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BELVEDERE E LA SETA-fra Bizantini-Arabi e Normanni (10)

La Lunga Storia di Belvedere (10)

La Collina del Belvedere con la dominazione Normanna vide definita la propria connotazione che la caratterizzerà per molti secoli sino a ridosso dei nostri giorni. Il successo definitivo dei Normanni sui Longobardi e Bizantini, complice la tolleranza mostrata verso i Musulmani, diverrà possibile solo nel momento in cui furono realizzati due presupposti: da un lato, la definizione di una precisa identità urbana; dall’altro, la compiuta affermazione di un organismo statale dalle forti capacità di centralizzazione, il Castello!

     Belvedere Centro Storico vista aerea con individuazione Area Insediamento Normanno secondo il Sistema Tipico di Motta illustrato a fianco.

Con Ruggero II° il Normanno e i suoi successori, l’oscillazione nella dialettica città-castello si arrestò, a tutto vantaggio del Castello e solo allora poté iniziare un autentico processo di integrazione fra fortezza e città, come pure l’amministrazione specializzata. In questo interstizio economico-sociale ebbero gran gioco anche gli Arabi spesso a difesa dei più deboli. Finita la conquista Ruggero fece seguire una grande tolleranza per i Musulmani. Molti di loro furono arruolati come soldati in reparti speciali nel suo esercito.

La Sicilia ritorna cristiana, ma se furono lunghi i tempi della conquista, furono ancora più lunghi quelli della scomparsa della cultura musulmana: arti, lettere, poesia, il faro di questa civiltà da Palermo si irradiò anche lungo le nostre coste. Non si contano gli influssi islamici nell’architettura, nella pittura, nella ceramica, nella decorazione per non parlare dei numerosi arabismi presenti nella nostra lingua (libeccio, scirocco, darsena, tariffa, fondaco, gabello, elisir, sofà, zenit, ecc). Quando questa cultura dopo il mille si incontrò con quella normanna nacque la più alta civiltà del medioevo europeo, da cui più tardi derivò quella del Rinascimento.
Anche nell’agricoltura gli Arabi portarono innovazioni: le irrigazioni, colture del cotone, della canna da zucchero, del riso, dell’arancio, coltura della seta, industrie tessili, ceramiche. Lo sviluppo urbano oltre lo splendore di Palermo e Cordova in Spagna influenza Amalfi, Salerno, Napoli, Gaeta, tutte nell’orbita di Palermo e della Sicilia musulmana.

