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LA LUNGA STORIA DI BELVEDERE.(2 Gli Albori)

La lunga Storia di Belvedere 2

Sebbene la deformante enfasi narrativa di Storici locali e non, abbia contribuito ad avvolgere di leggenda la Città di Belvedere, resta la certezza che la caratterizzazione del suo territorio per come descritto, risponde ai requisiti abitativi delle più remote popolazioni affacciatesi su questa parte della Calabria. Nella consapevolezza che, ad oggi, gli studi e gli approfondimenti avvenuti, escludano sul suo territorio presidi organizzati di popoli se non prima dei Romani, alcuni ultimi ritrovamenti di reperti, spostano l’attenzione su insediamenti Greco-Italioti fra l’VIII° e V° secolo a.C. con gli Enotri, fatto salva la conferma sulla natura di altri recentissimi ritrovamenti in Contrada Castromurro.

 

Si definisce come “enotrio” un ampio ambito territoriale, strutturatosi in forma culturalmente omogenea che comprende la Basilicata occidentale, il Vallo di Diano, la fascia costiera del Cilento e della Calabria settentrionale, l’entroterra calabro solcato dai bacini del Crati, dell’Esaro, del Coscile e del Savuto.

La circolazione di manufatti di grande pregio nell’Enotria interna del V secolo a.C. (ceramiche attiche, bronzi greci ed etruschi ecc.) conferma l’importante ruolo delle comunità indigene e dei mercati dell’entroterra, che attraverso ampi circuiti commerciali interagiscono con le realtà produttive del mondo coloniale ionico e con quelle greche ed etrusche del versante tirrenico fino a quando l’emergere di nuove etnìe sannitiche comporterà nell’arco di pochi decenni la completa dissoluzione del vecchio mondo enotrio.

 

 

Il versante meridionale dell’area enotria si struttura in rapporto a Sibari, costituendo il retroterra dell’ampio sistema territoriale della colonia greca. Il popolamento indigeno si disloca ai margini della chora di Sibari (Amendolara), ma soprattutto, dalla fine del VII sec. a.C., nell’entroterra silano lungo le valli dell’Esaro e del Coscile, del Crati e del Savuto (Torre del Mordillo, San Marco Roggiano, Mottaflone, Castrovillari, ecc.). Il Crati, il Coscile e l’Esaro, costituiscono inoltre un’importante direttrice di comunicazione verso il Tirreno, al cui sbocco sorge Temesa ricordata da Omero (Od., I, 182-84) come centro minerario popolato da genti non greche. Alla proiezione di Sibari sul Tirreno si deve anche l’aggregazione e lo sviluppo del popolamento indigeno sul Golfo di Policastro in cui confluiscono i fiumi Mingardo, Bussento, Noce e Lao che mettono in comunicazione il versante costiero con il Vallo di Diano e le valli dell’Agri e del Sinni. Dalla fine del VII sec. a.C., ma soprattutto nella seconda metà del VI sec. a.C. fioriscono gli abitati di Palinuro, Pyxunte (Policastro Bussentino), Maratea, Tortora, Petrosa di Scalea, Marcellina e Belvedere che si inseriscono nel sistema di traffici veicolato da Elea e Poseidonia, fungendo da tramite con i gruppi indigeni dell’interno.

A tali centri si connettono le cosiddette “monete di impero” di Sibari: gli incusi in argento con legenda PAL-MOL (Palinuro/ Molpa), SIRINOS-PIX/PIXOES (Pyxunte), SO, AMI. L’area enotria entra complessivamente in crisi con la distruzione di Sibari nel 510 a.C. Nelle valli del Noce e dell’alto Lao (Maratea, Rivello, Castelluccio sul Lao) gli insediamenti indigeni persistono tuttavia ancora nel V sec. a.C.: da Castelluccio sul Lao, in particolare, proviene un’olla con iscrizione paleoitalica in alfabeto acheo dedicata a “Giove della touta” (della comunità). In tale territorio può essere ubicato l’ethnos dei Serdaioi di cui un’iscrizione bronzea da Olimpia ricorda un’alleanza con Sibari (probabilmente la colonia di Laos: la nuova Sibari fondata sul Tirreno dagli esuli dopo il 510 a.C.), stipulata sotto la garanzia di Poseidonia. All’ethnos si riferisce anche una moneta di argento a doppio rilievo con legenda SER/SERD, databile dopo il 500 a.C.

 

 

Dopo la smentita storica di essere Belvedere identificata con la Città di Blanda, individuata in Tortora, l’esistenza di un presidio stabile Magno-Greco nella nostra Città rimane ancora suffragato da un corposa indagine di studiosi, scaturita dagli scritti di Erodoto e di Strabone che indicano in Skydros, la seconda Colonia costruita dai Sibariti sull’Alto Tirreno cosentino a 24 Km. da Laos (odierna Marcellina), all’indomani della distruzione della loro Città, avvenuta nel 510 a.c. ad opera dei Crotonesi.

