<h4 style="text-align: justify;">La doppia natura del termine Il termine Project Financing (o finanza di progetto) viene spesso usato con una duplice accezione che è necessario distinguere: 1. da un lato, è una tecnica finanziaria; 2. dall’altro, è una procedura amministrativa di affidamento del contratto. Come tecnica finanziaria, il Project Financing è il metodo con cui si finanzia un progetto valutandone la capacità di generare flussi di cassa sufficienti a ripagare il debito contratto per la sua realizzazione e a remunerare il capitale di rischio investito. In quest’ottica, il progetto è un’entità economica a sé stante, separata dai suoi promotori (sponsor). I finanziatori basano la loro decisione primariamente sulla validità del progetto (e della stima dei suoi futuri ricavi) oltre che sulla solidità delle aziende che lo promuovono. Le garanzie richieste sono legate ai ricavi attesi dal progetto stesso. Questa tecnica è adatta per progetti infrastrutturali di grande scala, la cui componente gestionale è rilevante e i flussi di ricavi sono sufficientemente stabili e sostanzialmente prevedibili nel lungo periodo. Accanto alla sua natura di tecnica finanziaria, il Project Financing ha l’ulteriore accezione di procedura amministrativa, disciplinata specificamente dal Codice dei contratti pubblici. In questo contesto, la finanza di progetto non è un modo di finanziare, ma una specifica modalità di affidamento di un contratto di Partenariato PubblicoPrivato. L’operatore economico agisce in qualità di promotore e presenta all’Ente una proposta completa di Progetto di fattibilità, Piano economico-finanziario asseverato, bozza di Convenzione e della specificazione delle caratteristiche del servizio e della gestione. Questa iniziativa può essere totalmente spontanea oppure sollecitata da un avviso esplorativo della Pubblica Amministrazione.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">23 Dopo le diverse fasi di apertura al mercato, confronto competitivo con potenziali altre proposte e valutazione della/e proposta/e ritenuta/e più confacenti all’interesse pubblico, l’Ente pubblicherà una gara per la scelta del concessionario. Uno degli elementi qualificanti di questo iter era il riconoscimento al promotore (la cui proposta è stata approvata e posta a base di gara) di un diritto di prelazione. Ciò significava che, qualora all’esito della gara un altro concorrente presentasse un’offerta migliore, il promotore aveva la facoltà di adeguarsi a tali condizioni per aggiudicarsi il contratto. Questo istituto, proprio dell’ordinamento italiano, è stato poi dichiarato contrario alle direttive comunitarie in materia di appalti e concessioni pertanto pare destinato alla disapplicazione. Va precisato che i casi di effettivo ricorso a tale diritto, nella pratica, sono stati rari, nell’ordine del 2% del totale delle iniziative di project financing.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">5.2. <strong>La società di scopo (SPV)</strong></h4>
<h4 style="text-align: justify;">Per isolare giuridicamente ed economicamente il progetto dal resto delle attività svolte dai promotori, è necessario costituire un veicolo societario dedicato: la società di scopo o Special Purpose Vehicle (SPV). L’SPV è una società &#8211; tipicamente di capitali &#8211; costituita appositamente dal soggetto che si è aggiudicato il contratto di PPP. Sarà la SPV a divenire formalmente la titolare del contratto di concessione, a contrarre il finanziamento e realizzare e gestire l’opera. La sua funzione è creare un contenitore dedicato che faciliti il monitoraggio da parte dell’ente concedente e dei finanziatori e protegga il progetto da eventuali difficoltà finanziarie dei suoi soci, agevolando (per questo o per altri motivi meno traumatici) l’avvicendamento dei soci, ma fermo il mantenimento dei requisiti del concessionario.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">5.3. <span style="text-decoration: underline;">Vantaggi e criticità del Project Financing</span> Il ricorso alla finanza di progetto offre notevoli vantaggi sia per il pubblico sia per il privato:</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• all’ente concedente permette di realizzare opere senza un impatto immediato sul bilancio pubblico e trasferisce efficacemente i rischi di costruzione e di mercato al privato.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">24 La valutazione positiva dei finanziatori dovrebbe inoltre fornire una garanzia esterna sulla fattibilità del progetto;</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• all’operatore economico consente di finanziare investimenti (magari rilevanti) senza intaccare la propria capacità di indebitamento, oltreché ripartire il rischio con altri partner e/o con i finanziatori. Permette inoltre di ottenere un’elevata leva finanziaria, cioè di sostenere gran parte dell’investimento con debito di natura finanziaria. Tuttavia è una tecnica che presenta anche criticità, soprattutto legate ai maggiori costi di strutturazione (consulenze legali, finanziarie, tecniche) e ad una maggiore complessità contrattuale rispetto ad un finanziamento tradizionale. Inoltre, quello che per il soggetto pubblico rappresenta un vantaggio (contratto di durata medio-lunga, ripartizione del rischio…), non necessariamente potrebbe esserlo per un soggetto privato che potrebbe preferire progetti hit and run, nei quali non rimane per troppo tempo vincolato e dove l’assunzione del rischio si limita alla mera esecuzione di quanto richiesto dalla P.A. La scelta di utilizzare questa tecnica deve quindi essere ponderata in base alla scala e alla natura del progetto. 6.Il Piano Economico-Finanziario (PEF)</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>6.1. Il PEF</strong> come bussola dell’operazione Se la Matrice dei rischi è la mappa, il Piano Economico-Finanziario (PEF) è la bussola che guida l’intera operazione di PPP. È il documento che traduce il progetto in numeri, dimostrandone la convenienza economica e la sostenibilità finanziaria nel tempo. Il PEF non va inteso come una semplice previsione bensì come uno strumento utile per tre aspetti.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• Verificare l’equilibrio economico-finanziario Il PEF dimostra che i ricavi previsti sono in grado di coprire tutti i costi di investimento e di gestione, remunerando adeguatamente sia il capitale di debito (le banche) sia il capitale di rischio (gli azionisti).</h4>
<h4 style="text-align: justify;">25 • <strong>Supportare la richiesta di finanziamento </strong></h4>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Il PEF</strong> è il documento chiave sul quale i finanziatori basano la loro valutazione per decidere se concedere o meno il credito. A dire il vero, spesso il documento presentato ai finanziatori presenta livelli di dettaglio differenti rispetto a quello presentato all’ente concedente, concentrandosi su alcuni aspetti più marginali per quest’ultimo. Ad ogni modo, la struttura e gran parte dei contenuti sono i medesimi.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• Fungere da base contrattuale L’equilibrio descritto nel PEF costituisce un presupposto irrinunciabile del contratto di concessione. Qualsiasi evento straordinario e imprevedibile che alteri in modo significativo questo equilibrio può dare diritto a una revisione del contratto, che dovrà essere adeguatamente normata nello stesso.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">6.2. Componenti e struttura del documento</span> Un PEF completo si basa su un set di ipotesi dettagliate (costi di investimento, ricavi operativi, tassi di interesse, fiscalità…) e si articola in tre prospetti previsionali interconnessi tra loro: 1. il Conto economico che mostra la redditività del progetto anno per anno, contrapponendo i ricavi ai costi di competenza (inclusi gli ammortamenti) per determinare l’utile o la perdita del periodo; 2. lo Stato patrimoniale che fotografa il patrimonio della SPV in un preciso momento, illustrando investimenti (attività) e fonti di finanziamento (passività e capitale proprio); 3. il Rendiconto finanziario (cash flow) è il prospetto forse meno attenzionato perché risulta meno leggibile da un occhio non esperto, ma è il più importante per la valutazione di un progetto. Registra tutte le entrate e le uscite monetarie effettive (flussi di cassa), evidenziando la capacità del progetto di generare liquidità per far fronte ai suoi impegni, in primis la capacità di ripagare il debito. A corredo dei prospetti, un PEF ben redatto chiede anche una relazione illustrativa che descrive tutte le ipotesi alla base delle proiezioni e commenta i risultati ottenuti.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;"> 26 6.3. L’equilibrio economico-finanziario e il ruolo del contributo pubblico</span> L’obiettivo del PEF è dimostrare il raggiungimento di un equilibrio economico-finanziario che si ottiene quando l’operazione è contemporaneamente conveniente (genera valore) e sostenibile (è in grado di ripagare i debiti), oltreché utile e di pubblico interesse. In molti progetti, i soli ricavi derivanti dall’utenza &#8211; ad esempio i pedaggi o le tariffe &#8211; non sono sufficienti a garantire questo equilibrio. In tali casi, per rendere il progetto sostenibile, è ammesso un intervento di sostegno da parte dell’ente pubblico. Questo contributo può assumere diverse forme:</h4>
<h4 style="text-align: justify;">4. un contributo finanziario erogato durante la fase di costruzione (spesso a Stato Avanzamento Lavori &#8211; SAL); 5. la prestazione di garanzie; 6. la cessione di beni immobili; 7. un contributo finanziario erogato durante la fase di gestione dell’opera, spesso periodicamente e in via continuativa per l’intero arco della concessione (c.d. contributo in conto esercizio). Il suo scopo è quello di chiudere il cerchio del PEF, rendendo l’operazione attraente per gli investitori privati e finanziabile per il sistema bancario. 7.Gli indicatori chiave per misurare il successo (o meno) dell’operazione</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>7.1. Redditività del progetto</strong>: VAN e TIR Per esprimere un giudizio sintetico sulla capacità di un investimento di creare valore, l’analisi finanziaria si affida a due indicatori principali, calcolati a partire dai flussi di cassa del progetto.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">27 • <span style="text-decoration: underline;">Valore Attuale Netto</span> (VAN) Misura la ricchezza incrementale generata dal progetto, attualizzando tutti i flussi di cassa futuri ad un tasso che rappresenta il costo del capitale investito. In termini semplici, risponde alla domanda “Quanto valore crea oggi questo progetto?”. Un VAN positivo o prossimo a zero indica che il progetto è in grado di ripagare l’investimento iniziale e di remunerare i capitali a un tasso congruo, quindi, è economicamente conveniente. • Tasso Interno di Rendimento (TIR) É il tasso di rendimento intrinseco del progetto. Si tratta del tasso di attualizzazione (il tasso utile a calcolare il valore ad oggi di un flusso economico che si genererà in futuro) che rende il VAN esattamente pari a zero. Il TIR risponde alla domanda “Qual è il rendimento percentuale di questo investimento?”. Il progetto è conveniente se il suo TIR è superiore al costo del capitale. In sostanza, se il TIR è superiore al costo del finanziamento da cui si attingono i fondi per effettuare l’investimento e/o se, in linea teorica, è superiore al tasso di rendimento garantito da altri investimento con rischi prossimi allo zero (vedi i titoli di Stato). Questi indicatori possono essere calcolati sia dal punto di vista del progetto nel suo complesso (TIR di progetto) sia dal punto di vista dei soli azionisti (TIR dell’equity o TIR dell’azionista) per misurare la redditività specifica del capitale investito.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">7.2. <span style="text-decoration: underline;">La sostenibilità finanziaria</span>: DSCR e LLCR Mentre VAN e TIR misurano la convenienza, i finanziatori sono interessati soprattutto alla sostenibilità economico-finanziaria. Per misurare questo aspetto, si utilizzano specifici indici di copertura (o cover ratio) cioè indici standard sulla base della tipologia di progetto in grado di sintetizzare la capacità del progetto stesso di ripagare il debito contratto per finanziare gli investimenti.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• <span style="text-decoration: underline;">Debt Service Cover Ratio (DSCR)</span> È il più significativo indicatore di bancabilità del progetto e misura periodo per periodo (solitamente semestrale o annuale) quante volte il flusso di cassa generato dal progetto è disponibile per ripagare il debito contratto, coprendo la rata di finanziamento (capitale + interessi) previsto in quel periodo. Un DSCR pari a 1,0x significa che la cassa generata è esattamente sufficiente a pagare la rata. Per avere margine di sicurezza, i finanziatori richiedono tipicamente un DSCR minimo compreso tra 1,2x e 1,6x, a seconda della rischiosità del progetto.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• <span style="text-decoration: underline;">Loan Life Cover Ratio (LLCR)</span> Questo indicatore ha una prospettiva di più lungo termine. Misura il rapporto tra il valore attuale di tutti i flussi di cassa futuri disponibili lungo l’intera vita del finanziamento e l’ammontare del debito residuo in un dato momento. Fornisce una misura della capacità complessiva del progetto di rimborsare il debito fino alla sua estinzione. Anche in questo caso, i finanziatori richiedono un valore superiore a 1,0x come margine di garanzia.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">7.3. Dalla convenienza economica alla bancabilità del progetto</span> Un progetto è quindi bancabile quando il suo Piano EconomicoFinanziario dimostra una convenienza economica per gli investitori (VAN &gt; 0, TIR &gt; costo del capitale), ma soprattutto anche una solida capacità di generare flussi di cassa stabili e sufficienti a rispettare i parametri di copertura del debito (DSCR e LLCR) richiesti dai finanziatori. L’equilibrio tra questi indicatori è il cuore della struttura finanziaria dell’operazione di PPP. Per raggiungere la bancabilità, il più delle volte è necessario calibrare attentamente la struttura finanziaria (il rapporto tra debito e capitale proprio: quanti soldi investe l’operatore economico, quanti ne fa prestano i finanziatori…), la durata del finanziamento e l’eventuale contributo pubblico.</h4>
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		<title>IL PARTENARIATO PUBBLICO PRIVATO</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Jun 2026 01:35:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mauro D'Aprile</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<h4 style="text-align: justify;"><strong>                                                                 </strong></h4> <a href="http://lorizzonte.net/?p=30589">Continua lettura...</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h4 style="text-align: justify;"><strong>                                                                         PARTE I: </strong></h4>
<h4 style="text-align: justify;">                       I FONDAMENTI DEL PARTENARIATO PUBBLICO-PRIVATO</h4>
<h4 style="text-align: justify;">8 1.Definire il PPP 1.1. Un’alleanza strategica per l’interesse pubblico Una volta ho sentito un operatore del settore (o presunto tale) affermare che “Il PPP è un appalto in cui però i soldi li mette il privato”. Nulla di più sbagliato.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Il Partenariato Pubblico-Privato (PPP)</strong> è più di una modalità di finanziamento o di appalto evoluto. È invece un’operazione economica complessa che si fonda su un’alleanza di lungo periodo tra un ente pubblico (l’ente concedente) e un operatore economico. Lo scopo di questa alleanza è la realizzazione e gestione di un’opera o di un servizio di pubblica utilità, combinando risorse e competenze di entrambi i partner per raggiungere un obiettivo comune che da soli non potrebbero o non sarebbero in grado di conseguire con la stessa efficacia.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Nell’appalto tradizionale l’amministrazione pubblica definisce nel dettaglio come eseguire l’intervento o fornire il servizio (specifiche tecniche), paga l’esecuzione e ne assume la piena responsabilità gestionale.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Nel PPP il focus (il risultato da ottenere, il servizio da erogare) si sposta sul cosa. L’ente pubblico definisce gli obiettivi di interesse pubblico e gli standard di performance, lasciando al partner privato un margine significativo di innovazione e autonomia nel progettare, finanziare, costruire e gestire l’opera o il servizio. Questa inversione di paradigma è fondamentale: la Pubblica Amministrazione passa dall’assumere un ruolo di costruttore a quello di regolatore e controllore della qualità e della disponibilità del servizio offerto alla collettività, garantendo che l’interesse pubblico rimanga sempre al centro dell’operazione.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">1.2. <span style="text-decoration: underline;"><strong>Le 4 colonne del PPP</strong> Nel Partenariato Pubblico-Privato</span> devono coesistere quattro elementi caratterizzanti, vere e proprie colonne portanti che ne definiscono la natura e la struttura.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">9 • <strong><span style="text-decoration: underline;">Rapporto contrattuale di lungo periodo</span></strong> Le operazioni di PPP si sviluppano su un orizzonte temporale di medio-lungo periodo. Quanto lungo? Il tempo necessario per consentire all’operatore economico di recuperare gli investimenti iniziali ed ottenere un’adeguata remunerazione. La durata non è arbitraria, ma è calibrata sul tempo ragionevolmente necessario per ammortizzare l’investimento e perseguire gli obiettivi di cui sopra. Questo legame duraturo crea un interesse condiviso al successo dell’operazione per tutto il suo ciclo di vita, dalla costruzione alla manutenzione.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• <strong><span style="text-decoration: underline;">Finanziamento del progetto</span></strong> Una quota significativa (per lo più maggioritaria, ma non necessariamente) delle risorse finanziarie per la realizzazione dell’investimento proviene dal settore privato. L’operatore privato non è un semplice esecutore, ma un vero e proprio imprenditore che mobilita capitali (propri, di debito o entrambi) per finanziare il progetto. Questo attenua l’impatto sui bilanci pubblici dell’investimento o addirittura esce dalla contabilizzazione come investimento per entrare nella spesa corrente, introducendo una più ordinata gestione finanziaria. Un ulteriore vantaggio indiretto si trova nel fatto che la sostenibilità e la redditività dell’operazione è già stata vagliata dai finanziatori coinvolti.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• <strong><span style="text-decoration: underline;">Ruolo centrale del privato</span></strong> All’operatore economico è affidata la responsabilità di più fasi del progetto. Non si limita a costruire l’opera, ma ne cura anche la gestione e la manutenzione per tutta la durata del contratto. Questo approccio incentiva il privato a progettare e costruire con standard qualitativi elevati perché sarà lui stesso a sostenere i costi di gestione e manutenzione futuri.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• <strong><span style="text-decoration: underline;">Trasferimento del rischio operativo</span></strong> È l’elemento maggiormente qualificante e distintivo del PPP. Al partner privato viene allocata la maggior parte dei rischi legati all’operazione. Il rischio principale trasferito è il rischio operativo, cioè la possibilità che in condizioni normali i ricavi della gestione non siano sufficienti a coprire i costi sostenuti e a recuperare l’investimento. Questo rischio può manifestarsi come rischio di costruzione (ritardi o maggiori costi nella realizzazione), rischio di disponibilità ^ ^ 10 (incapacità di erogare il servizio secondo gli standard qualitativi e quantitativi pattuiti) o rischio di domanda (un’affluenza di utenti o una richiesta di servizio inferiore alle previsioni). L’assunzione di questo rischio da parte del privato giustifica il suo profitto e al contempo rappresenta il principale motore dell’efficienza nell’operazione.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">1.3. <strong>PPP Contrattuale e Istituzionale</strong> Il Partenariato Pubblico-Privato può assumere due forme, a seconda della natura del legame che si instaura tra i partner.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• <strong>PPP contrattuale</strong> È la forma più diffusa e si basa su un legame meramente contrattuale tra l’ente pubblico e l’operatore privato. L’intera operazione è regolata da uno o più contratti che ne disciplinano ogni aspetto: obblighi, rischi, durata, corrispettivi. Rientrano in questa categoria diversi istituti, tra cui la concessione (di lavori e/o servizi), la locazione finanziaria, il contratto di disponibilità e altri accordi atipici aventi le caratteristiche descritte dal Codice dei contratti pubblici.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• <strong>PPP istituzionale</strong> Questa forma prevede un livello di integrazione più profondo, con la creazione di un soggetto giuridico terzo, partecipato sia dal pubblico sia dal privato. L’esempio più comune è la società mista, un’entità detenuta congiuntamente dai due partner alla quale viene affidata la realizzazione e/o la gestione dell’opera o del servizio. In questo modello, la collaborazione non è solo regolata da un contratto, ma si realizza all’interno di una struttura societaria condivisa. La scelta tra le due tipologie dipende dagli obiettivi specifici dell’Amministrazione, dalla natura del servizio da erogare, dal costo in termini di impegno di tempo e risorse e onere economico che l’Amministrazione è disposta a sostenere e dal livello di controllo e coinvolgimento che l’ente pubblico intende mantenere nel tempo. ^ ^</h4>
