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SAN VALENTINO- tra commercio e Fede.

               Il Convento di San Daniele a Belvedere Marittimo-luogo di conservazione delle Reliquie di San Valentino

La storia di San Valentino a Belvedere, nella sua accezione religiosa, va ben oltre la connotazione commerciale del “Paese dell’Amore” che ormai caratterizza l’evento, presentandolo sempre più ludicamente come l’occasione per imbastire business.

Quando si parla di San Valentino, sfugge all’opinione pubblica ed anche clericale la felice coincidenza tutta Belvederese di annoverare, insieme alle reliquie del Santo, anche una Chiesa, quella dell’Annunziata, la cui arciconfraternita fondata dal cardinale Giovanni di Torquemada, su indicazione nel 1465 di Papa Paolo II°, doveva procurare la dote alle fanciulle indigenti in procinto di sposarsi.

forse la più rappresentativa della Città, che nata : l’ex Convento Agostiniano costruito su resti Greco-Bizantini nel 1428, oggi Madonna delle Grazie, in cui si è perpetuato il culto di Maria SS. dell’Annunziata.

La festa del santo di Terni in Italia assume la ricorrenza e prende le mosse da un fatto storico che riguarda proprio fanciulle da marito: nel 1465 papa Paolo II autorizzò il cardinale Giovanni di Torquemada a fondare l’arciconfraternita della SS. Annunziata, che doveva procurare la dote alle fanciulle indigenti in procinto di sposarsi. Ancor prima dell’arrivo delle Reliquie di San Valentino, questa “Arciconfraternita” fu istituita anche a Belvedere proprio a ridosso del Convento di Sant’Agostino, oggi Madonna delle Grazie, insieme alla Buca dei Trovatelli ed all’Hospitale per i Poveri, di cui parlano Don Cono Araugio nel Libro “Bellovidere” e lo scrivente nel Libro “Dal Tirone allo Scalone”.

La prima distribuzione di questa dote venne fissata del tutto casualmente il 14 febbraio, diventando così la festa degli innamorati e il Santo il loro naturale protettore. Divenne poi, San Valentino Martire anche il santo guaritore dall’epilessia e dalla peste, oltre a proteggere gli animali domestici.

Una festa prettamente italiana, dunque, e per l’esattezza romana, trapiantata in Inghilterra dove in epoca vittoriana le dame usavano spedire in questa data bigliettini scritti a mano ai cavalieri per i quali spasimavano. Approdata negli Stati Uniti attorno alla metà del 1800, in tempi recenti è ritornata come novità, con connotazioni prettamente commerciali!

La tendenza tutta commerciale che gira intorno al Santo e che sembra voler caratterizzare anche l’evento belvederese, pare suscitare non celate gelosie da parte di conterranei regionali se è vero come è vero che alcuni dipendenti della Sopraintendenza ai Monumenti di Cosenza (bibliotecarie) si sono presi la briga di pubblicare e tenere ben esposto in bacheca un libello (Quaderno n°5) che così viene presentato:

Argomento del Quaderno n. 5 della Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici per le province di Cosenza, Catanzaro e Crotone, è il Convento di San Daniele di Belvedere Marittimo (CS), strettamente legato ad uno dei Santi più conosciuti e amati, San Valentino.

“Il volume, curato da Rosella Chiarello e Gradita Malizia, Funzionarie Bibliotecarie della Soprintendenza, è stato realizzato in occasione della ricorrenza del Santo, il 14 febbraio, che il Ministero festeggia aprendo le porte dei luoghi d’arte statali a tutti gli innamorati dell’arte. In tale occasione vengono proposte al pubblico varie iniziative dedicate al tema, che permettano di approfondire la conoscenza dell’arte, presupposto per proteggere ciò che si ama.
La Soprintendenza cosentina ha deciso, dunque, di dedicare uno dei suoi Quaderni al Convento di San Daniele, nel quale, secondo la tradizione, vengono custodite alcune reliquie di San Valentino.
Le ricerche svolte dalle studiose che hanno curato il volume spaziano dalla storia del Santo a quella del sacro edificio, e soprattutto all’analisi di un documento del Settecento custodito nel convento, in base al quale si sono sempre identificate le reliquie  conservate nella chiesa, consistenti in alcuni frammenti di ossa, con quelle di San Valentino da Terni.
L’attento studio dell’atto, trascritto e tradotto da Enrichetta Salerno e Francesco Samà, Storici dell’Arte della Soprintendenza, che hanno collaborato con le curatrici del volume all’analisi del documento stesso, ha  portato a risultati che smentiscono la tradizionale identificazione, derivante da una errata lettura fatta in passato.
Si tratterebbe, dunque, di reliquie provenienti dal cimitero di Santa Ciriaca di Roma, non riferibili a San Valentino da Terni, peraltro mescolate ad altre attribuite a diversi santi, come attesta un ulteriore documento d’archivio rinvenuto dalle curatrici, relativo ad una ricognizione avvenuta nel 1722 ad opera del Vescovo di San Marco.”
 

