Stampa articolo

BELVEDERE ROMANA (4)

La Lunga Storia di Belvedere (4)

La fine della presenza brettia nel territorio di Belvedere Marittimo è legata alla estensione del controllo romano in Calabria. Lungo la costa tirrenica sorsero già alla fine del II sec. a.C. e sino al III-IV sec. d.C. alcuni insediamenti abitativi, villae che sfruttavano la naturale vocazione agricola del territorio o le caratteristiche residenziali di ozio e villeggiatura, per esportare poi, via mare o via terra, il surplus prodotto. I Romani,  una volta ultimato il controllo della costa tirrenica e soprattutto dello specchio di mare antistante, a partire dalla fine del II sec. a.C. in controtendenza con il restante territorio, si sono insediati a Belvedere precocemente, all’inizio forse in compresenza con i Brettii,  così come a Clampetia (odierna San Lucido) e Tempsa (Piano della Tirena a Nocera Terinese),  perché zone più salubri e le più facili da raggiungere.

Da Livio apprendiamo che nella fase della colonizzazione graccana dopo Annibale, nel 197 a. C., divenuto possibile che anche i Tribuni potessero assumere l’iniziativa di fondare nuove colonie, su proposta del Tribuno della plebe C.Atinius, Tempsa venne dedotta fra le coloniae maritimae insieme a Volturnum, Liternum, Puteoli, Salernum, Buxentum , Sipontum e Croton. Erano colonie del tipo tradizionale (coloniae maritimae) e dalle dimensioni usuali: in ciascuna di esse era previsto l’invio di 300 famiglie (Liv.,XXXII,29,3-4).  Queste otto nuove colonie dovevano svolgere funzioni non solo di presidio marittimo ma anche di difesa contro probabili attacchi delle popolazioni interne. Va posto in rilievo che ben cinque di queste colonie (Salernum, Buxentum, Sipontum, Tempsa e Croton) erano ubicate in porzioni di ager Romanus non direttamente connesse con Roma, vale a dire in posizione strategica anomala e logisticamente scomoda. Anche i latini furono ammessi a iscriversi a queste colonie romane, ed è prova che questa colonizzazione nelle aree economicamente depresse del centro-sud della penisola suscitasse poco interesse nei cittadini romani. E’ sintomatico che pochi anni dopo la loro fondazione, precisamente nel 186 a.C., due di queste coloniae maritimae, una sul mare adriatico: Sipontum (Manfredonia), l’altra sul mare tirreno: Buxentum, fossero trovate, quasi per caso, abbandonate, e che si sentisse la necessità di decretare, mediante senatoconsulto, l’invio in esse di nuovi coloni.

Anche a Belvedere (forse al momento della colonizzazione graccana) i Romani stessi devono aver creato ville e aree produttive organizzate e funzionali. Di queste ville di residenza e produzione restano oggi pochi lacerti di strutture murarie e numerose aree di frammenti fittili, come quella indagata recentemente in loc. Santa Litterata, o anche nelle zone Rocca, Fontanelle, Paradiso e  Vetticello.

                                                   Belvedere:    Muro di Villa Romana in località Santa Litterata
Al confine nord del territorio di Belvedere all’incrocio della SS 18 con la Strada comunale per Quattromani, sono emersi tratti di un muro di terrazzamento di circa 25 mt ed alto 1,60 che si ammorza ad est ad altro muro, per come si intuisce dai laterizi d’angolo. Ad una certa distanza si intravedono gli attacchi di altre strutture murarie piuttosto possenti (barbacani) con la evidente funzione di rendere ancora più stabile il muro. L a tecnica costruttiva è quella mista in conci lapidei e laterizi. Si intravedono anche tracce del piano di calpestio. A poca distanza ad ovest lungo il fiume Santa Litterata, sono visibili altre strutture, tra cui una canaletta rivestita da intonaco idraulico (con la funzione di alimentare d’acqua le terme del complesso abitativo) e resti di sepolture con paramento in latericium e copertura a volta fittile. L’insediamento databile tra il I° e III° sec. d.C. per le ceramiche del contesto, potrebbe essere identificato come una villa romana, avente una parte residenziale con affaccio sul mare e sulla foce del fiume. Alla parte dominica, del signore, sembra essere collegata la pars rustica, riservata alla servitù, rivolta allo sfruttamento dei terreni circostanti, come sembra suggerire la presenza di numerosissimi frammenti ceramici e fittili nell’area circostante. Il tracciato della ferrovia e della SS 18 purtroppo hanno tagliato in antico questa porzione di territorio, per cui risulta alquanto danneggiato il paesaggio archeologico.

