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GLI ANGIOINI DI BELVEDERE ED ALTOMONTE (12).

La lunga Storia di Belvedere 12

La prosperità delle regioni meridionali d’Italia, dopo le dominazioni dei Longobardi, dei Normanni e degli Svevi di Federico II, incorporate in uno Stato complesso e ben organizzato, assicurava enormi entrate per cui è spiegabile l’interessamento di varie dinastie alla loro conquista.

La Sicilia in più era situata al centro del mediterraneo, ponte tra oriente ed occidente, tra Africa e continente europeo, in una posizione tale da sembrare il cuore pulsante del mondo civilizzato e crocevia di importanti attività. Motivo per cui, nel 1265, Carlo D’Angiò, fratello del re di Francia, Luigi IX, accoglie l’offerta di insediarsi nel regno di Sicilia e di Napoli, rivoltogli da Papa Urbano IV, spaventato dall’affermarsi in Italia del partito ghibellino. Le condizioni poste nelle trattative erano l’accettazione di vassallaggio verso la Chiesa, il rispetto dei diritti del papato e l’abrogazione delle leggi contrarie ai privilegi ecclesiastici.

Sbaragliatosi degli ultimi due eredi Svevi, Manfredi e Corradino (re di Sicilia dal 1254 al 1258), Carlo I D’Angiò instaura una dinastia che impegnerà il Meridione d’Italia per due secoli. Riconosciuto quale Capo del partito Guelfo, ebbe sulla chiesa e sui comuni le stesse aspirazioni degli Svevi.

Ricevuto il titolo di vicario imperiale, col pretesto di difendere i Guelfi, aveva assunto la signoria onoraria di parecchi comuni dell’Italia Settentrionale ed anche di Firenze, divenuta guelfa. Desideroso di riprendere la politica Normanna contro gli Arabi, indusse il fratello Luigi IX, re di Francia, a dirigere una Crociata contro Tunisi: fu un disastro, perché il re vi lasciò la vita dopo lunga malattia (1270);

Carlo però trasse dalla Crociata il vantaggio di grosse indennità e di un tributo annuo. La sua invadente operosità finì per destare la gelosia dei papi ed entrò in pericolo quell’accordo fra Roma e Napoli, causa prima della rapidissima fortuna dell’Angioino. Ma ben più grave era il malcontento tra i baroni, soprattutto in Sicilia, dove, per l’abbandono di Palermo o per le rivalità con Napoli, era odiata la signoria francese. Un lieve caso bastò a dimostrare quanto fosse precaria l’autorità di Carlo. Il 31 marzo 1282 a Palermo, mentre il popolo assisteva alle funzioni pomeridiane della seconda festa di Pasqua nella Chiesa dello     Spirito Santo, l’atto irriverente di un soldato francese contro una donna siciliana provocò una rissa, la quale dilagò ben presto in una vera caccia ai Francesi: la folla esasperata li massacrò ferocemente a centinaia, non solo a Palermo, ma per tutta l’isola.

Questa sommossa, detta dei Vespri Siciliani, suscitò subito una guerra, perché i sollevati, dopo aver invano invocato la protezione del Papa, chiesero aiuto a Re Pietro III D’Aragona, offrendogli la corona di Sicilia, alla quale egli vantava diritti per il suo matrimonio con Costanza, figlia di Manfredi.

Esortato da Giovanni da Procida, nobile Salernitano, fuggito dal regno per aver favorito Corradino, Pietro III accetta la proposta siciliana cosicché nel settembre dello stesso anno l’Aragonese entra in Palermo, dove assume il titolo di re di Sicilia. Si distinse in questa fase un altro fuoriuscito, il calabrese Ruggero di Lauria, che divenne il più grande ammiraglio del suo tempo; per merito suo la flotta Angioina fu battuta due volte, nelle acque di Malta e di Napoli.

Nel 1285 le cose si complicarono per la morte quasi contemporanea di Carlo d’Angiò e di Pietro III d’Aragona che lasciava al secondogenito Giacomo la Sicilia ed al primogenito Alfonso l’Aragona. Morto dopo qualche mese Alfonso, Giacomo rimase padrone dell’uno e dell’altro possesso, e inviò in Sicilia come suo rappresentante il fratello Federico.

Ma avendo papa Bonifacio VIII ottenuto da Giacomo la promessa di cessione dell’Isola in compenso della investitura della Sardegna e della Corsica, i Siciliani, sdegnati di questo mercato, elessero re Federico (1296).

Contro il nuovo sovrano e i Siciliani ribelli mossero guerra gli Aragonesi, questa volta alleati con gli Angioini e con Bonifacio VIII, Carlo di Valois, fratello del re di Francia, d’accordo col papa invase l’isola, senza però ottenere successi definitivi; onde nel 1302 si giunse alla pace di Caltabellotta, in cui si decise che la Sicilia sarebbe rimasta a Federico (il quale prese allora il titolo di re di Trinacria), ma alla morte di lui sarebbe nuovamente tornata agli Angioini; ciò che di fatto non avvenne mai.