Su questo libello abbiamo già avuto modo di esporre le nostre osservazioni  sin dal 2011:

Gli errori di traduzione presenti sul cartiglio belvederese sono stati ampiamente rilevati dai letterati locali ancor prima delle bibliotecarie e non mai corrette per ignavia dei custodi del Convento dei Cappuccini. E’ ormai patrimonio dell’opinione pubblica della Città di Belvedere sapere che:

A) Il traduttore che certamente non è stato un frate ( quale Padre Terenzio Mancina o Padre Francesco Scannavino o Padre Vittorino) traduce il nome del Cardinale Gaspare Carpineo che consegnò nel 1700 le reliquie al Sig.Valentino Cinelli, come Cardinale Gaspare del Carpine. Il Cardinale Gaspare Carpineo già Vescovo di Sabina-Poggio Mirteto nel 27 Gennaio 1698, nasce nel 1625 e muore il 6 Aprile 1714. Vicario del Papa e Giudice Ordinario si rese artefice, con lettere simili a quella di Belvedere, di molte donazioni di reliquie, derivate dai corpi dei Martiri e custodite nei cimiteri dell’urbe.

B) Il traduttore nel passaggio riguardante la indicazione del cimitero da cui sono state estratte le reliquie, sbrigativamente traduce “dal cimitero di Cipriano fuori le mura”. In effetti il termine “extractus” viene confuso con“extraurbem”  che fra l’altro non poteva essere “extraurbs” mentre la nuova lettura di “Cyprianus”con “Cyriaces”, forma con “ ex Cymeterius” la seguente frase: “estratto (tirato fuori-portato via) dal cimitero di Ciriaca”

Questa nuova precisazione sulla traduzione errata della lettera di accompagnamento del Cardinale Carpineo consegnata al Cinelli e più precisamente il luogo di provenienza delle Reliquie di San Valentino, dal Cimitero di Santa Ciriaca fuori le mura (oggi San lorenzo in Verano), ha indotto le due esperte bibliotecarie della Sopraintendenza a ritenere che le reliquie non potessero essere riferite al Santo di Terni.

Tale tesi per altro risulterebbe suffragata da un documento, rinvenuto presso la stessa Sopraintendenza, attestante una nuova ricognizione su diverse reliquie, fatta nel Convento dei Padri Cappuccini di Belvedere, da parte del  Vescovo di  San Marco ” Don Bernardo Cavalerio” avvenuta nel 1722, successiva al 24 Maggio del 1700, data della consegna a Padre Samuele delle Reliquie del Santo. Dal documento le due bibliotecarie evincerebbero che le reliquie di San Valentino nel 1722 risultino mescolate ed attribuibili ad altri Santi. E questo sempre alla presenza di Padre Samuele.

C’é immediatamente da rilevare che al di là delle interpretazioni operate dalle due esperte, questo secondo documento conferma che le reliquie rinvenute provenienti dal Cimitero di Santa Ciriaca appartengono a Martiri dell’area dell’Urbe, se è vero come è vero che San Vittorio (riportato nel documento della Sopraintendenza) risulta morto in Cesarea di Cappadocia, trasportato e sepolto nella Catacomba di Calepodio e da qui traslato nel 1703 al Convento di Sant’Antonio al Monte di Rieti.

Il documento, rinvenuto dalle esperte ed enfatizzato, appare più lezioso che utile alla causa se non fosse altro che ci é semplicemente difficile immaginare Padre Samuele un “voltagabbana”, sebbene ritenessimo “umili i Fraticelli”, fra l’altro insignito, nell’occasione del 24 Maggio del 1700, di molto onore nel ricevere le Reliquie inviategli dal Cardinale Carpineo.