L’area di Capo Tirone e precisamente quella a ridosso lato nord denominata Fondo Cutura, corrispondente attualmente all’intera estensione fra l’attuale Chiesa, la Clinica ed il proseguimento dell’area urbana, fu investita da un presidio Romano, funzionale al più importante interesse di Roma, dopo il 289 a.C: la costruzione delle flotte navali, in vista delle spedizioni Cartaginesi. Il taglio dei boschi dell’entro terra, facilmente raggiungibili da Belvedere, e la raccolta dell’utilissima “pece”, prodotta dai Bretti e utilizzata quale indispensabile collante, avevano quale riferimento Capo Tirone con reimbarco dei tronchi e le orcis per la pece ); da qui presumibilmente lo stesso nome di “Tirone” dato alla scogliera attuale, volendo significare “luogo di reclutamento di giovani leve” da utilizzare nella “Oppidum di presidio”. (Ti-ro-ne ST Coscritto, recluta dell’esercito romano, che dopo un anno di istruzione diventava soldato).

                                                                           La Scogliera di Capo Tirone

 

 

Note: Roma e Cartagine ebbero inizialmente rapporti amichevoli: il primo trattato risalirebbe al 348, più probabilmente, secondo Diodoro; l’intesa sorse in funzione anti-etrusca e poi anti-greca in occasione della guerra di Pirro. Dopo la vittoria su Pirro, Roma venne a trovarsi quasi a contatto con il territorio cartaginese in Sicilia e i due imperialismi vennero a interferire: la spinta romana verso il sud non poteva arrestarsi allo Stretto di Messina. La prima guerra punica ebbe inizio nel 264 a.C. quando i Mamertini, i mercenari campani che dal 289 tenevano Messina, chiesero l’appoggio di Roma per liberarsi del presidio cartaginese (al quale si erano precedentemente assoggettati per difendersi da Gerone di Siracusa) e i Romani intervennero inviando aiuti. Dopo parziali successi (presa di Agrigento, nel 262), i Romani, consapevoli che Cartagine doveva esser vinta sul mare (i Cartaginesi padroni del mare potevano continuamente inviare rinforzi di mercenari dell’Africa, che le loro grandi disponibilità economiche permettevano di raccogliere), seppero trasformarsi rapidamente in potenza navale, procedendo nello stesso metodo di reclutamento. All’inizio del conflitto Roma non aveva esperienza di guerra navale, non una marina né una tecnologia paragonabili a quelle di Cartagine. Per compensare la mancanza di esperienza, equipaggiò le sue navi con uno speciale congegno d’abbordaggio, il corvo, che agganciava la nave nemica e permetteva alla fanteria, trasportata, di combattere secondo le tecniche sperimentate negli scontri a terra. La vittoria conseguita da Gaio Duilio a Mile (Milazzo) nel 260 dimostrò l’efficienza della nuova flotta.
Belvedere: Capo Tirone con l’intera “Oppidum romana” corrispondente all’attuale nucleo urbano a ridosso in foto. Inizialmente ambito di reclutamento divenne ben presto una zona anche residenziale. Tale sviluppo viene avvalorato dal rinvenimento di resti di Villae e Tombe con corredo

            Capo Tirone con sullo sfondo, dopo il caseggiato, Fondo Cutura prima degli interventi edilizi. Foto d’Epoca

 

              

