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BELVEDERE SVEVA-FEDERICO II° (11)

La Lunga Storia di Belvedere (11)

Con Costanza scompare, nel 1198, l’ultima discendente della dinastia normanna dei D’Altavilla. Figlia postuma di Ruggero II, costretta per ragioni dinastiche e politiche, aveva sposato, nel 1186 a Milano, Enrico, figlio ventenne dell’Imperatore Federico Barbarossa, della casata Hohenstaufen di Svevia. Con l’unione tra il regno meridionale d’Italia, con poteri anche in Africa, e l’immenso impero germanico che comprendeva gran parte dell’Europa (dalla Polonia e Danimarca fino alla Borgogna) ed il settentrione d’Italia, veniva a formarsi un potere immenso, pur se difficile da gestire in quanto disomogeneo e geograficamente non compatto.

Da questo matrimonio dopo otto anni nasceva Federico e Costanza divenuta regina in prima persona, per la improvvisa morte del marito, trovando difficoltà a gestire una situazione in mancanza di una forte autorità, affida il figlio adolescente alla tutela del Papa Innocenzo III°. Federico viene incoronato a soli quattro anni, con fastoso rito bizantino, nel Duomo di Palermo, re di Sicilia con l’approvazione del Papa.

                 

Rimasto solo dopo la morte della madre, fin da bambino, deve assistere ad un groviglio di complotti, lotte ed intrighi che si erano scatenati nelle varie componenti, normanna e tedesca, sia al loro interno che in contrapposizione tra loro. Nel 1208, a quattordici anni di età, Federico si pone l’obiettivo di recuperare beni e diritti sottrattigli durante la sua fanciullezza e da quel momento non farà altro che contrapporsi con le potenze periferiche e centrali del suo tempo. Il Papa, suo tutore e reggente, finora poco interessato a lui, gli combina un oculato matrimonio con Costanza di Aragona la quale, oltre a portargli in dote un contingente di cinquecento cavalieri per attuare i suoi progetti, vivacizza lo splendore della corte di Palermo. Federico con la crescita rivela le peculiari caratteristiche delle due ascendenze, quali l’alterigia e la durezza tipiche dei tedeschi e lo spirito audace ed avventuroso dei normanni. Dall’ambiente in cui cresce acquisisce l’intraprendenza italiana, la scaltrezza greca e la sensualità delle donne arabe, assuefacendosi alla tolleranza, osservando la pacifica convivenza di cattolici ed ortodossi con ebrei e musulmani. Ebbe inoltre il vantaggio di trovarsi in un ambiente stimolante e culturalmente eclettico, affiancato da maestri capaci di avviarlo non solo alla conoscenza di varie lingue (greco, latino, arabo, oltre all’italiano e tedesco) ma anche al piacere dell’apprendimento delle scienze e della filosofia. Subito un tentativo di sopraffazione, in quanto ancora debole ed indifeso, da parte di Ottone IV, a sua volta deciso a conquistare il meridione d’Italia, ma che, inopinatamente, dopo aver preso la Puglia e la Calabria prima dell’attacco finale, ritorna in Germania perché preoccupato dalla ribellione dei sostenitori degli Svevi, Federico, ottenuto il sostegno di numerosi feudatari nel 1212 riesce a farsi incoronare re di Germania e, con l’appoggio del clero tedesco, Imperatore col nome di Federico II° nella Carolingia Aquisgrana. Qui, davanti al sarcofago di Carlomagno, per compiacere il Papato, solennemente annuncia il proposito di voler conquistare i territori della Terrasanta, caduti in mano musulmana. Una promessa questa che non immediatamente mantenuta segnò l’inizio di un aspro conflitto fra l’Imperatore ed il Papato, ingenerando sospetti nei prelati con Onorio III prima e Gregorio IX poi. Federico in effetti era tutto proteso all’equilibrio interno fra Meridione e Settentrione Italiano. Concesse ai potenti principi tedeschi nuove franchigie, rinunciò alla prerogativa regia di confiscare la loro eredità e di introdurre i dazi. La Germania era infatti caratterizzata da un mosaico di signorie con ampie prerogative in fatto di amministrazione della giustizia e imposizione di dazi e fiscalità. Alcuni principi tedeschi, laici o ecclesiastici, possedevano il diritto di eleggere l’Imperatore ed erano padroni assoluti delle loro terre, salvo un legame di vassallaggio con il signore più potente. Per la qualcosa Federico non tentò mai di instaurare in Germania il centralismo amministrativo ed il potere assoluto che imporrà invece ai baroni del meridione d’Italia, più di quanto potrà fare nel settentrione dove l’autonomia delle città comunali non era inferiore a quella dei principi tedeschi. In Sicilia riuscì a sedare i contrasti emersi ed, ordinato l’arresto di alcuni baroni, impose agli altri la restituzione dei beni e dei privilegi illegalmente ottenuti negli ultimi trenta anni.