<h4 style="text-align: justify;">11 2.<strong>La logica strategica del PPP</strong></h4>
<h4 style="text-align: justify;">2.1. Vantaggi dell’appalto tradizionale Per decenni, il modello di riferimento per la realizzazione di opere pubbliche è stato l’appalto tradizionale. In termini generali, in questo schema, la Pubblica Amministrazione commissiona un’opera ad un’impresa, la paga a SAL &#8211; Stato di Avanzamento Lavori, cioè con una periodicità stabilita contrattualmente e con corrispettivi il cui valore economico è dipendente dalla quota lavori effettuata al momento della rilevazione. Una volta completata l’opera, ne assume la piena proprietà e responsabilità gestionale. L’appalto è certamente più lineare e meno complesso da gestire rispetto ad una concessione. Anzi, in presenza di determinate condizioni, rimarrà la scelta preferibile come negli esempi qui sotto.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• Controllo diretto Quando il Comune vuole mantenere il totale controllo sulla gestione dell’opera o del servizio (servizi strategici o quando si prevedono cambiamenti futuri che richiedono flessibilità decisionale).</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• Rischio operativo basso o nullo Se l’opera o il servizio non generano un rischio operativo significativo (manutenzioni di strade, costruzione di un edificio comunale che non genera ricavi diretti…).</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• Disponibilità di fondi pubblici Quando il Comune ha già sufficienti coperture finanziarie per l’intero costo dell’opera o del servizio e non vuole (o non può) farne utilizzi alternativi. • Progetti semplici e facilmente definibili In presenza di lavori o servizi con specifiche tecniche chiare e standardizzate, dove l’obiettivo è semplicemente l’esecuzione a regola d’arte. ^ ^</h4>
<h4 style="text-align: justify;">12 2.2. Oltre i limiti dell’appalto tradizionale Il modello descritto mostra diversi limiti quando applicato a iniziative complesse qui di seguito illustrati.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• Separazione delle responsabilità Chi si assume la responsabilità della costruzione (l’appaltatore) è un soggetto differente da chi gestirà poi l’opera. Questo tende a favorire nell’immediato soluzioni più economiche e disincentiva l’utilizzo di materiali e tecniche che garantiscano durabilità e bassi costi di manutenzione.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• Rischio in capo all’Ente Escluso in parte il rischio di costruzione, la maggior parte dei rischi (in particolare quelli legati ai costi operativi futuri, alla manutenzione e all’obsolescenza tecnologica) rimane interamente in capo all’ente pubblico.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• Rigidità progettuale Il progetto viene definito in ogni dettaglio con vincoli stringenti a monte e ciò non consente di approfittare delle competenze e della capacità innovativa del gestore privato nonché della sua maggiore efficienza nella gestione.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• Impatto sul bilancio pubblico L’intero costo dell’operazione grava sul bilancio pubblico alla voce investimenti al momento della realizzazione, limitando la capacità di avviare più progetti contemporaneamente. Il PPP nasce proprio per superare questi limiti, introducendo una logica basata sull’integrazione delle fasi, sull’ottimizzazione del ciclo di vita dell’opera e su una più efficiente ripartizione dei rischi.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">2.3. Il principio del Value for Money La scelta di ricorrere al PPP non dovrebbe essere dettata dalla semplice necessità di reperire fondi, ma da una rigorosa valutazione preliminare di convenienza, nota a livello internazionale come analisi del Value for Money (VfM). ^ ^</h4>
<h4 style="text-align: justify;">13 Il VfM non significa semplicemente scegliere l’opzione più economica, ma quella che offre il miglior rapporto tra i costi complessivi sostenuti lungo l’intero ciclo di vita dell’opera e i benefici generati per la collettività. Un’operazione di PPP genera valore quando, a parità di qualità del servizio, il costo complessivo per l’amministrazione risulta inferiore a quello che si sosterrebbe con un appalto tradizionale (il cosiddetto Public Sector Comparator). In questo calcolo viene attribuito un valore economico anche a componenti qualitative, ai rischi e alla probabilità del loro verificarsi, oltre a voci più facilmente identificabili come, ad esempio, i costi interni dell’amministrazione nella gestione degli affidamenti e della fase esecutiva del lavoro/servizio. La maggiore efficienza deriva da diversi fattori intrinseci al modello PPP.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• Capacità innovativa del mercato L’operatore economico privato è incentivato a proporre soluzioni progettuali, tecnologiche e gestionali innovative per ottimizzare i costi e migliorare la performance. Essendo un operatore di quel mercato, rimane più aggiornato sulla sua evoluzione.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• Certezza dei tempi e dei costi Poiché il rischio di costruzione è a carico del soggetto privato, vi è un forte interesse a completare l’opera nei tempi e nei costi preventivati, anche per avviare la fase di gestione e iniziare a generare ricavi (oltreché per evitare le penali legate a ritardi nell’esecuzione dei lavori).</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• Gestione efficiente del ciclo di vita L’integrazione tra costruzione e gestione spinge a compiere scelte tecniche e di qualità dei materiali che minimizzano i costi totali (Whole-Life Costs), inclusa la manutenzione.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• Migliore allocazione del rischio Ogni rischio legato all’operazione è allocato in capo al soggetto che meglio dell’altro è in grado di gestirlo, con una riduzione del costo complessivo legato al rischio stesso. La valutazione di convenienza è un adempimento preliminare imprescindibile che obbliga l’Amministrazione ad un’analisi approfondita e ad una scelta consapevole, garantendo che il ricorso al PPP sia la soluzione più vantaggiosa per l’interesse pubblico. ^ ^</h4>
<h4 style="text-align: justify;">14 2.4. Quali vantaggi per il settore pubblico e per gli operatori economici In azienda siamo soliti dire che un’operazione di PPP ben strutturata genera benefici più che proporzionali sia per la parte privata sia per la parte pubblica, creando potenzialmente un circolo virtuoso di collaborazione. I vantaggi per l’ente concedente sono così descrivibili:</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• accelerazione ed effetto leva sugli investimenti perché consente di realizzare opere necessarie senza attendere la piena disponibilità di fondi pubblici;</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• qualità e innovazione che permettono di sfruttare le competenze specialistiche e la capacità innovativa del settore privato;</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• certezza su costi e tempi perché l’operazione di PPP trasferisce al privato i rischi legati a ritardi o ad incrementi dei costi di costruzione, oltre al fatto che il privato è più strutturato per gestirli (…è il suo lavoro!);</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• efficienza gestionale a garanzia della gestione e manutenzione dell’opera per tutta la durata del contratto con KPI (Key Performance Index) e SLA (Service Level Agreement) predefiniti;</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• ottimizzazione delle risorse pubbliche potendo liberare personale e risorse dell’Amministrazione, che possono quindi concentrarsi su ulteriori attività di programmazione, regolazione e controllo. Per il partner privato sono invece così classificabili:</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• nuove opportunità di business accedendo a mercati di lungo periodo e a progetti di larga scala;</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• remunerazione del capitale che dà la possibilità di ottenere un rendimento adeguato al capitale investito e per il rischio assunto;</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• stabilità dei flussi di cassa che facilitano l’accesso al credito; • valorizzazione delle competenze perché consente di mettere a frutto il proprio know-how tecnico, gestionale e finanziario in progetti complessi. ^ ^</h4>
<h4 style="text-align: justify;">15 L’obiettivo del privato di generare profitto è quindi direttamente collegato alla sua capacità di erogare un servizio di qualità e che soddisfi una reale esigenza pubblica. Questo allineamento di interessi è la base per costituire un partenariato di successo.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">3.<strong>Gli attori del PPP</strong></h4>
<h4 style="text-align: justify;">3.1. <strong>Protagonisti</strong>: ente concedente, operatore economico, finanziatori</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Il successo di un’operazione di PPP non dipende solo dalla solidità della sua struttura contrattuale ma, come ho scritto sopra, dalla sinergia e dal corretto allineamento degli interessi di più attori. I protagonisti fondamentali sono: ente concedente, operatore economico e finanziatori.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• <strong>Ente concedente</strong> È il soggetto pubblico (amministrazione statale, ente territoriale, azienda sanitaria…) chiamato a soddisfare un’esigenza della collettività. Il suo ruolo è quello di definire obiettivi strategici, standard qualitativi del servizio, vigilare sull’operato del privato e garantire la tutela dell’interesse pubblico per tutta la durata del contratto. Per avviare un’operazione di PPP, la normativa richiede che l’ente sia qualificato, cioè possieda adeguate competenze organizzative, tecniche ed esperienziali, certificate dall’iscrizione in un apposito elenco gestito dall’Autorità Nazionale Anti Corruzione &#8211; ANAC.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• <strong>Operatore economico</strong> È l’operatore (singolo o raggruppato, potenzialmente avente anche natura pubblica) che apporta capitale, know-how tecnico e capacità gestionale. La sua missione è progettare, finanziare, realizzare e gestire l’opera o il servizio in modo efficiente, assumendosi i rischi operativi a fronte di una remunerazione legata alla performance.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">16 Può includere costruttori, società di gestione del servizio interessato, investitori istituzionali che vedono nel PPP un’opportunità di investimento a lungo termine.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• <strong>Finanziatori</strong> Sono le istituzioni (banche, fondi di investimento, società di leasing…) che forniscono il capitale di debito necessario a coprire i costi di investimento (solitamente in misura maggioritaria). Hanno un ruolo cruciale perché sono chiamate a svolgere un’analisi preliminare del progetto (due diligence), valutandone la sostenibilità economica e la corretta allocazione dei rischi. La loro approvazione (la cosiddetta bancabilità del progetto) è una conferma indipendente della solidità dell’operazione, almeno dal lato del proponente.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">3.2. Il ruolo degli advisor La complessità tecnica, giuridica ed economico-finanziaria delle operazioni di PPP rende indispensabile il supporto di consulenti specializzati (advisor). Gli advisor si configurano come aziende che affiancano l’ente pubblico o il partner privato nelle diverse fasi del processo, garantendo che le decisioni siano basate su analisi rigorose e che la struttura dell’operazione sia robusta e conforme alla normativa e alle migliori pratiche (in generale e di settore economico). Tipicamente l’advisor dovrebbe includere nella medesima organizzazione competenze legali e giuridiche (per il governo del quadro contrattuale), finanziarie (per la costruzione del Piano Economico-Finanziario e la strutturazione del finanziamento cioè, lato ente concedente, per l’analisi critica e valutazione dello stesso) e tecniche per la validazione del progetto e la valutazione dei costi. Senza dubbio è utile l’integrazione con competenze di natura tecnico-gestionali, vale a dire la presenza di uno o più soggetti che effettivamente conoscono le dinamiche gestionali dell’opera/servizio in questione. Una valutazione giuridica, economica e tecnica raramente potrà dirsi completa se non filtrata dalla conoscenza concreta della sottostante gestione: un contratto formalmente ineccepibile e un PEF tecnicamente ben elaborato per una piscina coperta potrebbero rivelarsi del tutto inaffidabili all’occhio di un esperto gestore di impianti natatori. ^ ^</h4>
<h4 style="text-align: justify;">17 Questo complesso sistema di competenze multidisciplinari difficilmente (…o mai?) possono essere trovate in un singolo professionista onnisciente. Pertanto sarà preferibile affidarsi a strutture più organizzate che comprendono al loro interno dette competenze, con team di lavoro abituati al lavoro sinergico e non giustapposti sul momento.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">3.3. <strong>Il quadro istituzionale di riferimento</strong> A garanzia della corretta impostazione e del monitoraggio delle operazioni di PPP, l’ordinamento italiano ha previsto specifiche istituzioni con compiti di supporto, consulenza e controllo. Le due principali strutture, incardinate presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, sono:</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• <strong>DIPE</strong> &#8211; Dipartimento per la Programmazione e il coordinamento della Politica Economica Possiede funzioni di assistenza tecnica, giuridica ed economicofinanziaria agli enti concedenti e promuove la diffusione di buone prassi e modelli contrattuali standard. Inoltre, esprime un parere obbligatorio su operazioni finanziate in tutto &#8211; o in parte &#8211; con fondi PNRR di importo superiore a 10 milioni di euro.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">• <strong>NARS</strong> &#8211; Nucleo di consulenza per l’Attuazione delle linee guida per la Regolazione dei Servizi di pubblica utilità È un organismo tecnico che fornisce pareri obbligatori su progetti di PPP di interesse statale o con contributo statale superiore a 50 milioni di euro. È inoltre competente a esprimere pareri sulla revisione dei contratti di concessione in essere, garantendo la tutela della finanza pubblica e il mantenimento dell’equilibrio contrattuale. La presenza di questi organismi assicura un presidio di competenza a livello centrale, offrendo supporto qualificato alle Amministrazioni e contribuendo a elevare la qualità dei progetti di partenariato a livello nazionale</h4>
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		<title>LONGOBARDI A BELVEDERE AREA TRE COLONNE</title>
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		<pubDate>Sat, 30 May 2026 04:27:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mauro D'Aprile</dc:creator>
				<category><![CDATA[CONOSCERE BELVEDERE]]></category>

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		<description><![CDATA[<h5 style="text-align: justify;">Nonostante l’interesse vivo ormai da circa trent’anni di una porzione piuttosto vasta della storiografia specializzata sul tema della frontiera Longobarda di Benevento e Salerno, trattato in un’ottica soprattutto militare ma anche politico-economica e</h5> <a href="http://lorizzonte.net/?p=30573">Continua lettura...</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h5 style="text-align: justify;">Nonostante l’interesse vivo ormai da circa trent’anni di una porzione piuttosto vasta della storiografia specializzata sul tema della frontiera Longobarda di Benevento e Salerno, trattato in un’ottica soprattutto militare ma anche politico-economica e del potere, ancora oggi spesso si assiste a una mancanza di criterio scientifico che porta a inevitabili travisamenti e fraintendimenti da parte degli addetti ai lavori nell’analisi critica delle fonti a disposizione dello storico, delle quali viene fatto un uso arbitrario e nello specifico orientato esclusivamente al raggiungimento della tesi sulle dinamiche storiche che si era prefissata di teorizzare.Ciò è dovuto (come hanno sottolineato piuttosto recentemente anche Aldo Settia e Stefano Gasparri in alcuni contributi) al concorso negativo e deleterio di una tradizione storiografica che prese il via al principio del Novecento e che ebbe una certa fortuna almeno fino alla metà circa del secolo scorso, la quale contribuì a «deformare in modo grave la nostra immagine dell’età longobarda»<a title="" href="#_ftn1"><sup><sup>[1]</sup></sup></a>. A tal proposito, sui problemi inerenti l’invasione longobarda e i primi secoli dell’occupazione nella penisola italica (VI-VII secolo) lasciamo la trattazione delle questioni più significative dell’epoca (<i>clausurae</i>, fortificazioni di tradizione tardoantica) ad altri<a title="" href="#_ftn2"><sup><sup>[2]</sup></sup></a>, mentre ci occuperemo dei problemi connessi all’età carolingia e post-carolingia, cioè le arimannie e l’abuso che si è fatto della topografia e dell’antroponimia al servizio delle prime.</h5>
<h5 style="text-align: justify;">Teorizzatori delle arimannie furono Cecchini ma soprattutto Schneider in alcuni lavori datati ormai quasi un secolo<a title="" href="#_ftn3"><sup><sup>[3]</sup></sup></a>, ma che lasciarono una eco storiografica estremamente dannosa durata circa un cinquantennio e di cui si fatica ancora oggi a liberarsi. Secondo questi studiosi, l’arimannia sarebbe consistita in consorzi familiari di uomini d’arme longobardi, di condizione libera, stanziati in posizioni strategiche del <i>regnum</i> (spesso in zone appenniniche), nei pressi di passi montani e vie di comunicazione, che abitavano terre fiscali e avevano mansione di presidio e di difesa militare. A partire da simili premesse, lo illustra bene Gasparri, i moltissimi studiosi che abbracciarono queste tesi e le rielaborarono nei decenni successivi per i loro scopi ebbero vita facile a elencare nei loro studi le numerose etimologie linguistiche, le titolazioni santoriali, i toponimi del territorio, che sembravano prestarsi perfettamente per confermare più o meno in ambito locale i presupposti tanto suggestivi della teoria arimannica.</h5>
<h5 style="text-align: justify;">Una simile quantità di dati, riversata acriticamente, oltre a convincere lo studioso di turno della bontà dell’esistenza di una serie di «pseudo-istituzioni longobarde», come le definisce Gasparri, che in realtà non trovavano alcun fondamento storico in una lettura critica delle fonti, contribuì nella storiografia a ridurre la concezione della civiltà longobarda a una società dal carattere prettamente militare, che permaneva sul territorio immutata nel corso della sua storia pur plurisecolare, come «un semplice esercito occupante»<a title="" href="#_ftn4"><sup><sup>[4]</sup></sup></a>. Il trattamento riservato a toponimi e antroponimi in funzione della propria causa fu il medesimo: qualsivoglia termine che potesse rimandare, anche lontanamente, a una connessione longobarda-militare era utilizzato per teorizzare gruppi consortili di soldati longobardi, considerando il valore di tali dati «al di fuori del loro contesto temporale, bloccandoli artificiosamente nel tempo»<a title="" href="#_ftn5"><sup><sup>[5]</sup></sup></a>. Lo stesso criterio, del tutto fuorviante, fu usato anche per valutare la natura del potere e delle istituzioni longobarde presenti sul territorio, così come delle terre in godimento collettivo. In questo modo, «si sono moltiplicate le “frontiere militari” interne all’Italia»<a title="" href="#_ftn6"><sup><sup>[6]</sup></sup></a>.</h5>
<h5 style="text-align: justify;">Fu un grande storico come Giovanni Tabacco a definire a metà degli anni Sessanta del Novecento l’autentica natura dell’arimannia, cioè un gruppo di uomini liberi, i quali, essendo legati da un rapporto diretto di tipo politicoeconomico con il potere pubblico, rimasero sostanzialmente estranei alle logiche del potere signorile<a title="" href="#_ftn7"><sup><sup>[7]</sup></sup></a>. In tal modo venivano a crollare tutte le deboli pretese storiografiche sulla presunta natura militare dei confini, delle fortificazioni e delle necropoli, poste in aree di frontiera. Questo metodo, dunque, al fine di individuare i <i>limites</i> rigetta l’uso di sedicenti toponimi e titolature ecclesiastiche, di arditi tracciati di <i>castra</i> e fortificazioni la cui natura militare non può essere stabilita oggettivamente, del rinvenimento di armi nelle sepolture che non possono essere attribuite ai primi tempi di occupazione e che non siano localizzate presso passaggi obbligati di transito. Al contrario, esso predilige i dati offerti dai confini naturali del territorio e dalla geografia ecclesiastica, che per prima dovette confrontarsi con la questione dei limiti territoriali ai fini delle rivendicazioni attuate dalla Chiesa<a title="" href="#_ftn8"><sup><sup>[8]</sup></sup></a>.</h5>
<h5 style="text-align: justify;">Insomma, i <i>castra</i>, che furono certamente presenti nelle zone di confine come dimostra ampiamente la documentazione, non vanno necessariamente ricondotti a un loro presunto ruolo di controllo militare, ma soprattutto al loro ruolo demografico, cioè urbano<a title="" href="#_ftn9"><sup><sup>[9]</sup></sup></a>. Abbiamo visto come ciò possa essere vero anche attraverso la forte corrispondenza notata a livello semantico tra àÿστρα bizantini e <i>civitates</i> longobarde, così come nella terminologia greca, per esempio tra le espressioni π¢λις<b> </b>e àÿστρον. Stefano Gasparri ha inoltre già posto l’accento in altra sede sull’analoga corrispondenza nelle fonti longobarde tra i termini <i>civitas</i> e <i>castrum</i>: la differenza più immediata tra i due consisterebbe nel fatto che quest’ultimo fosse centro di una certa grandezza, ma, come il primo, non anche sede vescovile<a title="" href="#_ftn10"><sup><sup>[10]</sup></sup></a>.</h5>
<h5 style="text-align: justify;"></h5>