Ruggero II° il Normanno                                Mantello di Ruggero II° d’Altavilla                    Palermo Chiesa della Martorana     Palazzo Reale Napoli                                                                                                                                  Incoronazione
Nota) Mantello di Ruggero II° d’Altavilla
Questo splendido manufatto, di forma semicircolare, è un’opera di straordinaria sontuosità, se si pensa che le sue dimensioni sono di circa 146 cm di altezza e che la sua apertura raggiunge i 345 cm di diametro. In seta rossa, il suo colore è stato ottenuto dal “chermes“, un colore estratto dal corpo essiccato della cocciniglia, è ricamato con fili d’oro, smalto e perle. Una palma al suo centro, in oro stilizzato, rappresenta “l’albero della vita” con sette rami, e divide in due il mantello. Su ogni lato sono raffigurati in maniera simmetrica, due leoni che sovrastano due cammelli, a rappresentare la potenza sugli arabi da parte dei normanni, a cui rimanda il leone, animale araldico degli Altavilla. Nel bordo inferiore, lungo l’orlo della circonferenza, si legge una scritta in caratteri cufici da cui risulta che venne eseguito nell’anno 528 dell’Egira che corrisponde al 1133/1134 d.C. cioè quattro anni dopo l’incoronazione di Ruggero II.
L’iscrizione a lui dedicata dice:” Lavoro eseguito nella fiorente officina reale, con felicità e onore, impegno e perfezione, possanza ed efficienza, gradimento e buona sorte, generosità e sublimità, gloria e bellezza, compimento di desideri e speranze, giorni e notti propizie, senza cessazione ne rimozione, con onore e cura, vigilanza e difesa, prosperità e integrità, trionfo e capacità, nella Capitale di Sicilia, l’anno 528.
Questo mantello insieme ad altri preziosi che arricchivano la reggia di Palermo, furono trafugati dal tesoro reale da Enrico VI, marito di Costanza d’Altavilla e padre di Federico II dopo che nel 1194 si impossessò dei territori normanni. Fu infatti, insieme ad altri beni, portato dalla Sicilia alla Germania sul dorso di uno dei cento muli, utilizzati per il trasporto.
La fine del regno normanno con i successivi eventi storici, fece perdere la memoria del collegamento fra il prezioso mantello e la Sicilia, tanto che si metteva in dubbio persino la sua provenienza, che invece la scritta conferma in modo chiaro ed inequivocabile. E così da quasi nove secoli, il manto ed altri pezzi pregiati dell’artigianato tessile normanno, come ad esempio i chiriteche, i tibiali, i sandali e la cintura, nonché la preziosa Alba di Guglielmo, anche questi sottratti da Enrico VI, sono rimasti a Vienna, senza che nessuno ne chiedesse la restituzione.
Solo nel 1918, dopo la sconfitta dell’impero austro-ungarico, il trattato di pace siglato prevedeva fra le altre richieste di risarcimento, che l’Austria dovesse restituire all’Italia “tutte quelle opere d’arte sottratte nel corso dei secoli e attraverso svariate vicende storiche a talune regioni d’Italia”. A seguito di questa clausola fu presentata, per quanto riguardava la Sicilia, una richiesta di restituzione di tutti i reperti. La Commissione incaricata della valutazione delle richieste di restituzione, però non accolse la richiesta siciliana rivendicando una discutibile prescrizione del diritto stesso. A questo rifiuto ahimè, le autorità italiane non seppero avanzare nessuna pretesta, e i reperti rimasero a Vienna fino all’annessione dell’Austria al Reich nazista, che appropriandosene, li riportò a Norimberga dove li aveva depositati Enrico VI.
Finita la guerra, con la sconfitta nazista, l’Austria chiese la reimmissione in possesso del manto e degli altri reperti che tornarono al Museo imperiale di Vienna, dove continuano ad affascinare con la loro bellezza gli occhi dei turisti.
    
                     Palazzo Reale Normanno Ruggero II°  Palermo                                                 Tarì  moneta Araba                                                                                                                                                                                        adottata a Palermo

La moneta del califfato era il tarì che aveva corso in tutta l’Italia meridionale ed era imitato altrove. Quando la conquista normanna riunisce questo territorio musulmano ai territori cristiani di occidente, gli scambi si fanno più intensi. Intorno alla metà del sec. XI le sorti della plurisecolare dominazione bizantina sul mezzogiorno peninsulare erano ormai segnate a favore dei Normanni, che dappertutto si apprestavano a scalzarla per sostituirla con la propria.

Eppure non subiva intralci l’ordinaria amministrazione di alcune “metropolie”, i cui competenti uffici seguitavano ad osservare le norme del diritto civile e canonico bizantino e perciò a tenere in ordine e aggiornato l’inventario dei beni a vario titolo ad esse appartenenti nel territorio di immediata giurisdizione diocesana o di preminenza metropolitica. Nel cosidetto “Brebion, o inventario, della metropolia di Reggio” si conserva un repertorio generale delle singole particelle relative a quei beni. Ogni particella riporta la trascrizione autentica dei dati catastali ugualmente registrati, in copia conforme, nei brebia parziali e locali in possesso delle singole istituzioni interessate. Dal Brebion della Metropolia Reggina ci è pervenuto un esemplare oltre a qualche estratto, quest’ultimo desunto verosimilmente dal brebion locale e parziale di quel monastero di Stilo.