Passò quindi ad estendere il dominio su quella zona interna nota come “marca dei Saraceni” governata, al di fuori di ogni controllo, dal capo musulmano Morabit, e, per ritorsione dell’appoggio fornito agli usurpatori del diritto regio, fece spietatamente deportare a Lucera, in Puglia, consistenti nuclei della popolazione musulmana dedita alla pastorizia, in conflitto con quella locale, dedita all’agricoltura. A Lucera Federico stabilirà una delle sue corti e dalla popolazione saracena arruolerà il nucleo più efficace e fedele del suo esercito professionale. In quel periodo l’esercito dei cristiani in Terrasanta, era in difficoltà, pressato nelle sue roccaforti, assediato e sconfitto dopo l’insuccesso della V crociata (1217-1221) bandita da Onorio III e conclusasi con la caduta di Damietta, sul delta del Nilo. Da più parti si sollecitava una riscossa cristiana e, su sollecitazione di OnorioIII, Federico, malgrado l’impegno volto a districare le difficoltà sorte negli affari di Sicilia, mette a punto i piani di una campagna in oriente. Ma Papa Onorio III muore prima della partenza della crociata. Gli succede Gregorio IX che insofferente della politica dei tentennamenti, intendendo riprendere il disegno del suo predecessore Gregorio VII, volto a stabilire l’assoluta superiorità del Papato rispetto all’Imperatore, mostra subito un atteggiamento fermo e risoluto, irritato dalla constatazione che, nel governo della Sicilia, Federico non teneva in alcun conto la sovranità della Chiesa. Da qui, dopo il fallito tentativo di avviare una crociata a causa di una pestilenza scoppiata fra le truppe, il pretesto di una scomunica. Federico II mantiene finalmente la promessa fatta ad Aquisgrana ed avvia da Brindisi la VI Crociata, senza guerreggiare, ma con patti con il sultano d’Egitto Al-Kamil recuperò una disastrata Gerusalemme, Nazaret, Betlemme, cingendosi il capo con la quarta corona con il titolo di Re di Gerusalemme, e, per giunta sollevando ulteriori elementi di difficoltà negli intricati rapporti con il Patriarcato di Gerusalemme. Il ritorno sulla scena meridionale di Federico induce il clero ed i feudatari tedeschi a premere per una conciliazione fra i due massimi poteri della cristianità, il Papa e l’Imperatore. Da qui il trattato di San Germano nel castello di Anagni ed inoltre nel 1230, necessitando la situazione in Sicilia di un intervento volto a rinsaldare l’autorità regia, Federico convoca, per la promulgazione di un importante corpo di leggi, le assise di Melfi(1231). Federico nel corso delle varie assise tenute a Capua, Messina, Melfi, Siracusa, San Germano, cui partecipavano i più importanti ecclesiastici e baroni, ha emanato numerose leggi volte a restaurare un suo modello di ordine regio, disciplinando il sistema feudale in maniera da sottometterlo totalmente all’autorità regia, ampliando il grado di subalternità dell’aristocrazia baronale e prelatizia. Con ciò segnando la singolarità del meridione d’Italia rispetto all’Europa occidentale. Nelle leggi si ritrova il meglio delle disposizioni Normanne e Sveve in cui domina il senso dell’assolutismo sovrano fondato sulle norme del diritto giustinianeo. La sua sensibilità verso gli aspetti culturali lo aveva indotto a regalare a studenti e professori dell’Università di Bologna alcuni tesori della sua biblioteca e a riordinare la scuola medica di Salerno con l’istituzione di nuove discipline. Avendo l’ambizione di formare direttamente funzionari, dirigenti e giudici da utilizzare nel suo regno, in contrapposizione all’ateneo di Bologna finito sotto il controllo papale, istituì l’Università di Napoli di cui Pier delle Vigne fu l’estensore del Diploma di fondazione. Fu previsto l’insegnamento di diverse discipline organizzate in tre diversi corsi, tenuti dai più dotti maestri del tempo e pagati dal sovrano. Alla frequenza dei corsi erano accolti giovani stranieri (tra questi vi fu Tommaso D’Aquino) che ricevevano facilitazioni per il soggiorno. L’Università di Napoli, fu la prima a carattere pubblico e divenne il faro di una cultura non condizionata da dogmi. La corte, oltre Palermo, sostava nei palazzi di Melfi, Foggia e Lucera e rappresentava la proiezione visibile della magnificenza del sovrano. Le corti non erano solo esibizione dell’effimero. Esse erano centri culturali e scientifici dotati di biblioteca plurilingue ed aperte alla possibilità di nuove acquisizioni. L’imperatore, desideroso di conoscere e ricevere risposte ai suoi enigmi, nel rispetto della fede di ciascuno e secondo la tradizione normanna, si circondava di sapienti musulmani, maestri cristiani ed ebrei portatori delle più avanzate teorie del tempo. Le loro occasioni di incontro erano frequenti, serrati e vivaci. Tra loro spiccano l’astrologo Guido Monatti, il matematico Leonardo Fibonacci e Miche Scoto, sotto il cui impulso si affermò, accanto a quella classica, la nuova cultura scientifica. La cultura greca coinvolse prevalentemente il mondo delle professioni, mentre quella latina, favorita dalla penetrazione nella Chiesa, l’amministrazione.