Belvedere: Ritrovamenti del 1956 durante i lavori di costruzione della Chiesa Madonna di Pompei, Fondo Cutura, a  ridosso di Capo Tirone. Trattasi di 2 oinochóe e 1 lékythos aryballos di una collana ed uno specchio concavo appartenuti a sepolcri precedentemente sconvolti d’epoca ellenistico-romana. Museo di Reggio Calabria.
Alla luce degli ultimi eventi di campagne archeologiche che hanno interessato l’Alto Tirreno Cosentino e che hanno decretato in modo inequivocabile il Rinvenimento della Città di Blanda in territorio di Tortora, al  di là dell’errore operato da alcuni autori locali come il Nocito, nell’opera “Notizie sulla Città di Belvedere Marittimo, denominata Blanda dagli antichi” e le ripubblicazioni che di essa compie il nipote di lui Avv.Spina nell’opera “Memorie-Studi e Riflessioni”,  c’è da ribadire che la loro testimonianza, insieme a quelle del chiaro cittadino Giuseppe Petrellis e lo stesso Amellino, risulta del tutto preziosa per la individuazione di una “Oppidum” romana a Belvedere e precisamente a ridosso di Capo Tirone. Sebbene la stessa non assuma i connotati di “Castrum” come Blanda, Buxentum, Velia, Terina, Hippo nunc Vibo, Temese, Clampetia, e certamente delle Poleis che avevano ottenuto la cittadinanza e lo statuto municipale in conseguenza della “lex Iulia de civitate” come Regium e Locri, rientra secondo Plinio, tra i centri con assetto anteriore alla romanizzazione amministrativa dell’area con una tipologia di (portus-locus- oppidum). Tale definizione civica dell’area si evince chiaramente dalla qualità dei reperti ritrovati ed esposti al Museo di Reggio Calabria e dalle numerose testimonianze risalenti in diverse epoche ancor prima dell’assalto urbanistico dei luoghi. Così, per come riportato dal Nocito, si apprende che :
Petrellis, che visse nella seconda metà del 1600, a pag.13 del suo manoscritto, riferisce che nella nostra Cotura furono ritrovati idoli di bronzo, statuette di purissimo marmo e monete con l’effige di Augusto, la qual cosa, in considerazione anche del ritrovamento di forti e larghe muraglie di tegole, dà maggiore forza alla nostra tesi. Nell’anno 1808, mentre si accomodava la via detta S.Daniele (oggi non più esistente facendo parte delle proprietà De Novellis) che dalla Marina conduceva a Diamante, furono trovate alcune volte antiche di tegole e molte ossa umane. Tempo dopo e precisamente nel 1899, quasi nella stessa direzione, nel centro abitato, furono trovate altre tombe e scheletri umani. Nel mese di marzo del 1910 vennero fatte importanti scoperte di alcuni contadini che trapiantavano alberi di ulivi nella proprietà De Novellis al di là del Torrente Gafaro. Sparsi rinvennero una quantità di tegole e grossi larghi mattoni, due tombe con scheletri (osservati personalmente dall’autore), sempre in prossimità della menzionata via, e, verso il torrente vicino al ponte, una muraglia di forma circolare, con pavimento irriconoscibile perché ridotto in frantumi e polvere. Le tegole di notevole larghezza e spessore (conservate dai Signori de Novellis) contenevano lettere maiuscole romane, la maggior parte corrose dal tempo. Senza dubbio i vari frammenti rimontano a diverse epoche romane, sia anteriori sia contemporanee ad Augusto. E’ da notarsi che in diversi punti di quella pianura si osservano forti e larghe muraglie; e altre tombe romane vennero scoperte nell’anno 1942 durante la costruzione di case popolari nella spianata prossima alla linea ferroviaria. E’ assodato che i Romani solevano seppellire i cadaveri lungo le vie, e quindi, possiamo affermare, sulla scorta di tali avanzi e scoperte, che per quel punto passava la strada litoranea e, attraversando i terreni lunghesso il mare, giungeva sino alla Colonna Regina”.
 

La conferma dell’attendibilità del racconto scritto dal Nocito arriva dall’Archivio del Prof. Umberto Jaconangelo erudito giornalista e storico della Città che nell’occasione dei ritrovamenti del 1942 e del 1956 fotografa alcuni reperti prima di essere consegnati alla Sopraintendenza di Reggio Calabria nel cui museo oggi si conservano:

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Le uniche aree dove il dominio romano si è sviluppato sono quelle più pianeggianti a ridosso della costa o di approdi: è il caso dell’area di Belvedere M.mo, occupata a partire dalla fine del II-inizi I sec.a.C., con ville marittime strutturate ed organizzate intorno al  panoramico approdo naturale. Nel caso di Belvedere ci troviamo di fronte ad una delle komai maggiormente strutturate nell’occupazione del territorio collinare e del promontorio costiero di Capo Tirone, recapito sul mare di tutto il comprensorio, con la precoce nascita, tra fine II e I sec. a.C., di ville di produzione e di otium, strutturate ed organizzate intorno all’approdo naturale. Un’area che deve aver mantenuto una funziona agricola e commerciale, ed ancor di più strategica tanto da essere considerata stazione di sosta costiera anche dagli itinerari più tardi.

