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BELVEDERE BIZANTINA (6)

La Lunga Storia di Belvedere (6)

Nel V secolo, se si eccettua il breve passaggio di Alarico, un’annata (tra il 507 e il 511) di terribile siccità descritta da Cassiodoro  e qualche altro evento naturale, la condizione del Bruzio, rispetto ad altre realtà, appare relativamente tranquilla. L’economia della Regione ruota attorno all’agricoltura e all’allevamento. Tra il IV e il VI secolo accanto alle massae private si consolidano anche estesi patrimoni ecclesiastici alimentati da continue donazioni.

Il panorama produttivo dell’attuale Calabria al volgere del tardo-antico è caratterizzato da una concentrazione della proprietà fondiaria intorno alle villae che si riducono di numero, ma aumentano le dimensioni per venire incontro alla concentrazione della proprietà e alla conseguente riorganizzazione del latifondo che al suo interno accoglie anche altre forme insediative come i vici.

L’ età Tardoantica assistette alla crisi ormai irreversibile del sistema amministrativo romano, centrato sulla città-territorio; per converso tornò in auge, sotto forma di nuclei rurali sparsi, noti come pagi e vici, la primigenia cultura insediativa di matrice italica.Tale organizzazione era stata annichilita, ideologicamente e fisicamente, dall’artificioso dominio, culturale e economico, imposto dalla polis e poi dalla civitas al suo territorio.

Questi insediamenti non costituivano meri aggregati di contadini dipendenti, in vario modo, dal potere di un dominus locale ormai stabilmente insediato nella sua villa; questi appaiono invece come organismi organizzati, che si scelgono propri rappresentanti, nominano propri protettori (patroni) e si pongono come diretti interlocutori, paritari con la villa e la civitas, del potere pubblico, che per converso li riconosce come essenziale componente del sistema amministrativo periferico.

Riorganizzazione economica che punta soprattutto su attività di tipo silvo-pastorale, che diverranno predominanti nei secoli successivi, allorché l’abbandono e lo spopolamento dei centri urbani e, non ultimo il pauroso calo demografico, contribuiscono al declino delle attività agricole, all’incremento della pastorizia e alle trasformazioni del paesaggio.

Il quadro che emerge dalle fonti scritte delle condizioni socio-economiche del territorio dei Bruttii al volgere della Tardoantichità è quanto mai sereno e quasi idilliaco: Varrone e Plinio parlano dei meleti che producono ‘due volte’ (bifera) nella campagna cosentina. Ancora nel VI secolo così veniva descritto il paesaggio calabrese: «[…] Le pianure ridono di pascoli fecondi, i colli di vigneti: abbonda di svariate greggi di animali, ma si gloria soprattutto di armenti equini»

E ancora: «[…] Si distinguono abbondantemente le viti copiose, si scorgono le ricche trebbiature delle aie, si apre davanti allo sguardo l’aspetto dei verdeggianti ulivi». Rinomati e lodati sono i vini al punto che Plinio definisce quelli di Thuri ‘primi fra tutti’.

In estrema sintesi il territorio dei Bruttii nel periodo tardoantico è soggetto ad un forte processo di ruralizzazione del popolamento, che mette in crisi le strutture urbane, ad eccezione di centri con particolari funzioni  come Reggio, Vibo, Crotone e Cosenza.

Il mare che con circa 800 km di costa cinge da Est, Ovest e Sud il territorio offre una serie di porti utilizzati fin dall’antichità: Reggio, Vibo, Crotone e Locri, per citare i più importanti, ma anche una serie di approdi lungo le coste dello Ionio e del Tirreno (Tortora, Scalea, Belvedere, San Lucido, Amantea, Pizzo, Bagnara, Scilla).

La particolare conformazione geologica del territorio e le esigenze soprattutto di tipo militare fecero sì che la viabilità si sviluppasse prevalentemente lungo la direttrice Nord-Sud. I tratturi protostorici che garantivano il collegamento interno non furono più idonei a garantire il collegamento tra le città greche della costa e il primo tracciato della strada costiera ionica, dove ricorre ancora il toponimo Dromo nei pressi di Locri, servì forse a collegare Reggio a Taranto. Il tracciato fu utilizzato anche in seguito. La Via più importante che in età romana attraversava la terra Brittiorum era la ab Rhegio ad Capuam che, anche se seguiva in alcune parti tracciati viari precedenti, fu progettata e costruita, nel II secolo a.C., come arteria continua per mettere in comunicazione Roma e i principali centri della Lucania e dei Bruttii.

