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BELVEDERE E GLI ARABI(13)

La lunga Storia di Belvedere 13

Anche Belvedere andò incontro a distruzione in una fase di contesa dinastica che riguardò lo scontro tra Alfonso V D’Aragona, già re di Sicilia (1416), e Renato d’Angiò figlio della regina Giovanna e fratello di Luigi III, scomparso poco prima.

Nel periodo immediatamente successivo al suo insediamento in Sicilia Alfonso vi fece trasferire numerosi funzionari spagnoli che, avendo ricevuto facoltà decisionale, garantirono iniziative imprenditoriali e politiche. Queste contribuirono a vivacizzare economia e commerci, consentendo, al contrario di quanto avveniva nel meridione peninsulare, alle grandi città siciliane una vivace ripresa che, incentivando l’urbanizzazione dalla campagna dove diminuiva il bisogno di mano d’opera per colture intensive, colmando il calo demografico, determinatosi con la peste del 1348. Alfonso era riuscito a legare a se l’interesse della aristocrazia aumentandone i privilegi, col risultato che alcune famiglie stabilirono una autorità, talvolta assoluta, sui loro territori. Egli basava il suo potere sulla nomina di funzionari che lo rappresentassero, introducendo alla maniera aragonese, una forma di patteggiamento che, oltre a regolare i rapporti tra corona e sudditi al fine di consentire a questi una maggiore possibilità di difesa, rendesse più agevole il controllo dei territori.

Non diversamente le cose andarono a Napoli dove, però, Alfonso si vide costretto a legittimare le usurpazioni baronali senza assicurarsi, in contropartita, la lealtà. In questo senso e per queste ragioni non tardò già in fase di preparazione all’assalto di Napoli (1442) di punire la incoerenza filo-Angioina di molte Città fra le quali Belvedere dei Sanseverino (1439), appartenendo il Feudo alla Sicilia.

Fu una cruenta guerra navale combattuta fra le flotte genovesi schierate, insieme al papato ed al duca di Milano con Renato in contrapposizione ad Alfonso, appoggiato dai maggiori feudatari del Regno. Dopo una prima vittoria genovese, il mutato atteggiamento di Filippo Maria Visconte duca di Milano consentì ad Alfonso di articolare su vari scenari la vittoria: Gaeta, Ponza, Procida, Salerno, Agropoli, Belvedere erano i presidi Angioini da sottomettere sul mare, mentre su terraferma Aversa e Sulmona. Alfonso con l’ultimo assedio a Napoli si insediò nel febbraio del 1443. Il regno di Napoli, nel 1443 comprendeva tutto il meridione continentale che, dallo stretto di Messina si estendeva fino al Tronto, confine con i possedimenti del papato.

Ma la posta di Belvedere, baluardo della Calabria Citra, per Alfonso era tutt’altro che la sua distruzione. Il ricongiungimento di Napoli al Regno di Sicilia e di Spagna avrebbe significato l’inizio di un grande disegno.

Pur avendo ricevuto la successione di Filippo Maria Sforza, Alfonso si tenne ai margini delle vicende italiane nelle contese tra gli Sforza e le città di Firenze e Venezia. Il suo interesse era rivolto a consolidare, attraverso un accordo con Firenze del 1450, la presenza aragonese sulle coste toscane per poter controllare il Tirreno al fine della realizzazione di un suo “progetto”.

Questo, rifacendosi ad una visione più prossima a quella dinamica dei sovrani normanni e svevi che guardavano all’Oriente e, differenziandosi dalla posizione statica dei suoi predecessori aragonesi, mirava alla creazione di un mercato unitario composto da domini occidentali (penisola iberica, Napoli, Sicilia e Sardegna) da inserire in un ampio contesto politico economico che coinvolgesse anche l’Impero Orientale, verso cui il Meridione rappresentava un trampolino. Risultava pertanto strategicamente privilegiata la scelta di Napoli quale centro operativo internazionale di una comunità economica, alimentata dalla produzione agricola italiana (Puglia, Calabria, Sicilia) e da quella industriale, tessile e navale, aragonese da contrapporre ai concorrenti genovesi e fiorentini, favorendo al contempo l’attività dei banchieri catalani a Napoli e di quelli pisani in Sicilia.