Le Reliquie sono venute alla luce, per puro caso, in quel lontano 1969, nel convento di Belvedere Marittimo, in seguito alla rimozione di alcune tele di San Francesco e San Daniele, a riprova che tra le mura di quel convento, l’urna ha «riposato» per più di tre secoli, prima che venisse scoperta da padre Terenzio Mancina (un secondo “voltagabbana”? Per la Sopraintendenza di Cosenza é veramente difficile sostenere questo trattandosi di Padre Terenzio visti i suoi rapporti con l’Ente). Le Reliquie sono comparse “ben visibili e distinte” per come descritte nella «bolla» cardinalizia dell’epoca; un documento ufficiale della Chiesa, con tanto di sigillo dello Stato Pontificio, recante in calce la firma di Mons. Gaspare Carpineo. Un’autentica che fra l’altro è suffragata anche da un atto notarile. Da essa si evince che le reliquie di San Valentino sono pervenute a Belvedere Marittimo, in dono,  per volontà di Papa Clemente XI, il 24 maggio del 1700.

E che si tratti di una semplice enfatizzazione delle esperte (limitata agli errori del traduttore del cartiglio e rinvenimento del documento del 1722 di ricognizione) emerge dalla loro dimostrata non conoscenza di altre altre lettere di trasferimento di reliquie per altre località del Cardinale Gaspare Carpineo ( v.per esempio quella riguardante le reliquie di San Prospero). Se le esperte si fossero prodigate in tal senso avrebbero dovuto e potuto rimarcare che solo nella lettera di Belvedere consegnata a Valentino Cinelli, molto similare nella impostazione generale alle altre, il Cardinale abbia voluto rimarcare, subito prima dell’indicazione del cimitero di Santa Ciriaca, quanto segue:

“che abbiamo donato a Valentino Cinelli il santo sangue tratto dal corpo del Martire San Valentino assieme a parte del corpo del medesimo San Valentino, trovato fin dal tempo in cui fu sottoposto a martirio col suo nome proprio e per volontà del SS Nostro Papa, “estratto(tirato fuori-portato via) dal cimitero di Ciriaca” posto in una urna di legno coperta con carta” etcc etcc.

Inconfutabilmente dalla lettera del 24 Maggio 1700, risultano lapalissiani i rapporti temporali di riferimento alle reliquie, fra la raccolta del sangue e di parte del cranio ed altre piccole ossa di San Valentino avvenuta durante il martirio dello stesso e registrata con  individuazione del proprio nome e la loro conseguente conservazione per 5 secoli presso il Cimitero di Santa Ciriaca o meglio detto di S.Lorenzo,  per farne successivamente dono al Cinelli e Padre Samuele nel 1700.

E’ del tutto evidente, e non si comprende la “esaltante novità” che ha indotto le esperte ad una pubblicazione, utilizzando fra l’altro danaro pubblico, che non esiste nella lettera del Cardinale Carpineo riferimento alcuno ad una sepoltura di San Valentino nel Cimitero di Santa Ciriaca ma ad una semplice custodia di parte delle reliquie nello stesso, sigillate col suo nome fin dal momento del martirio.

In altre occasioni abbiamo chiarito, in contrapposizione ad altri testi scritti in proposito, che non si può fare ancora confusione sulla questione se, le reliquie di S.Valentino a Belvedere, non sono riferibili a S.Valentino Vescovo Martire di Terni, meglio conosciuto come il Santo degli Innamorati, ma ad altro S.Valentino, forse quello appartenente al secondo filone di ipotesi, del Presbitero Valentino di Roma.

Dal momento che i due, i soli ricordati alla data del 14 Febbraio, pur nelle diverse peripezie loro riguardanti, non hanno certamente ricevuto sepoltura nel cimitero di Santa Ciriaca, alla luce del libello saremmo di fronte alla assurda ipotesi dell’esistenza di un terzo S.Valentino, appunto quello sepolto in questo cimitero.

Dell’esistenza di una sepoltura di San Valentino nel cimitero di Santa Ciriaca in Roma fa semplicemente riferimento la guida storico-artistica di Este della Cierre a pag.70 che riferisce l’appartenenza di una  reliquia, di un intero corpo, al Martire. Parimenti fa la vicina Monselice (donazione di intero corpo), ma difettando, proprio nei suoi cartigli, nella indicazione del cimitero da cui il corpo sarebbe stato estratto, genericamente attribuito ad un cimitero dell’Urbe, con la pretesa, fra l’altro, di essere questa la vera reliquia dell’Episcopo di Terni, ottenuta per la forte influenza degli Estensi.

