Stampa articolo

LA LUNGA STORIA DI BELVEDERE (1Contesto)

La lunga Storia di Belvedere (1)

      Foto di Gianluca Gagliardi
“La memoria storica, non è un fondo immobile in grado di comunicare comunque, bisogna sapere come farla riaffiorare, va continuamente rinarrata. Anche perché, se il patrimonio storico, culturale, non entra in relazione con la gente, declinando linguaggi diversi e parlando a tutti, rischia di morire, incapace di trasmettere senso e identità a una comunità.”

        

Contesto Geo-Demografico

La Calabria, chiamata Bruzio sotto i Romani, fu unita alla Lucania e costituì la terza regione delle 11 circoscrizioni amministrative che dividevano l’Italia al tempo di Augusto. Con la fine dell’Impero romano, però, la regione perse la sua unità territoriale e politica e si frazionò in diverse zone di influenza.

Essa fu chiamata con il nome attuale di Calabria dai Bizantini che vi governarono all’incirca fino all’anno Mille e che diedero luogo ad una civiltà che intrecciò le sue vicende con l’Islam degli Arabi e con il germanesimo dei Longobardi.

La popolazione era esigua, se si pensa che al termine delle invasioni barbariche ed in pieno medioevo, a fronte di quattro milioni di abitanti stimati in tutta la penisola italiana, popolavano il Mezzogiorno solo 800 mila persone, che rappresentavano un conglomerato etnico assai disparato nelle sue componenti e nella sua fisionomia, considerati i fattori che avevano provocato la depressione demografica: rovine e devastazioni dovute a guerre secolari, distruzione di gruppi fondamentali come Sanniti ed i Bruzi, fusione di popoli diversi e immissioni di schiavi e di servi per il lavoro nei latifondi, immigrazioni di coloni romani e di popolazioni barbariche dopo la caduta dell’Impero.

Sotto il dominio Normanno il Regno di Napoli viene diviso in circoscrizioni amministrative chiamate Giustizierati, ed alla Calabria vennero assegnati il Giustizierato di val di Crati  e Terra Giordana nella parte settentrionale e quello di Calabria nella parte meridionale. La suddivisione viene confermata dai sovrani Svevi, e poi da quelli Angioini. E fu proprio sotto Carlo d’Angiò che la linea di demarcazione dei due Giustizierati fu modificata, nel 1280, e la circoscrizione meridionale vide ampliati i suoi confini, con una linea che arrivò a Nord del Golfo di S.Eufemia (Amantea) sul Tirreno e al corso del fiume Neto sullo Jonio.

Sotto l’Imperatore Federico II di Svevia, nel 1238, la popolazione della Regione era di 300 mila unità, su un totaledi 3 milioni di abitanti del Regno, per arrivare a 411 mila nel 1276, anno in cui gli Angioini effettuarono una numerazione della popolazione allo scopo di riscuotere le tasse dell’epoca, che erano denominate “collette”. Era il tempo in cui i centri abitati muniti di cinta murarie venivano chiamate città, mentre i “casali” erano costruiti da gruppi di persone dedite alla produzione agricola, dipendenti da un centro maggiore dal quale erano amministrati.

Le Ville, invece, erano centri di piccole dimensioni sparsi sul territorio, ed i “Castra” rappresentavano luoghi fortificati attorno ai quali si era formato un agglomerato urbano. C’erano, infine, le “terre”, prive di cinta murarie come i casali, ma munite di amministrazione propria.

Con la dominazione Aragonese la Calabria continuò ad essere divisa in due Province, e per entrambe la sede della Regia Udienza (chiamata a discutere le cause di prima istanza) fu Cosenza.

 Sotto il Regno di Alfonso d’Aragona, nel 1442, la “colletta” venne sostituita dal “focatico”, una tassa che prevedeva il versamento di un ducato a fuoco, ed i “fuochi” erano nuclei familiari composti convenzionalmente da 4- 5 individui.

La numerazione del 1447 assegnò 23.331 fuochi alla provincia di Valle Crati e Terra Giordana e 28.992 a quella di Calabria, corrispondenti complessivamente a 231 mila unità, da inserire all’interno di un mezzogiorno che contava allora un milione e mezzo di abitanti.