<h5 style="text-align: justify;">5. <span style="text-decoration: underline;">Indizi archeologici e documentari sull’organizzazione territoriale </span>istituzionale e militare della Calabria settentrionale cosentina</h5>
<h5 style="text-align: justify;"></h5>
<h5 style="text-align: justify;">Le indagini archeologiche sul territorio suddetto hanno avuto inizio con le ricognizioni di superficie e degli edifici, di natura quasi esclusivamente religiosa, effettuate da Biagio Cappelli e da altri eruditi locali tra gli anni Trenta e Sessanta del secolo scorso, successivamente sono proseguite con gli scavi dell’Università della Calabria e infine sono state parzialmente illustrate nei contributi ad opera soprattutto di Giuseppe Roma. I risultati sono lungi dall’essere definitivi e in parte sono tuttora in corso di pubblicazione, ma è lecito affermare che numerosi sono ancora i dubbi inerenti le dinamiche insediative e le rispettive proposte di datazione. Dunque le conoscenze a tal proposito restano frammentarie e incomplete e il dibattito della comunità scientifica non si è ancora esaurito<a title="" href="#_ftn11"><sup><sup>[11]</sup></sup></a>.</h5>
<h5 style="text-align: justify;">L’attenzione degli studiosi viene catalizzata dalle più immediate evidenze archeologiche di questo territorio, che sono rappresentate in ambito locale da necropoli d’età tardoantica e altomedievale, edifici di culto come chiese e monasteri di cultura greca, insediamenti rupestri e castrensi.</h5>
<h5 style="text-align: justify;"></h5>
<h5 style="text-align: justify;">5.1 La fortificazione di Sassòne (Morano Calabro)</h5>
<h5 style="text-align: justify;">Tra i siti di un certo interesse storico-archeologico viene spesso citato quello di Sassòne, nel territorio attuale di Morano Calabro e posto sulla strada di collegamento con l’abitato di S. Basile, dal quale dista pochi chilometri, su un’altura di 658 metri. Sulla cima di questo colle si vedono ancora oggi i resti di un recinto fortificato, che disegna un perimetro di un chilometro e mezzo di lunghezza e che in alcuni punti raggiunge ancora l’altezza di quattro metri e possedeva due ingressi, posti uno a nord e un altro a ovest<a title="" href="#_ftn12"><sup><sup>[12]</sup></sup></a>.</h5>
<h5 style="text-align: justify;">L’area aveva sporadica frequentazione fin dall’antichità e per tutto il periodo medievale, a giudicare dal rinvenimento di ceramica altomedievale, di monete (due follari di Leone VI e un denaro di Enrico VI) e della ciotola della grotta di Donna Marsilia, attribuita all’Eneolitico<a title="" href="#_ftn13"><sup><sup>[13]</sup></sup></a>. All’interno delle mura sono state localizzate alcune fondazioni di edifici, forse unità abitative, in una delle quali, posta nei pressi del tratto sud-ovest delle mura, sono state localizzate alcune sepolture d’incerta datazione: una principale, per dimensioni e posizione riferita a un personaggio d’alto rango religioso o civile, circondata tutt’intorno da fosse minori<a title="" href="#_ftn14"><sup><sup>[14]</sup></sup></a>.</h5>
<h5 style="text-align: justify;">Le sepolture, con l’eccezione di quella principale, che invece è stata rialzata al fine di renderla visibile, sono state in seguito coperte dal piano pavimentale di una chiesetta bizantina, da alcuni identificata con quella di S. Leone<a title="" href="#_ftn15"><sup><sup>[15]</sup></sup></a>, citata come <i>ecclesia vetus</i> nei primi documenti locali conosciuti (metà del XVI secolo) e le cui caratteristiche (aula unica, abside singola, ingresso sul lato lungo, orientamento) sono riferibili a una comune tipologia diffusa in tutta l’area calabro-lucana nei secoli X-XI<a title="" href="#_ftn16"><sup><sup>[16]</sup></sup></a>. Nell’angolo a destra dell’abside sono stati rinvenuti resti di un fonte battesimale<a title="" href="#_ftn17"><sup><sup>[17]</sup></sup></a>.</h5>
<h5 style="text-align: justify;">Giuseppe Roma – sulla base dell’ipotesi secondo cui l’area della Calabria cosentina era caratterizzata nell’Alto Medioevo da un quadro insediativo di tipo sparso e da uno spostamento dell’habitat dalle zone costiere verso i territori dell’interno, cosa in gran parte verosimile se non dimentichiamo la presenza anche di centri urbani articolati come Cassano e Oriolo per esempio – è dell’opinione che la chiesa battesimale non servisse una comunità di fedeli stanziati stabilmente a Sassòne, bensì le popolazioni dei villaggi e delle campagne del circondario, in quanto le indagini archeologiche effettuate all’interno della cerchia muraria non vi hanno suggerito la presenza di un insediamento denso e duraturo, pure necessario nel caso di un presunto ruolo militare della fortificazione di Sassòne<a title="" href="#_ftn18"><sup><sup>[18]</sup></sup></a>. Lo studioso, dunque, è propenso ad abbandonare l’idea del ruolo difensivo di Sassòne e, sulla scorta del Cappelli, a catalogarlo come fortezza di rifugio per gli uomini, le merci e gli animali della zona<sup>98</sup>.</h5>
<h5 style="text-align: justify;">Mentre la tesi che vorrebbe, infine, associare l’origine della fortificazione di Sassòne al concorso dell’esercito degli Ottoni, ricordata dal Cappelli insieme ad altre che la farebbero per esempio risalire invece all’epoca della Grecia classica<a title="" href="#_ftn19"><sup><sup>[19]</sup></sup></a>, e portata avanti successivamente da Agostino Miglio e ancora dallo stesso Roma<a title="" href="#_ftn20"><sup><sup>[20]</sup></sup></a>, non può essere considerata attendibile, in quanto basata unicamente su un passo assai dibattuto della traduzione latina di epoca posteriore del <i>bios</i> di S. Leone-Luca e sul toponimo, che non si può stabilire quando si sia fissato al territorio in questione.</h5>
<h5 style="text-align: justify;"></h5>
<h5 style="text-align: justify;">5.2 Alcuni aspetti sulla viabilità tardoantica e altomedievale al confine tra Calabria e Lucania</h5>
<h5 style="text-align: justify;">E’ fuor di dubbio, comunque, che il sito di Sassòne occupava una posizione strategicamente importante, come tappa obbligata di transito per chi percorresse dai territori campani la strada consolare dell’Annia-Popilia<a title="" href="#_ftn21"><sup><sup>[21]</sup></sup></a>, la quale, attraverso il passo appenninico delle odierne Mormanno e Campo Tenese, si riversava nella valle del Coscile prima e infine nella piana del Crati<a title="" href="#_ftn22"><sup><sup>[22]</sup></sup></a>. Tra le <i>stationes</i> romane poste su questo tracciato figurano infatti quella di <i>Muranum</i> e quella di <i>Interamnia</i>, quest’ultima localizzata presso lo snodo viario che, seguendo il medio corso del Raganello, collegava la strada consolare con quella che correva parallela alla costa ionica sul versante opposto<a title="" href="#_ftn23"><sup><sup>[23]</sup></sup></a>. Allo stesso percorso si allude anche nella vita di S. Leone-Luca di Corleone, giuntaci in traduzione latina più tarda, allorché si ricordano i <i>montes</i> <i>Miromanorum</i>, che si dovevano attraversare per giungere a Cassano da alcuni monasteri del Mercurion, posti nel territorio oggi di Papasidero, tra Mormanno e Scalea.</h5>
<h5 style="text-align: justify;">Questa rete stradale, dunque, era di grande importanza perché metteva in comunicazione i territori tirrenici calabro-campani col versante ionico, da Crotone fino a Taranto. Parimenti, abbiamo già visto che l’arco collinare che circonda la Piana di Sibari sulla costa ionica, in corrispondenza con le foci del Crati, del Coscile e del Raganello, e che rappresenta anche il punto mediano di congiunzione tra i massicci del Pollino a nord e della Sila a sud, era di grande importanza strategica fin dai tempi di Procopio, che vi segnalava la presenza dei due passi obbligati di Π‚τρα Α¡µατος e Λαβο<b>ý</b>λλα, gli unici che collegavano la</h5>
<h5 style="text-align: justify;">Lucania con il <i>Bruttium</i><a title="" href="#_ftn24"><sup><sup>[24]</sup></sup></a>. In base al quadro orografico e idrografico dell’area, Ghislaine Noyé ha ricostruito quello che doveva essere l’andamento della strada litoranea ionica in corrispondenza della Piana di Sibari in epoca tardo romana e altomedievale, la quale sarebbe passata non nella piana alluvionale in prossimità della costa, bensì sull’arco collinare che la cinge, essendo la pianura caratterizzata da importanti modificazioni geografiche, avvenute a partire dall’età romana e che sono ancora oggi misconosciute<a title="" href="#_ftn25"><sup><sup>[25]</sup></sup></a>.</h5>
<h5 style="text-align: justify;">La strada che collegava Taranto a Crotone, e che poi proseguiva in maniera imprecisata in alcuni punti fino a Reggio, attraversava, in corrispondenza di <i>Thurium</i> e del crinale collinare perimetrale alla piana, le basse valli del Caldanelle e del Raganello prima, e successivamente, quelle del Coscile e infine del Crati, i cui corsi oggi convergono sino al mare. In quest’ottica gli unici punti di passaggio tra i monti della Lucania e quelli del <i>Bruttium</i> sono quello di Torre Bollita, nei pressi dell’attuale Nova Siri Scalo, al bivio con una strada che, attualmente, parallela al basso corso del Sinni, giunge nell’interno fino a Nova Siri e Rotondella, che localizzerebbe Λαβοýλλα<a title="" href="#_ftn26"><sup><sup>[26]</sup></sup></a>; e quello in cui il tratto della Popilia che va da Campo Tenese a Civita, seguendo poi il corso del Raganello, giunge alla depressione collinare che termina nella piana di Sibari, nei pressi dell’odierna Francavilla Marittima, dove alla località Timpone Rosso, un paio di chilometri da Cassano, andrebbe collegata Π‚τρα Α¡µατος<sup>/</sup><i>Petram Sanguinariam</i><a title="" href="#_ftn27"><sup><sup>[27]</sup></sup></a>.</h5>
<h5 style="text-align: justify;"></h5>
<h5 style="text-align: justify;">5.3 Il <i>kastéllion</i> di Pietra del Cieco (Nocara) e altri <i>castra</i> minori</h5>
<h5 style="text-align: justify;">Un caso di insediamento fortificato che presenta meno incertezze, perché attestato dalla documentazione, è quello del àαστ‚λλιον<b> </b>di Pietra del Cieco, odierna Massa dell’Orbo/Presinace, nei pressi dell’attuale Nocara, tra Oriolo e Nova Siri, che dominava la valle del Sarmento, al confine con la Basilicata meridionale ionica. Abbiamo già visto in diverse sedi che esso nel 1015 fu donato a Luca, priore di S. Anania – monastero che nel documento si dice affacciasse sulla costa e fondato da un àυρ Ζαχαρ¡α, che all’epoca dovette averlo ancora in proprietà – esplicitamente perché prosperasse e fosse luogo di residenza e di rifugio per le popolazioni rurali (Ðåωàÿστελλον àαταφ£γιον) anche in caso di incursioni militari (επιδρωµη τ•ν εÞνºν) e con l’incarico di radunarvi altri monaci e costruirvi una chiesa dedicata a S. Nicola<a title="" href="#_ftn28"><sup><sup>[28]</sup></sup></a>.</h5>
<h5 style="text-align: justify;">L’atto venne redatto da un notaio della vicina Oriolo, dalla quale proveniva forse anche il turmarca e cittadino Teodoro, che figura nelle sottoscrizioni. Il <i>castellion</i> era tra le proprietà della famiglia del turmarca Ursolo, la quale sembrerebbe d’origine longobarda e i cui rappresentanti conosciuti si dedicarono in parte alla vita monastica (il monaco Nicola Cieco, padre di Ursolo), in parte agli incarichi istituzionali nell’amministrazione bizantina e per questo insigniti di titoli greci. La necropoli della zona, posta in contrada Pagliara, condivide molte caratteristiche con quella di Celimarro, nel territorio di Castrovillari, e viene datata al VII secolo. Il ritrovamento di ceramiche nel sito dove sorgeva il <i>castellion</i> suggerirebbe una datazione analoga della fortificazione al VII-VIII secolo secondo il Roma<sup>109</sup>.</h5>
<h5 style="text-align: justify;">Esiste un altro atto, anteriore di un decennio (1005 aprile 15), che riguarda il territorio suddetto: una vendita stipulata tra Costantino, <i>presbiter</i> di un’altra chiesa della zona dedicata a S. Nicola, e Teodoro Cenapiari, che acquista al prezzo di due soldi d’oro un terreno (χωρÿφιον), già appartenuto a tale Doroteo</h5>
<h5 style="text-align: justify;">Boroneto e posto dalle confinanze tra il torrente S. Nicola, che si trova a sud di Nova Siri e conserva il nome ancora oggi, e il Sinni (û Σ&lt;àνος)<sup>110</sup>. Purtroppo l’escatocollo del documento è alquanto lacunoso e si riesce a leggere il nome del rogatario, tale Niceta, ma non il <i>datum</i> topico.</h5>
<h5 style="text-align: justify;">Un <i>castrum</i> indagato con una certa frequenza dagli archeologi è quello di Casalini S. Sosti, nell’odierno comune di S. Sosti. Esso si trovava su un monte presso il santuario della Madonna del Pettoruto, a un’altezza di 896 metri, a guardia dell’alto corso del torrente Rosa. I resti di fortificazione visibili ancora oggi consistono in una cerchia di mura a pianta trapezoidale, in cui si aprivano due ingressi: uno a nord e ben protetto da due torri quadrate poste ai lati della porta, il secondo dalla parte opposta del tracciato murario, alle spalle di una chiesetta che condivide le stesse caratteristiche delle altre già osservate. All’interno delle mura, nell’angolo occidentale, vi era un mastio a pianta quadrangolare, nei pressi del quale si alzava una torre a due piani<a title="" href="#_ftn29"><sup><sup>[29]</sup></sup></a>. I reperti raccolti sul sito sono alcune ceramiche e due sigilli di piombo associati a quattro <i>folles</i>, tre dei quali sono attribuiti all’impero di Giovanni Zimisce (969-976)<a title="" href="#_ftn30"><sup><sup>[30]</sup></sup></a>.</h5>
<h5 style="text-align: justify;">In base a questi elementi e allo studio dei materiali di scavo si propone una datazione della fortificazione al VII-VIII secolo, a detta di Roma, che però non adduce motivazioni, una stima che si discosta alquanto da quella che il Quilici espresse nel suo studio locale e che consisteva in un periodo compreso tra la seconda metà del X secolo e la prima metà del secolo successivo<a title="" href="#_ftn31"><sup><sup>[31]</sup></sup></a>. Ricordiamo infine nei pressi di Cerisano, tra Cosenza e Longobardi sul Tirreno, alcuni resti di una cinta muraria trapezoidale munita di cinque torri, che sembrerebbe posta a controllo del valico di monte Cocuzzo che conduceva all’arteria stradale costiera, alla quale la fortificazione è collegata mediante una strada<a title="" href="#_ftn32"><sup><sup>[32]</sup></sup></a>.</h5>
<h5 style="text-align: justify;"></h5>
<h5 style="text-align: justify;">5.4 Conclusioni per uno studio del confine e dell’occupazione del suolo</h5>
<h5 style="text-align: justify;">Al di là degli ultimi esempi appena illustrati, cioè S. Sosti e Cerisano, in cui le evidenze architettoniche sono lampanti, in tutti gli altri casi citati non si può parlare di un ruolo eminentemente difensivo-militare svolto dalle fortificazioni, in quanto nulla lo prova. Anzi, alcuni elementi suggerirebbero esattamente il contrario, per esempio la cinta muraria di Sassòne certamente non ha mai ospitato un fenomeno insediativo stabile, che sarebbe stato necessario, invece, in caso di difesa, mentre nel caso di Pietra del Cieco è la stessa testimonianza documentaria che suggerisce per il <i>castellion</i>, almeno per quanto concerne l’XI secolo, soltanto una probabile funzione di rifugio per la popolazione rurale, laica ed ecclesiastica, che abitava il circondario. Rigettiamo dunque le conclusioni di Giuseppe Roma in merito a questi impianti, che ci appaiono azzardate. Egli ipotizza una datazione comune al VII-VIII secolo per tutte le strutture ricordate, che avrebbero fatto parte di un antico e presunto <i>limes</i> militare longobardo, sviluppatosi dal Tirreno allo Ionio e istituito sul modello di quelli settentrionali e alpestri basati sulle <i>clausurae</i><a title="" href="#_ftn33"><sup><sup>[33]</sup></sup></a>, e che sarebbe stato smesso in seguito alla riconquista bizantina: all’interno dei <i>castra</i> sarebbero sorte allora le chiese bizantine della tipologia diffusa in tutto il territorio calabro-lucano<a title="" href="#_ftn34"><sup><sup>[34]</sup></sup></a>.</h5>
<h5 style="text-align: justify;">In base ai canoni metodologici illustrati nel paragrafo precedente, infatti, non è possibile stabilire la natura militare della gran parte delle fortificazioni esaminate, né una tale precocità cronologica di esse, né, tantomeno, che la frontiera longobarda-bizantina in Calabria avesse le medesime caratteristiche strategico-militari di quelle dell’Italia settentrionale, il cui ruolo a loro volta non sarebbe scevro da un opportuno ridimensionamento agli occhi di storici e di archeologi, come sottolinea efficacemente il Gasparri<a title="" href="#_ftn35"><sup><sup>[35]</sup></sup></a>. Senza dimenticare che un tale apparato difensivo, come quello longobardo del VII-VIII secolo nel Nord, tra l’altro abbastanza documentato, se anche nel meridione fosse realmente esistito – ma di ciò non rimane alcuna traccia nelle fonti documentarie meridionali, a fronte, invece, di una certa abbondanza di testimonianze nel settentrione<a title="" href="#_ftn36"><sup><sup>[36]</sup></sup></a> – avrebbe avuto ragion d’essere soltanto nel caso fosse sussistito anche un collaudato sistema di coordinamento strategico di strutture militari eterogenee, come castelli, chiuse e altre fortificazioni<a title="" href="#_ftn37"><sup><sup>[37]</sup></sup></a>, che, nel nostro caso specifico del Mezzogiorno, è ancora più difficile teorizzare in mancanza di qualsiasi riscontro certo.</h5>
<h5 style="text-align: justify;">I reperti ceramici e, in alcuni casi, le necropoli, rinvenuti a diverse altitudini nei siti delle valli dello Straface (Amendolara), del Satanasso (Villapiana), del Caldanelle (Cerchiara), del Coscile (Castrovillari, Celimarro), del Raganello (Civita, Timpone del Castello, Timpone della Motta, Francavilla Marittima), dell’Esaro (Fagnano Castello, Spezzano Albanese, Scribla), del Follone (S. Marco Argentano) e del Crati (Figline Vegliaturo, Sibari), per citare solo i più noti, o nel circondario di Corigliano (Fabrizio Grande) e di Rossano<a title="" href="#_ftn38"><sup><sup>[38]</sup></sup></a>, attestano una notevole frequentazione della zona e un certo sviluppo del commercio durante i secoli altomedievali, dato che non sono rari i casi in cui ci si imbatte in ceramiche d’importazione. Nonostante ciò, i siti sono da ricondurre a tipologie estremamente variegate e sono rari i casi in cui i reperti suggeriscono con assoluta certezza la presenza etnica longobarda, come purtroppo ancora oggi alcuni storici e archeologi asseriscono senza le dovute cautele. E’ significativo quanto dichiara a tal proposito la Noyé, che ci trova ben d’accordo: «signalons tout de suite que, dans l’état actuel des recherches, aucun objet susceptible de caractériser une occupation spécifiquement lombarde n’a été retrouvé dans le <i>Bruttium</i>: la céramique appartient à la production régionale, désormais bien connue»<a title="" href="#_ftn39"><sup><sup>[39]</sup></sup></a>.</h5>
<h5 style="text-align: justify;">Le uniche conclusioni che si possono trarre allo stato attuale delle conoscenze e con le fonti documentarie e archeologiche di cui disponiamo, riguardano innanzitutto l’occupazione del suolo e l’habitat. Il paesaggio appare caratterizzato da un insediamento di tipo sparso, in prevalenza costituito da villaggi rurali e <i>villae</i> tardoantiche cadute in abbandono (soprattutto tra V e VI secolo, quando il numero dei siti si riduce drasticamente) che vengono ripopolate (VIII secolo circa), ma in alcuni casi anche dalla presenza di insediamenti più accentrati e vere e proprie <i>civitates</i> per la maggior parte fortificate, che non sembrerebbero più antiche dell’VIII-IX secolo, quando alcune di esse diventano sedi di gastaldato. Gli habitat si concentrano lungo le vie terrestri e fluviali e dopo una preferenza per la pianura e la vicinanza con la costa in epoca antica e tardoantica, al fine di favorire un più agevole transito delle merci, a partire dal VII secolo circa gli insediamenti in pianura vengono abbandonati in favore dell’entroterra e di quote più elevate, solitamente sui versanti collinari tra i 400 e gli 800 metri di altitudine, in posizione favorevole per l’agricoltura e la difesa, che veniva assicurata prima di tutto dalle protezioni naturali<a title="" href="#_ftn40"><sup><sup>[40]</sup></sup></a>.</h5>
<h5 style="text-align: justify;">La zona della Piana di Sibari e quella collinare limitrofa rispecchiano bene un quadro insediativo di questo genere. A una iniziale concentrazione in pianura lungo le principali direttrici di transito, complice anche la presenza del porto di <i>Thurium</i>, a tutt’oggi non ancora localizzato con certezza<a title="" href="#_ftn41"><sup><sup>[41]</sup></sup></a>, si può osservare come in un secondo tempo ci sia una considerevole densità insediativa lungo tutto il versante ionico collinare da Rossano fino ad Amendolara<a title="" href="#_ftn42"><sup><sup>[42]</sup></sup></a>, con la presenza di <i>villae</i> romane del tutto trasformate rispetto all’antichità, della piccola proprietà fondiaria, del <i>saltus</i>, di città come Cassano, Rossano e Oriolo, di insediamenti fortificati e necropoli. Il caso delle <i>chartae</i> del monastero del Patir, che menzionano fondi coltivabili nella piana a partire dalla seconda metà dell’XI secolo, e della <i>villa</i> di Scribla, posta ai piedi delle colline che si affacciano sulla piana, alla confluenza dell’Esaro e del Coscile, frequentata senza continuità ancora nell’XI secolo e munita di un <i>castrum</i>, ricordato nella cronaca del Malaterra, dimostrano che il territorio dove sorgeva l’antica <i>Copia Thurii</i> era ancora frequentato e abitato nei secoli centrali del Medioevo, nonostante nelle vicinanze della costa il terreno dovesse essere probabilmente paludoso<a title="" href="#_ftn43"><sup><sup>[43]</sup></sup></a>.</h5>