                                                                                       La cattolica di Stilo

Tale esemplare illustra lo stato dei beni verso la metà del sec.XI, documentando, innanzi tutto, la collocazione della maggior parte di essi della Calabria Ulteriore, da Reggio fino al limite superiore dell’attuale provincia di Catanzaro. Se pur esigue, circoscritte risultano le propaggini ubicate in Val di Crati e nelle terre della Calabria Citeriore prevalentemente latina per le sue tradizioni longobarde, avendola, i Bizantini, riconquistata e ricongiunta in gran parte alla provincia civile ecclesiastica di Calabria, solo dopo la fine del IX secolo.

Dal medesimo brebion emerge, in particolare, la varietà delle risorse agricole censite e delle attività ad esse collegate: dalla cerealicoltura alla viticoltura, dalla gelsicoltura alla coltivazione degli alberi da frutta, dallo sfruttamento dei mulini a quello dei boschi e canneti. Sono risorse ed attività che comportano rendite e canoni per la metropolia, oltre che per le istituzioni ecclesiastiche da essa dipendenti non di rado a titolo di prebenda per i dignitari del clero. I gelsi vi figurano come il principale cespite per l’insieme dei terreni e poderi recensiti.
Certamente non potevano essere indifferenti le ricche produzioni di gelsi dell’intera costa Citeriore Calabra da Amantea a Cirella di Diamante- Maierà.

 Pianta di Gelso e Baco da SetaPrima di procedere alla trattura i bozzoli devono passare attraverso altre fasi:
• Soffocamento delle crisalidi in acqua calda.
• Selezione dei bozzoli.
• Crivellatura dei bozzoli per dimensione.
• Macerazione.
• Scopinatura.
• Purga delle bave.
• Dipanamento.
Nota) l’Albero di Gelso:
In Calabria sappiamo che divenne intensa la coltivazione del gelso e gli allevamenti di bachi da seta grazie all’apporto dei monaci basiliani. Anche in Sicilia il baco da seta era probabilmente già stato importato dai bizantini. E’ certo che la produzione tessile di vari materiali fosse notevole nel Meridione. Scrittori arabi del IX sec. affermano che a Messina, Girgenti, Palermo, Piazza ed altri luoghi erano in opera lanifici. Ibn-‘Awwan riferisce che Ibn- Fassal parla dei metodi praticati dai siciliani per la coltivazione del cotone su terreni aridi; e che gli stessi metodi erano stati adottati poi con successo sulle coste della Calabria e della Spagna.

La sericoltura, o allevamento del baco da seta, inizia con l’incubazione delle minuscole uova del baco, da cui, alla schiusa, fuoriescono i bruchi. Questi sono sistemati sotto ad uno strato di tela, e per sei settimane ininterrottamente nutriti di foglie di gelso finemente tritate. Alla fine di questo periodo sono pronti a filare il bozzolo. Nei ricoveri dove sono allevati, sono sistemati rami d’alberi o cespugli, sui quali i bruchi si arrampicano per andare ad imbozzolarsi. Nell’arco di circa tre giorni, con la bava emessa da un organo detto “filiera” posto sotto la bocca, il baco fila il bozzolo completo che può essere bianco o giallo, morbido, ovale in cui si verificava un vero prodigio della natura, la “metamorfosi” cioè la trasformazione in crisalide e poi in farfalla. Una volta raccolto il bozzolo, il primo passo nella manifattura della seta consiste nell’uccidere l’insetto che sta al suo interno. A questo scopo i bozzoli sono bolliti o sottoposti ad alte temperature.
I bozzoli danneggiati dei pochi bruchi che non vengono uccisi ma usati a fini riproduttivi e la parte interna del bozzolo, che resta dopo la filatura della seta cruda, vengono utilizzati per ottenere filati di seta di qualità inferiore. La quantità di seta ricavabile da ogni bozzolo è scarsa: per produrre 1 kg di seta cruda occorrono circa 5000 bachi da seta.
Trattatura – è la prima operazione per la produzione della seta. Dai bozzoli macerati nell’acqua bollente si dipanano i fili unendone alcuni, da 4 a 8, per formare il filo.
Torcitura – la seta viene ritorta unendo insieme da due a tre fili.
Cocitura – la seta viene immersa in acqua bollente per liberarla dalla materia appiccicosa.
Tintura – è il procedimento con il quale si colora la seta. Il materiale tessile viene immerso in una soluzione acquosa di una sostanza colorante. I singoli filamenti vengono tinti uniformemente in tutto il loro spessore.
Rochettatura – la seta proveniente dalla tintoria in matasse, viene avvolta su rocchetti di legno per mezzo di arcolai.
Tessitura – è da sempre l’attività prediletta dalle Giovani che sono istruite e avviate a questa arte.
Tipi di filati