Per fugare qualsiasi ambiguità ed errore occorre mettere in evidenza che il corpo del S.Valentino di Terni, oggi composto nella sua Città natale, fu rinvenuto nel proprio sarcofago, decollato e con la testa separata e spostata dallo stesso corpo, la quale a sua volta si presentava quasi priva del cranio.

Questo elemento chiarisce se ce ne fosse ulteriore bisogno che  le reliquie di Belvedere consistenti in una ampolla di sangue e parte di cranio, si approssimano molto al San Valentino di Terni, mentre del tutto fuori luogo sono le approssimazioni con altre reliquie di altri (interi) San Valentini.

Per ulteriori approfondimenti giova ricordare che un vivace dibattito si è sviluppato tra gli studiosi e gli archeologi nel corso del XX secolo sulla figura di San Valentino: infatti alla data del 14 febbraio si ricordano due santi martiri con lo stesso nome, il prete Valentino di Roma ed il vescovo Valentino di Terni. Le posizioni degli studiosi si possono riassumere in tre.

La prima soluzione al problema dei due martiri omonimi è quella classica, sostenuta dalla maggioranza fino a qualche decennio fa: ossia che i due santi sono due persone distinte. Il Valentino di Roma era un presbitero che subì il martirio il 14 febbraio durante l’impero di Gallieno (253-268) e che fu sepolto da una cristiana di nome Sabinilla in un terreno di sua proprietà ai piedi dell’attuale collina dei Parioli.

Queste indicazioni topografiche sono confermate dal Cronografo del 354, redatto da Furio Dionisio Filocalo, che rappresenta la più antica menzione del martire Valentino: qui infatti si dice che papa Giulio I costruì una basilica “quae appellatur Valentini” (che chiamano di Valentino). Inoltre la presenza di un Valentino a Roma è attestata anche dalla scoperta, nella basilica ai piedi dei Parioli, di frammenti del carme con cui papa Damaso aveva onorato la figura del martire.

Negli anni sessanta del secolo scorso, lo studioso francescano Agostino Amore, partendo proprio dalla menzione del Cronografo del Filocalo, sostenne l’ipotesi secondo la quale un martire Valentino di Roma non sia mai esistito. Secondo la sua indagine, Valentino è il nome di colui che finanziò la costruzione della basilica esterna sotto il pontificato di papa Giulio I verso la metà del IV secolo e che, proprio per questa sua donazione, si meritò l’appellativo di santo nel corso del VI secolo: a conferma della sua tesi, l’Amore riporta documenti di un sinodo romano del 595 dove ogni chiesa titolare di Roma è preceduta dalla parola “santo”, mentre in un analogo documento di un sinodo del 499 non appare mai l’espressione sanctus davanti al nome delle chiese romane titolari. In conclusione, per Valentino si riproporrebbe la stessa situazione riscontrabile per altri antichi titoli romani, come quelli di santa Cecilia, santa Prassede o santa Pudenziana.

Negli ultimi decenni è stata proposta una nuova interpretazione sull’esistenza dei due martiri omonimi, avanzata dallo studioso Vincenzo Fiocchi Nicolai, secondo il quale il Valentino sacerdote di Roma e il vescovo di Terni sarebbero la stessa persona. Infatti Fiocchi Nicolai suggerisce l’esistenza di un solo Valentino, un sacerdote di Terni che venne a Roma e qui fu martirizzato e sepolto: in seguito il suo culto si diffuse fino a raggiungere la sua città natale, ove trovò un nuovo impulso “sotto spoglie più prestigiose” (De Santis). Si è operata dunque una specie di sdoppiamento della figura del martire, reso più importante dai suoi concittadini con la sua elevazione al rango di episcopus.

Rilevare nella documentazione storica a noi tramandataci notizie attendibili per quanto riguarda la biografia di S. Valentino è un’impresa ardua, in quanto non sempre le fonti sono controllabili. A questo proposito gli storici sono cauti nel valutare il materiale pervenutoci. Le fonti più credibili sono i martirologi, le Passioni, i libri liturgici, le tombe, le chiese e l’iconografia. La notizia più antica che abbiamo di lui si trova nel martirologio Geronimiano che fu compilato in Italia probabilmente tra il 460 e il 544 d. C.In questo prezioso documento compare il dies natalis anniversario della morte di S. Valentino di Terni al 14 febbraio. Il valore storico del Geronimiano è di primo ordine sia perché raccoglie una raccolta riassuntiva delle notizie riguardanti i Santi dei primi secoli, sia perché non è stato quasi mai smentito dalle scoperte archeologiche.