Ed anche se la conquista di Bisanzio (1453) da parte dei Turchi veniva a dividere in due blocchi contrapposti lo scacchiere mediterraneo, non fermava le mire di Alfonso che, pensando ad una crociata per la conquista, da occidente, dell’impero orientale, continuava ad ambire la unificazione delle potenze mediterranee.

Ma una pace (Pace Italica, Lodi) concordata tra Milano e Venezia e che coinvolgeva anche i Turchi e Firenze, indusse Alfonso a sottoscriverla (1455).

                                            

                                                                        Alfonso d’Aragona Palazzo Reale Napoli
Nacque nel 1394 e alla morte del padre Ferdinando nel 1416 ereditò l’Aragona, la Sardegna e la Sicilia. Quando nel 1442 conquistò Napoli divenne uno dei sovrani più potenti dell’epoca grazie anche alle sue qualità guerriere. Fece il suo ingresso trionfale nel Febbraio del 1443 insieme ad un fastoso corteo ed elesse Napoli sua residenza ufficiale. Fu incoronato sovrano dal papa Eugenio IV e donò allo stato pontificio i domini di Benevento e Terracina, fece legittimare dal pontefice il figlio naturale Ferrante e fece giurare fedeltà a quest’ultimo dai baroni che in realtà mal sopportavano l’energico sovrano il quale aveva attribuito le più importanti cariche dello stato agli aragonesi. Con l’arrivo di Alfonso e il periodo pacifico che caratterizzò il suo regno ci fu una notevole ripresa economica. Questo periodo fu caratterizzato da una forte ripresa anche nei campi artistici e letterari, il sovrano, amante dell’arte e della letteratura ospitò a Napoli numerosi artisti guadagnandosi l’appellativo di “magnanimo”. Alfonso I morì nel Giugno del 1458 lasciando il regno di Napoli a suo figlio Ferrante, quello di Sicilia a suo fratello Giovanni
2) Il 12 giugno 1442, dopo altri sette anni di guerra e ripetuti successi militari su Renato, Alfonso entrava trionfalmente a Napoli. Il re di Sicilia era dotato del maggior parco di artiglieria dell’intera Europa e, nell’ultimo assedio, che iniziò il 10 novembre del 1441, ridusse il Maschio Angioino ad un ammasso si macerie, poi da lui stesso ricostruito con il nome di Castelnuovo. Riuscì il 12 giugno del 1442 a penetrare nella città in modo romanzesco attraverso quel pozzo di Santa Sofia, già utilizzato dagli invasori bizantini 900 anni prima. Napoli per quattro ore fu abbandonata alle soldataglie di Alfonso, venendo saccheggiata e subendo atrocità.
Alcuni mesi dopo la conquista del regno Alfonso, per impressionare la fantasia popolare e gli ambasciatori degli stati esteri, volle inscenare un clamoroso e fantasmagorico ingresso nella capitale. La scenografia dell’evento fu improntata allo stile dei trionfi dell’antica Roma: fu così eretto l’arco in marmo, ritenuto all’epoca il più insigne momento civile delle arti rinnovate in Italia, nella facciata principale del Maschio Angioino.
3) Successivamente Alfonso si rivelò un sovrano “illuminato” e generoso, che seppe fare del regno un centro artistico e culturale. Con lui, dopo circa due secoli e mezzo, la Sicilia e la parte continentale del Regno si ritrovarono sotto lo stesso sovrano, che fu chiamato “Re delle Sicilie”. Nel 1446 si impadronì anche della Sardegna, diventando re della principale potenza occidentale nel Mediterraneo. Il 17 giugno 1458 Alfonso moriva senza coronare il sogno di conquistare anche Genova, dominata, per conto del re di Francia, da Giovanni d’Angiò figlio di Renato, che s’era fatto incoronare come legittimo re di Napoli.
Alfonso ricevette, per il patrocinio delle arti, da Spagnoli e napoletani il soprannome di “magnanimo”, sebbene questo titolo fosse meno giustificato in Sicilia dove, pur se fece nascere a Catania la prima università, il suo tempo appare interessante, solo se rapportato al vuoto dei due secoli precedenti. La Sicilia come la Calabria, infatti poco contribuirono al Rinascimento e gli uomini migliori furono costretti ad emigrare. Le fonti di reddito erano le medesime del tempo normanno. Egli promosse una razionale centralizzazione delle strutture relative al complesso dei domini, istituendo a Napoli sia la Cancelleria generale, mantenendo nei vari regni uffici periferici per l’ordinaria amministrazione, sia l’Ufficio per la Conservazione del Patrimonio e del Demanio Regio, attribuendo a funzionari spagnoli gli incarichi più significativi. Avviò una riforma fiscale ispirata alla razionalizzazione del prelievo ed alla individuazione dei soggetti fiscali che comportò un aumento delle entrate. Moriva (1458) senza poter completare il suo “progetto”.

