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LA PRODUTTIVITA’ PER LA RIPRESA

Zero spaccato: 0,0 senza nemmeno un numerino dopo la virgola, invarianza assoluta rispetto al primo trimestre. L’attesa comunicazione Istat sull’andamento del Prodotto interno lordo nel secondo trimestre 2016 azzera anche molte chiacchiere e dovrebbe, combinata con il dato Bankitalia sulla crescita del debito pubblico (2.248,8 miliardi a giugno, più 77,2 miliardi in sei mesi), far salire di tono e di sostanza la discussione sul “che fare” in vista della nuova legge di bilancio 2017 e del confronto con la Commissione europea.

È vero che il commercio mondiale rallenta, che gli scossoni geo-politici si moltiplicano, che l’incertezza regna sovrana a dispetto (ma anche come conseguenza) del nuovo mondo a tassi zero, che vive solo di un volatile presente e se ne infischia del futuro. Tuttavia è un fatto che l’Italia continua ad evidenziare una sua storica e cronica debolezza di fondo, e girarci attorno con giustificazioni di comodo serve solo a preparare il terreno per altre disillusioni.

Il Paese non cresce o cresce sempre meno degli altri da troppo tempo, questo è il punto, e il dato che anche la Francia (ma in questo caso contano, eccome, gli scioperi per il Jobs Act) e l’Austria abbiano totalizzato nel secondo trimestre 2016 lo stesso 0,0 non cambia la prospettiva. L’Eurozona segna un +0,3, l’Europa a 28 è a +0,4, la Germania (+0,4) supera le aspettative, il Regno Unito fa +0,6, la Spagna +0,7, la Grecia +0,3. Rispetto al secondo trimestre 2015 l’incremento del Pil italiano tra aprile e giugno 2016 è pari a +0,7% e l’Istat rileva – assieme ad una preoccupante flessione del valore aggiunto dell’industria – che al momento la variazione acquisita per il 2016 è +0,6%.

Come dire che si galleggia in acque (molto pericolose) con una crescita zero-virgola, comunque ben distante dall’1,2% previsto dal Governo in aprile e assai più vicino ad altre stime, ad esempio quelle del Fondo Monetario e della Confindustria (+0,8%), e sempre inferiori di parecchio a quelle di Germania, Francia e Spagna. E meno crescita, che sarà certificata a settembre dal Governo, significa anche che l’obiettivo di rientro nel rapporto debito/Pil non potrà essere centrato, con ciò che ne consegue in termini di difficoltà nel negoziato sulla flessibilità di bilancio che Roma vuole imbastire con Bruxelles per alzare dalla soglia dell’1,8% il deficit 2017 concordato con la Commissione. Fin qui l’Europa ha concesso all’Italia tutti i maggiori margini di flessibilità previsti ma un nuovo salto su questa strada (paradossalmente, dopo che Bruxelles non ha sanzionato per deficit eccessivo Spagna e Portogallo, che al contrario di Roma avevano sfondato il tetto del 3% in rapporto al Pil) non è scontato. Dipende dalla valutazione che si farà sul percorso del debito, e dipende dall’impatto riformista delle scelte di politica economica che il Governo Renzi metterà sul piatto ad ottobre, periodo che incrocia anche la campagna sul referendum costituzionale, sulla quale sono già puntati gli occhi dei mercati.

Proprio il fatto che l’Italia o non cresce o, quando lo fa, si sviluppa meno degli altri maggiori Paesi, dovrebbe suggerire terapie più intense, meno dispersive e più fruttuose di quelle fin qui messe in campo alla ricerca del mix perfetto tra congiuntura e struttura, tra consenso a breve e scommessa a lungo. La direzione di marcia appare a questo punto obbligata: aumentare la produttività, il cui basso livello costituisce ormai un’emergenza nazionale, forse scomoda da mettere agli atti per le sue implicazioni politiche, ma non per questo meno vera e decisiva per una ripresa che sappia dare, con gli investimenti necessari e un fisco che premi gli incrementi della produttività, un orizzonte di fiducia a famiglie e imprese.

Nel bel mezzo di un dibattito che al momento privilegia i più svariati ritocchi al sistema pensionistico, quasi fossero un fattore decisivo di crescita, i dati Istat ci riportano dritti alla questione-produttività. Ieri il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ha riconfermato che la legge di bilancio 2017 «dovrà concentrare le risorse disponibili, limitate dal vincolo pesante costituito dall’elevato debito pubblico, su poche misure a favore della crescita». E domenica scorsa, nell’intervista al Sole 24 Ore, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Tommaso Nannicini, ha detto che «dobbiamo buttare a mare zavorre strutturali che il Paese si porta appresso da decenni, dall’alto carico fiscale sui fattori produttivi all’inefficienza delle regole del gioco in alcuni mercati del lavoro e dei prodotti all’inefficienza degli strumenti dell’intervento pubblico».
Di nuovo, l’emergenza nazionale. Come dice il premio Nobel Paul Krugman «la produttività non è tutto ma, nel lungo periodo, è quasi tutto». Sono più di vent’anni che l’Italia non cresce e sarebbe tempo di svolta a “U” per invertire il declino.

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