Resta dunque confermata ancora una volta la valenza infrastrutturale naturale del Passo dello Scalone e del Porto di capo Tirone per il nostro territorio. A questo proposito, merita di essere riportato quanto afferma a pag. 153 del Volume “Storia della Regione Lucano-Bruzzia nell’antichità” Romano Pareti – Edizioni di Storia e Letteratura – a cura di Angelo Russi:

“Lo sviluppo territoriale dei Sibariti avvenne, avanti il 560-550 circa, in tre direzioni: una lungo il mare per conquistare, in concorrenza con Crotone, le città costiere cosiddette “di Filottete”, dove avevano vissuti i Choni più o meno grecizzati; e due seguendo le vie interne fino ad occupare le basi sul Tirreno, certo con la cooperazione delle navi.

La via attuale da Sibari alla foce del Lao (per Cassano, Castrovillari, Morano, Mormanno e S. Domenica Talao), non molto lunga (110 Km) ma certamente non troppo agevole, conduceva i Sibariti, che non seguissero il periplo marittimo, alla loro sottocolonia di Laos; mentre da essa a Castrovillari si diparte la via per Lungro e San Sosti, che portava a Skydros (Belvedere?)  A 135 Km. da Sibari. Sono queste certamente le due Città create dai Sibariti su basi indigene, dove essi si rifugiarono parzialmente, nel 510, quando Sibari fu distrutta.

Che Laos abbia preso il nome dal fiume vicino è ovvio, in quanto un villaggio indigeno doveva essere denominato oggettivamente dal fiume: non per nulla nel periodo romano si parla di Lavinium, ma già le monete arcaiche portano scritto Laoi accanto a Lai , che poi fosse colonia di Sibari è affermato da Erodoto e da Strabone. Dove fosse l’altra colonia Sibarita, e forse inizialmente Sirina, di Skydros, non sappiamo precisamente, ma non pare verosimile che fosse a Sapri, a ridosso della Sirite Pixunte, né a 24 Km all’interno del Lao a Papasidero, secondo un giuoco di assonanza. Se nella voce di Stefano Bizantino:∑xjδρος, πόλις Ιταλιας, immaginiamo che si debba intendere quell’Italia nel senso di Antioco, limitata al fiume Lao, avremmo qualche indizio per ricercarla molto più a sud, ad esempio: Belvedere Marittimo: ma è un indizio.”

                         Belvedere: foto d’insieme del rapporto orografico fra Capo Tirone  e Passo dello Scalone
Nel testo più aggiornato di Fabrizio Mollo (Ai Confini della Brettia- Rubbettino Editore 2003) fra il testo e le note delle pag. 35-36 viene confermato l’indizio ma viene ribadito che le proposte di individuazioni sono numerose ma mai basate su documentazione scientifica probante:

NOTA: Tra l’VIII° e VII° secolo a.C. l’Italia meridionale vede la nascita di numerose Polis coloniali fondate a seguito di un massiccio esodo di genti greche; questo processo interessa in maniera molto limitata anche la costa tirrenica cosentina per le condizioni particolarmente svantaggiate del terreno. Soltanto le fonti letterarie attestano questa presenza greca sul Tirreno Cosentino testimoniandoci di culti eroici offerti ai compagni di Ulisse (Draconte a Laos e Polites a Temesa), forse miti riferibili a frequentazioni greche pre o proto-coloniali e la presenza di due sub colonie di Sibari (Laos e Skydros). Purtroppo, però, tali notizie non sono supportate archeologicamente. Molto incerte sono la loro identificazione sul terreno e  l’inquadramento cronologico; in realtà si doveva trattare in origine, e sicuramente per Sckydros di un semplice scalo o emporio sulla costa che si trasforma in vera e propria cittadina solo dopo il trasferimento di molti profughi Sibariti provenienti dalla Città distrutta nel 510 a.C.”

E mentre per quanto riguarda Laos arcaica, rimanendo oscura la ubicazione del Centro arcaico, ne abbiamo testimonianza da alcune serie monetali a legenda LAFINON, le ricerche hanno ormai chiarito che  le strutture scavate a S. Bartolo di Marcellina appartengono alla città Lucana, l’ipotesi (La Torre 1999 c,67) di non considerare Skydros una Polis vera e propria, ma solo un piccolo borgo occupato dopo il 510 a.C. dagli esuli Sibariti (senza il diritto di battere moneta) sembra al momento la più plausibile. Tutto questo, in un territorio popolato ampiamente dalle popolazioni Enotrie che ne detenevano il controllo prima e probabilmente anche dopo la distruzione di Sibari e il conseguente afflusso di coloni a Skydros e Laos.”

Nella fattispecie Belvedere geograficamente, in rapporto alla viabilità dell’epoca, presenta l’istmo del valico di Passo dello Scalone e l’approdo via mare di Capo Tirone, sulle medesime coordinate; pertanto non può sottacersi il singolare e felice connubio orografico ed infrastrutturale, quale unicum, di tutta la Catena Costiera Alto Tirrenica.