Sotto gli spagnoli viene istituita una seconda Udienza Provinciale, con sede a Catanzaro, poi a Reggio e infine di nuovo a Catanzaro. Il territorio Settentrionale della regione fu chiamato Calabria Citra e quello Meridionale Calabria Ultra ed entrambe le dominazioni sostituirono gli antichi nomi dei Giustizierati Normanno-Svevi.

Per gran parte del Cinquecento la popolazione della regione fu in crescita, e nel 1595 gli abitanti arrivarono a sfiorare le 500 mila unità. Ma anche in questa occasione il processo non fu uniforme; ci furono, cioè, differenze notevoli per le varie zone, e la popolazione crebbe in misura maggiore nella parte meridionale della Calabria, nella Provincia Ultra. La denominazione di Citeriore ed Ulteriore fu mantenuta per molti secoli. Nel frattempo il ripiegare della popolazione delle coste verso la collina, l’assenza di strade e le numerose calamità naturali, contribuirono all’isolamento. Un fenomeno che ha interessato gli studiosi al punto tale da far parlare di diverse Calabrie. Ed il censimento del 1669, l’ultimo del periodo Spagnolo, confermò questa diversità, assegnando 160 mila abitanti circa alla provincia Citra e 210 mila alla provincia Ultra, evidenziando decrementi maggiori nella parte settentrionale della Regione.

 

Nell 1793 G.Spiriti scriveva: “ Infatti nella Citeriore ed Ulteriore Calabria son così pochi e languidi i rapporti di commercio che può francamente dirsi non esservene nessuno, anzi possono considerarsi quelle province come affatto isolate un dall’altra”.

L’espressione le Calabrie è stata così utilizzata per sottolineare la diversità di un territorio che, pur appartenendo alla stessa regione, presentava caratteristiche non omogenee. Nella pluralità del nome era il segno di una intuizione popolare, il risultato di una lunga esperienza vissuta e sofferta negli spazi che le difficoltà, o addirittura le impossibilità delle comunicazioni interne, rendevano immensamente più ampi di quel che erano nella realtà le dimensioni.

Il Contesto, il Paesaggio e le sue Influenze

Si è già affermato che le società organizzano gli spazi naturali secondo le proprie mutevoli esigenze e così facendo imprimono loro forme specifiche: quelle che noi chiamiamo paesaggi. In ogni paesaggio, dunque, rurale o urbano che sia, riconosciamo una molteplicità di “oggetti”, riconducibili entro due grandi insiemi: gli elementi naturali che non sono stati creati dagli uomini (una montagna, un fiume) e gli elementi sociali, frutto dell’agire economico e sociale (un porto, un quartiere urbano). Spesso non è facile separare nettamente i due insiemi che si presentano profondamente intrecciati, magari in modo irreversibile; si pensi a un terrazzamento, a una bonifica, a una città o una strada. Il paesaggio non è mai immutabile, fisso, ma in continuo divenire, frutto degli incessanti cambiamenti delle strutture economiche e sociali. Ciò significa anche che ogni paesaggio non è una mera sommatoria delle parti – le forme- che lo compongono, ma il risultato di relazioni, dei rapporti economico – sociali dominanti in ogni periodo storico, per cui, dietro e dentro le forme materiali del paesaggio si annidano sempre le funzioni, per le quali le forme sono state pensate.

    

Dunque, forme, strutture e funzioni compongono ogni paesaggio.

Belvedere, é una sorta di “eccezione”!

Il suo “Porto” di Capo Tirone e il “Valico” del Passo dello Scalone, sono naturali e non quindi elementi sociali. Rivestendo un ruolo geo-politico di grande interesse, avrà grandi albori, e la sua popolazione sempre in crescita rispetto alla media Provinciale, godrà di vantaggi naturali, quali la fertilità della terra, l’abbondanza di acqua e l’impareggiabile clima. Collocata felicemente in un contesto geografico strategico, conoscerà più la “tristezza” della cupidigia umana che le catastrofi della natura, in parte clemente con la Città, eccezion fatta per i terremoti. Conoscerà poco la “malaria” ed il “colera”; anzi delle pestilenze sarà “cura e soggiorno”. Andrà incontro a distruzione e, a periodi foschi per lunghi secoli, ma, pur sempre, conoscerà lo “splendore della rinascita”.