L’esistenza di una via costiera tirrenica, che collegava Paestum a Reggio, e nel suo tratto finale confluiva nella ab Rhegio ad Capuam, è documentata dalla Tabula Peutingeriana (Traianea), ma non viene menzionato dall’Itinerarium Antonini. Il motivo di tale silenzio, secondo alcuni, è da addebitare alla circostanza non secondaria che Itinerarium Antonini è da collegare all’Annona militare e non al cursus publicus, per cui la mancata citazione sarebbe dovuta allo scarso popolamento della fascia costiera tirrenica servita dall’asse viario prima menzionato.I porti e la viabilità terrestre servirono, soprattutto in età tardo-antica ad esportare le produzioni agricole del territorio.

Con la disintegrazione dell’Impero Romano (476), a parte il periodo di dominazione gotica (prima metà del VI sec.), la Calabria, la Lucania e la Puglia, rimangono interamente soggette alla dominazione Bizantina fino alla espansione Longobarda della metà del VII sec. che ingloberà, i territori pugliesi più settentrionali ed il territorio cosentino della Calabria, con esclusione di Rossano ionico.

 

La storia di queste regioni attraversa periodi in cui l’appartenenza territoriale fu soggetta al continuo sovrapporsi degli eventi dettati da alleanze e contrapposizioni che coinvolsero Longobardi e Bizantini e durante le quali si alternarono sviluppo e decadenza. I territori bizantini più settentrionali di Puglia e Calabria, oppresse dalle vessazioni finanziarie dei funzionari, furono soggetti a ripetute ribellioni in cui si invocò spesso l’intervento dei principi longobardi della Campania.

Nell’VIII sec. le regioni pugliesi del Salento ed alcune valli Lucane rappresentarono un rifugio per migliaia di monaci che, per sottrarsi alle persecuzioni e massacri conseguenti alla guerra iconoclasta, fuggirono dall’oriente (in particolare dalla Cappadocia) per fondarvi numerosi conventi basiliani (il più celebre dei quali è quello di San Nicola di Casole in Otranto) che divennero fiorenti centri di cultura dove affluirono, spinti dalle invasioni saracene, anche i monaci che si erano rifugiati in Sicilia e Calabria.

Alla fine del IX sec., l’imperatore Basilio I, dopo aver ristabilito il dominio bizantino costituisce i Thema di Longobardia, di Lucania e di Calabria, organizzazioni politico-amministrative rette da strathegos, successivamente sostituiti dal Catapanato d’Italia, retto da un Catapano, con sede a Bari. Questo provocò, dalle regioni periferiche dell’impero bizantino, una massiccia migrazione volta ad occupare terre incolte e fondare villaggi dando vita, nel Salento, come in Calabria a comunità con costumi greci e religione greco-ortodossa.

 

Belvedere nell’arco temporale considerato a cavallo del VII° secolo dC, conferma la ricca offerta dei suoi elementi naturali. Verso il suo territorio nasce l’interesse, quasi simultaneo, di due dominazioni, affacciatesi nel Meridione, con storia e caratteristiche diverse ma, entrambe, affascinate dallo stesso: i Bizantini ed i Longobardi. La loro “influenza” insieme a quella Normanna, Sveva, Angioina e Aragonese accompagnerà lo sviluppo della Città e segnerà  la sua connotazione.

                                                                    Centro Storico di Belvedere vista aerea

Anche Belvedere con la collina naturale su cui sorge e la presenza di grotte e spelonche, non sfugge all’influenza Orientale Bizantina, come altre località contermini, tra il VII° e XI°secolo.

Il 731 dC è l’anno della decisione attribuita all’Imperatore d’Oriente Leone III Isaurico, di aggregare le diocesi di Calabria e Sicilia al patriarcato di Costantinopoli staccandole dal controllo della Chiesa di Roma (solo intorno al 1073, con i Normanni le diocesi ritorneranno sotto la guida del Papa di Roma). Questa decisione dovette dare certamente nuovi impulsi allo sviluppo del monachesimo di tradizione bizantina ed ai suoi frequenti spostamenti da Oriente ad Occidente. Piccoli ma numerosi monasteri sorsero allora nelle aree più fortemente grecizzate dal punto di vista demografico: oltre la Sicilia Orientale, la Calabria Meridionale e la terra d’Otranto in Puglia, fu la nostra zona al confine con la Lucania ad esserne interessata.