<h5 style="text-align: justify;">La Noyé, comunque, è dell’idea che l’importanza di <i>Thurium</i> e della sua sede vescovile sarebbe decaduta e la città abbandonata, non come conseguenza dell’invasione longobarda, visto che «la prise d’une ville n’entraînant que rarement sa désertion» e che in quei territori l’occupazione non ebbe gli stessi risvolti «drammatici» che si verificarono invece in Puglia per esempio, bensì perché in seguito alle modificazioni dell’habitat locale <i>Thurium</i> perse il suo primato e il suo ruolo di «polo d’attrazione» economico nella Piana di Sibari e perché esso, troppo esposto e poco difendibile in un contesto di frontiera, nonostante il ruolo che ebbe nella tardo-antichità il suo Φρο£ριον, «a pu devenir intenable dans une période de perchement intensif»<a title="" href="#_ftn44"><sup><sup>[44]</sup></sup></a>. Ciò, come ricorderemo, è in contrasto con la tesi diametralmente opposta e ormai tradizionale proposta dal Duchesne più di un secolo fa e poi largamente accolta dalla storiografia successiva, incluso dagli editori dell’<i>Italia Pontificia</i><a title="" href="#_ftn45"><sup><sup>[45]</sup></sup></a>.</h5>
<h5 style="text-align: justify;">Per quanto riguarda il ruolo delle fortificazioni considerate, pur essendo valide le considerazioni metodologiche di cui sopra, è innegabile il ruolo militare di una parte di esse, per esempio di quelle di S. Sosti, Belvedere e Cerisano, rivelato chiaramente dall’impianto architettonico. S.Sosti e Cerisano è probabile siano da ricondurre a tempi precedenti il IX secolo, quando la frontiera bizantino-longobarda aveva il proprio baricentro più a sud nella Calabria e quando il ducato beneventano esercitava il proprio dominio incontrastato nella valle del Crati. A partire circa dalla seconda metà del VII secolo, infatti, i Bizantini controllavano le aree più meridionali della Calabria e la costa orientale ionica da Rossano a Taranto, fino alla penisola salentina. Quando il porto di Taranto cadde in mano agli arabi, che lo detennero per un quarantennio, dall’840 all’880, furono certamente i porti calabresi della costa ionica che assicurarono il collegamento marittimo con Otranto<a title="" href="#_ftn46"><sup><sup>[46]</sup></sup></a>.</h5>
<h5 style="text-align: justify;">La natura militare dei <i>castra</i> di S. Sosti, Belvedere e Cerisano suggerisce una tipica strategia difensiva di sbarramento (da questo punto di vista il muro tuttora visibile che si dirama da uno dei lati lunghi del recinto fortificato di Casalini e nel caso di Belvedere località Civita Quattro Timponi, chiude l’imbocco della valle sottostante è esemplare), che consiste nel concentrare le forze militari in corrispondenza dei valichi e dei passaggi per frenare sul nascere l’avanzata degli eserciti nemici, cercando d’impedire l’ingresso di questi ultimi nei propri domini<a title="" href="#_ftn47"><sup><sup>[47]</sup></sup></a>. In una strategia di questo tipo, nel caso che tali protezioni venissero superate dagli avversari, un ruolo militare ugualmente importante è rivestito dalle città fortificate e dalle altre fortificazioni di rifugio, che dovevano impegnare e fiaccare definitivamente le forze degli invasori, già messe alla prova in corrispondenza delle roccaforti di confine<a title="" href="#_ftn48"><sup><sup>[48]</sup></sup></a>.</h5>
<h5 style="text-align: justify;">Ecco che i centri urbani più grandi e importanti, nonché militarmente meglio attrezzati del territorio, spesso sedi di istituzioni amministrative e di funzionari politici, fiscali e militari, come Cosenza, Bisignano, Laino, Rossano, Cassano, Amantea e probabilmente anche Belvedere ed Oriolo, condividevano alcune caratteristiche comuni: innanzitutto la presenza di mura perimetrali piuttosto solide e resistenti<a title="" href="#_ftn49"><sup><sup>[49]</sup></sup></a>, la posizione strategicamente importante e anche la soluzione insediativa adottata, che consisteva nell’arroccamento del centro urbano su un altopiano roccioso o in luogo soprelevato, dal quale dominava i territori circostanti e che offriva tutte le protezioni naturali del caso. Queste ultime, unite alle fortificazioni artificiali, rendevano la città difficilmente espugnabile. In casi del genere, solitamente la città, eventualmente munita di un mastio o di un castello che era posto sulla cima del colle, si sviluppava espandendosi con i suoi <i>suburbia</i> verso il basso, lungo il declivio montuoso<a title="" href="#_ftn50"><sup><sup>[50]</sup></sup></a>.</h5>
<h5 style="text-align: justify;">La frontiera militare longobarda, comunque, nella misura in cui essa sussistette nella realtà, è opinione piuttosto recente che fu smessa con la riconquista bizantina, quando essa perse di efficacia<a title="" href="#_ftn51"><sup><sup>[51]</sup></sup></a>. Ciò avvenne, secondo la Noyé, a causa anche delle guerre civili che logorarono i principati longobardi campani a partire dalla seconda metà del IX secolo e dell’incapacità di Salerno di fronteggiare la minaccia saracena nei territori periferici del principato, che, dunque, furono facilmente ripresi dall’esercito bizantino, complice il quadro socio-politico estremamente incerto<a title="" href="#_ftn52"><sup><sup>[52]</sup></sup></a>.</h5>
<h5 style="text-align: justify;"></h5>
<div>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<h5 style="text-align: justify;"><a title="" href="#_ftnref1">[1]</a> GASPARRI, <i>La frontiera</i>, p. 11.</h5>
<h5 style="text-align: justify;"><a title="" href="#_ftnref2">[2]</a> Cfr. per esempio <i>ibidem</i>, pp. 9-11; SETTIA, <i>Le frontiere del regno italico</i>, pp. 201-203.</h5>
<h5 style="text-align: justify;"><a title="" href="#_ftnref3">[3]</a> Cfr. la bibliografia in GASPARRI, <i>La frontiera</i>, p. 19.</h5>
<h5 style="text-align: justify;"><a title="" href="#_ftnref4">[4]</a> <i>Ibidem</i>, p. 12. «Tale massa [di informazioni] era costruita in spregio ad ogni criterio scientifico di verifica, mescolando con disinvoltura etimologie avventurose, culti di santi la cui storia veniva data per perfettamente ricostruibile e istituzioni longobarde, che però – secondo il giudizio di una storiografia che ha ormai, alle sue spalle, circa trent’anni di sviluppi critici – non sono mai esistite se non nella mente di alcuni studiosi» (<i>ibidem</i>, p. 11); e citando il Settia: «ogni elemento che può far risalire ad una presenza longobarda viene in tal modo “interpretato in chiave militare e porta alla ricerca di motivazioni strategiche anche là dove manca di esse ogni plausibilità”» (<i>ibidem</i>, pp. 11-12).</h5>
<h5 style="text-align: justify;"><a title="" href="#_ftnref5">[5]</a> <i>Ibidem</i>, p. 12.</h5>
<h5 style="text-align: justify;"><a title="" href="#_ftnref6">[6]</a> <i>Ibidem</i>, p. 11.</h5>
<h5 style="text-align: justify;"><a title="" href="#_ftnref7">[7]</a> TABACCO, <i>I liberi del re nell’Italia carolingia e postcarolingia</i>, Spoleto, Centro italiano di studi sull&#8217;Alto Medioevo, 1966 (Biblioteca degli Studi medievali, 2), <i>passim</i>.</h5>
<h5 style="text-align: justify;"><a title="" href="#_ftnref8">[8]</a> GASPARRI, <i>La frontiera</i>, pp. 14-16. L’autore precisa: «ciò non vuol dire, naturalmente, che non vi fossero <i>castra</i> nelle zone di confine: ma essi non sono sempre facilmente individuabili, quantomeno nella loro fisionomia di insediamenti puramente militari» (<i>ibidem</i>, p. 14), «[né si vuole] negare un dato ovvio, e cioè che le zone più vicine ai territori estranei al regno presentassero una maggiore densità di controllo militare» (<i>ibidem</i>, p. 17); e ancora: «ci si trova di fronte a una realtà agricola che, al di là dei confini politico-militari, era profondamente integrata»; infine conclude sottolineando la permeabilità dei confini altomedievali e parlando di «una forte compenetrazione umana, territoriale ed economica delle zone di frontiera» (<i>ibidem</i>, p. 16).</h5>
<h5 style="text-align: justify;"><a title="" href="#_ftnref9">[9]</a> <i>Ibidem</i>, pp. 17-18.</h5>
<h5 style="text-align: justify;"><a title="" href="#_ftnref10">[10]</a> Sulla questione v. IDEM, <i>Il regno longobardo in Italia</i>, in <i>Langobardia</i>, pp. 277-284.</h5>
<h5 style="text-align: justify;"><a title="" href="#_ftnref11">[11]</a> Il Noyé parla del confine calabro nell’Alto Medioevo come di un confine «très flou et fluctuant», il quale, con «sa nature même sont encore fort mal connus» (NOYÉ, <i>La Calabre et la frontière</i>, p. 277).</h5>
<h5 style="text-align: justify;"><a title="" href="#_ftnref12">[12]</a> Cfr. il rilievo del sito in ROMA, <i>Sulle tracce del </i>limes, p. 9.</h5>
<h5 style="text-align: justify;"><a title="" href="#_ftnref13">[13]</a> <i>Ibidem</i>, p. 13 note 16-17; COSCARELLA, <i>Insediamenti bizantini</i>, p. 85.</h5>
<h5 style="text-align: justify;"><a title="" href="#_ftnref14">[14]</a> ROMA, <i>Sulle tracce del </i>limes, pp. 13-14; COSCARELLA, <i>Insediamenti bizantini</i>, p. 63.</h5>
<h5 style="text-align: justify;"><a title="" href="#_ftnref15">[15]</a> CAPPELLI, <i>Un gruppo di chiese medioevali</i>, in IDEM, <i>Medioevo bizantino</i>, p. 252; COSCARELLA, <i>Insediamenti bizantini</i>, p. 63.</h5>
<h5 style="text-align: justify;"><a title="" href="#_ftnref16">[16]</a> Su tale tipologia di chiese, cfr. gli scritti di Cappelli, che riporta svariati esempi; oppure lo studio di D. MINUTO-S. VENOSO, <i>Chiesette medievali calabresi a navata unica (studio iconografico e strutturale)</i>, Cosenza, Marra, 1985.</h5>
<h5 style="text-align: justify;"><a title="" href="#_ftnref17">[17]</a> ROMA, <i>Sulle tracce del </i>limes, p. 15.</h5>
<h5 style="text-align: justify;"><a title="" href="#_ftnref18">[18]</a> <i>Ibidem</i>, pp. 20-23. 98</h5>
<h5 style="text-align: justify;"> CAPPELLI, <i>Un gruppo di chiese medioevali</i>, in IDEM, <i>Medioevo bizantino</i>, pp. 251-252; ROMA, <i>Sulle tracce del </i>limes, p. 20.</h5>
<h5 style="text-align: justify;"><a title="" href="#_ftnref19">[19]</a> CAPPELLI, <i>Un gruppo di chiese medioevali</i>, in IDEM, <i>Medioevo bizantino</i>, pp. 249-250.</h5>
<h5 style="text-align: justify;"><a title="" href="#_ftnref20">[20]</a> ROMA, <i>Sulle tracce del </i>limes, p. 10.</h5>
<h5 style="text-align: justify;"><a title="" href="#_ftnref21">[21]</a> Sul dibattito storiografico legato al nome, cfr. <i>ibidem</i>, p. 12 nota 12.</h5>
<h5 style="text-align: justify;"><a title="" href="#_ftnref22">[22]</a> CAPPELLI, <i>Un gruppo di chiese medioevali</i>, in IDEM, <i>Medioevo bizantino</i>, pp. 242, 249</h5>
<h5 style="text-align: justify;"><a title="" href="#_ftnref23">[23]</a> FALKENHAUSEN, <i>La dominazione bizantina</i>, p. 71; ROMA, <i>Sulle tracce del </i>limes, pp. 10, 12.</h5>
<h5 style="text-align: justify;"><a title="" href="#_ftnref24">[24]</a> Sull’importanza e la composizione di tale apparato viario, cfr. la precisa analisi di NOYÉ,<i> La Calabre et la frontière</i>, pp. 285-291, corredata da due carte topografiche, una di carattere generale sui collegamenti stradali e fluviali di tutta l’area calabro-lucana, un’altra dell’area peculiare della Piana di Sibari e dell’asse viario nel punto di comunicazione della Popilia con la strada subcollinare ionica (rispettivamente in <i>ibidem</i>, pp. 287 e 289). «Procope […] précise alors que l’absence de solution de continuité entre les montagnes de Lucanie et celles du Bruttium ne laisse, de l’une à l’autre région, que deux passages très étroits, appelés par les indigènes latins Π‚τρα<b> </b>Α¬µατος, et Λαβοýλα» (<i>ibidem</i>, p. 288).</h5>
<h5 style="text-align: justify;"><a title="" href="#_ftnref25">[25]</a> «L’alluvionnement y a provoqué, surtout depuis l’époque romaine, d’importantes modifications qui ont été bien étudiées: le littoral s’est avancé de deux kilomètres par rapport à son tracé antique autour de l’actuelle embouchure du Crati, qui se trouvait elle-même à deux kilomètres au sud tandis que le Coscile, se jetait séparément dans la mer à une distance de quatre kilomètres vers le nord jusqu’au XVIII<sup>e </sup>siècle» (<i>ibidem</i>).</h5>
<h5 style="text-align: justify;"><a title="" href="#_ftnref26">[26]</a> GUILLOU, <i>La Lucania bizantina</i>, p. 210 e nota 5, che propone anche una etimologia grecolatina da <i>La Bulla</i>/<i>Boletum</i>, come “sigillo di frontiera”; NOYÉ,<i> La Calabre et la frontière</i>, p. 290.</h5>
<h5 style="text-align: justify;"><a title="" href="#_ftnref27">[27]</a> E non alla direttrice Campo Tenese-Morano, che pur rimane molto prossima, come riteneva invece GUILLOU, <i>La Lucania bizantina</i>, p. 210 e nota 5; NOYÉ,<i> La Calabre et la frontière</i>, p. 290 e nota 90.</h5>
<h5 style="text-align: justify;"><a title="" href="#_ftnref28">[28]</a> «„<b>O</b>µο¡ως<b> </b>δŠ<b> </b>àαˆ τ·<b> </b>ριÞεν<b> </b>àαστ‚λλιον<b>, </b>‹να<b> </b>οÑàωδωµ¡σις<b>, </b>àαˆ οú<b> </b>àοσµιàο‡<b> </b>µετα<b> </b>σοý<b>, </b>àαˆ ¬να<b> </b>‚χουσιν<b> </b>το<b> </b>Ðåωàÿστελλον<b> </b>àαταφ£γιον<b>, </b>½τ…ν<b> </b>δŠ<b> </b>àαρ‚λÞη<b> </b>η<b> </b>επιδρωµη<b> </b>τ•ν<b> </b>εÞνºν<b>, </b>¬να<b> </b>εισ‚ρχωνται<b>, </b>àαˆ àατοιàο£σιν<b> </b>þπου<b> </b>Ïν<b> </b>ετι<b> </b>εÑς<b> </b>ταχος<b> </b>ÿφιαανται<b>; </b>εποˆ<b> </b>δŠ<b> </b>Ò<b> </b>ριÞ&gt;ς<b> </b>àυβερνητης<b> </b>àαˆ<b> </b>ηγουµενος ¬ναντηε‡ς<b> </b>àαˆ<b> </b>εààλησιαν<b> </b>ης<b> </b>τ•<b> </b>Ïυτ¸<b> </b>àαστελλιον<b>, </b>àαˆ συνÿåης<b> </b>àαˆ àαλογ&lt;ραις<b> </b>ωσους<b> </b>Þ‚λεις<b> </b>àαˆ βουλεσι<b>, </b>‡να<b> </b>ψÿλουσιν<b> </b>àαˆ δωåολογο£σιν<b> </b>àαˆ υπερε£χωνται» e più avanti viene specificato «àαˆ<b> </b>εÑς<b> </b>τ•ν<b> </b>ÿγιον<b> </b>Νιàολαον<b> </b>τ•ν<b> </b>µελλωντα<b> </b></h5>
<h5 style="text-align: justify;"><a title="" href="#_ftnref29">[29]</a> ROMA, <i>Sulle tracce del </i>limes, pp. 17-18; COSCARELLA, <i>Insediamenti bizantini</i>, p. 65.</h5>
<h5 style="text-align: justify;"><a title="" href="#_ftnref30">[30]</a> <i>Ibidem</i>, pp. 65, 85.</h5>
<h5 style="text-align: justify;"><a title="" href="#_ftnref31">[31]</a> ROMA, <i>Sulle tracce del </i>limes, p. 17; COSCARELLA, <i>Insediamenti bizantini</i>, p. 65.</h5>
<h5 style="text-align: justify;"><a title="" href="#_ftnref32">[32]</a> ROMA, <i>Sulle tracce del </i>limes, p. 23.</h5>
<h5 style="text-align: justify;"><a title="" href="#_ftnref33">[33]</a> Sul sistema di chiuse alpestri, cfr. SETTIA, <i>Le frontiere del regno italico</i>, <i>passim</i>.</h5>
<h5 style="text-align: justify;"><a title="" href="#_ftnref34">[34]</a> ROMA, <i>Sulle tracce del </i>limes, pp. 18-19, 26-27.</h5>
<h5 style="text-align: justify;"><a title="" href="#_ftnref35">[35]</a> GASPARRI, <i>La frontiera</i>, pp. 9-10.</h5>
<h5 style="text-align: justify;"><a title="" href="#_ftnref36">[36]</a> L’unica fonte meridionale che nomina le chiuse è il <i>Chronicon Salernitanum</i>, che cita quelle dell’Adige, presidiate da Adalberto, che furono teatro della vittoria di Ottone I che sancì il suo dominio nel <i>regnum</i>: «<i>at vero rex Langobardorum Adelvertus cum magno apparatu populusque nimis valde clusas venit, quatenus cum Ottone certamen iniret</i>» (<i>Chronicon Salernitanum</i>, 169), ma non fa mai menzione che simili strutture sarebbero esistite anche nel meridione.</h5>
<h5 style="text-align: justify;"><a title="" href="#_ftnref37">[37]</a> SETTIA, <i>Le frontiere del regno italico</i>, pp. 202-203, 206; GASPARRI, <i>La frontiera</i>, p. 10.</h5>
<h5 style="text-align: justify;"><a title="" href="#_ftnref38">[38]</a> COSCARELLA, <i>Insediamenti bizantini</i>, pp. 106-111.</h5>
<h5 style="text-align: justify;"><a title="" href="#_ftnref39">[39]</a> NOYÉ, <i>La Calabre et la frontière</i>, p. 301.</h5>
<h5 style="text-align: justify;"><a title="" href="#_ftnref40">[40]</a> <i>Ibidem</i>, pp. 301-302; BROGIOLO, <i>Trasformazioni dell’insediamento</i>, pp. 599-602, 614, 619621.</h5>
<h5 style="text-align: justify;"><a title="" href="#_ftnref41">[41]</a> C’è la possibilità che il porto medievale fosse situato all’interno, oltre che sulla costa, in un’ansa del Crati, poco a monte rispetto alla foce, dato che quantomeno l’ultimo tratto del fiume era certamente navigabile all’epoca, come lo era probabilmente anche il Coscile. Altre proposte interessanti in NOYÉ, <i>La Calabre et la frontière</i>, pp. 291-292.</h5>
<h5 style="text-align: justify;"><a title="" href="#_ftnref42">[42]</a> ROMA, <i>Ricerca su un insediamento</i>, <i>passim</i>.</h5>
<h5 style="text-align: justify;"><a title="" href="#_ftnref43">[43]</a> «L’apport d’alluvions, s’il a commencé, on l’a vu, dès le époque romaine est resté très limité» (NOYÉ, <i>La Calabre et la frontière</i>, p. 302); «on ne peut cependant être totalement affirmatif à propos de l’apparition de la malaria, […] c’est bien elle qui semble, selon Malaterra, décimer en 1054 les occupants normands de Scribla, <i>castrum</i> qui sera pourtant repeuplé dix ans plus tard avec des déportés siciliens. Il n’est donc pas totalement exclu que des aires très limitées, comme la frange côtière, aient été impaludées, durant le haut Moyen Âge» (<i>ibidem</i>, p. 303).</h5>
<h5 style="text-align: justify;"><a title="" href="#_ftnref44">[44]</a> <i>Ibidem</i>, p. 304. In merito al dibattito storiografico, ancora aperto, sulla natura e l’identificazione di tale Φρο£ριον, si veda <i>ibidem</i>, pp. 290-292.</h5>
<h5 style="text-align: justify;"><a title="" href="#_ftnref45">[45]</a> Cfr. <i>supra</i>, p. 189, nota 43.</h5>
<h5 style="text-align: justify;"><a title="" href="#_ftnref46">[46]</a> NOYÉ, <i>La Calabre et la frontière</i>, p. 305.</h5>
<h5 style="text-align: justify;"><a title="" href="#_ftnref47">[47]</a> SETTIA, <i>Le frontiere del regno italico</i>, p. 206; NOYÉ, <i>La Calabre et la frontière</i>, p. 304.</h5>
<h5 style="text-align: justify;"><a title="" href="#_ftnref48">[48]</a> SETTIA, <i>Le frontiere del regno italico</i>, pp. 203-204; NOYÉ, <i>La Calabre et la frontière</i>, pp. 304-307.</h5>
<h5 style="text-align: justify;"><a title="" href="#_ftnref49">[49]</a> Per la maggior parte dei casi, mancando attestazioni a tal proposito, lo si deduce dalle capacità difensive che molte di queste città, come abbiamo visto a più riprese, dimostrarono nei confronti degli attacchi e degli assedi saraceni o anche nella circostanza della spedizione meridionale di Ottone II, il quale sembra ormai certo non riuscì col suo esercito a penetrare nelle città difese dai Bizantini; cfr. anche <i>ibidem</i>, pp. 307-308.</h5>
<h5 style="text-align: justify;"><a title="" href="#_ftnref50">[50]</a> <i>Ibidem</i>, p. 302, sui singoli casi urbani considerati pp. 305-306.</h5>
<h5 style="text-align: justify;"><a title="" href="#_ftnref51">[51]</a> SETTIA, <i>Le frontiere del regno italico</i>, p. 206, in riferimento alle «opere secondarie» dell’apparato difensivo delle frontiere dell’Italia settentrionale; NOYÉ, <i>La Calabre et la frontière</i>, p. 307.</h5>
<h5 style="text-align: justify;"><a title="" href="#_ftnref52">[52]</a> <i>Ibidem</i>, pp. 306-307.</h5>
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		<title>APPUNTI  SU  ALDO MORO</title>
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		<pubDate>Tue, 12 May 2026 01:04:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mauro D'Aprile</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<h4 style="text-align: justify;">La persona, baricentro della legislazione Appunti su Aldo Moro giurista Luca R. Perfetti Docente di Diritto amministrativo, Università di Bari – Aldo Moro, &#60;luca.perfetti@belex.com&#62; Poco conosciuta, ma non per questo ininteressante, la riflessione</h4> <a href="http://lorizzonte.net/?p=30552">Continua lettura...</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h4 style="text-align: justify;">La persona, baricentro della legislazione Appunti su Aldo Moro giurista Luca R. Perfetti Docente di Diritto amministrativo, Università di Bari – Aldo Moro, &lt;luca.perfetti@belex.com&gt; Poco conosciuta, ma non per questo ininteressante, la riflessione sui temi giuridici di Aldo Moro negli anni del suo impegno universitario si rivela ricca di spunti. Che cosa possiamo apprendere dall’approccio metodologico e dalla pratica del confronto che lo caratterizzarono? In quale modo la sua concezione dell’autorità e dello Stato possono essere spiazzanti e costruttive per i dibattiti odierni? I l rapimento e l’omicidio di Aldo Moro hanno segnato un confine nella storia repubblicana, interrompendo un percorso di trasformazione istituzionale e aprendo, di fatto, la crisi delle istituzioni nate dalla Costituzione e dalla fondazione della Repubblica. È comprensibile, quindi, che il ricordo di quegli eventi drammatici e le tante letture che ne sono state date abbiano quasi interamente monopolizzato l’attenzione e il dibattito pubblico, finendo progressivamente per scolorire il profilo del loro protagonista e facendone dimenticare il lascito intellettuale, politico e umano. In questa stagione, così povera di maestri e di uomini delle istituzioni in grado di orientare e ispirare la costruzione del futuro, diviene pertanto urgente riscoprire i tratti essenziali del pensiero e dell’azione di Aldo Moro, nel quale l’intellettuale e lo studioso, il politico e il cristiano, sono inestricabilmente collegati da una potente figura umana. Anche solo osservando il giurista Aldo Moro – come faremo in questo articolo, pur senza entrare nel merito delle questioni trattate nei suoi capisaldi La persona, baricentro della legislazione 411 scritti – non è difficile cogliere le linee portanti del suo pensiero, da cui si possono trarre elementi di riflessione utili per il presente. Il metodo seguito da Moro A livello metodologico, va innanzi tutto sottolineato il rilievo riservato alla persona, considerata come fonte e misura dei diritti. È inevitabile pensare all’art. 2 Cost., che tanto deve alla mano di Aldo Moro (cfr Pombeni 1979 e De Siervo 1982): i diritti inviolabili sono riconosciuti, non creati dalla Costituzione, sicché esistono indipendentemente dall’autorità dell’ordinamento e dello Stato e si estendono dal singolo fino alla comunità internazionale (cfr art. 11 Cost.). È l’essere umano vivente ad aprirsi a una serie di relazioni che costruiscono l’autorità e l’ordinamento nella direzione della pace e della giustizia. Quest’idea è già tutta – e radicalmente – presente nell’elaborazione teorica di Aldo Moro giurista. Nelle Lezioni di filosofia del diritto si nega che il fondamento del diritto possa risiedere nell’utilità del singolo o nella convenienza sociale e individuale, facendolo divenire, invece, strumento per la «pienezza», così vicina a quello «svolgersi della personalità» riconosciuto nell’art. 2 Cost. (cfr Moro 2006 e Garofalo 1979). Non si tratta di una persona astratta, ma dell’essere concretamente vivente, con i suoi bisogni e le sue aspirazioni reali. È la vita il fondamento del diritto e dello Stato per Moro: la pienezza è «energia esplicata in aderenza a una intima verità che ne rappresenta la ragion d’essere» (Moro 2006, 267), «l’amore è appunto energia conscia, slancio vitale» e «ha in sé come implicito il concetto di una legittimazione, che non può non derivare da altro appunto che dalla verità che esso realizza» (ivi). Fondare il diritto e l’autorità nella pienezza della vita e, ultimativamente, nell’amore è quanto meno singolare per un giurista e spiega più profondamente la radice dell’art. 2 Cost. (cfr Pisicchio 2012) e il carattere radicalmente antiautoritario del sistema. È interamente ribaltato il disegno classico per il quale auctoritas non veritas facit legem, che ancora spiega i nostri sistemi fondati sullo Stato di diritto. Proprio la radice del diritto nella persona umana impedisce di ascrivere Moro a una precisa corrente interpretativa: nel suo pensiero vi sono elementi storicistici dell’idealismo cattolico (cfr Ruffilli 1981), spunti croAldo Moro (1916-1978), prima di dedicarsi completamente alla politica, è stato professore universitario di Diritto penale e di Filosofia del diritto. La sua produzione scientifica si concentra tra il 1940 e il 1951. In questo breve arco temporale si colloca anche il suo straordinario contributo all’Assemblea Costituente. Nelle risorse sono indicate le sue opere giuridiche più rilevanti. Per approfondirne la figura si rinvia a: Formigoni 2016, Mastrogregori 2016, Moro e Mezzana 2014, Gotor 2011, Perfetti e Ungari 2011, Fontana 1978. 