E fu proprio questa idea Progetto che dettò i primi principi ispiratori per la ristrutturazione di Belvedere con la sua Rocca, per la esigenza di disporre di un ampio sistema difensivo a cui non mancò l’apporto dell’arguta intelligente attenzione di Frate Francesco da Paola, il quale, passando da Napoli per raggiungere la Francia dove morì, in occasione del suo trionfale ingresso nella città partenopea, nel prevedere lo sfondamento ad opera dei Turchi su Otranto (1480), segnalò la esigenza di un rafforzamento dell’Alto Tirreno alla Corte di Ferrante (Ferdinando I D’Aragona).

      

                                     San Francesco di Paola e la Chiesa a lui dedicata in Napoli Piazza del Plebiscito

E’ questa l’ultima attenzione dell’interesse giocato da Belvedere su circuito nazionale e continentale. Le vicende storiche successive, quelle sul piano economico sociale, della crescita e dello sviluppo, perfino durante il Rinascimento, la presenza francese ed il Risorgimento, la vedranno, nel contesto più generale della Calabria e del Meridione, relegata ad un ruolo marginale improntato ad un bieco “baronaggio” del permanente sistema feudale.

A tutti questi grandi mali non si sarebbe giunti, se quelle terre infelici non fossero state dominate dal più egoistico baronaggio di un sistema feudale che impiantatosi assai tardi con la conquista normanna, si sviluppò rigogliosamente in tutto il regno e in Sicilia, tanto sotto gli Svevi quanto al tempo degli Angioini, dando vita ad una casta nobile, in parte anche di origine tedesca o francese, la quale occupò enormi estensioni di territorio, e, arricchitasi, cercò con tutti i mezzi di rendersi indipendente dal sovrano, mantenendo il regno in uno stato di quasi continua anarchia. La grande potenza della classe feudale impedì che si affermasse nel Mezzogiorno quella borghesia cittadina, che in Lombardia e in Toscana aveva preso la direzione della cosa pubblica(Città Municipali).

Col perdurare dell’ordinamento feudale si aggravarono presto anche le condizioni economiche del regno. La servitù della gleba, le corvées, i balzelli gravarono la popolazione campagnola, impoverendola fino all’esasperazione: i soprusi e le violenze dei feudatari provocarono la fuga dei contadini verso i centri abitati; la scarsa sicurezza fece disertare i campi, che, abbandonati dai coltivatori, si trasformarono in terre da pascolo, prive di case, infestate dalla malaria e più tardi dal brigantaggio. La nobiltà impoverita per la diminuzione dei redditi agricoli, non poté più retribuire la mano d’opera necessaria alla coltivazione, e così il problema del latifondo, incolto e malarico, si levò fino a minaccia di tutta la vita economica del Mezzogiorno.