Il passo successivo nella produzione della seta consiste nel sottoporre uno o più fili di seta cruda a torsione, per rinforzarli e renderli idonei alla tessitura. Da questa materia prima si possono produrre i seguenti filati:
• Organzino è formato da un filo ritorto in un senso accoppiato e ritorto con un altro filo nel senso opposto (4 giri al centimetro), usato per l’ordito.
• Crêpe è simile all’organzino ma più fittamente ritorto (da 16 a 32 giri al centimetro), per tessuti crêpe, cioè increspati.
• Ritorto per trama è composto da uno o più fili e ritorto in un solo senso (da 8 a 16 giri al centimetro).
• Ritorto singolo ritorto in un solo senso con un numero di torsioni variabili a secondo della qualità, per tessuti lisci e sottili.
• Bourette ottenuto dai cascami, la peluria della parte esterna o interna del bozzolo, viene filata dopo cardatura, filato grosso e irregolare non ha le caratteristiche di finezza e lucentezza della bava.
• Doppione bava di seta doppia, prodotta da due bachi che formano il bozzolo insieme, rarissima, è il materiale che originalmente componeva lo shantung.
• Filaticcio filo di seta che si ricava dai bozzoli sfarfallati, cioè bucati dall’uscita della farfalla.

L’ininterrotta affluenza di monaci e laici, singolarmente o a gruppi, dalla Sicilia verso la Calabria creava, malgrado la divisione politica imposta dalle dominazioni araba e bizantina, osmosi e solidarietà ben evidenti sotto il profilo dell’organizzazione ecclesiastica. Ne conseguiva una trama di relazioni sociali, religiose e culturali, atta a potenziare il vantaggio della prossimità geografica e a favorire gli scambi economici e commerciali. Si hanno notizie dell’importazione di derrate alimentari dalla Calabria in Sicilia, sicché non c’è motivo di revocare in dubbio un analogo movimento di merci, fra le quali la seta greggia. Tanto più che il principale mercato siculo della seta si collocava proprio nel Val Demone, abitato da una popolazione prevalentemente greca ortodossa come quella della quasi prospiciente Calabria e frequentato da mercanti ebrei.