412 Luca R. Perfetti ciani, tratti di liberalismo garantista, giusnaturalismo, pluralismo e progressismo (Bobbio 1982). Moro giurista non è ideologico (Torresi 2014) e utilizza le diverse impostazioni di fondo per la costruzione di un quadro che ne assume gli elementi ritenuti utili. La persona viva, nel concreto delle sue relazioni e aspettative di pienezza, è anche la radice dell’intera elaborazione penalistica. Pur risentendo della stagione in cui è stato scritto, il libro La subiettivazione della norma penale non individua l’interesse protetto dal diritto penale nell’osservanza della legge richiesta dallo Stato, ma nella protezione della singola persona o della società nella sua interezza (cfr Moro 1942, 45-64). La pena sarà solo fatta valere da organi dello Stato nell’interesse della società e proprio nella protezione della collettività si spiega il quid di tutela in più del diritto penale rispetto ad altre tecniche giuridiche. La centralità del soggetto (Contento 1998) si chiarisce in L’antigiuridicità penale, sicché quanto alla tutela penale «siamo chiamati a considerare gli interessi della vita sociale ai quali appunto il diritto appresta tutela, facendosi concreto nei soggetti che ne sono portatori» (Moro 1947, 7). Quest’impianto è ancora più evidente nelle Lezioni tenute all’Università di Roma (Moro 2005): contrariamente all’unanime impostazione penalistica, incentrata sulla struttura del reato (cfr Moro 1951), il sistema è costruito sui suoi attori (la vittima, il delinquente e la sua capacità di delinquere), sulla funzione della pena e la protezione delle situazioni concrete di vita. Pertanto l’evento penalmente rilevante è «un frammento della vita sociale, è un avvenimento umano, è l’esplicazione dell’energia creativa propria dell’uomo» (Moro 2005, 167) che si confronta con l’energia che promana dalla norma giuridica che lo qualifica alla luce «dei giudizi e delle volontà dei soggetti che compongono la società» (ivi, 177). La funzione della pena è solo quella di restituire a dignità sociale il condannato1 e la norma penale garantisce «una situazione, un aspetto, un momento della vita sociale, un bene degli uomini, un valore della umanità» (ivi, 189). Proprio la concezione di fondo del diritto, dello Stato e delle loro funzioni rende Aldo Moro un giurista radicalmente antiautoritario. In una stagione nella quale non sembrava lecito dubitare né del fatto che la capacità punitiva dello Stato fosse affermazione della sua sovranità, né della funzione retributiva della pena, il suo pensiero pone l’intero sistema a garanzia della persona e della sua capacità di realizzare se stessa nella vita reale. L’autorità non è funzionale ad astratti fini pubblici, alla sovranità dell’ordinamento, al primato 1 Su questo punto è essenziale il dibattito in Costituente tra Moro e Bettiol sull’art. 27 Cost. (cfr Eusebi 1989, Bettiol 1982, Vassalli 1982). capisaldi La persona, baricentro della legislazione 413 della legge o alla libertà intesa come massimizzazione dei propri fini egoistici; il diritto è relazione tra persone concrete alla luce di valori storicamente definiti e mutabili, è esercizio concreto dell’autorità ma interamente funzionale alla realizzazione personale, è energia (della vita, della norma, del potere) che serve a conseguire risultati. L’autorità è del tutto funzionale alla persona. Proprio per queste ragioni, l’autorità e la legge non hanno mai caratteri necessitati, ontologici (cfr Moro 2006). Si tratta di strumenti destinati a essere usati nella relazione sociale tra uomini concreti. Come tali non sono mai punti di partenza, mutano nel tempo, non sono autorità in quanto tali cui richiamarsi nel discorso pubblico, ma concreti elementi di una relazione. In una stagione di costruzioni teoriche astratte (positivismo, normativismo, ecc.), Aldo Moro guarda sempre alla vita, alla persona, alle relazioni sociali nel loro dinamismo. Non serve altro ancoraggio immutabile se non la fedeltà all’umanità. L’opzione fondamentale per il confronto La lettura di Moro giurista sfata molti miti a suo riguardo: dalla complessità ai limiti dell’incomprensione del suo pensiero (ad esempio le “convergenze parallele”, per richiamare una frase mai pronunciata ma divenuta paradigmatica, cfr Guerzoni 2008), alla sua titubanza o all’attitudine alla mediazione. Il linguaggio di Moro è sempre terribilmente chiaro, frasi brevissime e implacabili per identificare le idee che critica e per esporre i propri argomenti. Nulla è semplificato, non vi sono amputazioni, tuttavia nulla manca o è superfluo: le idee sono dense, i libri brevi, le parole scelte con precisione estrema perché non vada perduta la ricchezza dei temi affrontati. È il linguaggio utilizzato in Assemblea Costituente (cfr Damele 2016), utile a forgiare concetti in grado di evolvere con il tempo, di divenire materiale per ulteriori costruzioni. È un esempio del diritto come esercizio aperto, democratico fin nel linguaggio. Le monografie di diritto penale di Moro indicano un metodo di confronto e dialogo. È indubbia la sua capacità di identificare tutti i profili rilevanti del problema e di sintetizzare intorno a essi le diverse interpretazioni datene dai giuristi europei. Le tesi diverse dalla sua sono considerate con precisione, a non volerne perdere nulla: sono criticate in tratti essenziali, manifestando sempre obiezioni insuperabili; ma ne sono anche indicati gli aspetti utili, i pregi, gli elementi di comprensione da non disperdere. La tesi da lui sostenuta, infine, non è mai una mediazione o un punto intermedio tra quelle già presenti. Dopo essersi confrontato in modo critico con altre posizioni, Moro comincia a costruire: recupera quanto è utile delle tesi criticate e lo 414 Luca R. Perfetti riordina intorno alla sua, che è nuova, più profonda e comprensiva, capace di risolvere i problemi. L’idea nella sua novità travolge e recupera le precedenti. In questo modo, emerge il dialogo come metodo di comprensione: la soluzione passa dal confronto e non è mai un discorso astratto, che prescinde dalle opinioni degli altri, come se si potesse capire più profondamente solo poggiandosi sul discorso degli altri. Sono così evidenti le somiglianze con il suo metodo in politica che non serve sottolinearle. La concezione della pena Per approfondire questo sguardo sul Moro giurista richiamiamo alcuni contributi di diritto penale di particolare rilievo a partire da quello sulla funzione della pena. Sul piano teorico vi sono state tre diverse spiegazioni della pena: retributiva (al male del reato segue il male della pena); preventiva (la pena serve a difendere la società, infliggendo un patimento che ha la funzione di intimidire chi voglia delinquere e rassicurare la società); risocializzante (punire significa restituire alla società il delinquente rieducato, cfr Eusebi 1989). Quest’ultima idea, consacrata dall’art. 27 della nostra Costituzione grazie al ruolo importante svolto da Moro, è certamente minoritaria in filosofia e nella scienza giuridica. È perciò interessante richiamare le ragioni presentate da Moro per sostenerla. Il riferimento non è a un moralismo cattolico o all’ottimismo della redenzione, ma la sua radice è nell’idea di libertà: recludere un individuo per rassicurare e intimidire significa strumentalizzarlo per scopi che non riguardano immediatamente la sua vita o la vicenda criminale di cui è stato parte. Allo stesso modo, la pena come vendetta (o retribuzione) difetta del criterio di commisurazione: come misurare, infatti, il dolore che è necessario infliggere per “ripagare” quello che il reo ha causato? In Moro il tema è ancor più profondo. La pena è il risultato dell’applicazione del diritto, è l’ordine che si ristabilisce dopo il disordine del delitto. In questi termini, «la pena, con le sue limitazioni, è il segno del bene che riprende il suo dominio nella vita umana e sociale» (Moro 2005, 102). Le concezioni della pena dirette «alla profilassi delle caratteristiche di pericolosità sociale del soggetto» non si concentrano sul disvalore della singola vicenda criminosa o sul dolore inflitto alla vittima, ma hanno piuttosto il fine di proteggere valori astratti (la legalità, l’autorità dello Stato e della sua legge penale) o collettivi (la difesa sociale, il valore di intimidazione). A essere centrale, invece, è il rispetto del criminale come uomo libero, capace di volere le sue azioni e di commettere il reato; la pena «è ancorata [...] all’idea della libertà e responsabilità della persona» (ivi, 106). Se il delitto è «un atto di libertà» (ivi, 108), l’essere umano che lo commette non capisaldi La persona, baricentro della legislazione 415 cessa di essere una persona ed è quindi inaccettabile che sia punito per rispettare un’idea, divenendo uno strumento di intimidazione per quanti progettino di commettere delitti e di rassicurazione per la società. La pena dovrà trattare il condannato da persona libera, capace di ritrovare le ragioni della convivenza al posto di quelle che lo hanno condotto al crimine. In questo quadro, la pena di morte (quella poi subita da Moro) è «una vergogna inimmaginabile [...] un atto di cancellazione del bene» (ivi, 115). La funzione dello Stato e della società Per Moro il compito dello Stato è di porre in essere le attività che possano determinare la «compiuta realizzazione dei fini dell’uomo» (Moro 2006, 83), anzi, lo stesso Stato non è altro se non svolgimento dei fini delle persone. L’affermazione che la realizzazione massima della persona umana costituisce il fondamento dello Stato è tanto più forte perché formulata in un’epoca ancora dominata dallo Stato-etico fascista, espressamente criticato perché assume se stesso come fine per via della «estraneità allo Stato della persona» (ivi, 82). La persona – la sua autorealizzazione e pienezza – fonda il diritto e l’autorità ed è il fine unico del potere e delle istituzioni. Senza la persona viene meno il fondamento della loro autorità. Ritroviamo queste idee nel fondamentale discorso del 13 marzo 1947 all’Assemblea Costituente (cfr Camera 1970, 368) nel quale osserva che «senza che diventi sociale, la democrazia non può essere neppure umana, finalizzata all’uomo cioè con tutte le sue risorse e le sue esigenze. Se essa resta strettamente politica, angustamente politica, questo raccordo con l’uomo, ch’è per il cristiano ragione essenziale di accettazione, diventa estremamente difficile e, ove pure risultasse stabilito, si rivelerebbe effimero e poco costruttivo». Se lo Stato deve essere funzione della persona umana, il tema fondamentale diviene quello del collegamento concreto tra la persona e lo Stato che le è funzionale: «non c’è politica di Stato veramente libero e democratico che possa prescindere da questo problema fondamentale e delicatissimo di stabilire, fra le personalità e le formazioni sociali, da un lato, lo Stato dall’altro, dei confini, delle zone di rispetto, dei raccordi» (ivi). La libertà non si garantisce per sé sola, ma anche perché ne siano garantite le libertà degli altri e lo Stato sia ad esse funzionale (cfr Moro 1953). Nell’opera più squisitamente penalistica di Aldo Moro è facile imbattersi in una sorta di confusione tra persona e società. La sovrapposizione potrebbe colpire, dato che i ragionamenti e la prosa sono sempre estremamente precisi. Per capire bisogna considerare l’idea di società delle sue opere giovanili, che non è distante dall’approccio del personalismo e, tuttavia, presenta un tratto originale. Nell’elabora- 416 Luca R. Perfetti zione di Moro la società appare come moltitudine (nella prospettiva della somma d’individui) che si trasforma per via della necessarietà della relazione tra le persone; attraverso la relazione, la società raggiunge l’universalità, perché la relazione stessa è per l’essere umano, attraverso «un difficile processo di realizzazione di sé medesimo, l’attuazione della più profonda verità della sua natura» (Moro 2005, 252). L’universalità, quindi, si realizza anche attraverso la commissione del male, che è parte del «processo di vita» come «incessante risoluzione di un problema di adeguamento dello spirito umano a sé stesso e quindi un continuo ricercare e fare la propria verità» (ivi, 253). Il fine della società, quindi, «è lo stesso per cui vivono e lottano gli individui» (ivi, 254), vale a dire l’incessante realizzarsi della persona attraverso l’esperienza sociale. Tra persona e società, quindi, c’è una relazione materiale e ideale, sicché l’una e l’altra si costruiscono reciprocamente nella realizzazione (nel senso proprio di rendere reale) di un’unità che non è somma di singoli, né assorbimento in organismi che annullano l’individuo. L’unità non è raggiunta attraverso la costruzione di un contenitore comune, ma per via della necessarietà dell’una all’altra, sicché non v’è persona se non entro le sue relazioni, né società che sia altro dal farsi di quelle relazioni verso il fine dell’autorealizzazione, per cui «il molteplice diventa uno e l’uno, a sua volta, vive nel molteplice» (ivi, 257). Se il fine della società viene così spiegato, ne deriva anche il suo concetto: essa rappresenta «la necessaria porzione universale di tutti gli individui» (ivi, 259). Indicazioni per il presente Il pensiero giuridico di Aldo Moro è ricchissimo di indicazioni per il presente; solo alcune possono essere qui indicate nei loro tratti essenziali. La nostra storia recente mostra uno spostamento notevolissimo del potere e del sapere dalla società e dagli Stati nazionali al mercato globalizzato e alle sue istituzioni. Le persone sono rilevanti – prevalentemente – come produttori o consumatori di ricchezza, venendo colte, quindi, in una dimensione parziale. Sono private della loro singolarità – sono tutte uguali in quanto fruitori del pensiero e del mercato globale – e della loro universalità – non sono più i popoli ma le ricchezze a confrontarsi. In questo quadro, guardiamo spesso alle istituzioni nazionali e al loro potere senza renderci conto della notevolissima riduzione del loro ruolo reale. Se si guarda al potere come faceva Moro appaiono, invece, chiare sia le ragioni della critica sia il realismo degli strumenti di comprensione. Al pieno svolgimento della personalità dell’essere umano poco importa che il potere si concentri in istituzioni sociali, pubbliche o nel mercato: quel capisaldi La persona, baricentro della legislazione 417 potere è legittimo solo se funzionale alla persona, alla sua piena realizzazione umana e ai suoi bisogni. Chi guarda a questa conformazione del potere deve avere un approccio realista, riconoscendo che non è questo il modo spontaneo di atteggiarsi del potere, sicché le condizioni perché esso sia reso davvero funzionale all’essere umano vanno conquistate incessantemente. In questa prospettiva, si coglie bene il ruolo della lotta per il diritto, giacché esso è sempre sul crinale tra l’essere strumento di dominio da parte di chi è titolare del potere e strumento per opporsi ad esso, facendo valere le ragioni dei diritti inviolabili della persona e la sua pretesa alla dignità, allo sviluppo, all’eguaglianza. La comprensione della realtà porta con sé gli strumenti di critica del potere – che tende a imporsi alla persona e non a servirla – e la necessità dell’antiautoritarismo. Qui si coglie il cammino non solo per l’opposizione al potere ma anche per la sua trasformazione, che deriva dalla capacità di ciascuno di agire come persona, di non rinunziare alla singolarità e universalità dell’essere, di non sottostare all’omologazione. Si tratta di risposte che cercano strumenti – tra i quali il diritto – necessariamente incarnati nella storia e mai validi a priori, mai uguali nel tempo e nello spazio. Un altro spunto che il pensiero giuridico di Moro ci offre si lega alla nostra epoca post-ideologica: l’assenza di visioni generali, invece di liberarci da spiegazioni predefinite del mondo, ha condotto con sé un dibattito pubblico basato su semplificazioni e parole d’ordine, che travolgono le persone, strumentalizzate nelle loro paure o convinte da promesse particolari, senza mai coglierne la realtà storica personale e collettiva nella sua interezza. Abbiamo, quindi, urgenza di recuperare l’approccio realistico e non ideologico di Moro, che muove dalla persona in concreto e dai suoi bisogni complessivi, capace di individuare gli elementi utili in ogni posizione e ricondurli alla centralità della persona. In esso è contenuto il rifiuto di visioni pregiudiziali, che precedono la comprensione dei bisogni dell’essere umano invece di esserne la conseguenza. Si tratta di ritrovare la capacità di analisi e comprensione prima di esprimere giudizi, in una stagione nella quale v’è una straordinaria disponibilità di risposte preconfezionate, che spesso non chiariscono le proprie ragioni. Vi è anche bisogno della sua capacità di costruire le soluzioni attraverso un dialogo che si alimenta di parole chiare, nette, non semplificanti, che sa essere acutamente critico e, insieme, in grado di sottolineare le buone ragioni dell’altro. Il nostro dibattito pubblico è, invece, caratterizzato dal profondo disinteresse per la posizione altrui e dall’ostinata ripetizione della propria, della quale, peraltro, è più che dubbio che si conoscano le ragioni. 418 Luca R. Perfetti Anche il recupero della chiarezza senza semplificazione è importante. Il nostro linguaggio è spesso condizionato dagli strumenti che usiamo, che impongono (non casualmente) brevità, formule stereotipate, scorciatoie. Nel nostro mondo complesso, un dibattito pubblico fondato sulla semplificazione è condannato all’irrilevanza; non è un caso che le decisioni fondamentali siano assunte in contesti che trascurano del tutto il dibattito. D’altro canto, la semplificazione e la brevità non sembrano accompagnarsi alla chiarezza: questa, infatti, deriva dalla comprensione profonda e dalla sintesi che ne deriva. Più ancora, si è chiari quando si ha qualche cosa da dire, il che non di rado, invece, manca. Sempre su questa linea, vi è necessità di saper interrogare le idee e la storia con profondità, per costruire soluzioni per il futuro e non fermarsi in discussioni sulla cronaca presto superate, come seppe fare Moro. Da questo – e dal modo in cui sapeva dialogare – derivano la sua straordinaria capacità di comprendere le idee altrui in una visione al contempo nuova e più profonda, espressione di una sintesi più alta, frutto della chiarezza di idee e del saper individuare sfumature, sinonimie, contorni lungo i quali, insieme, si raccolgono tratti di soluzioni diverse e se ne aprono di ulteriori, nuove. Infine, un riferimento alla questione dell’autorità come funzionale alla tutela della persona e della comunità. Perché questa indicazione si concretizzi occorre recuperare il coraggio che aveva Moro di essere radicali, come nel caso della funzione della pena. Oggi si è persa in gran parte la fiducia nella libertà e nel cambiamento, perché viviamo una stagione nella quale le strategie di dominio fanno considerare normale l’omologazione, mentre la trasgressione – e non il cambiamento – è confinata ai comportamenti privati. Una società priva di coscienza di sé rende possibile qualunque strategia di dominio. E la nostra è una società in crisi profondissima, né gli elementi di vivacità – che pure ci sono – sembrano sufficienti, né adeguatamente consapevoli, della necessità di tendere all’universalità (spesso limitati a questioni singole, per quanto importanti). È urgente riprendere il filo di una lettura e costruzione della società come universale, nel quale avviene per l’essere umano il «difficile processo di realizzazione di sé medesimo, l’attuazione della più profonda verità della sua natura» (Moro 2005, 252). Occorre comprendere che è la società ad avere primariamente bisogno di essere ricostruita, che essa stessa è un prodotto che cambia nel tempo e non un dato spontaneo. Senza una profonda fiducia nella libertà e un intenso lavoro di ritessitura della società come luogo nel quale l’aspirazione del singolo si rende universale (e il confine stesso della società è globale e non più nazionale) mancano le condizioni stesse per una critica e il cambiamento quanto mai necessario dell’autorità.</h4>
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		<title>ALDO MORO -TRENTENNALE DELLA LIBERAZIONE</title>
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		<pubDate>Sat, 09 May 2026 12:29:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mauro D'Aprile</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<div> 