Altri martirologi parlano di S. Valentino di Terni, ma in ogni modo tutti riprendono l’antico martirologio Geronimiano. Nel libro Il culto di San Valentino, Pompeo De Angelis riporta la traduzione di un ulteriore Martirologio Romano, compilato dal cardinale Cesare Baronio e pubblicato nel 1592, alla data corrispondente al 14 febbraio troviamo due latercoli scritti in latino e così traducibili: «In Terni, S. Valentino, che dopo essere stato a lungo percosso, fu imprigionato e non potendosi vincere la sua resistenza, a metà notte infine, segretamente trascinato fuori dal carcere, fu decollato per ordine del prefetto di Roma Placido. MA “ (Furio Placido fu prefetto del pretorio dal 342 almeno fino al 28 maggio 344 (fu uno dei primi prefetti nominati dall’imperatore Costante I per i territori acquisiti dal fratello Costantino II) e console nel 343.).” Il secondo dice: «In Roma, sulla via Flaminia, natale di S. Valentino Presbitero e Martire, il quale dopo una vita santa in cui dimostrò una dottrina insigne, a bastonate fu ucciso e decollato sotto Claudio (Clàudio II imperatore, detto il Gotico (lat. M. Aurelius Claudius Augustus). – Nato in Dalmazia nel 219 d. C., fu imperatore romano dal 268 al 270.) ».

Antonio Bosio, il grande archeologo e appassionato di antichità vissuto fra XVI e XVII secolo, fu il primo a entrare nella catacomba di san Valentino, nel livello superiore, oggi non più visibile. Il primo archeologo invece a scavare e a riportare alla luce i resti dell’antica catacomba fu Orazio Marucchi (1852-1931): nel 1878, alla ricerca del cimitero, egli entrò per caso in una cantina, ai piedi della collina dei Parioli, e si accorse che in realtà si trattava di un ambiente funerario ricoperto di pitture, benché molto rovinate a causa dell’adattamento dell’ambiente ad uso agricolo. Fu lo stesso Marucchi poi a scoprire i resti della basilica esterna dedicata al santo. Nuove campagne di scavi e di studi furono intraprese nel 1949 da Bruno Maria Apollonj Ghetti.Questi scavi hanno permesso di appurare che il martire Valentino non fu sepolto nella catacomba, ma direttamente in una fossa terragna al suo esterno: è su questa tomba subdiale che papa Giulio I (336-352) fece costruire una prima struttura basilicale, trasformata ed ampliata dai papi Onorio I (625-638) e Teodoro I (642-649), ulteriormente restaurata nei secoli successivi fino agli ultimi lavori fatti eseguire da papa Niccolò II a metà dell’XI secolo. A questo secolo risale anche la testimonianza di un monastero accanto alla basilica. La basilica esisteva ancora nel XIII secolo, e alcune vestigia erano visibili al tempo del Bosio (nel 1594).È stato anche appurato che nel corso del VI secolo, tra la basilica e la catacomba, sorse una necropoli all’aperto, costituita da mausolei, tombe e sarcofagi.

Oggi della catacomba, originariamente disposta su tre livelli, non resta quasi più niente, soprattutto a causa dell’alluvione e della frana che coinvolse la zona nel 1986 e che ha reso inaccessibili la maggior parte delle gallerie. Gli unici manufatti di un certo rilievo sono la basilica esterna e l’ambulacro scoperto dal Marucchi nel 1878 e posizionato all’ingresso della catacomba.Da tutte e tre le ipotesi è certo che la Catacomba di Roma posta al secondo miglio della Via Flaminia, oggi in Viale Maresciallo Pilsudski, nel moderno quartiere Pinciano è stata la prima fossa terragna del Martire decollato in Roma e, secondo i Ternani trasferito notte tempo, ma molti anni dopo, alle porte della, loro, Sua Città, dove tutt’ora è sepolto, con parte del cranio mancante. Le parti restanti sono a Belvedere, con l’unico sangue del Santo raccolto e parte del cranio. arch.Mauro D’Aprile – 30.06.2011

 
 
 
 
 
 
 

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