In particolare sul confine calabro-lucano, tra le montagne del così detto Merkourion, erano sorte tante unità eremitiche e piccoli monasteri, ben riparati grazie alle asperità naturali del territorio, da far assimilare questa zona ad altre zone monastiche dell’impero bizantino, come al Monte Athos o il monte Olimpo in Bitinia. In questa area la presenza orientale si diffuse con laure, cenobi e monasteri e, soprattutto con la spiritualità molto personale legata alla ricerca interiore, e al rapporto armonioso tra Dio, il creato e l’uomo. Attorno a queste presenze spirituali lentamente si aggregava il borgo.

   

Monte Áthos Rilievo di (2033 m) col quale culmina la catena che traversa la penisola di Hàgion Oros (il più orientale dei tre prolungamenti della penisola Calcidica, nella Grecia settentr.). Intorno a esso la parte terminale della penisola, sebbene di sovranità greca, forma una repubblica monastica autonoma. Capoluogo Karyè. La presenza di monaci nella regione del M.Á. è attestata solo nell’842; la libera organizzazione di eremiti in laure (colonie di monaci) risale all’862 circa, per l’iniziativa di s. Eutimio di Tessalonica; il primo monastero (Grande laura) vi fu fatto costruire (963) da Atanasio l’Atonita, appoggiato dall’imperatore Niceforo Foca (per cui la Grande laura godette dei privilegi di una fondazione imperiale). Nel 970 Atanasio ottenne da Giovanni Zimisce imperatore d’Oriente l’approvazione della prima regola (o tipico); per essa la comunità monastica venne suddivisa in cenobiti e asceti privati, ed era governata dall’assemblea degli egoúmenoi (abati delle laure), sotto la direzione del primate e l’alta sovranità dell’imperatore. Un secondo tipico consacrò nel 1045 l’assoluto predominio, anche economico, dei monasteri sugli eremiti e sui monaci delle celle.

                                               Monaco del Monte Athos in visita recentissima ad Orsomarso

         

                Grotte tipiche del Merkourion                                                                        Altare Basiliano nel Merkourion

 

 

             Grotte di San Nilo Orsomarso                                                                                Scorci del Merkourion

      

 Scorci del Merkourion                                                                                               Chiesa del Mercuri

                                   Chiesa Bizantina di San Michele in prossimità del Castello sull’Abatemarco
Agiografi dei Santi che operarono in Calabria testimoniano sulla vita di comunità di monaci greci. Spinti dalle incalzanti incursioni saracene, gli autori di questi racconti erano monaci più o meno contemporanei degli stessi santi, anonimi discepoli, talvolta testimoni oculari degli eventi narrati.

  

                     San Ciriaco da Buonvicino                                                                Buonvicino con in alto San Ciriaco

   

                                                       Festeggiamenti in onore di San Ciriaco a Buonvicino

     

         Grotta di San Ciriaco da Buonvicino                                                   Interno Grotta di San Ciriaco Buonvicino

 

 