L’antico e florido regno normanno, diviso in due parti e impoverito da guerre fratricide, decadde rapidamente dal suo antico splendore; la Sicilia, costretta dapprima a vivere a sé, avulsa dal restante dell’Italia meridionale, e più tardi ridotta a una provincia aragonese, priva della brillante corte di Palermo e dimentica ormai della molteplice civiltà portatavi dai Greci, dagli Arabi e dai Normanni, discese a poco a poco al di sotto degli altri stati italiani, e non esercitò più l’influenza civile e culturale dei tempi di Ruggero II o dello Svevo Federico. A sostituirla non valse il Nuovo Regno di Napoli, il quale non riuscì mai a prendere fra gli Stati d’Italia quella supremazia, che, per l’ampiezza del suo territorio e l’abbondanza della popolazione, avrebbe meritato.

Con gli Angioini il sistema castellare pubblico è intaccato dalle Concessioni Feudali ai Baroni: i Provveditori esercitavano le proprie funzioni su un numero variabile di castelli, a causa degli infeudamenti, e delle strutture riconquistate agli avversari. Parallelamente però, proprio per contrastare le forze locali in ascesa, si venivano ulteriormente articolando i meccanismi volti ad impedire la formazione di potentati territoriali. Già dall’inizio della dominazione angioina, era stato stabilito per legge che i castellani, come i provisores, sarebbero stati tutti di nazionalità francese.   La rotazione costante degli incarichi divenne prassi comune, che consentiva al potere centrale di evitare il radicamento dei poteri e nel contempo di soddisfare le richieste di onori feudali.

La situazione di tensione sociale nel regno potenziava anche le mansioni repressive degli impianti castrali. Nonostante le severe normative che proibivano alle guarnigioni di intromettersi nelle vicende della città, era lo stesso potere centrale a servirsene sempre più spesso per compiti di polizia. E quasi ovunque le fortezze divennero anche prigioni. Soprattutto nei primi anni del dominio Angioino, le lotte politiche ancora violente diedero forte impulso alla funzione carceraria, insieme con lo zelo dell’ inquisitoria promosso dal sovrano.

La salita al trono di Carlo I D’Angiò trova il Mezzogiorno d’Italia trasformato in una sorta di fortezza da sfruttare strategicamente per i nuovi fini, come avverrà per i successivi due secoli. La distribuzione sul territorio delle opere difensive resta, infatti, la stessa voluta dagli Svevi e viene modificata solo in parte.

Di conseguenza tutto il precedente sistema castellare viene revisionato: le fortezze più importanti vengono mantenute in efficienza, quelle riutilizzabili ampliate per divenire dimore feudali da concedere ai potenti baroni franco-provenzali e modificate strutturalmente secondo le nuove esigenze balistiche, mentre quelle ritenute inutili vengono    disattivate o demolite. Nonostante ciò il Regno angioino, che manifesta una notevole difficoltà relazionale tra i castelli e le singole collettività urbane, viene gradualmente minato sia dall’avanzata degli esponenti del ceto feudale che aspirano a trasformare in propri i feudi ottenuti dal sovrano sia dai pericoli esterni, per cui tende progressivamente ad infeudare i propri territori con la costruzione di nuovi castelli.

Debellate tutte le forme di resistenza, al potere angioino, ciascuna fortezza rimasta in possesso del re viene quindi affidata dalla Regia Curia ad un “castellanus”, scelto dal sovrano tra i “militi” o gli “scudieri” provenzali e francesi, sui quali soprintendono i provisores castrorum”. Molto più numerose sono le fortezze tenute da baroni ed enti ecclesiastici.

Ed è proprio durante il primo periodo Angioino che Belvedere si cinge di Rocca in posizione più arretrata rispetto alla Motta Normanna  che si distanzia ulteriormente dal Castrum (Normanno-Svevo), definendosi quale Castello Feudale.

           

“ La prima vera Signoria feudale che ebbe il possesso di Belvedere furono i Sangineto. Dei Sangineto viene detto: Sorsero sotto i medesimi Re Francesi i Sanginetti e forse usciti di Calabria, conti di Altomonte e di Corigliano, e chiari anch’essi per generalati, per dignità e parenti illustri. In questa fase storica, siamo nel 1269, la Terra dei Sangineto aveva la rilevanza strategica e politica del territorio: il feudo comprendeva “Sanguinetum, Castrobello, Castel Bonifati, Sant’Agata”.
(A Belvedere sembra corretta l’individuazione della Casa Sangineto operata da Don Cono Araugio nel “Bellumviderii” nel Palazzo Mistorni per via della trecentesca Chiesa di Santa Maria del Poggio, fatta costruire dai Sangineto e ad essa adiacente, insistente sulle mura perimetrale della Città tracciate dagli Svevi, corrispondente all’attuale proiezione della Cappella di S.Francesco da Paola in Santa Maria Maggiore e della quale si fa menzione negli Atti della Curia, successivamente assorbita dall’attuale Chiesa Madre.