Il precario equilibrio su cui si reggeva l’intero edificio, fra forze baronali e corona, fu compromesso in un processo di lunga durata, in cui una parte non trascurabile fu giocata da funesti effetti finanziari delle guerre sempre più onerose con i Musulmani, (affacciatisi prepotentemente nuovamente nel Mediterraneo con scorrerie), e quelle sull’amministrazione della stessa rete castellare. Al termine dell’evoluzione, la periferia ha preso il sopravvento. Il rapporto fra città e castello, a lungo favorevole a quest’ultimo, si è rovesciato.

Gran parte delle città con l’urbanesimo perdono l’esigenza dell’arroccamento feudale in ragione dei nuovi meccanismi di controllo e di scambio commerciale. I feudi sono assegnati non solo per meriti militari ma per servizi offerti al regno.

Retta da un Governatore per la giustizia e l’ordine pubblico Belvedere, insieme a poche altre città, va incontro sotto gli Aragonesi ad una massiccia e significativa ristrutturazione della propria ossatura difensiva attraverso un Complesso Castellario autosufficiente, a tal punto, da rendere disponibile la Cortina Muraria di Cinta della vecchia Castrum Sveva e consentire, su di essa, la costruzione di quasi tutte le abitazioni patrizie, con preponderanza sulla parte alta della città (Primo Salto Normanno-Svevo).

                                                                              Centro Storico di Belvedere
Il motivo di questa scelta è, per come vedremo legato ad una strategia difensiva territoriale su vasta scala che interesserà l’intero Meridione.

Nuovamente Belvedere si riconferma punto nevralgico del sistema geo-politico, nella regione Alto Tirrenica Cosentina ed ancora una volta per ragioni, su scala continentale, legate ai pericoli provenienti dal mare: gli Arabi dell’Oriente Ottomano. Il periodo più cruento delle attività barbaresche per le popolazioni italiane si ebbe in concomitanza con le guerre d’Italia del XIV° e XV° secolo, quando i musulmani maghrebini (barbareschi: termine dietro il quale si celavano arabi, berberi, turchi e rinnegati europei), alleati della Francia, indirizzarono le loro scorrerie verso le flotte e le coste del meridione d’Italia, all’epoca sotto il dominio dei Re di Spagna.

 

 

 

Proprio sotto Carlo V, incoronato a Bologna, il 24 febbraio 1530, da Papa Clemente VII imperatore del Sacro Romano Impero (Germanico) e re d’Italia, in seguito agli ennesimi assalti e devastazioni delle coste tirreniche da parte di pirati barbareschi di Algeri, viene ordinato alle università costiere di erigere a proprie spese torri per difendersi dagli attacchi dei pirati.

Nell’anno 1550 dal governo vicereale risultano erette 440 torri costiere la maggior parte delle quali in Calabria. Ancora oggi queste necessarie ed indispensabili reliquie strutturali costituiscono il segno tangibile degli eventi appena, sinteticamente descritti; in ben altro si evince la influenza arabo-musulmana:

                                                                                   Erchie Costiera Amalfitana
La costruzione di “osservazioni fortificate” è riportata fin da Plutarco (125-50 a.C.) e fu realizzata anche dai Romani, il cui commercio venne messo in crisi dai pirati sino al 67 a.C., quando la legge Gabinia consentì a Pompeo di armare una flotta contro i predoni e rendere tranquillo il Mare Nostrum.
Dopo il crollo dell’Impero Romano, il territorio italiano divenne preda delle popolazioni germaniche. Le coste dell’Italia meridionale vennero sistematicamente attaccate, sia dalle coste africane (Vandali), che dai Visigoti (Spagna, Francia occidentale). Gli attacchi si intensificarono nel 632, dopo la morte di Maometto, quando l’Islam iniziò la sua espansione verso l’occidente.
Fu così che le fortificazioni costiere si fecero sempre più numerose, soprattutto dopo il IX secolo. Le Torri si svilupparono più o meno contemporaneamente in tutti gli stati della penisola, ma la maggior quantità di Torri venne realizzata nel Regno di Napoli, quello più esposto alle scorrerie, e, soprattutto, in Penisola Sorrentina, nel Cilento,in Calabria e Puglia.