Vale la pena ricordare che l’area sicula maggiormente interessata alla sericoltura era quella orientale, da Siracusa al Val Demone, ove più duratura era stata la dominazione dei basileis e più tenace la solidarietà politica col loro impero, la quale anzi, proprio tra i sec.li X e XI, ispirava forme di accentuata resistenza all’arabizzazione. E’, dunque, verosimile che parte della seta greggia di Calabria fosse smerciata all’interno dell’impero; ugualmente verosimile è, però, che il grosso finisse in Sicilia. D’ altra parte, un ulteriore e forse più convincente indizio dello smercio del grosso della seta calabra nell’isola proviene dal già richiamato uso del tarì, la cui circolazione distingueva la Calabria meridionale dai rimanenti territori bizantini del Mezzogiorno.
Usata per gelsi e foglie, la moneta arabo-sicula doveva evidentemente esserlo anche per il loro prodotto finale, cioè la seta: si può, anzi, supporre che la sua adozione rispondesse quasi ad una esigenza di unificazione monetaria fra ambienti di produzione e mercati di esportazione. Ne consegue che la gelsicoltura della Calabria bizantina traeva certamente incentivo dai traffici col mondo mediterraneo e islamico, mediati dalla Sicilia. La seta era la reale protagonista del Brebion. Ricercata e pregiata mercanzia per traffici interni ed esteri, la seta concorreva, con altri prodotti, alla creazione di quella ricchezza, ambita dai sopraggiunti conquistatori normanni.
Il Brebion ci consente, dunque, di retrodatare le fasi di avvio della gelsicoltura calabra all’epoca bizantina e alla vigilia della conquista normanna. Ben note sono, del resto, le successive fasi di espansione e diffusione in tutta la regione. Qui, infatti, questa peculiarità di Bisanzio avrebbe avuto sviluppo nelle connesse attività sericole e, nello stesso tempo, sarebbe attecchita così tenacemente da determinarvi paesaggio agrario ed economia nei posteriori secoli medioevali e moderni.
La gelsicoltura era ormai ben avviata, quando i Normanni sostituirono i Bizantini nel dominio sull’Italia meridionale e gli Arabi in quello sulla Sicilia. Tuttavia la produzione serica di qualità rimaneva appannaggio delle manifatture bizantine, per lo più costantinopolitane, sia pubbliche sia private. Proseguiva una tradizione che identificava le sete più ricercate con le bizantine: chiese e monasteri conservavano tali stoffe e vesti, utilizzandole non di rado per addobbi e usi liturgici.
Pertanto la provenienza orientale e bizantina è certa per i purpurei panni e i teli intessuti di elettro o argento, coi quali il principe Arechi II (759-787) di Benevento fece adornare le reliquie di S. Mercurio; i drappi in lino e con lavorazione in oro che avvolgevano le reliquie di S.Eliano traslate a Benevento da Costantinopoli e ancora quelli della basilica costantiniana del Laterano e de sylphori, lavorata in vesti e intessuta di gemme ed oro dell’abbazia benedettina di Montecasino requisito nell’843 dal principe longobardo di Salerno Siconolfo per utilizzarlo nella guerra contro i Saraceni.
Merita perciò attenzione che Roberto d’Altavilla (il Guiscardo), nell’intento di mettere mani sulla ricchezza dei Greci di Calabria, abbia cominciato la propria avventura con la requisizione di beni, fra i quali i das precious di un ricchissimo signore di Bisignano e di verosimile fattura bizantina. Né sorprende che altrettanto abbia fatto il fratello, Ruggero il Granconte, il quale a Scalea intercettò e sequestrò a scopo di riscatto il carico di taluni mercanti amalfitani, mediatori per professione di gran parte del traffico commerciale fra Bisanzio e l’Italia.
Una volta divenuto duca e signore di terre già bizantine, il Guiscardo si fece, a sua volta, benefattore di istituzioni ecclesiastiche e monastiche, largheggiando in donazioni anche di nomismi e pallia o blattia, le sete bizantine. Il fatto è che la dinastia degli Altavilla, ormai forte della legittimazione politica acquisita, si avviava in un più o meno consapevole tentativo di emulazione dei basileis, di appropriazione delle loro prerogative e del loro modello di Stato e di governo. I signori normanni e specialmente il Guiscardo erano indotti alla mimesi della superiore corte bizantina.
Il mezzogiorno d’Italia era pronto ad accogliere una corte e una regalità non abusive, a fare evolvere sul modello bizantino le istituzioni sorte dalla conquista dei nuovi dominatori. Toccò al re di Sicilia Ruggero II d’Altavilla (1130-1154), figlio ed erede di Ruggero il Granconte, di portare a compimento l’operazione e di promuovere i Normanni da eredi dei sudditi Bizantini ad emulatori della realtà politica dell’Impero d’Oriente.
Tuttavia, per come si è detto, a lui il modello di corte giungeva attraverso la mediazione, non solo di Bisanzio, ma anche del mondo musulmano. Corti raffinate, quelle islamiche, non meno della bizantina e ugualmente aduse allo sfarzo e all’ostentazione delle sete più fini. Ancorché divenuta normanna, la Sicilia rimaneva congiunta al mondo musulmano, grazie ai vincoli di solidarietà culturale e religiosa ancora tenaci e grazie alla partecipazione alla comune civiltà mediterranea. E da esso si irradiava anche un modello di manifattura statale sostanzialmente analogo al bizantino, con funzionari califfali incaricati dalle varie e sparse aziende tessili e seriche. I loro prodotti erano costosi e raffinati e per questo ricercati da mercanti dei più svariati paesi.