Il periodo della dominazione Angioina, durante il quale si rinnova e consolida il sistema di controllo feudale del territorio, è caratterizzato per buona parte della sua durata dal confronto con gli aragonesi che si insediano in Sicilia nel 1285, ma anche dall’oscura e tormentata fase della contrapposizione fra il ramo originario e quello di Durazzo. Si assiste quindi ad una radicale ricostruzione di numerosi manufatti fortificati, oltre che alla realizzazione di complessi totalmente nuovi, com’è il caso di una delle prime opere in assoluto realizzate dopo l’arrivo di Carlo I d’Angio a Napoli: il Castel Nuovo.

Il modello, per le nuove architetture fortificate, come per Belvedere, non poteva,  che essere di ispirazione francese, visto il seguito di maestranze d’oltralpe che accompagnarono il nuovo monarca francese. I caratteri tipici dell’architettura difensiva, a partire dalla fine del XIII secolo, consistono innanzitutto in una nuova sezione delle torri, circolare e non più quadrata, e l’apparato a sporgere continuo posto alla sommità dell’impianto. Quest’ultimo acquisisce, unitamente al conservarsi di un accentuato verticalismo delle strutture,  particolare rilievo per l’esercizio del principio della difesa piombante, principio che si consolida e trova il suo massimo campo di applicazione, proprio durante la dominazione angioina.
La pronunciata inclinazione verso l’esterno della parte inferiore delle torri, ovvero la scarpa,  costituisce il naturale complemento del sistema di beccatelli e caditoie posto in alto per garantire la massima efficacia all’applicazione di questa tecnica difensiva, procurando ai proiettili precipitati dall’alto e rimbalzanti poi sul tratto inclinato il massimo della letalità. La scarpa consentiva inoltre di tenere a distanza gli attaccanti, rendendoli più vulnerabili al tiro dei difensori (che a loro volta potevano evitare di sporgersi pericolosamente), e neutralizzare in parte anche l’approccio con scale o torri d’assedio. Non dovendo temere l’effetto devastante delle artiglierie (ancora sconosciute) si presenta esile e slanciata, arricchita da un cordonato lapideo in rilievo- il “redondone” tra la base e la parete verticale.

                                         

A sinistra: Rocca Tipica Angioina, prossima a quella di Belvedere, inglobata nel Mastio Aragonese a destra, a seguito recupero nel 1490.

La rocca di Belvedere si caratterizza sullo schema francese con impianto tipo fra gli 8 ed i 10 metri di diametro, ottenuto grazie agli spostamenti delle maestranze chiamate nei diversi cantieri del regno. Nel contesto delle torri a pianta circolare, le prime Angioine, sono caratterizzate da spessore murario imponente, compreso fra i 2 e 3 metri, l’accesso è costituito da un angusto passaggio alto mediamente 1,5 metri e largo 80-100 cm, poche,  finestre strombate disposte su più livelli in funzione della migliore possibilità di difesa. All’interno gli ambienti si dispongono su tre o quattro livelli, di cui solitamente il più basso viene adibito a cisterna per la raccolta dell’acqua piovana e quelli superiori vengono organizzati in modo da ospitare sale di rappresentanza e funzioni residenziali. Il collegamento verticale è reso possibile, tra il piano terra ed il primo piano mediante una scala ritraibile  in caso di pericolo, ai livelli superiori mediante anguste scale in muratura ricavate nello spessore murario. In alcuni casi, infine, si riscontra anche una porticina di emergenza che, attraverso un cunicolo coperto collega la torre con la cinta muraria.

Tutti questi elementi strutturali e funzionali, ad eccezione degli ambienti adibiti a sale di rappresentanza e funzioni residenziali, in quanto la Torre era solo di difesa, sono ancora presenti nel Mastio del Castello Aragonese che, per come vedremo nel 1490 ha sostituito il precedente Angioino, con ampliamento dello stesso, e spostamento della cisterna raccolta acqua piovana in altro luogo e precisamente  dove si trova attualmente, all’interno dello spazio delimitato dalle feritoie. Lo spessore dei muri perimetrali della scarpa di base corrisponde; il secondo e terzo livello è collegato con scala inserita nella cortina muraria, con poche finestre strombate, corrispondenti a cunicoli alti 1,5 metri ed il rodondone, assorbito successivamente, demarcato in facciata nel punto di congiunzione tra la base della scarpata e la parete verticale.

La nuova collocazione della Torre non ha comportato un potenziamento delle mura di cinta Sveve. La Torre Angioina decentrata nel punto più alto garantisce la Città in caso di emergenza e in conformità di quanto accadeva nel Regno, spesso viene usata come Carcere.