      

FEDERICO II°.

Per noi Meridionali senza dubbio l’artefice dell’unica “età dell’oro” che il Sud d’Italia abbia conosciuto nell’era post-cristiana. Un personaggio carismatico ed affascinante, precursore dei grandi geni rinascimentali: fu grande uomo politico, ma anche abile stratega militare, raffinato filosofo, architetto innovativo e colto letterato. Ma la Storia gli riconosce, soprattutto, un merito “etnico”: Federico II° di Svevia riuscì a dare vigore ed orgoglio ai popoli del Meridione d’Italia. Le sue tracce sono visibili in tutto il Sud, dove resistono alla furia del tempo, della modernità e dell’inconsapevolezza. Incoronato Re di Sicilia, Duca di Puglia e Principe di Capua a solo quattro anni, con il sangue indomito dello zio Federico il Barbarossa nelle vene, realizzò nelle terre meridionali una vera e propria rivoluzione dall’alto.

Palermo Cattedrale: Tomba di Federico II°.
I risultati storici fi Federico II° di Svevia non hanno pari nella travagliata epopea meridionale: costruì il primo Stato centralizzato- ponendo fine al potere senza regole e senza pace dei feudatari locali- rilanciò l’economia facilitando i commerci e mettendo in sicurezza le infrastrutture, creò a Napoli la prima Università Statale del mondo occidentale e a Salerno la prima scuola Medica, promulgò le Costituzioni che donarono alle società meridionali il primo scheletro giuridico pubblico, impose il rivoluzionario (ancor oggi…) criterio di eguaglianza della legge per tutti i sudditi dell’Amministrazione della giustizia, intraprese una dura lotta contro l’usura nelle grandi città.
La sua vita non fu solo un trionfale cammino di gloria e di luce, naturalmente: alle grandi virtù pubbliche si sommarono robusti vizi privati, nonché una incontenibile voglia di belligeranza contro la cristianità e il potere temporale dei Papi- che gli costarono scomuniche ed anatemi- nonché contro le comunità ebraiche meridionali. Ma il mito alimenta la leggenda, cancellando magicamente gli aspetti meno edificanti della realtà e costruendo l’immagine simbolo del riscatto meridionale. 
                                                                       Università di Napoli Federico II°.
L’Università di Napoli Federico II è la più antica università statale del mondo. Fondata il 5 Luglio 1224 dal re Federico II di Svevia, oggi è l’istituzione accademica leader a Napoli e uno delle più importanti d’Italia e del continente europeo. Anche se i suoi primi studi sono stati diretti verso le scienze umane, come ad esempio lo studio del diritto, con il passare del tempo questa Università ha aumentato il suo prestigio anche nelle scienze, diventando un pioniere nello studio della genetica con l’istituzione della prima cattedra in Italia.
                                                 Lucera(Foggia)- Reggia di Federico II° con recinzione della Città.
A Lucera Federico stabilirà una delle sue corti e dalla popolazione saracena arruolerà il nucleo più efficace e fedele del suo esercito professionale. Federico II° di Svevia è ancora molto popolare in Puglia, in Sicilia, in Calabria, in Campania: non si contano le strade, le banche, le società, i negozi, le associazioni, perfino le acque minerali dedicate all’imperatore svevo. E i suoi misteriosi castelli- gioielli d’architettura e di stile dominano dal mare le città della Puglia ne ricordano ogni grandezza, così come in Sicilia ed in Calabria a Cosenza.
Ma Federico II° di Svevia è anche un mito “identitario”, che segna i confini e le distanze tra civiltà diverse. Nella sua Patria naturale, la Germania, “stupor mundi” viene snobbato: è stato singolarmente rimosso dalla cultura e dalla memoria storica. Mentre al Nord Italia è ricordato, paradossalmente, come un despota sanguinario e degenerato: la Lega ha costruito la propria identità padana proprio sulle radici medioevali dei Comuni e sulla loro orgogliosa contrapposizione a Federico Barbarossa e a suo nipote Federico II°.
Tutto induce, quindi, a fare di Federico II° di Svevia il mito esclusivo della gente meridionale. Porta in dote- attraverso i secoli- i valori indispensabili al rilancio del Mezzogiorno e tragicamente carenti nel DNA meridionale: coraggio, ambizione e sogno, legalità ed innovazione, proiezione al di fuori dei confini. Per rinascere, il Sud e i sudisti ne avranno un grande bisogno.