Ed è proprio nell’ambito  delle diverse e contrapposte tesi di alcuni autori che,  sulle vicende dei coloni greci, si sono divisi  sulla opportunità, o meno, che questi si servissero delle vie istmiche, di via di collegamento di due realtà insediative (Ionica-Tirrenica), opposte geograficamente ma collegate fra loro grazie a percorsi istmici), è che si pone con forza questa irripetibile convergenza (terra-mare), divenendo, fra l’altro, il contesto dell’approdo di Capo Tirone il più importante giacimento di reperti archeologici venuti alla luce a Belvedere. Ma, per come spesso accadrà nella Nostra Città, l’ironia della sorte, che sembra contraddistinguere la sua-Nostra Storia, farà si che anche questi reperti, sebbene validamente testimoniati, saranno più narrati che evidenziati.

Anche la ventilata ipotesi che la viabilità dell’epoca, intesa quale trasferimento di uomini e movimento commerciale, fosse avvenuta solo via mare, confermerebbe la imprescindibilità di Belvedere dall’interesse ellenico. A ricercatori come il Prof. Mollo e Prof.Forte, non è sfuggito quanto sopra e nelle loro opere con significativi riferimenti sottendono l’importanza che assumono a Belvedere l’insediamento costiero presumibilmente tardo ellenico di località Castromurro che si distingue per il rinvenimento di discreto materiale fittile e quello conseguente, collegato a questo, proprio di Capo Tirone (Fondo Cutura) divenuto successivamente, marcatamente anche presidio litorale militare Romano.

 Belvedere: Veduta di insieme dei percorsi viari tra l’Istmo di Passo dello Scalone e l’Approdo di Capo Tirone con  segnalati i Siti Archeologici di maggiore interesse all’argomento.

Per lo scopo che il nostro lavoro si prefigge, di individuazione di valori socio-culturali identitari, si deve sottolineare, comunque, come dal V secolo a.C., l’etnostoriografia greca svolge una forte azione di legittimazione delle politiche coloniali e identifica in differenti aree gli ethne che erano entrati in contatto con le presenze protocoloniali e coloniali elleniche, queste ultime protagoniste del processo di affermazione etnopolitica sugli antichi territori italici. Le fonti per l’identificazione dell’ethnos chonio-enotrio sono quelle storiografiche, che permettono l’identificazione territoriale e culturale dell’Enotria, e quelle archeologiche (necropoli), che consentono l’identificazione delle diverse aree, o comparti, distinte per territorio, rituale funerario e cultura materiale. Al momento, lo studio dell’ethnos chonio-enotrio è possibile con il metodo deduttivo e di confronto. Il primo permette l’analisi del sito indagato e la formulazione di una o più ipotesi interpretative dei dati archeologici. Il secondo consente di confrontare più ipotesi, formulate sia all’interno di un sito comunitario o territoriale, sia all’esterno nell’ambito di altre realtà culturali. Ciò porta all’individuazione di possibili analogie o differenziazioni, che, organizzate e valutate in relazione al loro grado di attendibilità e di capacità diagnostica, possono confermare o ridefinire i caratteri formanti, distintivi o di similitudine di una comunità rispetto ad un’altra. La formazione dell’ethnos chonio-enotrio (fine X / IX-V secolo a.C.) è il risultato di trasformazioni iniziate nell’età del bronzo e influenzate dai contatti commerciali e culturali sia con l’area orientale (mondo miceneo e illirico-balcanico) sia con quella tirrenica. In seguito, il contatto con la presenza greca protocoloniale e coloniale e con le aree etrusco-tirreniche, ha contribuito alla formazione di una cultura enotria complessa e diversificata. In Basilicata, il territorio abitato dell’ethnos chonio-enotrio si estende dal Basento al Sinni, dividendosi all’interno in due aree geografico-culturali : quella ionico-subcostiera, occupata dai Choni, e quella interna delle vallate fluviali dell’Agri e del Sinni, abitata dagli Enotri. Questa suddivisione si conferma anche nella Calabria Cosentina. Nella prima età del ferro, l’area chonia è legata al mondo adriatico di matrice iapigio-peuceta, mentre l’area enotria a quella tirrenica delle « tombe a fossa ». Dalla fine dell’VIII secolo a.C., con la presenza protocoloniale lungo la costa ionica e della nuova organizzazione socio-politica ed economica, l’area chonia perde la propria identità. La fondazione delle città achee di Sibari e Metaponto e la formazione dell’emporion greco-orientale di Siris sulla costa ionica, realtà attuatrici di un ampio programma di traffici costieri, consentono l’intensificarsi dei commerci tra l’Enotria interna, l’area ionica e l’area tirrenica peninsulare, dove agli inizi del VI secolo a.C. la fondazione di Posidonia alla foce del Sele rappresenta il grande referente pro-Sibari sul Tirreno e verso il mondo etrusco.(2) continua

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