Da un’analisi storica dei castelli e delle residenze reali munite, emerge che durante il periodo di governo angioino, soltanto pochi     manieri sorgono secondo un preciso progetto, a differenza delle costruzioni edificate ex novo, in quanto, talmente condizionati dalle  preesistenze, da trasformarsi spesso in ibridi tra il tipico castello medioevale e la residenza fortificata. A ciò va sommato il fatto che è solo con il tempo che maestri costruttori cominciano progressivamente ad acquisire perizia tecnica e a costruire non più sulla scorta della sola personale esperienza, ma sulla base di un vero progetto ideato da una sola mente e caratterizzato da elementi innovativi. Soprattutto nell’Italia Meridionale, l’architettura fortificata angioina assume carattere proprio e si differenzia definitivamente da quelle normanne, prima, e sveva poi, sviluppando nuovi temi quali volumi dai quali emergono torri cilindriche con base a scarpata, archeggiate sostenute da mensole di pietra sagomata (i beccatelli) con funzione decorativa, ingresso sopraelevato.

Tuttavia, a causa delle tormentate vicende storiche, l’intero corso della dominazione angioina presenta tratti comuni ad altri tormentati periodi di transizione caratterizzati dalla ricerca di soluzioni orientate al miglioramento della qualità degli ambienti residenziali e, contemporaneamente, dalla necessità di allontanare dai pericolosi mezzi di offesa le parti degli edifici più strettamente connesse con la vita privata.

Per tali ragioni si continuano a prediligere, inoltre, luoghi opportunamente individuati sulla sommità di monti o rupi oppure allo sbocco di una valle, in una pianura o sul mare e con prevalente dislocazione lungo le antiche vie La Latina, la Salaria ed in parte l’Appia, per noi (Traianea). E’ esattamente, quanto  accade alla nostra città con i feudi dei Sangineto prima, e dei Sanseverino, poi:

Dal Belloviderii, pag.57 (5.3)

“ La prima vera Signoria feudale che ebbe il possesso di Belvedere furono i Sangineto. Dei Sangineto viene detto: Sorsero sotto i medesimi Re Francesi i Sanginetti e forse usciti di Calabria, conti di Altomonte e di Corigliano, e chiari anch’essi per generalati, per dignità e parenti illustri. In questa fase storica, siamo nel 1269, la Terra di Sangineto aveva la rilevanza strategica e politica del territorio, ed il nome del feudatario deriva probabilmente, dal dominio ch’egli aveva su questa terra incastellata. Il feudo comprendeva “Sanguinetum, Castrobello, Castel Bonifati, Sant’Agata”.

Di questo periodo così avaro di comunicazioni e testimonianze abbiamo questo documento, nel 1275 il Milite Ruggero di Sangineto si era rivolto al Principe Carlo per esporre lo stato disagevole delle sue marine:

“Nonnulli pirate seu corsales per maritimam terre sue Bellovidere et aliarum terrarum vicinarum sepius discurrentes vassallis ipsius aliisque fidelibus nostris ipsarum dampna inferant et offensas incidendo arbores fructiferas terrarum ipsarum et segretes comburendo”.

Belloviderii pag. 58:” Successivamente tra il 1276 e il 1277, vi fu emanata un’ordinanza a favore di Ruggero, milite, contro alcuni suoi vassalli che avevano abbandonato le loro abitazioni e si erano trasferiti in altro territorio”.

Ed Ancora pag.54: “La terra era molto abitata, e questo era segno della stabilità amministrativa, della sicurezza sociale e anche del benessere di cui la  terra godeva a motivo della fertilità del territorio. Carlo I D’Angiò sostituì i ducati con i carlini e regolarizzò l’imposta sulla popolazione. Dalla Tassatio Angioina nel 1276 Belvedere è tassato per 540 fuochi (2743 abitanti) e viene denominato“Bellumvedere”. La terra di Sangineto, probabilmente già in fase decadente, era tassato per 383 fuochi (1915 abitanti”..

Proprio quanto sopra, conferma in termini inequivocabili la centralità di Belvedere col suo territorio munito di porto e di Rocca ben più importante dal punto di vista strategico e difensivo: prerogativa questa, immediatamente dopo riconosciuta dagli Aragonesi.

La preferita dimora di Ruggero Sangineto in Sangineto alta, rientra nelle ragioni di cui sopra (miglioramento degli ambienti residenziali e necessità di allontanarsi dai pericolosi mezzi di offesa).

         Infatti con il nipote RuggeroII:

         Dal Belloviderii pag. 65-

“Bellumviderii, terminologicamente come luogo geografico e amministrativo, nelle Rationes Decimarum, compare per la prima volta agli inizi del XIV secolo e precisamente nel 1324, dove al n. 2348 si afferma che “Die XXII Febbruarii in ecclesia San Nicolao de Tripodio apud dictaterram Brachalle a sir Rogero de Belvedere tarì unum etgrana decem”.( Leggi: Ruggero Sangineto di Belvedere)

Accanto ai lavori voluti dalla Corona per rafforzare presidi militari strategicamente importanti si assiste anche a trasferimenti e mutamenti  di destinazione di interi complessi, specie se affidati a feudatari, nei quali si realizzano porticati all’interno delle corti, scalinate in pietra per accedere ai locali residenziali e volte in luogo dei solai lignei, mentre si sopprimono spesso elementi difensivi come feritoie e caditoie.