Da “San Ciriaco di Buonvicino” di Don Erminio Tocci, pag 25:
In Calabria i Monaci erano presenti fin dal secolo quinto. Dal secolo VII in poi, sappiamo di Monaci Greci rifugiatisi in Calabria per sfuggire alle invasioni Arabe in Palestina , Siria , Egitto e  Asia Minore. Una seconda ondata migratoria che porta sulla costa Calabra numerosi monaci, si ebbe nel secolo VIII, da Costantinopoli e dall’Oriente.
La terza fase migratoria, dal secolo nono al secolo undicesimo, vide numerosi Monaci varcare lo stretto della Sicilia, divenuta Araba e costretta a stabilirsi a Reggio o nelle propaggini dell’Aspromonte.
Al periodo che va dalla seconda alla terza migrazione appartengono parecchie “Vite di Santi”, il valore delle quali è tanto più grande, in quanto, sono scritte da contemporanei; da uomini che hanno conosciuto gli eroi di questi racconti e sono vissuti accanto a loro. In breve tempo, questi monaci si moltiplicavano e vivevano nelle località più aspre e selvagge, e, il loro tenore di vita, veniva descritto con ingenuità e candore dai loro discepoli.
Questi eremiti venivano radunati periodicamente in una chiesetta, sotto la direzione del più umile e penitente fra di essi, chiamato “Egumeno” cioè, guida o condottiero. Essi formavano così la Laura.
Laura era un ampio complesso, comprendente, sia la vita comune, sia la vita solitaria a diversi livelli, con incontri domenicali per la celebrazione liturgica.
Egumeni e padri Spirituali davano più esempi che precetti, più esperienze che formule.
La vita Cenobitica era quella che si conduceva nel Cenobio o Monastero. Ogni Cenobio era autonomo.
In un libro chiamato Tjpikon, erano scritte le Regole del Monastero; l’atto di fondazione del Monastero stesso, l’elenco dei suoi beni, le regole liturgiche e la vita pratica che lo avrebbero dovuto regolare ogni giorno. L’Abate, eletto dai Monaci di ogni singolo Monastero, o designato dal predecessore, era il responsabile della casa.
L’espressione Monaci Basiliani è storicamente impropria.
San Basilio non ha mai fondato un Ordine Monastico.
Ordinariamente i nostri Monaci Calabro – Greci, erano laici. Erano invece Monaci Sacerdoti quelli scelti per la celebrazione dell’Eucarestia e per la Liturgia, a servizio dei fratelli. Lo stesso Egumeno era quasi sempre laico.
Secondo la più antica  tradizione Orientale, il Monaco era essenzialmente laico.
S.Antonio e gli altri Monaci non erano preti.
San Basilio era laico, ma dopo fu eletto Vescovo.
La vita Cenobitica, appariva nelle nostre contrade, fin dagli inizi, accanto alla vita eremitica, in grotte, numerose e anche di difficile accesso.
Ai primi tempi i monaci non avevano proprietà fondiarie, ma esercitavano la più rigorosa povertà. Al loro mantenimento provvedevano col loro lavoro. Le loro esigenze erano minime; qualche libro di Salmi, qualche icona; qualche pelle di pecora o di capra, oppure qualche rozzo indumento per coprirsi. I loro Monasteri erano volutamente distaccati disadorni. Essi vivevano effettivamente distaccati da ogni cosa. Si nutrivano di vegetali, di frutta, di pane, spesso da loro stessi confezionato e di pesce da loro stessi pescato.
La Calabria nel vortice di ricorrenti crisi, debilitata per l’insicurezza, impoverita per le continue spoliazioni e con la sua gente mobilitata in permanenza per una guerra di difesa, ha avuto questi Santi uomini che, con la Fede religiosa, hanno ridato al suo popolo l’entusiasmo per la vita e la speranza per il futuro.
I Monasteri, con la loro laboriosità e solidarietà, erano in grado di offrire a centinaia di persone un pane. Numerose altre persone si associavano ai Cenobi, sia come Monaci, sia come beneficiati. L’ospitalità dei Cenobi, infatti era ampia e obbligatoria, solo che, se prolungata, esigeva dal beneficato, una partecipazione ai lavori della Comunità, perché, la carità non fosse ozio. Così in molti luoghi, attorno ai Monasteri, si formavano paesi, villaggi e casali, che si popolavano rapidamente di contadini”. 
                                                                           Centro Storico di Belvedere

A Belvedere questa presenza spirituale, nonostante il lungo e alcune volte violento processo di latinizzazione, resta ancora oggi, a distanza di secoli fortemente radicata nella toponomastica come anche nelle tradizioni religiose: SS. Annunziata, Santo Stefano, Santo Janni, San Giacomo il Maggiore, S.Nicola Magno, S.Basilio, S.Liberata, S.Andrea, Sant’Elia, Santa Lucia con le sue grotte, S.Antonio Abate, Paradiso. Questi luoghi sono per lo più collinari, ed evidenziano il fatto che ormai il litorale era stato abbandonato. Ciò che più di ogni altro obbligò ad abbandonare definitivamente le coste e a stabilizzarsi nell’entroterra o sulle alture fortificate, ridefinendo in questo modo la geografia dei luoghi abitati, furono le frequenti incursioni Saracene sulle coste e persino nell’entroterra della Calabria, specialmente dopo la conquista araba della Sicilia iniziata nel’827”.

E’ questo quanto accade sul pendio del Belvedere al di sotto di Porta di Mare, in estensione tra S.Antonio Abate, Madonna delle Grazie, Tre Colonne, S.Lucia. La parte più importante di queste testimonianze, quelle più significative, le Spelonche Basiliane di Santa Lucia, nel 1958 sono state murate per un necessario intervento di consolidamento, comunque validissimo e determinante per l’intero Centro Storico; di esse rimangono ancora visibili poche unità.

 

 

 

                                 Tipologia di insediamento rupestre Basiliano molto prossimo a quello di Belvedere

 

                Spelonche Basiliane- Esempio di successione lineare come nell’area di S.Lucia di Belvedere visibile                                                                sino al 1958, prima dell’intervento di consolidamento della parete.