Federico è artefice di una fitta produzione edilizia mirante a restaurare molti castelli saraceni e normanni ed a costruirne nuovi per affermare il suo controllo su tutto il territorio meridionale. Scelse di costruire nella zona pianeggiante della Capitanata, presso Foggia ed intorno a Melfi, per noi a Cosenza, spostando il centro di gravità del regno dalla Sicilia al continente.

                                                                                        Castello di Melfi
Federico convoca, per la promulgazione di un importante corpo di leggi, le assise di Melfi(1231). Federico nel corso delle varie assise tenute a Capua, Messina, Melfi, Siracusa, San Germano, cui partecipavano i più importanti ecclesiastici e baroni, ha emanato numerose leggi volte a restau e un suo modello di ordine regio.

                                    Castel del Monte Struttura più rappresentativa dell’Architettura Federiciana.
L’architettura militare sveva, succeduta rapidamente a quella normanna, si differenzia da questa innanzitutto per l’impianto diverso, con torri quadrate ai vertici di uno schema quadrato, anch’esso tutto sommato concettualmente assai semplice, di chiara ispirazione al modello del Castellum romano. Il modello svevo, si distingue per la pressoché totale indipendenza dai caratteri dei luoghi d’impianto, ben diversamente da quanto avveniva per le opere longobarde e normanne precedenti.
In questi anni Capo Tirone ed il Passo dello Scalone e di conseguenza Belvedere, collocati al di fuori della traiettoria degli interessi in atto su scala continentale, hanno perso d’importanza. All’incastellamento della città che continua secondo lo schema normanno, anche nei rapporti economico sociali, si affianca il nuovo sistema di Recinzione Sveva, oggi del tutto scomparsa, ad eccezione di alcune porte e due Bastioni, perché assorbita negli edifici postumi. Sebbene Belvedere non godesse del privilegio di Città Demaniale come Castrovillari, Amantea, Rossano, Bisignano e Cassano e non vi fosse instaurata una Contea come a Catanzaro, Policastro, Crotone, Aiello, Tropea, San Marco, apparteneva a quelle microoligarchie locali come quelle di Luzzi, Fiumefreddo, Amendolara, Brahalla e Saracena, talora esposte a rapida modificazione. Ed é proprio seguendo le vicende di questi centri che si possono individuare scelte e comportamenti che si affermarono in qual tempo in Calabria, allorché tutto il sistema castellare fu ampiamente restaurato e sorsero per volontà regia anche alcuni nuovi centri abitati come Catona, Monteleone e Rocca Imperiale. Come per Cosenza, città Demaniale e Capitale del Giustizierato di Val di Crati e Terra di Giordana, fu applicata nel 1220 la Direttiva Imperiale (Castra, munitiones et Turres) anche ad alcuni Borghi limitrofi e non ultime le due località marittime portuali di San Lucido e Belvedere. E’ stata questa una stagione che registra un notevole sviluppo economico.
                                                                    Cosenza- Castello Normanno-Svevo
Sulla parte più alta del centro storico della città di Cosenza, sorge il castello che manifesta esteriormente la sua architettura sveva. Il castello di Cosenza sorge su una motta, cioè una collina artificiale eretta con terreno di risulta proveniente dallo scavo del fossato che circonda il castello stesso. Il terrapieno, di origine artificiale, fu edificato intorno al VI secolo a.C. dai Brettii che appunto spianarono e rimodellarono la cima del colle. Insieme a quello di Roseto Capo Spulico, il castello di Cosenza, discretamente conservato, rappresenta comunque una delle migliori testimonianze dell’architettura sveva in Calabria.Il maniero venne edificato sopra una precedente fortificazione bizantina del 937 d.C. che ebbe un ruolo fondamentale nella difesa della città di Cosenza dagli assalti dei saraceni. Il castello venne poi rifatto nel XII secolo da Ruggiero il Normanno insieme ai castri di Santa Severina e di Altavilla. Ma nel 1240 subì un pesante rifacimento ad opera di Federico II di Svevia, che gli diede l’attuale sistemazione architettonica. Il re svevo fece aggiungere le due torri ottagonali lungo il lato meridionale del castello, con ampi rifacimenti del cortile interno. Da quel momento l’architettura del castello di Cosenza rimase molto condizionata, tanto che il mastio venne definito appunto castello svevo. Esso presenta infatti una pianta rettangolare con cortile centrale ed una torre angolare residua a pianta ottagonale, l’unica rimasta, e tipica delle costruzioni sveve, la cui altezza doveva essere compresa tra i 18 e i 23 metri, in linea con le altre costruzioni sveve in Europa in voga nel XIII secolo.
                 