Quanto accadrà: ma nel 1382, con il matrimonio di Margherita Sangineto con Venceslao Sanseverino ed il figlio Ruggiero, con  trasferimento della dimora sulla Via Traianea a Sangineto Lido.

Il castello di Sangineto Lido, per giunta, presenta intorno al cortile rettangolare la cinta muraria parzialmente bastionata e difesa da fossato, segno evidente di prevenzione di attacchi. Resta poi del tutto storica l’importanza  della Rocca di Belvedere nell’episodio del 1289: il tentativo di espugnazione portato avanti da Giacomo D’Aragona, non si concretizzò  proprio per le caratteristiche costruttive  del maniero con torre già all’epoca cimata  e fossato verso il centro abitato.

                                                                     Sangineto Lido: Castello Angioino

 Belvedere: Primo piano del Mastio del Castello Aragonese che ha incorporato la Rocca Angioina di Ruggero Sangineto edificata tra il 1265 e 1275 ed a seguito di ristrutturazione della stessa nel 1490.

 Belvedere: Mastio Aragonese con in primo piano i “Beccatelli” che hanno sostituito le cime della precedente Rocca Angioina.
Da qui il Racconto Epico più attendibile: quello dell’Amellino, tutto accentrato sul solo castello di Belvedere difeso da Ruggero Sangineto. La “epica vittoria” consentì il riconoscimento a Ruggero di Ministro del Giustizierato e garantì per lunghi anni particolari attenzioni al figlio Gerardo prima ed al nipote Ruggero II, conte di Corigliano, più volte presente in spedizioni contro gli aragonesi di Sicilia.

Particolari attenzioni soprattutto per Filippo Sangineto distintosi immediatamente per le spiccate qualità in arte militare: Capitano di guerra in Calabria nel 1316, Ciambellano Regio, Capitano di gente in armi in Piemonte nel 1317, Capitano Generale e Giustiziere di Terra di Bari nel 1319, Vice Maestro Giustiziere del Regno di Sicilia nel 1324, Luogotenete e Capitano Generale in Toscana nel 1327, Gran Giustiziere del Regno dal 1330, Consigliere Regio e Siniscalco della Provenza nel 1331, Primo Conte di Brahalla dal 1337 da lui chiamata Altomonte e ceduta per successione anticipata al nipote Filippo, signore di Mottafollone.

Con Filippo la Contea e, particolarmente Altomonte e Belvedere diventano un polo commerciale verso Napoli, Avignone, la Toscana e perfino l’Oriente, con il sale di Altomonte e Lungro, legname, baco da seta, vino, olio, cedro.

Amante dell’arte trascinò con se i migliori scalpellini della Provenza e dalla Toscana. Amico di pontefici avignonesi, tra i quali Benedetto XII, gran capitano d’armi al servizio di Roberto D’Angiò, ha riunito  tante diverse sensibilità finendo per fare di Altomonte, ancora oggi, uno dei luoghi più ricchi d’arte dell’intera regione calabra. Magnifici pezzi di arte provenzale, quale il rosone di facciata del Duomo, le  sculture dallo stesso ordinate a Tino da Caimano per il suo mausoleo  che ambisce agli alti livelli artistici dell’arte funeraria egregiamente espresse dall’autore nelle tombe angioine di Napoli. Il trasporto di questi importanti pezzi, con uomini e mezzi veniva garantito dalla sua nativa terra di Belvedere che confermava, ancora una volta, la validità dell’approdo del suo porto naturale di Capo Tirone, nuovamente con Filippo, al centro del commercio dell’intera area.

                                                                        Centro Storico di Altomonte.
Debellate tutte le forme di resistenza, al potere angioino, ciascuna fortezza rimasta in possesso del re viene quindi affidata dalla Regia Curia ad un “castellanus”, scelto dal sovrano tra i “militi” o gli “scudieri” provenzali e francesi, sui quali soprintendono i provisores castrorum”. Molto più numerose sono le fortezze tenute da baroni ed enti ecclesiastici.
La ”Terram Brachalle” del 1300 é riferita alla Contea dell’attuale Altomonte donata a Filippo I° Sangineto dopo il successo del 1289 di Ruggero di Sangineto a difesa del Castello di Belvedere contro Carlo D’Angiò e comprende i Comuni di San Donato, San Sosti, Sant’Agata d’Esaro, Belvedere, Sangineto. La “epica vittoria” consentì il riconoscimento a Ruggero di Ministro del Giustizierato e garantì per lunghi anni particolari attenzioni al figlio Gerardo prima ed al nipote Ruggero II, conte di Corigliano, più volte presente in spedizioni contro gli aragonesi di Sicilia.
Il paese è posto a Km. 8,5 dallo svincolo omonimo. E’ impossibile, parlando di Altomonte, non ricordare subito che a tutt’oggi rimane l’esempio più eloquente, e purtroppo isolato, di come l’azione del feudalesimo, almeno per un certo periodo, fu da queste parti, tutt’altro che negativo. Già centro di baronia normanna, come racconta Gustavo Valente, si pone all’attenzione generale, nel 1304 quando un tal Guglielmino discendente delle famiglie Pallotta e Vulcano, sposa Margherita d’Aquino “la bella amica di Re Roberto, genitrice della famosa Fiammetta cara al Boccaccio, la quale, rimasta vedova, si rimarita col milite Filippo di Sangineto, vedovo anche lui, alle cui capacità militari e diplomatiche atte per far facilmente carriera, ella accompagna l’appoggio del suo ascendente presso il Sovrano” (1). In breve tempo, infatti, diviene reggente della Gran Corte della Vicaria e, dal 1334 al 1347, Regio Siniscalco in Provenza. Papa Clemente VI, per ripagarlo dei suoi consigli, intercede presso la Regina Giovanna I e lo fa nominare conte. Dalla prima moglie era nato Ruggero che finiva i suoi giorni terreni anzitempo e consentiva al figlio Filippo II, più noto come Filippello, di diventare feudatario di Altomonte.
             