                                     L’Approdo di Capo Tirone Porto Naturale dell’Antica Belvedere

 

                   Il Valico del Passo dello Scalone sulla dorsale del Gruppo della Montea parte terminale destra

Belvedere è collocato nel sistema dell’Appennino Meridionale Calabrese, quale ultimo baluardo del Pollino, nel contesto di un esclusivo panorama, dominato dai massicci di Montea, per noi Monte Caccia. Quest’ultima, dopo La Mula ed il Dolcedorme, innalza nuovamente la quota altimetrica a 1973 mt s.l.m., e si lascia degradare nell’Appennino Paolano, fino a lambire il Mar Tirreno.

Ad un attento osservatore, la direzione geografica del sistema, in allineamento con il restante Appennino Centro settentrionale, mette in evidenza la diversità del proprio asse rispetto a quello Silano e dell’Aspromonte nella restante Calabria. La formazione avutasi in ere geologiche differenti, evidenzia la discordanza nella stessa tettogenesi e fa della nostra area una naturale propaggine o, deiezione, della Lucania e della Campania. Una componente, questa non secondaria, se é vero, com’è vero che, per ironia della sorte, anche le vicende storiche legano la nostra città a queste due regioni, corrispondendo Belvedere, per dotazione naturale, alle esigenze economiche e logistiche, soprattutto belliche, delle loro diverse dominazioni.

 

                                          La Dorsale Appenninica della catena Costiera Calabro-Lucana

               La Dorsale Appenninica della Catena Costiera Calabro-Campana vista dal Mare con il Golfo di Policastro.

 

   

 La Cima della Montea su S.Agata D’Esaro                                            La vista di Belvedere da Monte Caccia

 

                          La vista del Gruppo Montea-Monte Caccia sul proprio territorio da Belvedere

 

   

         La Montea vista da Passo dello Scalone                                                   L’Impatto della Montea su Belvedere

 

In termini schematici, le caratteristiche naturali del nostro territorio, soprattutto di approdo con Capo Tirone e di agevole valico del Passo dello Scalone (Passo dello Scalone Map – Calabria, Italy ), fanno di Belvedere, nei secoli, un riferimento costante per incursioni, migrazioni e spostamenti in genere, ma anche snodo di traffici e commerci, in una variabilità di assetti in rapida successione, di diverse popolazioni.

Una successione di eventi che ha reso, in gran parte, difficile la loro cronologia ed incerte alcune collocazioni per la continua “rettifica” di demarcazioni e confini: presidi Bruzi (Bretti), Lucani, Sibaritidi e Romani ne costituiscono un esempio.

                            Le pendici del Passo dello Scalone con vista sul mare sullo sfondo lo Stromboli

                                     Il versante di Passo dello Scalone sul territorio di Belvedere

                          Il versante di Passo dello Scalone sul territorio di Belvedere con in vista il Centro Storico

                                                     Il Centro storico di Belvedere ed il suo Territorio
Con rapide apparizioni dall’orizzonte, incursori, predatori e saccheggiatori scompaiono, poco dopo, nel nulla, lasciandosi dietro i segni delle stragi. Gli stessi Arabi, che ci interesseranno molto da vicino e dai quali siamo stati fortemente influenzati, a volte sembrano più “virtuali” che “reali”, più avvertiti che esistenti. Della loro presenza, la Storia, ingiustamente, ci tramanda solo un “precetto”: il pericolo!

 

   

                 L’Approdo di Capo Tirone                                                                   Capo Tirone visto dal Centro Storico
All’Armi! All’Armi! La campana sona:

li turchi su arrivati a la marina!