Sebbene le sete preziose appartenessero all’Officina regia di Palermo, all’OPERATUM IN REGIO ERGASTERIO, nuova traduzione del regio Hizanat at- tiraz (opificio guardaroba arabo), soprattutto quelle della Examita più spesse a sei fili o dei  diarhodon abbaglianti come il fuoco o i verdolini diapistus, venivano importati ed immagazzinati anche quelle appartenenti alle amita, dimita e triamita, stoffe seriche più economiche perché rispettivamente a uno, due o tre fili. L’ Ergasterio, attiguo, anzi complementare con lo stesso   palazzo Reale, permette di cogliere i progressi di una attività divenuta anche tessile e raffinata nel corso del XII secolo, malgrado un inizio ruggeriano che pare limitato all’arte del ricamo e al perfezionamento sartoriale di stoffe preesistenti e tessute altrove. Permette, con quell’elenco di stoffe, colori e preziose tessiture, di cogliere l’ascendenza bizantina di una sericoltura che, nel Mezzogiorno d’Italia, aveva preso avvio dalla gelsicoltura illustrata dal   brebion della metropolia di Reggio Calabria.

          

                         Trecce e Fili di Seta                                                                               Lavorazione e Prodotto
In Calabria sappiamo che divenne intensa la coltivazione del gelso e gli allevamenti di bachi da seta grazie all’apporto dei monaci basiliani. Anche in Sicilia il baco da seta era probabilmente già stato importato dai bizantini. E’ certo che la produzione tessile di vari materiali fosse notevole nel Meridione. Scrittori arabi del IX sec. affermano che a Messina, Girgenti, Palermo, Piazza ed altri luoghi erano in opera lanifici. Ibn-‘Awwan riferisce che Ibn- Fassal parla dei metodi praticati dai siciliani per la coltivazione del cotone su terreni aridi; e che gli stessi metodi erano stati adottati poi con successo sulle coste della Spagna.
Nel 975 l’emiro Albumumenin scrive all’emiro siciliano Chbir <<……sul bastimento predato…. si trovavano molti drappi assai più vaghi di quelli che si lavorano in Sicilia, giacché erano travagliati con maggiore esattezza, perché l’oro era più delicatamente filato, più lustro e più colorato di quello che si lavora in Sicilia>> Il che ci indica che in Sicilia si era già raggiunta una lavorazione di tipo pregiato e tale da essere presa come termine di paragone.
L’importanza di queste manifatture è costituita, oltre che dalla sterminata produzione, dalla creazione di un repertorio di caratteri grafici e di stili che risentirono di un patrimonio d’immagini confluite dall’Oriente e dal Medio Oriente e che s’intrecciarono con quelle cristiane. Gli stili si fusero, i motivi, come in altri rami dell’arte, risentirono delle culture di altri paesi. Il tramite per l’acquisizione dei motivi ornamentali furono gli stessi tessuti, e tutti gli altri oggetti di lusso importati, dall’avorio, ai metalli, ai rilievi marmorei. La persistenza dei tipi in aree così vaste e l’imitazione da parte dei primi produttori europei, costituisce oggi una delle ragioni della difficoltà di individuazione delle aree geografiche di produzione e dell’incertezza nelle datazioni oscillanti nell’arco di qualche secolo.
Nel periodo dei re normanni, la produzione raggiunse punte di vera eccellenza. Il tessuto non veniva solo operato, ma ornato e ricamato con l’ausilio dell’arte orafa. Dalla Sicilia, la grande tradizione della seteria palermitana si diffuse in molte località dell’Italia meridionale, in modo particolare a Napoli quando Federico II nel 1226 vi trasferì, per un periodo, la propria corte. Un laboratorio tessile era attivo anche nella colonia musulmana che Federico impiantò a Lucera.
Ugo Falcando in Storia della Sicilia, redatta prima del 1190, scriveva: “Né conviene tacere delle nobili officine attigue al Palazzo, ove il filo serico colorito in matasse di vario colore viene poi impiegato nelle molteplici specie del tessere. Vi puoi, infatti, vedere come vengono eseguite con minor perizia e minor costo amita, dimita e trimita; ma anche le examita, che richiedono un maggior impiego di materia prima. Il diarhodon riverbera nel viso il fulgore del fuoco. Il diapiston, di color verdolino, blandisce gli occhi di chi guarda con la sua grata apparenza. Qui si producono gli exarentasmata, resi insigni dalla varietà dei cerchi, che richiedono agli artefici una maggiore industria e un più largo impiego di materiali, e che perciò meritano un maggior prezzo. Vi si vedono ancora molte altre cose di vario colore e ornati di vario genere, in cui l’oro si intesse con la seta, e la varietà di pitture multiformi viene posta in risalto da gemme lucenti; le perle vengono raccolte dentro ciste d’oro, o perforate e connesse con l’esile filo. L’elegante arte nel disporle accresce la bellezza dell’opera dipinta”.