        

I primi a ideare un sistema permanente di segnalazione e di difesa, per mezzo di Torri collocate in modo che da ognuna fossero visibili la precedente e la successiva, furono gli Angioini (1266–1442) e la loro opera fu continuata dagli Aragonesi (1442-1503). La realizzazione fu solo parziale, anche a causa dei cambiamenti politici, e finì per passare sotto il controllo dei feudatari e dei privati, proteggendo i territori, più che le popolazioni. I pirati, quindi, potevano ancora compiere le loro incursioni pressoché indisturbati: tristemente famoso, all’epoca del dominio aragonese, è il saccheggio di Otranto del 1480. E’ solo nella prima metà del XVI secolo che si comincia ad apprezzare una reale organizzazione delle strutture difensive costiere. A partire dal 1532, sotto l’impero di Carlo V, il viceré di Napoli don Pedro Álvarez de Toledo y Zúñiga, marchese di Villafranca del Bierzo (1532-1553), iniziò la costruzione di Torri costiere presidiate da militari muniti di catapulte ed armi da fuoco, tra cui almeno un cannone posto all’esterno.

     

                                                                               Costa Cilentana Marina di Camerota
Torri del periodo vicereale, nel Cilento, a pianta quadrata, con basamento a scarpa, mura provviste di feritoie e spesse oltre 3 metri, particolarmente sui lati rivolti verso il mare, e sormontate da una terrazza delimitata da merlature.
Torri litoranee a pianta quadrata e in vista l’una dall’altra lungo tutte le coste meridionali affinché vedendo fuste facessero fuoco di continuo e che tutte dette Torri dovessero corrispondere l’una con l’altra nel tirar mascoli et nel far foco…. acciò che il Regno fosse sicuro dai corsari, per cui tutte le Università del Regno pagano per ciascun fuoco 7 grani e un cavalluccio, che è la dodicesima parte di un grano. Però le terre che son distanti dalla marina 12 miglia pagano la metà di detto pagamento, il quale ascende a ducati 25.348 l’anno.
                                
Costa Cilentana Marina di Camerota: Fu l’avvento dell’artiglieria a segnare il passaggio dalla forma circolare a quella quadrata, per meglio resistere alle cannonate. Le nuove Torri, costruite con criteri più moderni, erano così in grado di assolvere a funzioni di avvistamento, riparo ed anche offesa. Talvolta, due o più Torri venivano unite da ballatoi. L’ingresso veniva aperto sul lato a monte, al piano superiore (3-6 m. di altezza) e poteva essere dotato di una scala retraibile., anziché in muratura.
A sinistra :Gargano Puglia- Parco Nazionale del Gargano Torre saracena

 

             

                 Amendolara Mare Jonio: Torre Saracena                                                Praia a Mare: La Torre di Fiuzzi.
In un editto del 1563, si stabiliva, altresì: che non si dovesse costruire alcuna opera senza il consenso della Real Corte; che regi ingegneri avrebbero individuato le località adatte alla costruzione di una catena ininterrotta di fortificazioni per tutto il Regno; che le fortificazioni esistenti ritenute a giudizio di esperti di pubblica utilità dovevano essere espropriate dietro indennizzo; che le spese della costruzione sarebbero state imputate alle Università cointeressate in proporzione alla popolazione. Ove possibile, erano previsti servizi di ronda a cavallo, da torre a torre, effettuati dai cosiddetti “cavallari” o ” Torrieri”.