                                         Cosenza- Duomo                                                                                Stauroteca in oro
Il Duomo risale al XI secolo, ricostruito nel 1184 dopo un terremoto, venne nuovamente consacrato dal cardinale Niccolò Chiaromonte nel 1222, anno in cui l’imperatore Federico II donò alla città la stauroteca, ovvero un reliquiario a forma di croce con all’interno un frammento della Santa Croce. Nei secoli il Duomo ha subito numerosi interventi, tra i quali quello di fine Settecento, che ne modificò l’interno in stile barocco. Nel 1831 fu invece la facciata a essere ricreata in stile gotico. Nonostante i vari cambiamenti, essa presenta in parte l’originario stile romanico, tre grandi portali ogivali e un rosone centrale affiancato da due più piccoli. All’interno, suddiviso in tre navate, si trovano la Cappella della Patrona, la Madonna del Pilerio e la cappella barocca del SS. Sacramento, con un crocifisso quattrocentesco in legno. Alla destra della zona absidale ci sono le spoglie dei patrioti cosentini caduti nel 1844 e, prima che venissero trasferite a Venezia, anche quelle dei fratelli Bandiera. Infine da segnalare nel transetto sinistro il sepolcro in stile gotico di Isabella d’Aragona, morta nel 1271 a Cosenza.
Stauroteca in oro, smalti e granati della seconda metà del secolo XII° donata da Federico II° alla città di Cosenza in occasione della consacrazione della Cattedrale. Il 30 gennaio 1222, alla presenza di Federico II°, il delegato Pontificio Nicola Chiaromonte, vescovo di Tuscolo, conacrò la nuova Cattedrale, voluta dall’Arcivescovo Luca Campano, già scriba di Giocchino da Fiore e abate della Sambucina.

Il potenziamento murario Svevo di Belvedere nasce su di una specifica volontà, considerata l’importanza strategica della Città sul versante Tirrenico, di creare un avamposto di difesa e controllo su Passo dello Scalone e di approdo per il commercio via mare. Con gli Svevi di Federico II° si accentua il Commercio Marittimo tra Amalfi- Capua e la Sicilia. Rifioriscono i commerci, grazie a trattati con Venezia e Genova e si susseguono numerose iniziative come la costruzione del molo di Salerno, il rilancio dell’università di Salerno e di Napoli. E’ di questo periodo l’insediamento di comunità Ebraiche a Belvedere come in gran parte della Regione, espulsi successivamente dagli Aragonesi. Con gli Ebrei arriva il cedro! Quello di fatturazione e di importazione Libanese, darà risultati qualitativamente migliori nel clima mite della nostra terra. Si incrementano la produzione e l’esportazione. L’attività edilizia sveva obbedisce ad una politica di grande prestigio e si attua secondo tre diverse categorie di interventi: demolizione, restauro e conservazione, prevalentemente di castelli. L’opera di demolizione si articola, a sua volta, in due fasi: una prima identificabile con l’intento di Federico II di abbattere le fortificazioni costruite nel regno dalle “Universitates” (le comunità cittadine) e dai signori feudali circa quarant’anni prima, per riaffermare l’autorità dello Stato; ed una seconda, voluta da Manfredi, contro castelli e città dimostratesi antisveve (non era il caso dell’intera Calabria), al fine di difendere l’autorità centrale.