                                                     
                                                                                              Altomonte Duomo.
Al centro della parete di fondo, il monumento sepolcrale di Filippo Sangineto, la cui costruzione rientrava tra le volontà testamentarie dello stesso Filippo I mentre ancora era in vita, e che non poté essere edificato dal figlio Ruggero perché premorto; infatti si deve all’interessamento del nipote Filippo II.
In quanto alla data di morte non esiste niente di specifico e l’indagine va condotta per linee traverse. In effetti fino al 1361 esistono degli atti che testimoniano l’esistenza in vita di Filippo I, successivamente compare solo il nipote Filippello. Per tale motivo si può ritenere che l’inizio della scultura potesse essere avvenuta intorno al 1361-63. Nel 1377 vi fu sepolto anche Filippello, ultimo conte, col quale si estinse la linea maschile. In merito alla data di costruzione, la Di Dario, intravedendovi lo stesso autore del monumento di Maria di Durazzo, seguace dell’arte del Bernini, sconfessandone contemporaneamente l’appartenenza ad un seguace di Tino di Camaino, ritiene che essendo la regina morta nel 1366 e che il sepolcro venne eseguito immediatamente dopo, è possibile datare la sua costruzione tra il 1362, data in cui Filippo I era già morto, e il 1366 data della morte di Maria di Durazzo. Secondo il critico Francesco Negri Arnoldi, l’artista che ha modellato il monumento, è lo stesso che ha scolpito le tombe Sanseverino, cioè il maestro di Mileto oppure un artista vissuto al suo fianco evolutosi successivamente a Napoli. Ecco perché, per esempio, quelle brutte mani del monumento Sanseverino, si ingentiliscono.
A Santa Chiara a Napoli, esistono altre due tombe che possono essere attribuite al maestro di Maria di Durazzo, una di queste è sicuramente la tomba di Nicola Merloto. Il monumento, secondo la tradizione introdotta da Tino da Camaino, doveva essere coperto da un baldacchino poggiante su colonne ed era posto a ridosso della parete absidale. Dopo il passaggio della chiesa ai Domenicani, veniva spostato per far posto agli stalli coro (quello attuale è del primi del sec. XVII), per ritornare nel posto originario dopo il restauro dell’edificio iniziato nel 1949 e completato negli anni ottanta. Nella cella funeraria è stato modellata la figura giacente di Filippo Sangineto tra due angeli reggicorona; sul tetto della cella la Madonna col Bambino tra i SS. Nicola e Giovanni Battista che presentano i donatori. Le tre statue che sorreggono la tomba (cariatidi) e che poggiano su tre leoni, rappresentano le tre virtù teologali: la Fede col calice, la Speranza con la fiaccola, e la Carità con l’agnello.
Una analoga sistemazione ed impostazione è riscontrabile nelle cosiddette tombe angioine di Napoli. Gli scrittori tedeschi Willemsen ed Odenthal osservano che la statua raffigurante la Speranza è così somigliante con la tomba napoletana di Roberto il Saggio che è possibile ipotizzare una creazione di quest’ultima sul modello di quella di Altomonte. Le sette nicchie scolpite nella parte anteriore del sarcofago rappresentano: al centro, San Giorgio che uccide il drago; a sinistra San Filippo apostolo, la Maddalena e San Pietro, a destra San Paolo, Santa Lucia e Sant’Antonio Abate; sui due lati corti San Ladislao e Santo Stefano protomartire. A sinistra del sarofago, in una nicchia, era posto San Ladislao, una copia della piccola tavola di Simone Martini; nella nicchia sul lato destro era la statua di Santo Stefano d’Ungheria, entrambi conservati nel museo. Sulla parete sinistra, in alto, cassa funebre lignea (?) dove si dice sia sepolto Carlo Sanseverino; più in alto lo stemma di famiglia. A destra dell’altare maggiore, campana fusa da Cosma di Laurino nel 1336. A sinistra del presbiterio, nella cappella di San Michele, si trova un altare scolpito in legno e dorato del 1718; nella nicchia, San Michele Arcangelo, statua lignea coeva; sul fastigio, l’arma dei Sanseverino e sul paliotto, lo stemma dei Domenicani, ovviamente, il cane con la fiaccola in bocca (3). Murata alla parete destra (prima era sul pavimento dell’altare maggiore), un’altra lastra tombale raffigurante una donna giacente e recante l’arma dei Ruffo – Sanseverino, ricorda che in quel posto fu sepolta, nel 1474, Cobella Ruffo importante nobildonna altomontese alla cui sensibilità è dovuta l’importazione di numerose pregevoli opere d’arte.
             