<h4 style="text-align: justify;">“La lunga marcia verso la democrazia”. Aldo Moro e l’antifascismo</h4> 
<h4 style="text-align: justify;"></h4> 
<h4 style="text-align: justify;">Scritto da <a href="https://www.pandorarivista.it/author/aldo-moro/">Aldo Moro</a></h4> 
<h4 style="text-align: justify;"></h4> 
</div> 
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<h4 style="text-align: justify;"><em>Riproponiamo il testo del discorso</em></h4></div></div> <a href="http://lorizzonte.net/?p=30548">Continua lettura...</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div>
<h4 style="text-align: justify;">“La lunga marcia verso la democrazia”. Aldo Moro e l’antifascismo</h4>
<h4 style="text-align: justify;"></h4>
<h4 style="text-align: justify;">Scritto da <a href="https://www.pandorarivista.it/author/aldo-moro/">Aldo Moro</a></h4>
<h4 style="text-align: justify;"></h4>
</div>
<div>
<div>
<h4 style="text-align: justify;"><em>Riproponiamo il testo del discorso tenuto da Aldo Moro a Bari il 21 dicembre 1975 in occasione del trentennale della Liberazione.</em></h4>
<hr />
<h4 style="text-align: justify;">L’Italia rivive così [con la celebrazione dell’anniversario della Liberazione] una drammatica ma esaltante esperienza ed approfondisce la sua identità nazionale. Quella identità nazionale appunto che si rivela in momenti di svolta, destinati ad esercitare una decisiva influenza nella storia dei popoli. La Resistenza fu uno di questi momenti. Ad essa dunque, ancora oggi, facciamo riferimento. Ad essa ci rivolgiamo come al luminoso passato, sul quale è fondato il nostro presente ed il nostro avvenire.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">La Resistenza fu lo scatto ribelle di un popolo oppresso, teso alla conquista della sua libertà. Ma essa non fu solo un moto patriottico-militare contro l’occupante tedesco, destinato, perciò, ad esaurirsi con la fine del conflitto mondiale. La Resistenza viene da lontano e va lontano. Affonda le sue radici nella storia del nostro Stato risorgimentale. È destinata a caratterizzare l’epoca della rinnovata democrazia italiana. Un dato storico è da mettere in rilievo: alla Resistenza parteciparono, spontaneamente, larghe forze popolari, e non solo urbane, ma della campagna e della montagna. Furono coinvolti ad un tempo il proletariato di fabbrica, che difendeva gli strumenti essenziali del suo lavoro, e la realtà contadina. Alle azioni gloriose delle formazioni partigiane e del nostro corpo di liberazione, schierati in battaglia, si accompagnò un’infinità di episodi spontanei, il più delle volte oscuri o poco noti, che rappresentarono l’immediata risposta delle popolazioni alle sopraffazioni delle brigate nere o dell’esercito nazista, una risposta data anche fuori dai centri urbani, nei più sperduti paesi rurali, nelle zone collinari e pedemontane. Questa Resistenza più ramificata e diffusa, che non è stata classificata tra le operazioni delle divisioni partigiane direttamente impegnate nello scontro armato, si è collegata molto spesso al ricordo delle lotte lunghe e tenaci che le leghe, contadine avevano condotto in tante regioni: dal Veneto alla Toscana, all’Emilia, alle Puglie, contro lo squadrismo agrario e le violenze nazionalistiche o fascistiche degli anni venti e anche oltre. Ma non era mero ricordo, bensì un dato vitale, una sorta di impegno civile, che ha immesso nella Resistenza fattori sociali connessi con la storia delle grandi masse popolari, a lungo escluse dalla partecipazione alla vita dello Stato unitario. La Resistenza supera cosi il limite di una guerra patriottico-militare, di un semplice movimento di restaurazione prefascista, come pure da talune parti si sarebbe allora desiderato. Diventa un fatto sociale di rilevante importanza.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">A lungo si è ripetuto che alla piena esplicazione della Resistenza ha nociuto il peso negativo rappresentato dal Mezzogiorno, che non ha compiuto l’esperienza della lotta partigiana del Nord Italia. Gli storici tendono ora a correggere questa visione dualistica, di un Nord, proiettato verso una peraltro indefinita rivoluzione, e un Sud, ancora una volta “palla al piede” dello sviluppo italiano. Il rapporto tra Mezzogiorno e Resistenza è complesso. Non va dimenticato, nello sfondo, ciò che pagarono le campagne del Mezzogiorno al fascismo. È vero, fu avviata una politica di bonifiche che consentì in un secondo tempo la formazione di ceti agrari più progrediti, meno attaccati alla esclusiva conservazione della rendita. Ma quel poco che si fece sotto il fascismo per il Sud, ebbe come corrispettivo il blocco dell’emigrazione interna, una politica di bassi salari, sperequazioni tributarie e pesanti vincoli contrattuali nelle campagne. Il programma fascista di un’Italia rurale ed eroica portò in realtà ad un eccesso di popolazione contadina, costretta a vivere entro strutture economiche rimaste arcaiche e statiche e perciò prive, di impulsi creativi. Crollato il fascismo e liberato il Mezzogiorno dalle truppe alleate, non per caso ancora una volta furono le campagne a muoversi. Si trattava della lotta al latifondo e della riforma agraria, cioè di una delle esperienze più significative di questo dopoguerra, che ha consentito lo svilupparsi di un grande movimento contadino nel Sud ed ha impegnato i governi in un notevole sforzo, nel suo insieme positivo. Ma, tornando agli anni cruciali che vanno dalla fine del ‘43 a tutto il ‘45, non ci sembra si possa dire che il Mezzogiorno fu una remora alla realizzazione degli ideali della Resistenza. Non vanno dimenticati gli intellettuali meridionali schierati sul fronte della libertà. Eppoi parlano le cose. Il Sud ha dato con profonda convinzione il suo apporto alla guerra di liberazione e ai primi atti dei governi della coalizione antifascista; ha contribuito al crollo degli eserciti nazifascisti, facilitando l’avanzata di quelli alleati; ha visto la nascita e l’affermarsi delle prime libere manifestazioni politiche dei partiti antifascisti; ha scritto con la insurrezione napoletana una tra le pagine più belle della Resistenza. […]</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Si è anche talvolta affermato che la Resistenza sarebbe stata tradita nel suo significato più autentico e che il graduale ritorno alle vecchie strutture dello stato prefascista avrebbe sancito una continuità statale di vecchio tipo. Se la polemica non fa velo, credo possa apparire evidente a tutti il grande salto di qualità che si è compiuto passando dallo Stato prefascista a quello nato dalla Resistenza sotto il profilo sia della struttura sia dei fini istituzionali. Non sono differenze di superficie, ma di sostanza, che riguardano anzitutto il processo di formazione e articolazione della volontà politica nazionale attraverso i partiti di massa, la consistenza democratica di base dello Stato, il suo ruolo di propulsione e di guida nella vita economica e sociale. Se vi furono aspetti di restaurazione, se vi furono remore e momenti anche di arresto nella realizzazione delle premesse ideali della Resistenza, ciò non può farci dimenticare il progresso compiuto e il senso storico-culturale della opzione politica in favore della democrazia che fu alle origini della fondazione del nuovo Stato. […]</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Con tutte le cautele e le gradualità imposte dalle esigenze della strategia alleata e dalla crescente diffidenza che divise ben presto le potenze occidentali dall’Unione Sovietica, la Resistenza fu indubbiamente molto di più di una operazione patriottico-militare. Essa agì in profondità nella vita politica del nostro Paese, dando una nuova dimensione allo Stato, arricchendo la vita democratica e creando una originale mentalità antifascista, la quale superò quella formale e parlamentaristica che aveva in certo modo caratterizzato in precedenza la opposizione al fascismo.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Lo Stato al quale i partiti democratici hanno dato vita è lo Stato che lo spirito della Resistenza e le circostanze oggettive hanno reso possibile in una valutazione globale di tutti gli interessi del Paese, interessi nazionali ed internazionali, immediati e in prospettiva. E certo occorreva uno Stato nel quale si riconoscesse il maggior numero possibile di cittadini, che fosse capace, su questa base, di ricostruire l’Italia, dandole un assetto stabile di libertà e di giustizia.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Sono questi, che ho appena ricordati, momenti della nostra vicenda trentennale sui quali è ancora aperto il giudizio storico, aperta la valutazione politica. Credo tuttavia che, pur partendo da punti di vista diversi e nella comprensibile divergenza d’opinioni sulle strade seguite e sulle soluzioni date in alcuni stretti passaggi della nostra vicenda nazionale, una cosa si possa dire e cioè che i partiti i quali si richiamano alla Resistenza e si riconoscono nella Costituzione repubblicana, ciascuno secondo la propria responsabilità ed il proprio ruolo, hanno guardato alle istituzioni democratiche, da presidiare ed accreditare nella coscienza del Paese. Via via, nel corso di questi trent’anni, un sempre maggior numero di cittadini e gruppi sociali, attraverso la mediazione dei partiti e delle grandi organizzazioni di massa che animano la vita della nostra società, ha accettato lo Stato nato dalla Resistenza. Si sono conciliati alla democrazia ceti tentati talvolta da suggestioni autoritarie e chiusure classiste. Ma, soprattutto, sono entrati a pieno titolo nella vita dello Stato ceti lungamente esclusi. Grandi masse di popolo guidate dai partiti, dai sindacati, da molteplici organizzazioni sociali, oggi garantiscono esse stesse quello Stato che un giorno considerarono con ostilità quale irriducibile oppressore. Se tutto questo è avvenuto nella lotta, nel sacrificio, è merito della Resistenza, di un movimento cioè che si è mosso nel senso della storia, mettendo ai margini l’opposizione antidemocratica e facendo spazio alle forze emergenti e vive della nuova società.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Certo, l’acquisizione della democrazia non è qualche cosa di fermo e di stabile che si possa considerare raggiunta una volta per tutte. Bisogna garantirla e difenderla, approfondendo quei valori di libertà e di giustizia che sono la grande aspirazione popolare consacrata dalla Resistenza. Il nostro antifascismo non è dunque solo una nobilissima affermazione ideale, ma un indirizzo di vita, un principio di comportamenti coerenti. Non è solo un dato della coscienza, il risultato di una riflessione storica; ma è componente essenziale della nostra intuizione politica, destinata a stabilire il confine tra ciò che costituisce novità e progresso e ciò che significa, sul terreno sociale come su quello politico, conservazione e reazione.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Intorno all’antifascismo è possibile e doverosa l’unità popolare, senza compromettere d’altra parte la varietà e la ricchezza della comunità nazionale, il pluralismo sociale e politico, la libera e mutevole articolazione delle maggioranze e delle minoranze nel gioco democratico. In questo ambito ed in questo spirito è responsabilità politica dei partiti l’effettuare quelle scelte di indirizzi, di contenuti e di schieramenti ritenuti meglio rispondenti agli interessi del Paese.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Trent’anni fa, uomini di diversa età ed anche giovanissimi, di diversa origine ideologica, culturale, politica, sociale; provenienti sovente dall’esilio, dalla prigione, dall’isolamento; ciascuno portando il patrimonio della propria esperienza, hanno combattuto, per restituire all’Italia l’indipendenza nazionale e la libertà.<br />
Questo è stato il nostro grande esodo dal deserto del fascismo; questa è stata la nostra lunga marcia verso la democrazia.</h4>
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		<title>DAMILANO ALDO MORO</title>
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		<pubDate>Sat, 09 May 2026 11:16:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mauro D'Aprile</dc:creator>
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<h4 style="text-align: justify;">Aldo Moro e la crisi della democrazia italiana. Dialogo di Marco Damilano e Silvio Pons</h4> 
<h4 style="text-align: justify;"></h4> 
<h4 style="text-align: justify;"></h4> 
<h5 style="text-align: justify;"><em style="font-size: 1.2em;">Questo contributo è basato sulla conversazione fra</em></h5></div> <a href="http://lorizzonte.net/?p=30544">Continua lettura...</a>]]></description>
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<h4 style="text-align: justify;">Aldo Moro e la crisi della democrazia italiana. Dialogo di Marco Damilano e Silvio Pons</h4>
<h4 style="text-align: justify;"></h4>
<h4 style="text-align: justify;"></h4>
<h5 style="text-align: justify;"><em style="font-size: 1.2em;">Questo contributo è basato sulla conversazione fra l’allora Direttore de «L’Espresso» Marco Damilano e il Presidente dell’Istituto Gramsci Professor Silvio Pons avvenuta venerdì 14 dicembre 2018 a Bologna durante l’edizione zero del Pandora Rivista Festival. A partire da una riflessione sulla figura di Aldo Moro, il dialogo indaga alcune questioni centrali della storia italiana contemporanea, relative alle logiche della guerra fredda, alla crisi della ‘repubblica dei partiti’ e alla difficoltà, che permane tutt’oggi, di ricostruire un sistema politico in grado di mettere a fuoco le priorità del Paese e di agire coerentemente in questa direzione.</em></h5>
</div>
<div>
<hr />
<h4 style="text-align: justify;"><em>Inizierei questa conversazione sulla figura di Aldo Moro e sulla crisi della repubblica dei partiti in Italia partendo dal titolo del libro che Marco Damilano ha dedicato al tema: </em><a href="https://www.feltrinellieditore.it/opera/opera/un-atomo-di-verita/">Un atomo di verità. Aldo Moro e la fine della politica in Italia</a><em>. Si tratta di un titolo e di un sottotitolo suggestivi, forti. Perché, in qualche modo, la fine di Aldo Moro costituisce una cesura della storia italiana? Quali sono il ‘prima’ e il ‘dopo’ rispetto ai quali rappresenta uno spartiacque?</em></h4>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Marco Damilano:</strong> Grazie per questa occasione di parlare ancora una volta di Aldo Moro in quest’anno <em>[nel 2018, NdR]</em> in cui ricorre il quarantesimo anniversario del suo rapimento e del suo omicidio. Più che il titolo, a costarmi fatica e una certa dose di forzatura anche storica, a cui invece sono abituato nell’attività giornalistica, è stato il sottotitolo. Il titolo, infatti, riprende una frase di Moro, tratta da una lettera a Riccardo Misasi, deputato calabrese e poi ministro, individuato da Moro stesso come ‘portavoce’ durante i 55 giorni della prigionia. La frase fa riferimento a una questione specifica, quella della verità in politica: la verità che si racconta durante le elezioni e le campagne elettorali e la verità dei fatti. Per cui Moro scriveva a Misasi «datemi un milione di voti e toglietemi un atomo di verità e io sarò comunque perdente». Mi sembrava, oltre che un titolo molto evocativo, anche una fotografia della politica non solo del 1978, ma anche del 2018. Il libro, per una combinazione di calendari e di date, è uscito alla vigilia del quarantesimo anniversario del rapimento, il 16 marzo, all’indomani del voto del 4 marzo. È stata una combinazione casuale ma, come spesso accade, questo aiuta a fare un ragionamento per suggestioni, collegamenti, incroci di date. Invece il sottotitolo, il riferimento alla ‘fine della politica’, effettivamente contiene una buona dose di forzatura, perché la politica non finisce mai: così come non è finita la storia nel 1989, certamente non è finita la politica in Italia nel 1978. È però entrato in crisi allora quel sistema politico, nato nell’immediato dopoguerra, che aveva iniziato a formarsi negli anni tra il ‘43 e il ‘45, prima ancora della Costituente, e che aveva preso la forma di quella che Pietro Scoppola – il mio maestro nella formazione storica – ha definito, con una definizione poi comunemente accettata dalla comunità storiografica, ‘la repubblica dei partiti’. La repubblica dei partiti non è stata solo un sistema politico, ma anche un sistema di valori, una chiave d’accesso – una password diremmo oggi – alla cittadinanza. È stata una via alla cittadinanza democratica a cui milioni di italiani – tra unificazione tardiva e non riconosciuta, due conflitti mondiali, vent’anni di fascismo, la possibilità di accedere al suffragio universale anche femminile solo nel 1946 e un distacco vistoso dalle classi dirigenti – non avevano avuto accesso fino alla comparsa sulla scena politica dei partiti stessi. Questi partiti negli anni Settanta cominciano ad entrare in crisi nella loro funzione storica. Di questa crisi sono avvertiti e consapevoli alcuni degli esponenti di quei partiti, tra cui Aldo Moro. Dopo il consumarsi di questa crisi inizia un’altra storia, sul piano interno ma anche su quello internazionale. Il 1978 è un anno spartiacque, nel quale comincia a vacillare quel sistema di Yalta che fino agli anni Settanta aveva dimostrato di reggere l’urto anche di grandi sconvolgimenti, come l’ingresso sulla scena mondiale dei paesi non allineati e della Cina. Nonostante questi eventi di grande impatto il sistema reggeva, mentre proprio alla fine del 1978 si hanno due avvenimenti che, anche simbolicamente, iniziano a far vacillare il sistema. Uno è di carattere tutto religioso, ma con grandi conseguenze politiche, cioè l’elezione del ‘Papa polacco’. Il secondo, al contrario, è politico ma con venature religiose, cioè la rivoluzione islamica, che si consuma in quelle settimane in Iran fino a portare alla fuga dello Scià. L’immagine della fine della politica è, quindi, naturalmente esagerata, però ci pone e ci ripropone un tema che invece è storicamente appassionante. Una volta che quella repubblica dei partiti ha cominciato il suo percorso di tramonto, che poi si è consumato all’inizio degli anni Novanta in un quadro in cui anche il sistema delle alleanze mondiali cambiava, che cosa l’ha sostituita? Che cosa è rimasto? Che cosa ha preso il posto di quella politica? E che cosa è successo alle istituzioni che in fondo su quella politica, su quella repubblica dei partiti erano modellate? E che cosa ha comportato questo sul ruolo dell’Italia in Europa, nel Mediterraneo e sullo scenario globale? Ecco, queste sono le domande di prospettiva che ci portano oltre il 1978, oltre la figura complessa di Aldo Moro e ci riportano all’oggi e alle sue molte questioni ancora irrisolte.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"></h4>
<h4 style="text-align: justify;"><em>Queste ultime considerazioni di Damilano ci pongono quesiti molto importanti. Come è avvenuto che in un dato momento la funzione che la politica aveva assolto nella società italiana del Dopoguerra venisse meno e i partiti, che erano stati al centro di questa politica, entrassero in crisi? Per proseguire la riflessione su questo ripartirei dalla domanda iniziale, ponendola anche al Professor Pons: in che misura la morte di Moro è un evento periodizzante e di cesura? Quanto è determinante nel segnare un momento di cambiamento nella storia italiana?