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Indicazioni per Ricostruire l’Economia.

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I Paesi in via di sviluppo sono alle prese con difficoltà enormi – su molte delle quali hanno scarso o nessun controllo – nel percorso che seguono in direzione di una crescita alta e sostenuta. Oltre ai venti contrari generati dalla lenta crescita delle economie avanzate e dalle anomale condizioni monetarie e finanziarie che caratterizzano il periodo post-crisi, devono vedersela anche con i dirompenti impatti della tecnologia digitale, destinati a intaccare il relativo vantaggio delle economie in via di sviluppo nelle attività manifatturiere ad alta intensità di lavoro. Poiché invertire questi trend è fuori questione, l’unica opzione è adeguarsi.

La robotica ha già avuto un impatto significativo diretto sull’assemblaggio delle apparecchiature elettroniche, ed è plausibile che in un immediato futuro lo abbia anche nel settore tessile, per tradizione la prima porta che varcano molti paesi per accedere al sistema commerciale globale. Col protrarsi di questo trend, sfumerà l’imperativo di costruire catene di approvvigionamento ubicate nelle località dove la manodopera è relativamente immobile ed è remunerativa dal punto di vista dei costi, e la produzione si sposterà più vicino al mercato finale. Adidas, per esempio, già ora in Germania sta costruendo una fabbrica dove saranno i robot a produrre sofisticate scarpe per l’atletica. Un secondo stabilimento è in fase di progettazione negli Stati Uniti.

Tenuto conto di ciò, i paesi in via di sviluppo devono assolutamente agire quanto prima per adeguare le loro strategie di crescita. Il contesto nel quale farlo non potrà prescindere da numerosi fattori di importanza cruciale.

Primo: i problemi dei paesi avanzati – dalla crescita economica lenta all’incertezza politica – molto probabilmente perdureranno, e ciò fiaccherà la crescita potenziale ovunque e per un periodo alquanto lungo. In tale contesto, i paesi in via di sviluppo non dovranno soccombere alla tentazione di cercare di alimentare la domanda con mezzi insostenibili, quali l’accumulo di un debito eccessivo.

Al contrario, i paesi in via di sviluppo – soprattutto quelli che vivono le prime fasi dello sviluppo economico – dovranno trovare nuovi mercati esteri per esportare i loro prodotti, massimizzando le opportunità di scambio commerciale con le loro controparti nel mondo in via di sviluppo: molte di esse, per altro, hanno un potere d’acquisto di tutto rispetto. Tale domanda di sicuro non controbilancerà completamente il calo della domanda nei paesi avanzati, ma contribuirà ad alleggerire la batosta.

Secondo: gli investimenti, sia nel settore pubblico sia nel settore privato, restano un potente motore per la crescita. Nelle economie che hanno una capacità produttiva in eccesso, investimenti mirati potranno rendere doppiamente, generando una domanda sul breve periodo e incentivando in seguito crescita e produttività. Tenuto conto di ciò, sarebbe opportuno ridurre, e ancora meglio eliminare del tutto, i deficit di investimento che promettono alti rendimenti pubblici e privati.

Questi investimenti destinati a incentivare la crescita e la produttività dovrebbero essere finanziati in primo luogo dai risparmi delle famiglie, quantunque alcuni possano essere finanziati anche dal debito. Gli investimenti a lungo termine in infrastrutture stabili possono essere finanziati almeno in parte tramite gli enti per lo sviluppo internazionale.

Terzo: è di importanza cruciale gestire il conto capitale in modo tale da tutelare e incrementare il potenziale reale di crescita dell’economia. I grandi afflussi di capitale da paesi che hanno bassi tassi di interesse possono facilmente spingere al rialzo i tassi di cambio, mettendo sotto pressione la parte tradable dell’economia. Nel contempo, la prospettiva di un’inversione del flusso di capitali aumenta il rischio, distoglie gli investimenti e può produrre improvvisi fenomeni di stretta creditizia.

In tale ambito, controlli selettivi del capitale e un’oculata gestione delle riserve possono giovare a stabilizzare la bilancia dei pagamenti e garantire che le condizioni degli scambi commerciali non cambino troppo rapidamente da essere controbilanciati dalla crescita della produttività. In verità, i paesi in via di sviluppo di successo perseguivano queste politiche ben prima che sopraggiungesse la crisi economica globale.

Quarto: è indispensabile un approccio realistico alla rivoluzione digitale. Da un lato i paesi in via di sviluppo dovrebbero riconoscere che, pur verificandosi rapidamente, lo scompiglio che a essa si accompagna non renderà obsoleti i loro modelli di crescita dalla sera alla mattina. La continua crescita in Cina e i redditi in aumento dei nuclei famigliari stanno creando opportunità nella produzione di articoli low-cost per le economie a basso reddito.

Dall’altro lato, i paesi in via di sviluppo devono obbligatoriamente accettare l’inevitabilità dei cambiamenti apportati ai loro modelli di sviluppo dalle tecnologie digitali. Invece di considerare tali cambiamenti alla stregua di altrettante minacce e di cercare quindi di opporvi resistenza, le economie in via di sviluppo dovrebbero anticiparle, abbracciando subito innovazioni rivoluzionarie. Ciò significa investire nella capacità produttiva – fisica e umana – necessaria a garantirne l’uso.

Oltre a procedere a un miglioramento qualitativo generale della loro produzione, i paesi in via di sviluppo farebbero bene a prepararsi anche allo spostamento in direzione dei servizi al quale andranno inevitabilmente incontro con l’aumento delle entrate (benché sia assai complesso predire con precisione il momento in cui ciò avverrà). In verità, dovrebbero cercare modi per sfruttare le occasioni e alimentare la loro attività nel settore dei servizi, come hanno fatto India e Filippine.

Quinto: non si possono ignorare le modalità di distribuzione degli utili derivanti dalla crescita economica. Le economie avanzate l’hanno fatto e tra gli esiti ottenuti vanno annoverati una maggiore polarizzazione politica, l’intensificarsi di un comune sentire anti-establishment, il declino della coerenza politica e un indebolirsi della coesione sociale. In particolare, in un clima di crescita lenta i paesi in via di sviluppo non possono permettersi di commettere il medesimo errore.

Sesto: è di assoluta importanza instaurare modelli di crescita sostenibile fin dall’inizio. Un approccio “green” non soltanto stimolerebbe una crescita maggiore, ma con molta probabilità ne aumenterebbe la qualità, per non parlare del livello di vita della gente comune. Oltre a ciò, nel tempo porterebbe a un’economia di gran lunga più resiliente.

Infine, l’attività imprenditoriale è indispensabile per tradurre il potenziale economico in realtà. Le politiche a sostegno di tale attività – per esempio la rimozione degli ostacoli che si frappongono alla creazione di nuove imprese e lo slancio da infondere alle opportunità di finanziamento – non possono essere escluse dalle strategie della crescita. Aprire canali per attrarre dall’estero flussi di informazioni, idee, competenza e talento non potrà che incrementare questi sforzi.

Le economie in via di sviluppo non avranno forse un grande controllo sui venti contrari che oggi le flagellano, ma ciò non significa che sono impotenti: anzi, esse possono fare davvero molto non soltanto a sostegno di una crescita equilibrata, ma anche per garantirsi un futuro più prospero e più resiliente.

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