Il contesto di Belvedere non sfugge a questo stupendo contagio Bizantino – Normanno – Arabo.
Un secolo di tranquillità in un quasi perfetto equilibrio avvalorato da reciproche convenienze legate alla fiorente produzione del baco e della gelsicoltura! Gli approdi di Salerno, Amalfi, Agropoli, Belvedere ed Amantea hanno costituito il nerbo di questo equilibrio ed hanno tracciato la via per più importanti scambi commerciali sino agli albori dei nostri giorni: il secolo scorso XIX°.
Tipico quello del Sale: (I Normanni, durante la loro permanenza impararono a lavorare gli insaccati di maiale salandoli col salgemma che ricavavano dalla miniera naturale di Lungro. Ilsalgemma era trasportato a dorso di mulo usando diversi sentieri di montagna che si chiamavano “salarie”. Quella del Passo dello Scalone divenne un’autostrada del tempo andato, lungo la quale sono transitati tonnellate di salgemma che, dalla Salina di Lungro, rifornivano i porti della costa per poi essere distribuite in tutta Italia).
Superata Mileto e tutta la costa reggina, fatto salve le paludi di S.Eufemia- Lametia e quella del Lao nell’attuale Valle, i terrazzamenti tra Amantea e Buonvicino – Maierà restano i più ricchi e fertili sentieri della gelsicoltura della Calabria Alto Tirrenica. Oggi si direbbe una economia di prodotti di base sulla quale incominciano a determinarsi garanzie e perfezionamenti mercantili, ma anche, controllo e fisco. Con il rafforzamento della “Rocca” che diviene “Castrobello” si aumenta il potere difensivo della città, ma proporzionatamente cresce la feudalità della giurisdizione sulla popolazione chiamata a corrispondere fisco ed erari oltre che disponibile all’arruolamento militare in armi e cavalli.
I prodotti e le materie prime vengono tradotte all’interno delle mura, pesi, tare e misure sono i parametri di valutazione della “ricompensa”. Il sistema risponde alla logica di mercato, garantito dall’atteggiamento Arabo, tutto proteso alla difesa dei più deboli ai quali, i musulmani garantiscono protezione col tarì al di fuori del controllo fiscale. Per certi versi è un utile compromesso che conduce con sé l’apprendistato di arti e mestieri nuovi, la matematica, la scienza, la medicina e non ultimo la contaminazione razziale.
“Un equilibrio che produrrà i suoi frutti anche durante le prime vicende storico-politiche immediatamente successive, sebbene gli Svevi apportassero nuovi perfezionamenti al sistema difensivo castellario e gli Angioini, con la costruzione del primo vero Castello, rovesciandone, non volutamente, la dialettica, ne determinassero un nuovo assetto, a tutto vantaggio della città”.

                

                 

                

                

               

                                              Attività serica in Calabria sino agli anni quaranta del XIX° Sec.

 

 

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