</em></h4>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Silvio Pons:</strong> È un’ottima domanda e credo che l’intervento di Damilano offra già alcune risposte, persino nel sottotitolo del libro, che io trovo in realtà molto sensato nella sua connotazione un po’ provocatoria. Non si tratta ovviamente della fine della politica <em>tout court</em>, ma della fine di un modo di pensare e di praticare la politica che è stato legato alla repubblica dei partiti e a una certa costruzione della democrazia italiana. Faceva parte di questa costruzione una potente spinta di democratizzazione, ma anche un vincolo esterno particolarmente accentuato, dato dalla guerra fredda. Ragionare in questi termini ci permette perciò di rispondere in modo complesso al problema della periodizzazione, che non è mai una questione banale. Si dà spesso – persino gli storici professionisti lo fanno – un po’ per scontato che il ‘78 sia una data periodizzante della storia d’Italia: molti libri adottano la cesura del ‘78, non sempre esplicitando la motivazione di questa scelta. Si tende a dare per scontato che l’evento periodizzante sia l’assassinio di Aldo Moro. C’è naturalmente una fortissima carica emotiva legata a quell’avvenimento, che chi ha vissuto quel periodo ricorda benissimo e non può non restare impressa nella memoria. C’è poi un legame simbolico con altri eventi paragonabili a questo, non soltanto nell’ambito della storia della Repubblica ma dell’intera storia italiana: l’assassinio di Matteotti, il fallito attentato a Togliatti nel ‘48. Ma il valore simbolico ed emotivo dell’evento non basta certo a renderlo periodizzante, c’è ovviamente molto di più. Innanzitutto, Moro rappresentava uno degli apici di quello specifico modo di concepire la politica che oggi stiamo rievocando, un approccio variamente declinabile ma che di certo include una forte sottolineatura del rapporto tra l’etica e la politica, con tutte le difficoltà che la natura del governo democristiano e la natura della democrazia italiana ponevano. Damilano parlava di Moro come di una delle personalità – forse la principale personalità – che ha cercato di dare una risposta alla crisi della repubblica dei partiti. Riguardo al tipo di risposta e alle ragioni per le quali questa risposta non abbia avuto gli effetti che avrebbe potuto avere, al di là della tragica fine di Moro, bisogna riflettere sulle alternative messe in campo all’epoca, sulle alleanze politiche e sociali che erano state costruite attorno a questa risposta alla crisi. Ma dobbiamo chiederci innanzitutto: a che cosa occorreva dare risposta? La crisi che emerge negli anni Settanta è innanzitutto quella della cosiddetta ‘democrazia bloccata’ – tema per altro caro anche a Scoppola e certo non soltanto a lui –: l’Italia è l’unico Paese occidentale negli anni Settanta ad avere un problema di alternanza democratica. Dopo che i socialdemocratici sono andati al governo in Germania Occidentale, vincendo le elezioni nel 1969 e determinando conseguenze importantissime nella politica continentale del decennio successivo, come il lancio dell’Ostpolitik, l’Italia è l’ultima grande democrazia europea che non sperimenta un’alternativa di governo. È, cioè, il Paese in cui la guerra fredda impedisce quella che oggi definiremmo, con una terminologia a cui gli storici sono un po’ refrattari, la fisiologia delle democrazie. In poche parole, c’è un problema di ricambio della classe dirigente. Il fatto che la Democrazia Cristiana, attraverso i suoi sistemi di alleanze, avesse governato il Paese anche dopo il centrismo degasperiano, in condizioni di virtuale e sostanziale monopolio del potere, costituiva un fattore di crescente delegittimazione dell’intera classe politica e del ceto dirigente del Paese. Al tempo stesso, per gli effetti che il Sessantotto aveva avuto sull’Italia e per la capacità della classe politica del Partito comunista di dare risposta a certe domande della società italiana, l’unica alternativa possibile era rappresentata dal PCI, ma questa opzione contraddiceva il vincolo esterno esercitato dalla guerra fredda. Allora la crisi che si crea in Italia non può prescindere da questa dialettica – se vogliamo da questo di circolo vizioso – tra la politica nazionale e quella internazionale. La figura di Moro si colloca al centro di questo nodo. Moro è perfettamente consapevole dell’esistenza del vincolo esterno e delle implicazioni che il rapporto transatlantico ha per l’Italia e per la Democrazia Cristiana come forza di governo. Il rapporto con gli Stati Uniti è una fonte di legittimazione nel sistema della guerra fredda. Non stiamo parlando soltanto di risorse materiali, di rapporti politico-diplomatici, ma anche di qualcosa di più profondo, di più simbolico, che ha contribuito in modo decisivo al consenso di massa della DC nei decenni precedenti. Quindi il grande problema di Aldo Moro – e anche il problema di Enrico Berlinguer – è come dare una risposta alla fonte principale della crisi della repubblica dei partiti – cioè la democrazia bloccata – senza infrangere i canoni fondamentali del vincolo esterno. Era un problema irrisolvibile? Non lo so. Certamente Aldo Moro puntava molto sull’idea della distensione internazionale, sulla nuova stagione di dialogo tra le superpotenze, ipotizzando che potesse creare i presupposti non solo per un ‘clima’ nuovo, ma anche per una ridefinizione reale nei rapporti internazionali dell’epoca. La distensione era letta in una chiave non statica ma dinamica, non soltanto come allentamento delle tensioni ai fini di conservare lo <em>status quo</em> – questa era in realtà l’interpretazione della distensione sia a Washington sia a Mosca – ma anche come una chiave per superare la bipolarizzazione, la divisione dell’Europa. In questo contesto la crisi italiana, che nasce come crisi economica, diventa, come sempre avviene nella storia d’Italia, immediatamente crisi etica e politica, crisi di legittimazione delle classi dirigenti, ma anche crisi dei rapporti sociali, sfociando infine nella violenza politica. La crisi italiana ha però dei tempi più stretti rispetto a quelli dettati dalle aperture al superamento della divisione bipolare dell’Europa, che erano nelle intenzioni anche di altre forze politiche europee. In questo contesto, la visione politica di Moro era fondamentalmente quella di delineare un allargamento delle basi dello Stato in analogia e in continuità con quanto era stato fatto negli anni Sessanta con l’operazione del centrosinistra, ma questa volta andando oltre il vincolo della guerra fredda. Questa visione politica sconta delle contraddizioni profonde e si scontra con degli steccati difficili da superare in chiave nazionale e internazionale. Mi sembra questo il nodo su cui ragionare e la ragione per la quale il ‘78 può costituire retrospettivamente, dal nostro punto di vista, una data periodizzante della storia d’Italia. Qualcosa finisce con la figura di Moro, ossia questo tentativo di dare una risposta alla democrazia bloccata. A questo tentativo si sostituisce invece una rivendicazione della democrazia bloccata da parte della classe politica dirigente italiana.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"></h4>
<h4 style="text-align: justify;"><em>Sono suggestioni importanti, che richiamano in parte le riflessioni emerse in un’intervista sugli anni della distensione che il Professor Pons ci aveva rilasciato in passato per il nostro sito, dove queste tematiche venivano affrontate dal lato di Berlinguer. Una delle questioni centrali sembra riguardare la valutazione della figura di Moro. Nel libro di Damilano emerge come le vicende che accompagnano la tragica fine di Moro, spesso anche intrecciate ai destini personali, tendano a imporsi nella memoria collettiva, obliterando la complessità della figura umana e politica del personaggio. Facciamo un passo indietro. Date le condizioni e i vincoli internazionali che abbiamo descritto e i cambiamenti che, anche a livello nazionale, nella società, si stavano determinando, perché proprio Moro? Perché fu proprio lui a proporsi di interpretare questo ruolo così cruciale nella politica italiana? Quali sono gli elementi della sua concezione della politica che lo portano a questo tentativo, il cui fallimento determina, come abbiamo visto, un cambio di fase?</em></h4>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Marco Damilano:</strong> Moro è stato imprigionato non solo fisicamente, nei 55 giorni del suo rapimento, ma poi anche sul piano storiografico, giornalistico e nel dibattito politico. È stato imprigionato in questa figura astorica del ‘martire della democrazia’, che alla fine non gli rende onore. Credo invece che discuterlo, anche criticamente, significhi restituirgli la dignità di uomo e di politico. Credo che questo sia necessario, anche per cercare di togliere finalmente eco e risonanza alle ricostruzioni delle Brigate Rosse, che sono sempre più cronachistiche e ci aiutano sempre meno a comprendere cosa stava succedendo in quelle settimane, in quei mesi, in quegli anni. Trovo molto interessanti le cose dette da Silvio Pons sulla distensione della prima metà degli anni Settanta, che alcuni interpretano allora come la premessa di un dinamismo e che storicamente invece va interpretata come il tentativo delle due superpotenze, dei due capifila dei blocchi, di mantenere l’equilibrio. Questo è un punto importante. Per alcuni quello che avviene allora è la premessa di uno slancio di cammino europeo: Helsinki e tutta una serie di azioni, in Medio Oriente il dialogo tra Sadat e Begin; alcuni prendono questa situazione come l’opportunità per cercare di costruire nuovi equilibri. Storicamente invece è vero che negli anni Settanta si cerca di ‘blindare’ l’equilibrio di Yalta, che evidentemente sta già vacillando. Altrimenti non si spiegherebbe quello che succede negli anni Ottanta, in tempi piuttosto rapidi se ragioniamo in termini storici. L’Italia da questo punto di vista è un laboratorio: questo quadro internazionale ricade sul nostro Paese in modo diretto, lineare. Pensiamo agli articoli di Berlinguer su «Rinascita» all’indomani del golpe cileno nel 1973 sulla sinistra che non può governare da sola col 51%. Pensiamo anche all’intervista a Giampaolo Pansa del 1976, alla vigilia del voto del 21 giugno, in cui Berlinguer dichiara di sentirsi più protetto restando dentro il Patto Atlantico. Quell’intervista scatena un dibattito, anche dentro il Partito Comunista, piuttosto intenso, proprio alla vigilia del voto in cui il PCI raccoglierà il massimo storico col 34,4%. Sul versante democristiano è sicuramente Aldo Moro l’interprete più attento e tra i democristiani effettivamente è la figura che ha più conoscenza del quadro internazionale, come risulta anche in quello che emerge dal cosiddetto ‘memoriale’, il documento con cui risponde all’interrogatorio delle Brigate Rosse. Esiste un gruppo di lavoro che sta producendo una nuova edizione critica del memoriale, che mostrerà, anche sul piano filologico, come il memoriale sia in realtà uno ‘scritto di Moro’, in cui sviluppa l’elenco di domande poste dalle BR secondo un suo ragionamento proprio, non dettato dalle richieste dei suoi rapitori. Ci sono ad esempio delle considerazioni sull’Europa – oltretutto di grande attualità – come continente schiacciato tra le due superpotenze, che non riesce ad avere un proprio protagonismo politico. Quindi parliamo di un uomo che possedeva e padroneggiava i dati del problema internazionale, al pari dei grandi della Repubblica come De Gasperi e Togliatti nel ‘45. Questi personaggi sono stati spesso criticati, sottoposti ad attacchi di varia natura all’interno, da forze politiche o da personaggi della politica, della cultura, dell’intellettualità che non conoscevano i dati del problema, che non avevano la percezione di quale quadro internazionale si stesse preparando e nel quale i leader politici italiani dovevano muoversi. Proprio perché Aldo Moro faceva parte di quel ristretto gruppo di persone che avevano presenti tutti i dati della questione, sapeva che ogni movimento, anche impercettibile, andava valutato dentro questo quadro. Basta pensare al famoso colloquio con Henry Kissinger del settembre 1974. Nei retroscena dei resoconti del caso Moro ci si riferisce a questo colloquio come a quello delle cosiddette ‘minacce’ di Kissinger a Moro. L’occasione era quella di una visita di Stato del Presidente Leone e di Moro Ministro degli Esteri. La visita per Moro finisce anticipatamente perché accusa un malore. Tornato in Italia racconta ai suoi collaboratori di un colloquio tempestoso e dichiara di volersi addirittura ritirare dalla politica; si tratta di un momento che è diventato centrale nelle ricostruzioni del caso Moro. La verità è che sul piano politico c’era uno scontro e da parte di Moro vi era la conoscenza diretta di come gli Stati Uniti vedevano e vivevano quella fase della metà degli anni Settanta. In Italia, invece, si cerca di forzare questo vincolo internazionale, anche per ragioni interne. La seconda ragione per cui Aldo Moro è una figura centrale è la sua capacità di essere un lettore della società italiana, il che gli permette di maturare un’idea, lucida e anche drammatica, di come questa stia cambiando. Parliamo di una società che fino a questo momento si era sentita pienamente rappresentata dalla repubblica dei partiti, che si era fatta guidare da un partito come la DC. Era una forza che, più che guidare, rappresentava plasticamente la società, ma, almeno in alcune fasi, riusciva a portare il suo elettorato in direzioni nelle quali forse da solo non sarebbe andato. Penso al rifiuto di De Gasperi di formare il governo da solo, senza i partiti laici, e alla sua decisione di non aderire al tentativo autoritario-franchista che gli veniva suggerito dal Vaticano e dai Comitati Civici di Luigi Gedda. Penso anche all’apertura a sinistra dei primi anni Sessanta, che era avversata dalla quasi totalità delle gerarchie ecclesiastiche. Si trattava però, comunque, senz’altro di un partito che esercitava un’egemonia ‘dolce’. Ma negli anni Settanta questo ruolo stava svanendo e di questo vi era consapevolezza in quello che credo sia uno degli interventi più lucidi di Moro, pronunciato al Consiglio Nazionale della DC nel 1975. Si era all’indomani di due storiche sconfitte, quella del 1974 al referendum sul divorzio e quella del 1975, quando il PCI va in maggioranza e poi conquista con le coalizioni la guida o la partecipazione alle giunte delle principali città italiane. In questo contesto Aldo Moro, in un Consiglio Nazionale molto travagliato, dove cade un leader storico come Fanfani e viene eletto Zaccagnini, dice «il futuro non è più in parte nelle nostre mani». Questa frase è stata solitamente interpretata come riferita al suo partito, alla DC, che per trent’anni aveva avuto il monopolio del governo e del potere, ma se si legge per intero quel discorso si capisce che il significato è diverso: il futuro non è più nelle mani del sistema dei partiti. Quando ad un certo punto si fa riferimento ad un mondo che spazza via ogni cosa, compresa la diversità del Partito Comunista, è come se ci fosse l’intuizione che si sta levando un vento che non è più gestito e controllato dai partiti e che, in quella metà degli anni Settanta, soffia nella direzione della sinistra. I movimenti giovanili, i movimenti di liberazione della donna, la partecipazione, il voto ai diciottenni sono tutti fenomeni che soffiano in quella direzione. Ma c’è anche la consapevolezza che se non si riesce a interpretare quelle istanze, facilmente prima o poi questo vento andrà anche in direzioni opposte. Basta pensare che un mese dopo l’assassinio di Moro si svolge un referendum sul finanziamento pubblico ai partiti. Tutti i partiti sono contrari, tranne il solo Partito Radicale, che ha 4 deputati. Il referendum raccoglie il 48% dei voti favorevoli. Il sistema politico per poco non perde in blocco, in un momento in cui c’è un governo di solidarietà nazionale, una maggioranza di governo fondata sui due grandi partiti e anche emotivamente l’elettorato è stato scosso. In questo contesto si svolgeva il tentativo di Moro. Oggi anche leggendo i quotidiani del giorno del rapimento e le testimonianze che in seguito, nel corso dei decenni successivi, sono uscite su quanto si muoveva nei due partiti alla vigilia del voto di fiducia al Governo Andreotti, si avverte la sensazione di una svolta di una fragilità estrema, molto combattuta e molto discussa. Non era affatto scontato che alla fine il PCI avrebbe votato la fiducia a quel governo o, nel caso lo avesse fatto, che lo avrebbe sostenuto a lungo. Si trattava di un filo molto esile quindi, anche se poi proprio l’immagine del rapimento finisce per appiattire tutto sul fatto che Moro è stato rapito alla vigilia della svolta storica che con lui si sarebbe compiuta. Credo che sul piano storico questo sia molto difficile da immaginare. Lo stesso Moro a colloquio con Scalfari ne ha dato un’immagine molto più fragile. Questo era il terzo elemento della riflessione e dell’eredità di Moro. Restano però gli altri due elementi: Moro era un leader che aveva un quadro internazionale molto presente, che era molto lucido e che cercava all’interno di quel quadro di forzare il vincolo, perché doveva rispondere ad una società italiana che a sua volta non accettava più il vincolo e la democrazia bloccata. Questo è il dilemma, se vogliamo il dramma e qui – se posso aggiungere – sta anche la grandezza: l’idea che la politica non sia soltanto ‘necessitata’, ma abbia degli spazi di fantasia, di immaginazione, di creatività, anche nelle condizioni di blocco più totale. Credo che questo sia un altro punto che nei decenni successivi è venuto meno. Abbiamo avuto o una politica necessitata e bloccata oppure una politica fin troppo creativa, al punto da non produrre niente.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><a href="https://www.pandorarivista.it/wp-content/uploads/2019/12/Enrico_Berlinguer_e_Aldo_Moro_Roma_1977.jpg"><img class="alignleft" alt="Luigi Berlinguer e Aldo Moro" src="https://www.pandorarivista.it/wp-content/uploads/2019/12/Enrico_Berlinguer_e_Aldo_Moro_Roma_1977.jpg" width="640" height="446" /></a></h4>
<h4 style="text-align: justify;"></h4>
<h4 style="text-align: justify;"><em>Molto affascinante questo senso della difficoltà e della fragilità delle cose, che viene restituito da una frase di Moro che Damilano cita: «questo Paese dalla passionalità intensa e dalle strutture fragili», un’espressione che forse ci dice molto anche del nostro presente. Proseguendo la nostra riflessione, nel momento in cui questo tentativo difficile, e forse condannato all’insuccesso, fallisce, va in crisi anche la repubblica dei partiti, di cui già negli anni Settanta si vedevano tutti i segnali di difficoltà, raccontati anche dall’arte e dalla letteratura. Si trattava però di un sistema che, guardato oggi con il senno di poi, appare comunque ancora capace di una capacità ordinatrice incomparabilmente maggiore rispetto a quella che la politica riesce a mettere in campo oggi. Infatti, con la crisi della repubblica dei partiti, sembra che l’Italia fatichi, anche dopo il venir meno del contesto della guerra fredda che la vincolava, ad esprimere una classe dirigente davvero consapevole delle priorità del Paese e capace di compiere scelte coerenti e ispirate a queste priorità, un tema che è presente anche sullo sfondo dell’ultimo numero della nostra rivista. Professor Pons, dopo la crisi della repubblica dei partiti ci sono effettivamente dei tentativi efficaci di ricostruzione del sistema politico? Quali sono le cause per le quali questi tentativi incontrano importanti difficoltà?</em></h4>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Silvio Pons</strong>: Arrivo a dare una risposta riprendendo prima alcune delle cose dette da Damilano. Mi trovo molto in sintonia rispetto all’idea che si debba guardare alle contraddizioni, alle fragilità, talvolta anche alle forzature. In una certa misura si tratta di questo anche per quanto riguarda Berlinguer. Bisogna uscire innanzitutto dalle narrazioni apologetiche che sono state cucite addosso ad entrambi questi personaggi. Si tratta di narrazioni in alcuni casi congiunte, basti pensare alla leggenda secondo la quale Moro e Berlinguer avrebbero avuto un’intesa strategica tale da scatenare nemici potenti sia all’interno che all’esterno della società italiana. Non ci sono dubbi sul fatto che ci fossero nemici potenti che, per motivi completamente diversi, si opponevano alla possibilità che il sistema politico italiano modificasse certi confini. Questo non significa, però, che Moro e Berlinguer avessero intessuto una tale intesa o che avessero creato addirittura una specie di fronte nazionale. In realtà, se noi guardiamo a queste due grandi personalità – la cui grandezza, ribadisco quanto detto da Damilano, emerge anche dalla considerazione dei limiti e dei contesti contraddittori e incompiuti in cui agirono – le loro narrazioni e gli scenari di cambiamento che prospettano sono molto diversi. Se pensiamo alle narrazioni della guerra fredda, Berlinguer era un dirigente comunista per il quale, all’epoca, era fondamentale l’idea che la guerra fredda fosse stata scatenata nel ‘47 dagli Stati Uniti per allontanare il movimento operaio dal governo del Paese ed era convinto che negli anni Settanta fosse venuto il momento di ripristinare il primato originario dell’antifascismo sull’anticomunismo. Questa era una visione inaccettabile non dico per Jimmy Carter e per il suo ambasciatore Richard Gardner, ma per lo stesso Moro. Ciononostante – e io qui vedo la statura di Moro e Berlinguer – queste due figure sono mosse da un’idea che altri non hanno. C’è un elemento di immaginazione, un pensiero comune, che poi si frantuma in mille modi e finisce in tragedia, e consiste nell’idea di mettere fine alla ‘guerra civile fredda’ italiana, proprio nel momento in cui la violenza politica degli anni Settanta fa riemergere qualcosa di irrisolto nella società nazionale, ossia l’eredità del modo in cui la democrazia difficile era stata costruita al momento della nascita della Repubblica. Moro e Berlinguer condividono l’idea che in Italia, proprio perché questo è stato ‘il paese della guerra fredda’, la ‘repubblica della guerra fredda’ – un termine che mi sentirei di usare, non alternativo a repubblica dei partiti –, la classe politica è consapevole della necessità e, fino a un certo momento – tema cruciale – è legittimata politicamente a compiere uno sforzo che non è necessariamente in sintonia con gli spiriti animali della società. Mi riferisco allo sforzo teso a civilizzare lo scontro politico, trasformando il nemico in un avversario e gestendo così la guerra fredda interna. Questa problematica è perfettamente presente sia a Moro sia a Berlinguer che – in modi differenti e con narrazioni diverse – si pongono entrambi questa grande questione. Dico questo per dare una risposta, molto personale e che può essere discussa, alla domanda: dall’altra parte cosa c’è? Chi sono gli avversari politici di Moro? Non certo le Brigate Rosse, la cui idea politica è del tutto inconsistente come reale alternativa nell’Italia dell’epoca: l’idea che la guerra civile italiana non sia mai finita. Non è vero, è una falsità, anzi una pericolosa costruzione immaginaria. Gli avversari di Moro e di Berlinguer sono avversari interni e internazionali. Basta leggere le memorie di Gardner, che era un ambasciatore americano democratico, amico personale di Zbigniew Brzezinski, Consigliere per la sicurezza nazionale durante il mandato presidenziale di Jimmy Carter, ossia del Presidente americano forse più di ‘sinistra’ dalla seconda guerra mondiale alla fine del Novecento. Ciò nonostante, i vincoli americani alla possibilità di una partecipazione del PCI al governo restano intatti. Nelle sue memorie, Gardner ha verso Moro parole che definirei irrispettose. C’è chiaramente livore nei confronti di qualunque cosa si possa presentare come un cambiamento non concordato con Washington. Adesso noi conosciamo alcune carte dell’archivio Andreotti e sappiamo che Andreotti era precisamente l’uomo al quale Washington guardava come garante. Tutto questo Moro lo sapeva benissimo, lo aveva accettato e quello era il suo modo di negoziare con Washington. Ma qualcosa non funziona in questo meccanismo, forse perché in realtà gli americani si fidavano solo fino a un certo punto persino di Andreotti. C’era stato un conflitto fra Andreotti e Gardner, Andreotti stesso lo ricorda nelle sue memorie, un colloquio alla fine del ‘77 in cui Andreotti dice a Gardner «non ci dovete insegnare voi come trattare i comunisti, abbiamo una certa esperienza». Che cosa intendeva dire Andreotti? Era la ‘strategia del logoramento’. Moro condivideva o non condivideva questa strategia? Secondo me in una certa misura la condivideva e aveva come tutti i grandi politici un piano A, un piano B e un piano C. Si tratta di capire con quale gerarchia, con quale tipo di sfumature e immaginando quali possibili alternative. Quando Moro parla con Gardner all’inizio del febbraio del 1978, Gardner insiste per reiterare una dichiarazione americana dopo quella del 12 gennaio del Dipartimento di Stato, in cui gli USA ribadivano la propria ostilità alla partecipazione comunista al governo. Moro risponde che una simile dichiarazione andrebbe fatta solo nel caso si vada a nuove elezioni, chiede di lasciargli ancora uno spazio. Come giustifica Moro questa affermazione all’ambasciatore americano? Afferma che se non si va a nuove elezioni subito, il PCI alle elezioni successive sarà sconfitto. Questa era la strategia del logoramento, era ovvio che ci fosse. Però gli avversari di qualunque tipo di cambiamento e di superamento della democrazia bloccata alla fine risultano vincenti. Che cosa segue nella storia d’Italia dal ‘78 in avanti? Qual è l’ipotesi fondamentale di assetto del sistema politico italiano? Secondo me è molto semplice, è la guerra fredda. La guerra fredda è stato un sistema di governo dell’Italia: ‘guerra fredda’ è un altro nome della democrazia bloccata, ma più complesso perché riflette il nesso nazionale-internazionale. Se si guarda alla composizione delle forze che si insediano al governo nel ‘79 nel linguaggio politico c’è una novità, portata da Bettino Craxi, che parla un linguaggio anticomunista diverso da quello democristiano. È un linguaggio anticomunista molto più moderno e anche molto più duro di quello democristiano. Craxi trae ispirazione dall’esempio di Mitterrand e immagina di uniformare la politica italiana a quella europea ben più di quanto non facesse la DC. Ma resta un linguaggio di guerra fredda e il sistema politico che si crea in Italia è in continuità con la storia precedente. Da questo punto di vista il ‘78 non è una discontinuità. C’è una discontinuità rispetto a strade non prese, ma quello a cui si assiste è una restaurazione di un sistema politico basato sulla divisione permanente tra governo ed opposizione, con l’impossibilità per l’opposizione di diventare governo e una reinvenzione dei linguaggi politici, quello di Craxi ma anche quello di Berlinguer, che dagli anni Ottanta in avanti impiega un linguaggio da tarda guerra fredda: «noi non siamo come voi, siamo qualcosa di completamente diverso». Allora che cosa significa tutto questo? Significa che dalla crisi italiana si esce con una soluzione apparentemente forte, perché in continuità con la storia della Repubblica, ma in realtà profondamente debole, anacronistica addirittura, in un mondo in totale cambiamento e nel contesto di una crisi del sistema bipolare che diventa innanzitutto crisi del socialismo reale e del comunismo. Una soluzione ispirata ai principii della guerra fredda per governare un paese occidentale è una soluzione debole, tanto più debole in quanto – e questo è l’elemento dirompente sottostante a tutta la vicenda di cui abbiamo parlato, come ricordava Damilano – lo scollamento tra una parte della società italiana e il sistema dei partiti, inteso come delega a civilizzare lo scontro politico ma anche come delega riconosciuta ai governanti, comincia a delineare una potenziale sollevazione contro questa ‘repubblica della guerra fredda’ di cui non si riconosce più la legittimità. Questa è la storia degli anni Ottanta, questo è il motivo per cui l’Italia è l’unico Paese occidentale nel quale, finita la guerra fredda, crolla il sistema dei partiti.