Per secoli questo grido è risuonato lungo quasi tutte le coste italiane, e con particolare intensità lungo le nostre, rimandando alla memoria storica degli anziani, il ricordo delle incursioni ”Saracene”, che hanno determinato molto del nostro sviluppo, influenzando anche la lingua e la cultura. Presenti in Calabria sia con incursioni (per oltre un millennio: a partire dai primi dell’800 dC) che con occupazioni temporanee e la costituzione di piccoli emirati in varie località (Squillace, Santa Severina, Tropea e Amantea) gli “Arabi” (detti variamente Turchi, saraceni, mori, amareni, ed in altri modi ancora) uniti nella comune Religione Islamica, provenivano da una enorme area che va dall’estremo occidente all’estremo oriente del bacino mediterraneo. Nonostante fossero incursori e depredatori, strinsero intensi rapporti commerciali ed economici con la Calabria, alla quale trasmisero non solo terrore, ma anche cultura e conoscenze tecnologiche. Grazie a loro giunsero colture come quella del gelsomino o di vari agrumi: bergamotto e forse aranci mandarini e limoni. Il “Mar bianco di mezzo”, come lo chiamarono, divenne teatro di un duro confronto fra l’Europa cristiana, latino – greca e i musulmani, soprattutto dopo l’espansione ottomana nel bacino occidentale del Mediterraneo nel XVI secolo.

La insistenza della storiografia di circoscrivere il rapporto fra l’Occidente e gli Arabi nella fondamentale data del 1571, quando nella battaglia di Lepanto l’Europa Cattolica e Cristiana allontana e annienta, finalmente, la minaccia Turca, lascia del tutto insoddisfacente l’analisi di cosa veramente questa avesse rappresentato per il mondo Occidentale, ignorando volutamente la civiltà turca e il suo modello.

    

                      La scogliera di Capo Tirone                                                      Tramonto visto dalla Montea

A Belvedere, per come vedremo, la presenza Islamica ha dettato le condizioni della nascita della città. Pur non divenendone un “presidio”, la sua crescita, sin dagli albori a tutto il 1500, viene influenzata, non solo da usanze e costumi, ma, meravigliosamente, dalla fantasia creatrice e dalla capacità attitudinale degli Arabi. La “Città Costruita” è la risultante, in modo così rimarchevole, del plurisecolare meccanismo bellico di “attacco” e “difesa” ma anche del compromesso e, sorprendentemente, della reciproca tolleranza fra le diverse componenti. Una presenza suggestionante che ha contagiato lo sviluppo attraverso vicende cronologicamente definite e storicamente circostanziate.

                                                                 Tipologie Costruttive del Centro Storico

          

            

 

Un Bacino di Utenza quello del Nostro Territorio valido per tutte le stagioni storiche, idoneo per gli interessi pratici di grandi civiltà i cui positivi contagi hanno determinato, soprattutto nei ceti popolari, la acquisizione di ricche esperienze. Da qui, un Popolo capace di innalzare monumenti e cattedrali al cielo, di avviare un fiorente artigianato, l’uso di arti e mestieri, la medicina, la matematica, l’inclinazione alla musica ed alla poesia. Malgrado le assidue e continue vessazioni Patrizie e Feudali, un popolo dedito ad una opera diuturna di costruzione, avulso dalla partecipazione diretta ai grandi eventi epici ma, civilmente e responsabilmente, coinvolto dalle loro, ripetute e frequenti, tragiche conseguenze. Un Popolo capace di grandi slanci di generosità, spesso non proporzionata alle possibilità, in un continuo contrasto tra facili entusiasmi e rassegnazione fatalistica. Un popolo amante della “forma” e della pulizia, riflesso, in parte negativo, superficiale e di facciata, da ricercarsi nell’ozio dell’opulenza Sibaritide, (splendide eleganti fanciulle, con in capo il diadema ed il cane maltese in braccio, durante le ore solari), in parte nella contaminazione Araba (lo splendore dell’Emirato) e nella ricercatezza delle dinastie post Rinascimentali. Un popolo in cui anche la sua “sostanza” diviene “decoro”, dal radicamento della fantasia Araba in promiscuità e assimilazione di altre virtù di grandi civiltà, riaffioranti, ancora oggi, in spiccati individualismi.(1) continua

 

 

 

Questo elemento è postato in CULTURA, Le mie Proposte. Bookmark the permalink.

Lascia un Commento