                                                        Lucera- Sistema difensivo Svevo vista aerea-
Federico II° scelse di costruire nella zona pianeggiante della Capitanata, presso Foggia ed intorno a Melfi, per noi a Cosenza, spostando il centro di gravità del regno dalla Sicilia al continente. L’architettura militare sveva, succeduta rapidamente a quella normanna, si differenzia da questa innanzitutto per l’impianto diverso, con torri quadrate ai vertici di uno schema quadrato, anch’esso tutto sommato concettualmente assai semplice, di chiara ispirazione al modello del Castellum romano. Il modello svevo, si distingue per la pressoché totale indipendenza dai caratteri dei luoghi d’impianto, ben diversamente da quanto avveniva per le opere longobarde e normanne precedenti. Città, castelli, nuovi insediamenti, semplici fortificazioni sono i punti nodali e strategici di un complesso di grandi strade, nell’ottica di una riorganizzazione territoriale, ma anche economica, giurisdizionale, politica. Soltanto nell’ambito di un grande disegno strategico, che investe tutte le regioni del Regno Meridionale, é possibile comprendere l’intervento specifico delle città nuove o insediamenti di fondazione. Nei tre decenni del regno effettivo il sovrano svevo interviene in vario modo su più città, sia dal punto di vista edilizio che urbanistico. Pur essendo molto diffidente verso le cinte murarie, le costruisce e ricostruisce, perché sono indispensaebili nella difesa strategica del Regno; nello stesso tempo le affianca con grandi fortezze o castelli urbani ( sia costruendoli ex novo sia ricostruendoli e rafforzandoli) proprio per assicurarsi il dominio sulla città di ogni regione del Regno.
Proprio perché città, fortificazioni urbane, insediamenti minori fortificati, castelli sono complementari nella sua visione strategica globale, Federico II° si preoccupa della difesa militare e della buona amministrazione di tutti gli aggregati demici, senza differenze tra maggiori e i minori, fino ai piccoli castelli con borgo annesso e ai casali non fortificati.
 
                                                                          Lucera- Sistema difensivo Svevo
Il periodo di maggior fasto fu quello vissuto sotto il dominio di Federico II di Svevia, che proprio a Lucera volle costruire il suo “palatium”, di cui resta, oggi, l’intero perimetro murario e una torre. Facilmente raggiungibile da Relais in Contrada , il castello federiciano divenne, poi, fortezza angioina, sotto Carlo II d’Angiò cui si deve, tra l’altro, la costruzione nel 1300 della Cattedrale dell’Assunta, lucente esempio di gotico-angioino, famosa per il rosone della facciata principale.

L’opera di restauro mira, invece, a rafforzare quasi tutti i castelli costruiti dai Normanni, specie nelle località ritenute strategicamente più importanti, secondo una dichiarata volontà di ristrutturazione militare del Regno. Le fortezze mantenute in funzione vengono, quindi, rafforzate ed arricchite di nuovi dispositivi difensivi, come mura più robuste e di caditoie, merlature e torrette (le lambertesche) agli angoli delle cortine murarie o a difesa delle porte. Un programma molto intenso di consolidamenti, restauri e ristrutturazioni che comprende anche la costruzione di cappelle nelle domus ereditate dal periodo normanno.
                                Lucera- Recinzione con in evidenza i Bastioni o Torrette Difensive e di controllo.
Nel collegamento tra i Bastioni, in testata del muro di cinta, consentito dallo spessore dello stesso, era previsto un collegamento pedonale per il posizionamento alla difesa della gendarmeria vantaggioso rispetto al nemico. A questo sistema costruttivo si richiama la Recinzione di Belvedere, oggi del tutto scomparsa, ad eccezione di alcune porte e due Bastioni, perché assorbita negli edifici postumi. 

E’ evidente dalla foto l’uso di Bastioni o Torrette di Controllo del Sistema Svevo: avanzati rispetto al muro perimetrale e a ridosso di ingressi, il cui scopo era il controllo dall’alto. Al di sopra delle Porte venivano ricavati dei locali dai quali, attraverso l’uso di grate in ferro di chiusura a doppia mandata, si consentiva il filtro degli ingressi e delle merci. A queste ultime venivano applicati dazi e franchigie.