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"></h4>
<h4 style="text-align: justify;"><em>Su questi temi chiederei, per concludere, a Damilano se ha qualcosa da aggiungere in relazione alle cose dette da Silvio Pons.</em></h4>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Marco Damilano:</strong> Io non ho nulla da replicare e molto poco da aggiungere: credo che molto sia stato già detto molto bene. Il governo della guerra fredda, la repubblica della guerra fredda è effettivamente la definizione che poi spiega almeno in parte quello che succede all’inizio degli anni Novanta, quando quel sistema, finita la guerra fredda, viene travolto, con forme diverse, ma con la stessa dirompenza con cui nel novembre 1989 è stato abbattuto un muro fisico. Sulla questione del logoramento si diceva, si scriveva quando Moro era ancora in vita che Moro fosse una specie di Giolitti cattolico, cioè un trasformista con un occhio alle riforme. Chi era Giolitti in fondo? Un personaggio che innovava un sistema politico fondato sul trasformismo con un’apertura alle novità dell’inizio Novecento. Io credo che una coerenza di Moro da questo punto di vista ci sia. Tra 1960 e 1978, per 18 anni, la sua azione è sempre legata all’apertura a sinistra, prima al Partito Socialista con il coinvolgimento del PSI nell’area del governo e poi negli anni Settanta con il coinvolgimento del PCI almeno nell’area della maggioranza. Credo che in questo ci fosse sicuramente il piano B. Il ‘frutto avvelenato’ poteva essere un logoramento di questi partiti e che in questo coinvolgimento erano chiamati anche a fare la loro parte, a fare i conti con le loro contraddizioni. Ognuno aveva le sue contraddizioni e non si poteva chiedere a Moro di risolvere le contraddizioni né del PSI, che entra al governo ancora con un’ala massimalista molto forte e con delle contraddizioni di identità e cultura politica non sciolte, così come del PCI degli anni Settanta. Che lui avesse in mente l’ipotesi del logoramento mi sembra un dato, così come che lui immaginasse che un eventuale incontro sarebbe stato molto fragile, molto esposto a qualsiasi tempesta – certo non immagina quella che poi gli è costata la vita. Ma, certo, se quell’incontro fosse avvenuto, né la Democrazia Cristiana né il Partito Comunista sarebbero rimasti gli stessi.</h4>
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		<title>ENRICO  MATTEI   IV°</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Apr 2026 03:01:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mauro D'Aprile</dc:creator>
				<category><![CDATA[EDITORIALI]]></category>
		<category><![CDATA[Le mie Proposte]]></category>

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		<description><![CDATA[<div> 
<h4>Enrico Mattei e il potere. Intervista a Sabino Cassese</h4> 
<h4></h4> 
<h4 style="text-align: justify;"><em>Enrico Mattei è stato una figura centrale nella storia politica ed economica italiana del Novecento, giocando un inedito e peculiare ruolo internazionale. </em><em>In</em></h4></div> <a href="http://lorizzonte.net/?p=30536">Continua lettura...</a>]]></description>
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<h4>Enrico Mattei e il potere. Intervista a Sabino Cassese</h4>
<h4></h4>
<h4 style="text-align: justify;"><em>Enrico Mattei è stato una figura centrale nella storia politica ed economica italiana del Novecento, giocando un inedito e peculiare ruolo internazionale. </em><em>In merito alla figura di Mattei, pubblichiamo una testimonianza di Sabino Cassese – Giudice emerito della Corte Costituzionale, Professore emerito della Scuola Normale Superiore di Pisa e già Ministro per la funzione pubblica – raccolta il 13 luglio 2023 come parte della tesi di Valerio Galletta dal titolo “Industria energetica e potere politico in Italia. 1953-1962”.</em></h4>
</div>
<div>
<h4 style="text-align: justify;"><em>Cassese ha lavorato all’ENI negli anni della presidenza di Enrico Mattei e in questa intervista delinea il rapporto di Mattei con le forze politiche italiane e le dinamiche del contesto internazionale negli anni che lo videro alla guida dell’Ente Nazionale Idrocarburi. <a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/un-gattino-chiamato-eni-la-politica-internazionale-di-enrico-mattei/" target="_blank" rel="noopener">A questo link è inoltre disponibile un articolo che ripercorre la politica estera di Mattei.</a></em></h4>
<hr />
<h4 style="text-align: justify;"><em>Partirei chiedendole di parlare della figura di Enrico Mattei, di quale fosse il suo obiettivo e di come si muovesse per raggiungerlo. Tanto si è detto di Mattei, definito sì come un uomo politico, ma al contempo come un imprenditore che lavorava per il bene della Nazione.</em></h4>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Sabino Cassese: </strong>Il profilo della persona è abbastanza noto: origini modeste, nato a Matelica, credo che il padre fosse un carabiniere; viene normalmente detto “piccolo industriale”, ma forse era meno di un piccolo industriale. Poi il trasferimento a Milano, l’impegno politico, il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, quindi la resistenza partigiana. Entra in politica e gli viene affidato l’incarico di guidare l’AGIP che era una società a partecipazione statale che esisteva, se non sbaglio, dal 1926, e sa da persone che c’erano già delle ricerche nella valle Padana per giacimenti che si trovavano a Cortemaggiore. Convince Ezio Vanoni, con cui aveva dei precedenti rapporti, ad andare a visitare la coltivazione dei giacimenti a Cortemaggiore e da qui nasce l’idea che, invece di liquidare l’AGIP, si fa qualcosa di più e cioè la costituzione dell’ENI nel 1953. Nel 1953 Mattei è parlamentare. Nello stesso anno Luigi Sturzo – al tempo senatore –, che veniva dagli Stati Uniti e che quindi era contrario alla mano pubblica, caldeggia il passaggio di una legge che crea una incompatibilità, per cui Mattei ottiene la costituzione dell’ENI, ma viene costretto a lasciare la Camera dei Deputati. Qui nasce quel breve periodo che va dal 1953 al 1962, quindi nove anni sostanzialmente, di gestione matteiana dell’ENI. Qual è la cosa interessante della politica di Mattei in quegli anni? L’idea di fondo è quella del cambiamento dei rapporti fra i Paesi produttori e i Paesi che svolgono una attività di prospezione e coltivazione dei giacimenti petroliferi, cambiamento che dà molto fastidio alle “Sette sorelle” (cinque americane, una olandese e una inglese): ciò crea quello stato di tensione che conduce poi Mattei a pensare la pubblicazione <em>Stampa e oro nero</em>, che è una raccolta di quello che si scrive sull’ENI con l’idea di dire «io vi dico tutto, anche le cose che mi criticano e per cui mi criticano». Dietro a questo tentativo di stabilire nuovi rapporti fra i Paesi proprietari e quelli produttori e consumatori c’è anche una certa dose, nel senso buono della parola, di retorica nazionalistica. Su Google si trova una registrazione di due o tre interviste di Mattei, come quella in cui parla del gattino. È interessante ascoltarle, anche perché sono i primi anni della televisione; perciò, si vede la nascita del nuovo mezzo di comunicazione. Il nome di Mattei è connesso anche ai rapporti di finanziamento della politica. Mattei è legato fondamentalmente a Giovanni Gronchi, Presidente della Repubblica, e alla corrente di Base della Democrazia cristiana, quindi a Giovanni Marcora, Guido Bodrato e altri; ci sono passaggi di libri che ha scritto Eugenio Scalfari che ricordano questo ruolo di finanziatore della politica che certamente svolgeva. Altra cosa importante: Mattei è dietro alla creazione di un giornale completamente diverso in termini di impostazione, <em>il Giorno</em>, che costituisce anch’esso un elemento di novità. Quindi, se dovessi riassumere tutto questo, direi: importante il tentativo di cambiare il rapporto con gli ex Paesi coloniali, nel quadro della politica internazionale di quegli anni – per cui stiamo parlando del periodo in cui si sviluppano le idee universalistiche del diritto, quindi l’ONU –, ciò rompe un tipo di rapporto ben consolidato. Poi l’ENI in quel momento è, in realtà, un organismo davvero piccolo, ma che si vanta di essere molto efficiente, per cui è sì parte del settore pubblico, ma è una <em>best practice</em>, come si direbbe oggi. Dall’altro lato c’è un’ispirazione un po’ nazionalistica in un Paese che riprende in qualche modo anche un argomento che risaliva all’epoca giolittiana e anche al fascismo, cioè quello dell’Italia “Paese povero” perché senza fonti di energia e materie prime, quindi privo di risorse naturali da poter sfruttare e costretto a riconquistare una posizione nel mondo nonostante questa carenza. Questo è un tema che risale all’epoca in cui si favoleggiava del carbone bianco, cioè delle fonti di energia idrica, che viene ripreso in periodo fascista: è del 1933 il Testo unico delle leggi sulle acque pubbliche e sugli impianti idroelettrici e questo è uno di quei fattori di continuità. Il profilo della continuità si vede bene nel libro di Guido Melis <a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/macchina-imperfetta-stato-fascista-guido-melis/" target="_blank" rel="noopener"><em>La macchina imperfetta</em></a>, che parla proprio degli anni del fascismo. Non si possono capire bene questi temi se non si pongono nel loro contesto storico, per cui ricordando che si è in un periodo in cui è appena finito il fascismo: anzi, secondo la mia tesi il fascismo finisce, sostanzialmente, non con la morte di Mussolini, ma almeno dieci anni dopo, perché continuano tanti elementi anche in un regime di tipo democratico.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"></h4>
<h4 style="text-align: justify;"><em>Negli anni Cinquanta la Democrazia Cristiana aveva un ampio controllo sulle assunzioni negli enti pubblici. Raramente venivano scelte persone che facevano riferimento ad altri partiti, tanto più se dell’opposizione. Tuttavia, Lei entrò all’ENI pur essendo comunista, così come Mario Pirani. Giorgio Ruffolo era socialista. Come possiamo spiegare questa maggiore libertà dell’ENI?</em></h4>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Sabino Cassese: </strong>Direi che ci sono diverse spiegazioni. Dal punto di vista politico, Mattei aveva le spalle abbastanza larghe per potersi permettere queste libertà e non guardava alle appartenenze politiche. Il secondo elemento è che, nonostante quello che ho detto poc’anzi, tutto sommato c’era un certo grado di policentrismo e di pluralismo in quel momento, quindi erano cose che potevano accadere. C’era ancora un controllo sulle opinioni politiche delle persone, ed è questo un motivo per cui io ritengo che il fascismo finisca sostanzialmente agli inizi degli anni Sessanta, nel ’62 se vogliamo dare una data, con la nazionalizzazione dell’industria elettrica, la scuola media e l’apertura ai socialisti. Tuttavia, non possiamo dimenticare che la classe dirigente democristiana era una classe dirigente che si era contrapposta al fascismo, per cui sapeva che c’era una incoerenza tra un ordinamento democratico e una discriminazione sulla base delle idee politiche.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"></h4>
<h4 style="text-align: justify;"><em>Qual era, quindi, il rapporto fra l’ENI e in generale l’industria energetica italiana e i partiti negli anni Cinquanta? In particolare, il rapporto con la Democrazia Cristiana era dovuto più a motivi ideologici e quindi all’appartenenza di Mattei a quel partito o al fatto che fosse il partito di governo? A me viene in mente la polemica che andò avanti per anni sul Giornale d’Italia fra Mattei e Sturzo…</em></h4>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Sabino Cassese: </strong>La sua domanda ha due elementi. Comincio dal secondo. Io ho lavorato all’ENI ma non l’ho mai detto a Sturzo, perché avevo dei rapporti con Sturzo. Sturzo è morto nel 1959, ho avuto rapporti con lui fra il ‘56 e il ‘59 perché appena laureato vinsi la borsa di studio Sturzo per gli Stati Uniti, per cui ho frequentato Sturzo e ho scritto per la rivista che dirigeva che si chiamava <em>Sociologia</em>. Secondo me ci sono due elementi che spiegano tutto questo. Il primo elemento è di tipo culturale. Sturzo era negli Stati Uniti – Alcide De Gasperi cercò di ritardare il suo ritorno perché rappresentava un’altra generazione – e tornò da lì molto liberista. Ovviamente, il liberismo è il contrario dell’impresa pubblica e Mattei è l’impresa pubblica, perché caldeggia e porta avanti la creazione dell’ENI, il salvataggio dell’AGIP e il futuro grande gruppo che ne nascerà. Il secondo elemento è che Sturzo rappresenta una corrente molto minoritaria della Democrazia Cristiana in quel momento. Il centro della Democrazia Cristiana è nelle mani di altre persone. Per la loro storia personale, Mattei e Sturzo si collocano proprio ai due poli opposti all’interno della Democrazia Cristiana, quindi questo spiega come ci sia una tensione molto forte fra i due. Però tenga conto che la voce di Sturzo è molto flebile perché Sturzo a quell’epoca lì non solo è anziano, ma anche piuttosto malandato fisicamente, viveva in una stanza in un convento delle canossiane e non credo si muovesse molto da lì. Stiamo parlando di due mondi molto diversi. La cosa singolare che le voglio sottolineare è che Mattei, che peraltro aveva per la politica generale un atteggiamento antiamericano in quanto contro le Sette sorelle, era però molto aperto alle tecniche innovative gestionali che in quel momento venivano dall’America perché era in America che si erano sviluppati il taylorismo e quello che si chiamerà <em>scientific management</em>; quindi l’ENI, in un certo senso, era un modello di azienda moderna organizzata secondo criteri e canoni da azienda americana, anche se l’aggettivo “americano” ha solo una connotazione territoriale. Quindi erano queste le differenze, che erano politiche, ma anche culturali e di età. Per quel riguarda il primo punto, Mattei aveva rapporti con tutti i partiti politici. Ricordo perfettamente che io e altre persone che lavoravano all’ENI – io dirigevo a un certo punto l’ufficio studi legislativi – preparavamo i discorsi per la discussione sul Bilancio di previsione dello Stato per la tabella del Ministero delle Partecipazioni statali per Parlamentari di quasi tutti i partiti politici.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"></h4>
<h4 style="text-align: justify;"><em>A proposito dei rapporti con l’Europa e l’estero: tante volte è stato detto che, di fatto, Mattei era il ministro degli esteri occulto. Qual era la libertà politico-economica di cui godeva l’ENI in campo internazionale?</em></h4>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Sabino Cassese: </strong>Bisogna tener conto del fatto che in quel momento la politica nazionale è tutta filoatlantica e quindi filoamericana, secondo me giustamente visto che gli americani ci avevano aiutato sia dal punto di vista militare che economico, e che Mattei si muoveva in una posizione che era antiamericana e antiatlantica. Le Sette sorelle in quel momento erano un po’ come le Big Tech attuali. Fronteggiarle tutte quante insieme voleva dire chiaramente contrapporsi alla politica filoamericana. Però non era l’unica voce: non a caso, da un lato c’era la sinistra democristiana e dall’altro Gronchi. Chiaramente questi non sono la parte centrale della Democrazia Cristiana. Insomma, la Democrazia Cristiana ha avuto un elemento che era una debolezza nella sua forza (e anche un elemento di forza stessa), cioè che aveva dentro di sé uno schieramento così vasto di posizioni che c’era la possibilità di essere progressista e stare nella sinistra democristiana o essere un potente conservatore e far parte sempre dello stesso partito, dal lato della destra. La Democrazia Cristiana in questo aveva una sua attrattività. Non so se conosce gli studi di T. J. Pempel sulle <em>uncommon democracies</em>: in queste democrazie fuori dal comune, cioè quelle in cui governa lo stesso partito per decenni, le formazioni che sono al potere presentano, in qualche modo, tutta la gamma delle scelte che posso essere fatte. Non so quanto a quell’epoca si potesse dire che ci fosse una differenza fra un comunista, un socialista e uno della sinistra democristiana.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"></h4>
<h4 style="text-align: justify;"><em>Si può dire quindi che le differenze nella Democrazia Cristiana fossero meno importanti di quelle fra la Democrazia Cristiana e gli altri partiti e che quindi ci fosse una compattezza nella diversità soprattutto in risposta a qualcun altro più che di conseguenza ai punti d’unione fra le correnti?</em></h4>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Sabino Cassese: </strong>Sì, certo, perché poi c’erano le differenze di fondo come americani o sovietici, essere a favore del mercato o della nazionalizzazione, in Italia abbiamo fatto solo quella dell’Enel. Nelle memorie di Antonio Giolitti <em>Lettere a Marta</em> si può vedere bene il clima fra i comunisti e chi invece pensava fosse meglio restare vicini a Truman e alla Nato, visto che Giolitti inizia comunista e poi passa socialista.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><em> </em></h4>
<h4 style="text-align: justify;"><em>Lei arrivò all’ENI nel 1958, mentre nel 1957 venne approvata la legge sugli idrocarburi. In ambito legale, politico ed economico quale fu l’impatto che ebbe nei primi tempi?</em></h4>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Sabino Cassese: </strong>Innanzitutto, mi sembra di essere arrivato all’ENI prima perché in realtà mi venne data una borsa di studio per lavorare per un anno con Giorgio Fuà a un libro sull’impresa pubblica, poi venni assunto. Non ricordo un grande impatto della legge. È chiaro che una legge sulla disciplina degli idrocarburi liquidi e gassosi era necessaria perché fino a quel momento c’erano solamente le norme in materia mineraria. Un conto è cercare carbone e lignite, un conto idrocarburi liquidi e gassosi; quindi, quella legge era imposta da un progresso tecnologico e cioè dall’idea che il sottosuolo potesse fornire non solo lignite, carbone e sostanze simili, ma anche petrolio, gas e altri idrocarburi liquidi e questo richiedeva una tecnologia completamente diversa. In Italia si dava per scontato che non ci fosse nulla di tutto questo. Nel giorno in cui si scopre Cortemaggiore, viene fuori Gela – tenga presente che già dal periodo fascista c’era notizia di idrocarburi in Basilicata – e quindi c’erano Lombardia, Sicilia, Basilicata dove c’era qualcosa da fare, come si faceva con una legge che riguardava la disciplina di coltivazione di una miniera? Coltivare una miniera vuol dire mandare la gente lì a scavare, coltivare un giacimento di idrocarburi è completamente diverso: non si va giù a scavare, si fa venir su il petrolio.</h4>
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