Nell’Historia Naturalis Plinio il vecchio (23-79 d. C;) al Libro3 “Geografia del Mediterraneo Occidentale”-descrivendo la nostra area geografica, riferisce:

Proximum autem flumen Melpes, oppidum Buxentum, Graeciae Pyxus, Laus amnis. Fuit et oppidum eodem nomine. Ab eo Bruttium litus, oppidum Blanda, flumen Baletum, portus Parthenius Phocensium et sinus Vibonensis, locus Clampetiae, oppidum Tempsa, a Graecis Temese dictum, et Crotoniensium Terina sinusque ingens Terinaeus. Oppidum Consentia intus”.

Quasi tutti i ricercatori propendono per una traduzione che accosti la descrizione geografica di Plinio alla Tavola Peutingeriana, che di fatto omette siti importanti caratterizzandosi per descrizione di itinerario:

Note: La carta Peutingeriana (È una copia di un’antica carta del III sesolo, del tipo delle carte itinerarie militari, rinvenuta nel 1507 e che si conserva in più parti annerita e difficilmente leggibile, nell’ex-biblioteca della corte imperiale di Vienna. Disegnata su una striscia di pergamena di m. 6,80, è divisa in 11 segmenti (in origine erano 12: il primo mancava già nell’esemplare da cui fu ricavato il nostro, come dimostra una riga trasversale che vi si trova al principio del 1° foglio – già 2° – e che manca viceversa dinnanzi agli altri segmenti). Caratteristica in questa carta è la deformazione del disegno: la terraferma, complessivamente, ha l’altezza e la lunghezza nel rapporto di 1 : 21 (normalmente le carte antiche danno 1: 2). Infatti l’autore, preoccupato solo di segnare le strade rispettando i rapporti tra le varie distanze, ha considerato il resto come accessorio, ed ha sviluppato solo la linea ovest-est ripiegando su di essa strade, coste, corsi di fiumi che seguivano altre direzioni, e riducendo così enormemente la linea nord-sud. Ha ridotto anche l’estensione dei mari e l’Oriente non romano. Con questa tecnica, che doveva rappresentare un tipo cartografico regolato da norme coscienti (Kubitscheck) restavano salvi gli elementi “itinerarî”.

In realtà eccezione fatta per alcune imperfezioni di Plinio circa la posizione di Blanda collocata dopo il Fiume Lao, la cadenza delle località, a partire dal Lao verso Reggio, sembra riallinearsi a quelle espresse sulla Carta Peutigeriana difettando comunque, questa, di quella contrazione (Nord-Sud) già evidenziata. Proprio questa contrazione a Sud fa si che i fiumi Lao, Castrocucco, Bussento e Mingardo, appaiono  graficamente riuniti e confusi in un unico corso a ridosso di Palinuro. E’ perciò possibile che ci sia stata un’originaria confusione geografica, non più sanata in seguito, neppure all’epoca della redazione dell’originale della Tabula Peutingeriana ( III secolo ), che da una parte riunisce le foci del Castrocucco e del Lao e dall’altra, conseguentemente, la posizione della città di Blanda.

L’unica citazione di località che non trova riscontro sulla Carta è quella relativa alla esistenza a Sud del Fiume Abatemarco (flumen Baletum) di un “portus Parthenius Phocensium”  sbrigativamente un po’ da tutti licenziato come il Promontorio di Cirella (Cerillae) in quanto riportato sulla Carta Peutingeriana imediatamente dopo, sebbene non menzionata da Plinio.

La traduzione letterale si riferirebbe ad un “Porto Partenio dei Focesi” e rispetto al momento storico in cui scrive Plinio, non avrebbe riferimento  alcuno all’esistenza di una Città Focese nella nostra area se non al trascorso di Velia (VI° sec.a.C.) considerato che la stessa nell’88 a.C  perse la sua autonomia e diventò un municipio romano. Lo stesso dicasi per il trascorso di Cirella che all’epoca di Plinio rimane saldamente lucana e poco grecizzata, con un approdo di difficile “cabotaggio” da essere considerato porto, anche nella impossibile ipotesi di immaginarlo posto a  Nord del promontorio.  