                                                                                            Altomonte Museo
L’attiguo Museo di Santa Maria della Consolazione, è diviso in due spazi: in un primo (dopo l’ingresso a sinistra), sono collocate opere cronologicamente più antiche (e anche più importanti). Vi primeggia il San Ladislao re d’Ungheria. E’ una tavola di cm. 40 x 20 opera di Simone Martini, pubblicata dal Paccagnini e dal Bologna i quali la datarono 1326, motivando la data dal passaggio del duca di Calabria (figlio del re) da Siena ove fece una tappa ed ordinò uno stendardo di cui, purtroppo, si è persa ogni traccia. Doveva far parte di un trittico o di un polittico con, al centro, la Vergine o un altro santo ungherese. I Sangineto ne fecero scolpire una copia che si trovava, a destra del sarcofago di Filippo I.
Per analogia è possibile che facesse parte delle tavole anche un dipinto di Santo Stefano. Alcuni critici tra cui il Balzer, intravedono nel piccolo dipinto una delle ultime opere di Simone Martini ad Avignone, propendendo per una datazione intorno al 1340. In quegli anni San Ladislao era d’attualità e Giovanna I era andata in sposa al re d’Ungheria. Ecco perché, a suo avviso, un santo ungherese. Il Bologna ricorda che la vicenda filo ungherese era cominciata ancor prima della regina Giovanna I con Carlo d’Ungheria. Si nota, sul suppedaneum, un gioco di panneggi che crea un vuoto intorno alla figura. Qualcosa di simile è alla Galleria degli Uffizi e rappresenta Sant’Ansano e Santa Monica, è del 1333 ed è firmata Lippo Lemmi. E’ probabile che il Lemmi abbia copiato il San Ladislao dipinto almeno sette anni prima.
Una datazione posteriore non trova spiegazione logica se è vero che, dopo due anni, nel 1328, gli Angioini chiamarono in città Giotto e i Sangineto mostrarono di aderire perfettamente ai gusti di corte. Infatti Filippo I, nel 1328, commissiona a Bernardo Daddi, seguace del grande maestro, un trittico di cui restano due tavolette nello stesso museo. Di quest’opera Filippo I scrive nel suo testamento: “una cuna de fuste Beatae Mariae Virginis quae facta fuit in civitate Florentiae”. Due sono le tavole superstiti di questo trittico: in una sono dipinti Sant’Agostino e San Giacomo, nell’altra la Maddalena e San Giovanni Battista. Il Frangipane, critico d’arte calabrese, erroneamente, riteneva che il San Ladislao completasse il trittico daddiano. Le tavole d’alabastro, attualmente ne sono rimaste 2 ma erano almeno 10, a quanto appare da una relazione del priore dei Domenicani nel 1705, rappresentano storie della Vergine e di Cristo; cominciano con la Crocifissione e sono tratte dai vangeli apocrifi, cioè non accettati dalla liturgia ufficiale.
Si tratta di scuola francese e l’esecuzione avvenne, probabilmente, sulla scia dei maestri dell’avorio. Sotto vi è lo stemma della famiglia Sangineto. L’altarolo con scene della Passione fu eseguito dal cosiddetto Maestro di Antonio ed Onofrio Penna, quest’ultimo segretario di re Ladislao. Appartengono al gotico internazionale con larghi influssi catalani, e mostrano come la consolidata tendenza di seguire i gusti della corte angioina di Napoli, sia presente anche in questa occasione per sicuro merito di Cobella Ruffo Sanseverino.
Nella prima sala di destra, degna di nota è ancora la Madonna delle Pere, tavola ispirata ad un originale antonellesco e attribuita a Paolo di Ciaccio da Mileto, allievo di Antonello da Messina, databile intorno al 1460. Inoltre: una Madonna col Bambino dipinta su tavola da Pietro Negroni; un San Giovanni Battista, tela di ignoto del ’600, una Scena del Giudizio di allievo di Francesco Solimena; una statuetta di alabastro raffigurante la Madonna col Bambino, copia dell’opera di Nino Pisano.
Oltre a queste opere il Museo è ricco di altri dipinti, sculture lignee, argenterie, paramenti sacri e corali su pergamena.
                      
