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LE OCCASIONI PERDUTE

di Ezio Mauro

D’ACCORDO: prima sono finite le ideologie, che nella loro luce artificiale e meccanica recintavano un campo. Poi in quel campo si è arenata la politica, che non è più vista dai cittadini come lo strumento pubblico per la soluzione di problemi individuali. Infine si è smarrita la coscienza di sé, che è poi la ragione di esistere. E tuttavia resta un dubbio: era inevitabile questa deriva del Partito democratico, prosciugato di ogni sostanza identitaria come una conchiglia ormai vuota e abbandonata sulla spiaggia italiana del 2016, battuta da tutte le maree?

Probabilmente no, a patto di sapere che i partiti sono qualcosa di più di un’organizzazione di tutela di interessi legittimi che sempre li animano e di un apparato di sostegno per le leadership che temporaneamente li guidano. Hanno, soprattutto, due prolungamenti indispensabili in alto e in basso: da un lato le radici, che poggiano nella storia del Paese e nella vicenda di ceti, classi, soggetti sociali che chiedono rappresentanza ed espressione; e dall’altro lato un orizzonte che li proietta al di là del quotidiano e del contingente, soprattutto adesso che il mitico “avvenire” ha fortunatamente lasciato il posto a un più incerto ma più laico “futuro”. Un’idea di Paese da difendere e da costruire, un’avventura collettiva in cui possa riconoscersi una comunità politica, ritrovando le ragioni per collegare la propria vita con la vita degli altri, riscoprendo ognuno il senso di responsabilità per un destino comune.

Questi semplici comandamenti valgono per tutti i partiti, e infatti le difficoltà sono distribuite equamente a destra e a sinistra. Ma è la crisi che non è neutrale, e nemmeno equidistante. Se è vero che accentua le disuguaglianze, che trasforma la povertà in esclusione sociale, che attacca il lavoro come strumento di crescita e di cittadinanza, che fa nascere un’inedita gelosia del welfare, che suscita paure primordiali, allora la sinistra dovrebbe capire che è investita direttamente e in pieno dalla più alta ondata del secolo e non le basta l’ordinaria manutenzione. In gioco infatti c’è lo stesso concetto di sinistra, un progetto cioè di riconoscimento, tutela ed emancipazione che unisca le opportunità e le necessità per un Paese più forte e più giusto.

Non è una sfida da poco. Si potrebbe scoprire che anche la sinistra è una creatura arenata nel Novecento, come le sue forme storiche, il comunismo, il socialismo e la socialdemocrazia. Che la caduta del muro l’ha risolta, segnando la sconfitta del comunismo, e insieme l’ha svuotata. Che la nuova solitudine repubblicana, lo smarrimento di cittadinanza, il sentimento d’impotenza democratica la stanno rinsecchendo, a vantaggio di nuove forme politiche mimetiche che eccitano la rabbia e il malcontento con un impianto culturale tipicamente di destra (una feroce gioia contro le istituzioni, una criminalizzazione dell’intera classe dirigente, un invito esplicito a non distinguere per fare di ogni erba un fascio da bruciare comunque) mascherato da linguaggi di pseudo-sinistra, in realtà da vecchio Borghese . In sostanza il rischio è uno scostamento di classi e soggetti sociali dal sistema all’anti-sistema, con un conseguente slittamento della rappresentanza del pensiero critico, da una politica di sinistra all’antipolitica.

In ritardo perenne con la storia (i conti col comunismo in Italia sono stati risolti per delega con il crollo del Muro, e manca ancora un pubblico bilancio) per una volta la sinistra del nostro Paese era in anticipo sulla cronaca. Il Pd, infatti, era nato prima che questi fenomeni di disgregazione del sistema politico e del meccanismo di rappresentanza si evidenziassero. Il profilo era l’unico possibile per un Paese che aveva nel Pci un partito che era durato troppo a lungo, senza saper risolvere il problema della sua identità autonoma, e nel Psi una forza che era durata troppo poco, suicidandosi con le tangenti e facendo mancare in Italia quel pesce pilota riformista che sotto nomi diversi concorre da decenni a governare le altre democrazie occidentali. Ecco dunque con il Pd la scelta di disegnare quel profilo riformista tipico di una sinistra di governo moderna e occidentale, innervata dalle due grandi tradizioni socialcomunista e cattolico-democratica.

Pochi anni dopo quel partito si trova senza radici e senza orizzonte, con le fonti inaridite e l’identità incerta: un capolavoro. Le tradizioni sono state cancellate dallo stesso segretario nella mistica dell’”anno zero” e della rottamazione, come se il renzismo fosse una forma politica nuova e non una legittima interpretazione della forma-partito che esisteva prima e che – almeno in teoria – dovrebbe continuare ad esistere anche dopo. Soprattutto, come se i partiti fossero modelli da indossare secondo le stagioni e le mode, e non realtà presenti e riconoscibili nella storia del Paese, purché il leader sappia rivestirsi della maestà di quella storia complessiva, interpretandola poi secondo il proprio carattere e la propria visione politica. L’orizzonte è stato invece tarpato dagli avversari interni di Renzi, disinteressati a usare il Pd come uno strumento comune per battaglie condivise, preferendo interpretarlo come un’arena permanente dove duellare ogni volta con il premier, affermando la propria identità nel duello e non nelle idee, perché l’idea di fondo è l’illegittimità di questa leadership.

Il risultato è evidente. Il Pd è un soggetto politico dimezzato con le due metà brandite l’una contro l’altra in una guerra di posizioni che l’elettore segue con scarso interesse. Anche perché il Pd nonostante tutto in Parlamento è ancora la forza di maggioranza relativa e come dimostra la vicenda dell’elezione di Sergio Mattarella al Quirinale avrebbe la possibilità (ma più ancora il dovere) di giocare ogni partita semplicemente come spina dorsale del sistema politico e istituzionale, soggetto del cambiamento. E invece il Pd ha rinunciato al privilegio di questa responsabilità, preferendo giocare ogni volta due partite contrapposte, come sul referendum. Ci voleva tanto a capire in tempo utile che bisognava partire dalla ricerca concreta e testarda di un’unità del partito su un’ipotesi di modifica della legge elettorale, da portare poi all’esame delle altre forze politiche, riducendo il conflitto sul referendum? Non si è nemmeno provato, fino ad oggi, perdendo tempo e accumulando ruggine interna, fino all’invalidità permanente del Pd. Sprecando così un’opportunità clamorosa, in questa fiera perenne delle occasioni perdute.

La destra che si riorganizza, i populismi arrembanti, non contano più e non fanno nemmeno suonare l’allarme: se non ciechi, Dio rende almeno sordi coloro che vuole perdere. Insieme con loro, perde il Paese che ha già visto consumarsi una tradizione politica e una lingua comune, in un deserto di cultura politica. Adesso rischia di consumarsi la funzione stessa della sinistra. Proprio mentre intorno tutto è destra, vecchia e nuova.

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