La espressione utilizzata da Plinio rende difficile l’attribuzione storico-geografica ad un luogo nella nostra area, e lascia pensare più ad una attività svoltasi nel sito (portus) protrattasi nel tempo piuttosto che ad una sua precisa definizione territoriale. Così sembrerebbe l’accostamento del termine “Parthenius” con “Phocensium”, quasi a voler rafforzare una “Grecità” storica del contesto col suo porto e la sua utilizzazione.  E’ evidente che  il crescente interesse di Roma per il controllo della costa tirrenica deve aver determinato, in questo come in altri comprensori, un progressivo abbandono delle genti italiche a cui non ha fatto seguito una frequentazione organizzata da parte dei Romani. Da qui la reale ipotesi che profughi greci, immaginati più tarantini che sibariti secondo Plinio abbiano caratterizzato il posto e l’attracco. Ritorna così quella tipica conformazione del territorio di Belvedere nella sua interezza (Parthenius) di Komai ( l’architettura territoriale ed insediativa della chora coloniale tarantina centrata sulle fattorie (oikoi) e sui villaggi rurali (komai). D’altronde la particolare diversità fonica riscontrabile nel dialetto belvederese che si avvicina molto di più alle influenze pugliesi che bruzie, troverebbe valida giustificazione.

 

      

Località Paradiso di Belvedere: Manufatto da collocare in età tardo romana. Resti di un locus vinarius di tradizione romana per il frangimento dell’uva costituiti da una vasca per la spremitura collegata da una canaletta ad una seconda vaschetta circolare. A ridosso del complesso sono stati rinvenuti altri materiali ceramici e laterizi.

Gli allevamenti specializzati ed intensivi delle Città di Thuri e Taranto avevano  bisogno di pascolo adeguato per l’intero arco dell’anno, cosa che il Tarantino (e la Puglia in generale) non erano in grado di fornire per il periodo compreso (di norma) fra maggio e settembre, coincidente con la lunga estate mediterranea. Stretti da tale esigenza sin dalla Protostoria si rese necessaria la pratica della transumanza, cioè una sorta di pendolarismo stagionale delle greggi fra le regioni complementari: da una parte quelle appenniniche, prive durante il lungo inverno di pascoli (a causa dell’innevamento e dei rigori) ma ricche di erba durante la stagione estiva, e quelle litoranee dei due insediamenti, che al contrario nell’autunno-inverno erano in grado di fornire pascoli abbondanti. Lungo gli itinerari della transumanza si spostavano quindi sia greggi appartenenti a proprietari della Montagna sia quelli dei proprietari dei centri murgiani (martinesi e tarantini in particolare) che dell’allevamento facevano la principale fonte di reddito.

                                      La Catena Costiera verso Thuri e Taranto con sullo sfondo La Mula e La Montea

La complementarietà ecologica fra sistema appenninico e pianure litoranee è alla base della transumanza orizzontale, distinta da quella verticale (o alpeggio) e da altre forme di spostamento degli armenti non stagionale, é da inquadrarsi più propriamente nel fenomeno del nomadismo.

                                                                           Luoghi dell’antica transumanza

Sulla scia della romanizzazione di Belvedere che abbiamo visto essere precoce per interessi strategici, questa reale congettura titolerebbe l’approdo di Capo Tirone come il naturale storico riferimento anche per la poca appariscenza di “Skidros”, fin qui vissuta quasi appartata dagli eventi e con la propensione dei Greci qui rifugiati a premiare l’aspetto più commerciale dell’infrastruttura portuale, sempre più condivisa sin dai tempi della loro utilizzazione con gli stessi romani in preparazione delle guerre puniche. Una ipotesi non certamente fantasiosa se si pensa ai continui riferimenti che lo stesso Plinio compie sempre negli “annali” allorquando parla della miniera di salgemma di Lungro.