             Altomonte Torre Normanna.                                        Altomonte: Il Chiostro del Duomo
Torre del tutto simile a quella collocata in alto al Sistema della Motta Normanna di Belvedere dove è stata assorbita negli edifici postumi. Il castello di Altomonte, edificato dai Normanni, venne completamente ristrutturato nel tardo Medioevo e registrò la presenza di tutte le signorìe del paese. Sono ancora superstiti alcuni elementi architettonici medievali, una bifora in laterizi e residui di affreschi dipinti tra il XV e il XVI secolo tra i quali una donna, probabilmente, una principessa di casa Sanseverino. La torre dei Pallotta, è una poderosa costruzione a base quadrata con bifore a conci di pietra calcarea con colonnina prismatica e archetti a sesto acuto sovrastati da ghiera a tutto sesto. Gli scalpellini locali lasciano una traccia della loro abilità in molti portali in pietra tra i quali vanno ricordati senz’altro, quelli delle case De Franco, Sparano, Scaramuzzi, Costante, Pancaro, Salerno, Caldano.

         

                                 Belvedere: Capo Tirone                                                                    Belvedere: Filippo Sangineto

Della presenza di una Torre a Capo Tirone fa menzione Gustavo Valente nel testo “Le Torri Costiere della Calabria”- Chiaravalle- edizioni FRAMA’S-1972  Pag.119: Nella Carta Geografica di Antonio Magini del 1602, le Torri sono così riportate: Torre dell’Arco- T. il Diamante- T. il Tirone- T.Capo Fella- T. sotto Guardia, etcc… Mentre sulla Carta del Rizzi-Zannoni, Atlante Marittimo delle Due Sicilie, le Torri dell’Alto Tirreno Calabro sono: Torre della Nave- del Fiumarolo- di Dino- S.Nicola- della Scalea- della Bruca- della Cirella- del Terrone- del Capo- di Cetraro- di Rienzo, etcc…

Questa Torre attualmente incorporata nel Palazzo de Novellis di Capo Tirone (in foto) si riferisce a quelle fatte erigere da Carlo V° a controllo e difesa delle scorrerie arabe del XV° secolo.

In precedenza per lo stesso motivo il presidio di Capo Tirone fu posto da Ruggero di Sangineto:

“Di questo periodo così avaro di comunicazioni e testimonianze abbiamo questo documento, nel 1275 il Milite Ruggero di Sangineto si era rivolto al Principe Carlo per esporre lo stato disagevole delle sue marine: Nonnulli pirate seu corsales per maritimam terre sue Bellovidere et aliarum terrarum vicinarum sepius discurrentes vassallis ipsius aliisque fidelibus nostris ipsarum dampna inferant et offensas incidendo arbores fructiferas terrarum ipsarum et segretes comburendo”.

    

                        Belvedere Capo Tirone: Resti del XIII° secolo di un primo fortilizio di controllo doganale.
                                            Manifestazioni di Interesse per il Gemellaggio: Belvedere Altomonte

Nel 1991 in occasione di un gemellaggio artistico fra le città di Belvedere e Altomonte, il Sindaco della stessa, On.Costantino Belluscio, in una lettera di ringraziamento per la sensibilità dimostrata dalla mia persona nelle medesime vesti, così concludeva:
Si può intuire facilmente che senza Filippo Sangineto ed il grande amore che lui ebbe per questa sua patria di “adozione”, Altomonte sarebbe rimasta per sempre un modesto borgo di questa fascinosa Calabria, senza tanta luce, tanta storia, tanta arte. Altomonte ne va giustamente orgogliosa, avendo da aggiungere a ciò che la natura generosamente le ha dato aria, sole, clima, verde, feracità, tanta grandezza e tanta risonanza per merito di un solo uomo, generato nella tua città, e del quale vivo e riecheggiante nei secoli è il suo nobile messaggio”.
Filippo Sangineto resta una icona, un’ eccezione, un uomo controcorrente, forse una voce discordante nella situazione generale e complessiva del Mezzogiorno a cavallo tra il 1372 ed il 1490.

Il feudo di Belvedere, ereditato da Margherita Sangineto, figlia di Filippo II, andò in dote a Venceslao Sanseverino e con la congiura dei Baroni, a seguito di burrascose vicende, alternate a perdita e riconquista, fu confermato a Luca Sanseverino, con l’aggiunta e sottrazioni, rispetto alle circostanze. Questo meccanismo, instaurato dal più egoistico baronaggio che ricordi la storia, è comune all’intero  Mezzogiorno. Diverse furono le cause di questa decadenza politica e civile dell’Italia Meridionale. La prima e più grave di tutte fu la continua contesa dinastica, che per duecento anni travagliò tanto Napoli, quanto la Sicilia. Le lotte tra Angioini ed Aragonesi di Spagna e di Sicilia, poi tra Angioini- Durazzeschi di Napoli e Angioini d’Ungheria e di Francia, mantennero il regno in perenne disordine, impoverendo le campagne, stremando le popolazioni, abbassando il livello morale di tutta la società, spettatrice di delitti e di nefandezze.

 

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