 

    

 Centro Storico di Belvedere in basso a sinistra Chiesa di S.Lucia  con la parte della parete consolidata nel 1958 dove         erano presenti le spelonche in successione lineare.

   

   
                      Alcune delle poche presenze di grotte rimaste a Belvedere in Area S. Lucia e  Tre Colonne.

 

E mentre le chiesette di Santa Lucia e di Sant’Antonio, interessate da un ampliamento nella parte centrale, conservano l’originaria impostazione orientale nell’area presbiteriale, le chiese di San Nicola (oggi purtroppo completamente demolita) e San Giacomo, rimaste soggette ad una loro reimpostazione in epoca Normanna, hanno smarrito definitivamente la loro origine di essere sorte anch’esse, in prossimità di spelonche Basiliane, a differenza di quanto avviene con la Madonna delle Grazie che, sebbene divenuta Monastero Agostiniano nel 1466, conserva in parte simile testimonianza.
Belvedere: San Giacomo reimpostata dai Normanni e ristrutturata nel 1646 e nel 1950 conserva un Portale in pietra scolpita di fattura orientale trasferito presumibilmente dalla vicina San Nicola (oggi demolita) già Cenobio Basiliano. Durante i lavori del 1950 è stata rinvenuta una lapide commemorativa della stessa Chiesa San Giacomo, oggi custodita nella muratura della Chiesa Madre, utilizzata come pietra sacra ai primi del “900” che si riferisce alla “Spiritualità di Santiago di Compostella in Galizia”.

 

Belvedere: Chiesa della Madonna delle Grazie già Convento Agostiniano del 1466 impostato a ridosso di precedente Cenobio Basileus. La statua lignea fine 1500-inizio 1600, donazione dei Principi Carafa-Van denEyden si richiama ad una Vergine Odighitria custodita per lungo tempo prima nella Motta Normanna e poi Castello Angioino-Aragonese, presumibilmente rinvenuta nello stesso Cenobio Bizantino.

 

  

                                      Madonna delle Grazie: Ingresso e Chiostro dell’antico Convento Agostiniano

      

Belvedere: Spelonche Basiliane a ridosso del Chiostro della Chiesa Madonna delle Grazie sulle quali é stato edificato il Convento Agostiniano nel 1466. Nelle seconde si nota l’intervento successivo dei frati Agostiniani.
Ed ancora, oltre al Centro Storico, numerose restano le testimonianze del monachesimo orientale nelle Contrade di Belvedere come nelle emblematiche raffigurazioni dei Ruderi della Cappella di San Leonardo in località Quattro Timponi, quella della chiesette di Santa Elia, di Madonna del Soccorso, di san Nicola au Palummar e di altre, delle quali fa menzione ampliamente il “Bellumvideri” di Don Cono Araugio nelle pagini 26-31.

Sebbene sullo scenario politico del Mezzogiorno l’estendersi della dominazione Longobarda di Benevento prima, e di Salerno poi, avesse prolungato un’interruzione dell’influsso bizantino nella nostra area, poco prima del 1042 veniva istituito un altro tema detto di Lucania, che includeva anche la nostra Calabria Settentrionale Tirrenica. Furono questi gli anni di un notevole sviluppo economico!

Si produsse allora, sostenuto da una importante crescita demografica, quello che è il fenomeno caratteristico del X secolo, tipico anche per la nostra area di attenzione: la riconquista agricola di vasti territori divenuti incolti e silvestri, l’intensificazione delle aree già coltivate, la diffusione del popolamento con la creazione di nuovi centri abitati e l’incremento dei vecchi. Dalla metà del secolo gli abati, tornati nelle antiche sedi, realizzarono con vigore la colonizzazione, attirando, anche da lontano, lavoratori sui possessi recuperati con patti agrari individuali e collettivi, assai vantaggiosi. Così si ridussero a colture, zone selvose e sterpose; se ne dissodarono altre, si fecero piantagioni; si costruirono frantoi e mulini, si riattivarono strade; si bonificarono zone allagate dalle acque di torrenti indisciplinati e si costruirono villaggi agricoli. L’insediamento di comunità cenobitiche nelle Contrade della nostra Città ha determinato una prima vera trasformazione del territorio, caratterizzandolo in termini definitivi.(continua)

https://youtu.be/N9AnDH40Keki Bizantini in Calabria

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