                                       
                                           Porta Tipica Sveva                         Porta Sveva attuale a Bivona (Agrigento).
In tutto il Mezzogiorno, nelle località interessate dagli insediamenti Svevi per scopi strategici difensivi e commerciali, le mura di Cinta hanno subito alterazioni per via degli sviluppi successivi.
Le porte che immettevano su aree demaniali hanno continuato a svolgere la loro funzione anche se modificate ed inglobate in fabbricati di civile abitazione.Tra i Bastioni venivano aperte le porte di accesso alla Città secondo le proprie convenienze ed in direzione dei punti più utili del teritorio circostante. Il Tipico di Porta Sveva era congegnato con doppio spessore murario per ospitare le due grate in ferro a doppia mandata controllate dall’alto in apposito locale.
Il filtro costituiva l’ambito di controllo operato dagli Svevi, in modo particolare nel Mezzogiorno, per l’applicazione di tariffe e franchigie sui prodotti commerciali trasferiti all’interno delle città.
E’ da ricercarsi nella caratterizzazione degli impianti, riconducibili agli stili dell’architettura classica (ed in modo particolare all’assialità del “castrum”, inteso nel suo originale significato) voluto dagli Svevi, l’allargamento della Cinta Muraria, precedentemente realizzata dai Normanni, a Belvedere.
Sulla base di precisi calcoli matematici e di geometrie lineari regolari, si effettuano gli interventi sulla stessa, con forte potenziamento difensivo sul versante meno acclive (Sud-Ovest), nella direzione del quale, più tardi, anche gli Aragonesi disporranno l’orientamento difensivo con le due torri principali del loro Castello.
                             Belvedere- Area perimetrata in rosso della Recinzione secondo il Sistema Svevo.
 Tracciato in rosso dei muri perimetrali Svevi con in evidenza ampliamento dell’assetto urbano rispetto al Sistema della Motta Normanna. In alto il futuro Castello prima Angioino nella sola Torre “A” e successivamente Aragonese (in verde).
In entrambe le cortine murarie di cinta normanne, descritte, assistiamo all’ampliamento verso l’esterno delle stesse, con ricongiungimento su Porta di Mare, che diviene il nuovo riferimento della Nuova Castrum, mentre quella precedente Longobarda perde di significato. Il Primo Salto viene quasi completamente assorbito per via di nuove costruzioni e il Castellum (Mastio), resta ancora invariato nella posizione precedente, ma potenziato. Si amplia in direzione dell’attuale Torre, recuperando la proiezione degli attuali garages Rogati, inglobando, presumibilmente, nella Domus la Cappella Orientale dedicata alla Vergine Maria, che la tradizione popolare vuole esistesse a ridosso dell’attuale Castello (Belloviderii pag.62). La Cortina Muraria si sposta, in direzione Nord: da Clinica Spinelli su Casa Scarcello e proseguimento, Siecola, Grossi, esterno Ferraro, esterno Chiisiella, Porta di Mare. Si incominciano ad abbandonare le Tre Colonne. In direzione Sud: nell’area “dù “Parmint”, Palazzo Leo-Riccio, Franco-Jaconangelo, Mistorni, De Velutis, blocco De Pietro-Franco, Cascini, attuale espansione Clinica, Sabato- D’Alessandro, De Paula, Riccio, Porta di Mare. Il Castrum Svevo di Belvedere, come in alcuni esempi siciliani dell’XI secolo, designa un’area sempre meno munita, testimonianza del grado di civiltà raggiunta all’epoca dalla stessa, e si trasforma in sobborgo del fortilizio e della zona più alta e protetta dell’abitato, dai quali é ben controllato e, a sua volta, protetto. Scompare così la Cortina Muraria della difesa normanna, intermedia, tra il Primo Salto e gli slarghi strategici interni immediatamente sottostanti. Sulla stessa, si articolano altre abitazioni in ampliamento della Città. Sono abitazioni a base quadrata o rettangolare, con materiale locale, con la tecnica di muratura “a sacco”, con dimensione varia dei conci e blocchi di calcare cavati secondo i relativi piani di sfaldatura. A due piani, con solaio ligneo, e piano superiore adibito ad abitazione; il piano terra a servizi generali quali depositi di derrate, allevamenti del baco da seta, stoffe, botteghe ed attività artigianali (fabbri e maniscalchi).
Il “Castrum” voluto dagli Svevi su precisi calcoli geometrici secondo le disposizioni delle Assise di Capua e di Melfi conferma la sua assialità. Si aprono le porte in funzione di filtro dell’utenza ammessa all’interno dell’area protetta e di accesso protetto alla cinta urbana. Alla ormai entrata primordiale di Porta di Mare (A) si accompagna Porta degli Orti (B), non quella segnalata un po’ da tutti gli autori, ma il così detto “Pirciu”, nella stessa direzione di affaccio verso il Cenobio di S.Maria delle Grazie, giacente al di sotto della Cortina Muraria di Cinta, allo stesso livello altimetrico di Porta di Mare, e di dimensioni proporzionate a quelle Sveve: profondità per la doppia chiusura con doppio ordine di cateratte manovrabili da un locale protetto ricavato sopra l’ingresso. Una seconda e più interessante porta simmetrica rispetto a Porta di Mare e al “Pirciu” resta, ancora evidente, in località Forno, nel raccordo degli edifici Campilongo – De Paola, in Via S Antonio (C). Giacente anch’essa sotto Cortina Muraria di ampliamento Svevo, con profondità idonea alla doppia chiusura e controllo dall’alto. Questa Porta resta “intrigante” per la semplice considerazione che nasce appena al di sotto della Casa Fasanella e in parte la narrazione popolare che vuole San Daniele appartenete a famiglia di Esattori: non distante dalle grotte Basiliane, alle quali il Santo era legato e prossima al Cenobio di San Nicola dove la figura di San Daniele, quale sacerdote secolare della stessa, fu ritratto ancor prima di incontrare S.Francesco. Si apre infine, La Porta sottostante S.Maria del Seggio, poi Porta della Piazza che ne sarà il naturale prolungamento solo nel 1600), tra Palazzo De Velutis ed il Tabacchi, con spessore per la doppia mandata ed in perfetto allineamento con la Cortina Muraria Perimetrale del Bastione difensivo, di seguito descritto. Questa Porta che è rivolta verso il pendio di facile scalata diviene il presidio commerciale della Città e sarà con gli Spagnoli avamposto del Dazio prima e successivamente, con opportuno prolungamento, sede del Parlamento. Porta del Fosso (E), quella in alto sotto Casa Riccio- Mistorni (poi inglobata nell’intervento Aragonese) molto probabilmente trovava il corrispettivo simmetrico in un’altra Porta tra Scarcello e la Clinica Spinelli, in apertura e controllo con l’area di S.Lucia (F).
                     Porta di Mare                           Porta degli Orti (U Pirciu)                                 Porta della Piazza
                              