Note: La miniera fu una delle più importanti d’Europa, già conosciuta dai coloni greci di Sibari e di Thurii. poi dai romani di Copia, località queste prossime al bacino salifero. Ne fa cenno Plinio il Vecchio (24 d.C.) nella sua opera “Naturalis Historie”, avendola visitata, si dice, quale prefetto, essendo di stanza con la flotta romana a Capo Misseno. Sia i sibariti che i romani la sfruttarono, dando forma ad un fiorente commercio del salgemma che era trasportato, con i mezzi di allora, lungo sentieri montani che dalla pianura sibarita raggiungevano le coste tirreniche nei pressi di Scalea, in un porticciolo alla foce del Lao, e quello più significativo di Capo Tirone a Belvedere e da qui con le navi verso Roma imperiale. Allora le navi, attraversando il “biondo” Tevere attraccavano al molo dell’Isola Tiberina. Ad avvalorare questa ipotesi, conforta non solo il riferimento al naturalista Plinio ma anche al fatto che nei pressi di Lungro si siano riscontrate tracce di resti della prima età del ferro, ellenistici e romani, e mentre restano del tutto confermate quelle di Belvedere rinvenute a Capo Tirone e conservate nel Museo di Reggio Calabria. (Cnf. Vincenzo Perrone, Evoluzione del sistema viario antico tra il Pollino e la Piana di Castrovillari, con nota di Floriana Cantarelli, edizioni “il Coscile”, Castrovillari, 1996).
Il salgemma era trasportato a dorso di mulo in pezzi anche da 50 Kg, usando diversi sentieri di montagna che si chiamavano “salarie”. Il salgemma che forniva questa miniera è stato sempre considerato di ottima qualità sia nell’uso alimentare che industriale. Erano queste le vie del sale che, ancora oggi, si possono ripercorrere sui monti dell’Orsomarso o della Montea del Parco Nazionale del Pollino. Il bacino salifero di Lungro, circa 400 mtr di altitudine, si trova a meno di due km a sud-est dell’abitato. Lo si raggiunge dalla piana sibarita agevolmente trovandosi tra le prime colline che costeggiano il torrente Grondo a confine tra i centri di Altomonte, Acquaformosa e Lungro. Da Lungro il percorso si fa accidentato ed irto, trovandosi le sovrastanti montagne ad una quota media di 1500 m.. Poi l’altipiano, dove le carovane attraversavano facilmente le affascinanti vallate che rendevano agevole il percorso delle mulattiere sino all’Argentino. Da qui il percorso discendeva, quasi a precipizio, verso la costa tirrenica tra canaloni, pareti rocciose e corsi d’acqua che formano spettacolari cascate. Si raggiungevano così i centri pedemontani di Orsomarso e Verbicaro e oltre, seguendo la valle del fiume Lao. Altre strade, usate in passato per il trasporto del sale, sono disseminate specialmente nella parte Sud Occidentale del massiccio del Pollino risalendo l’Esaro per Passo dello Scalone a quota 700 m e sulla piana Sibarita. Un percorso del sale, o “via dei salinari”, che gli studiosi hanno ben individuato è quello che dalla importante via romana, partendo da ovest un tracciato che da nord di Campo Tenese, attraverso le montagne, raggiungeva la miniera di salgemma di Lungro. Altra via segnalata è quella che passava per il Crocile di Maroglio e collegava Cassano alla miniera di Lungro. Molto importante viene ritenuto il crocevia di Cammarata che verso ovest conduce alla Salina di Lungro e verso est all’antica Thurii. (Cnf. Emanuele Pisarra, A piedi sul Pollino, Ediz. Prometeo, Castrovillari 2001). Sorgenti di acqua salata si trovano a Nord della salina, nella valle del T. Grapio, ed una lente di salgemma, coltivata nel passato, è intercalata nel lembo messiniano affiorante a Fontana di Tavolara, a Sud di Monte Palanuda, circa 9 km a NW di Lungro ( Cfr. Cesare Roda, L’industria mineraria di Calabria: il salgemma, in Sviluppo, aprile-giugno, editore Carical, 1979).

 

                                                                                   Le Vie del Sale sul Tirreno

 

 

Nota: Porto Naturale di Capo Tirone: utilizzato dagli Enotri ed in seguito dai Greci e dai Romani, sarà avamposto anche dei Longobardi e dei Normanni di Salerno. Conoscerà un nuovo splendore sotto gli Angioini e gli Aragonesi. Sotto il Regno di Napoli sarà dichiarato approdo di seconda categoria: L’autorizzazione del 2 Dicembre 1823 vide la prima nave (il Ferdinando I°) passeggeri toccare il nostro Lido in successione a quello di Scalea, Amantea, Pizzo, Scilla e quindi la Sicilia. Lo stesso itinerario assicurava i servizi merci con golette con motore 200HP, con ruote a pala sulle fiancate, velocità 16 nodi, lunghezza 35 mt e con dislocamento di circa 25 tonnellate. Con decreto del 5.9.1815 fu istituita a Belvedere una dogana di cabotaggio, poi dichiarata di prima classe, in seguito variata alla terza e, infine, alla seconda, mentre, nel 1816, la cittadina veniva dichiarata sede di Sindacato marittimo di prima classe e, nel 1818, gli abitanti furono ammessi alla leva marittima e, con decreto del 1820, vi fu costituita una Brigata a piedi del Corpo di Gendarmi Reali.
    
                           Il Ferdinando I° in navigazione e la Sezione dello stesso- Museo Nautico- Napoli
Questo elemento è postato in CULTURA, Le mie Proposte. Bookmark the permalink.

Lascia un Commento