                                                               Porta dei Cenobi  in contatto con Casa Fasanella
                                
                                          Porta del Fosso                                           Presumibile Porta Bastione Scarcello
Dal Belloviderii pag. 81 6.3.c(Sono di questo periodo anche le due grosse torri o bastioni difensivi, che si aggiunsero alle mura per fortificarle. Sono ancora oggi facilmente identificabili, quella verso est dalla Via Settembre (1), oggi inglobato in una casa privata e quella verso Sud in Piazza Amellino (2), sul quale sarà impostato nel primo settecento il cimitero della Chiesa Madre”.
In effetti, trattasi di torri di fortificazione Sveve sulla Recinzione Muraria in ampliamento di quella Normanna, secondo lo schema illustrato per Lucera, e che nella logica delle geometrie, troverebbero, sul versante Nord, simmetria in almeno altre due torri, inglobate in seguito nelle attuali case Scarcello e Palazzo Ferraro, lato mare(5-6). Risulta difficile l’identificazione delle altre Torri (3-4) simmetriche ed a ridosso delle Porte di S.Maria del Seggio e dù Pirciu. La 3 è desumibile dal corpo avanzato in Piazza Amellino subito dopo il Bar Cipolla, attuale Box Cascini, un Tempo Casa Burza su tre livelli. La n° 4 a ridosso dù Pirciu è chiaramente assorbita fra le abitazioni Sabato-D’Alessandro. Come pure, non riportate, a ridosso di Porta dei Cenobi quella presumibile assorbita in casa De Paula e le due a ridosso di Porta di Mare su ambo i lati, pure queste assorbite dalle ex proprietà De Velutis.
                                   
                                 Bastione Svevo di Via XX Settembre           Bastione Svevo di Piazza Amellino
Bastione Svevo di Via XX Settembre:
Gettante sulla cortina muraria di cinta, successivamente sopraelevato insieme alla stessa per via degli insediamenti urbani, all’altezza del primo tronco di base, conserva ancora una fatturazione nei cantonali analoga a quello prospiciente Piazza Amellino.
Bastione Svevo gettante su Piazza Amellino a ridosso di Porta della Piazza.
Posizionato in quota inferiore rispetto a quello di Via XX Settembre era coordinato con quello a ridosso di Porta degli Orti (ù Pirciu) con sbalzo di quota, superato nel percorso da parziale camminamento a scale.
Le Torri non sono più piene nelle parti inferiori come nelle antiche ma vuote, per sistemarvi piani a diversi livelli in corrispondenza delle feritoie (le fessure dalle quali i soldati rispondevano con le armi all’attacco esterno) e sopravanzavano in altezza le cortine stesse, delle quali non risulta pratico né economico aumentare oltre misura l’altezza e alle quali non è possibile fornire, in caso di pericolo, altro che pochi difensori. Quelle Sveve sono sporgenti dal piano di facciata, hanno pareti esterne verticali e pianta quadrata e devono, a loro volta, interrompere la continuità della cortina con porte ben robuste, scale fisse o mobili o, ancora, con piccoli ponti levatoi gettati su slarghi realizzati appositamente lungo un camminamento superiore o, infine, con tutti questi accorgimenti insieme.
 
 
 
 
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