                                                                                        San Nicola Arcella.
Tra gli architetti chiamati a realizzare le Torri, si rammenta il celebre Benvenuto Tortelli. Fu così che, di circa 700 Torri costruite sulle coste italiane, circa 350 furono costruite lungo le coste del Regno di Napoli, da Gaeta all’Abruzzo, e ben 50 vennero erette in penisola sorrentina. Sette Torri furono costruite tra Salerno ed Agropoli e, nel 1566, venne disposta la costruzione di Torri tra Agropoli e la Calabria, tra cui tre nel territorio di Palinuro.
I governatori delle province trovarono ostacolo alla realizzazione delle Torri a causa del criterio di ripartizione delle spese: molte università infatti, lamentavano che lo Stato non si facesse carico di alcun onere e che le proporzioni fossero falsate da censimenti non veritieri. Nonostante questo, nel 1567, avvenne l’imposizione di una tassa di 22 grana per tutti i fuochi del Regno, con l’esclusione, stavolta completa, delle città distanti dalla costa oltre 12 miglia, sicché, nel giro di pochi anni, la fabbricazione delle Torri venne finalmente avviata e, in parte, completata. Nel 1570, la Regia Camera impose una nuova imposta di 22 grana per pagare gli equipaggiamenti e gli stipendi alle vedette, nonché per la manutenzione delle fortezze.

                          San Nicola Arcella.                                                                    Scalea Torre Talao.
Le Torri si dividevano in due grandi categorie:
- le Torri di difesa sorgevano vicino ai centri abitati ed erano provviste di una guarnigione armata. A seconda delle dimensioni, erano dotate di due, quattro o sei pezzi di artiglieria di medio calibro
- le Torri di guardia o di avvistamento (guardiole), più piccole, con pochi uomini di guardia ed un solo cannone, erano disposte sulle alture, oppure lungo la costa, spesso in località difficilmente raggiungibili, ma in ottima posizione per sorvegliare molte miglia di mare. ogni torre era in vista delle due limitrofe, in modo da poter comunicare, sia durante il giorno (segnali di fumo) che di notte (con l’accensione di fuochi). Il numero di fuochi corrispondeva a quello delle navi in arrivo e la fumata, (nei limiti delpossibile…..) era rivolta nella direzione da cui queste provenivano. entrambi i tipi di segnalazione erano preceduti da un suono di campana.
Anche questo progetto difensivo, come tanti altri nella storia (esempi illustri sono rappresentati dalla Linea Maginot e dalla Muraglia Cinese), si dimostrò inadeguato, sia per la carenze dei fondi, sia per le liti dei paesi chiamati a contribuire, sia per il lungo periodo (quasi un secolo) che occorse per il suo completamento. A rendere pressoché inutile il sistema giunse, circa dieci anni dopo l’avvio di queste costruzioni, la battaglia di Lepanto, nel corso della quale l’intera flotta turca venne distrutta. 
 
      
            Santa Maria del Cedro                                                                          Belvedere Capo Tirone.
Le Torri di difesa sorgevano vicino ai centri abitati ed erano provviste di una guarnigione armata. A seconda delle dimensioni, erano dotate di due, quattro o sei pezzi di artiglieria di medio calibro
Belvedere Capo Tirone.
Sono presenti a ridosso della scogliera resti del XIII° secolo di un primo fortilizio di controllo doganale Angioino (v Capitolo Precedente Belvedere Angioina). Il Presidio di Capo Tirone per come abbiamo visto, si è posto fin dagli antichi Romani che costruirono la loro Castrum a ridosso dello stesso. Con Ruggero Secondo, per l’attenzione cui venne richiamato dal Principe Carlo, il Presidio viene assicurato di fatto con la costruzione di un vero e proprio fortilizio (attualmente intuibile, quale residuo, nella disposizione dei conci su probabile ingresso, simile nella fatturazione a quelli ancora presenti nel Mastio del Castello. Lo stesso si presenta munito di feritoie e, per essere stato troncato nello sviluppo verticale, lascia presagire essere concepito quale torre di avvistamento, molto probabilmente utilizzata anche dagli Aragonesi come avamposto doganale.
Della presenza di Torri a Belvedere e precisamente in Santa Litterata e Capo Tirone fa menzione Gustavo Valente nel testo “Le Torri Costiere della Calabria”- Chiaravalle- edizioni FRAMA’S-1972.
Pag.119: Nella Carta Geografica di Antonio Magini del 1602, le Torri sono così riportate: Torre dell’Arco- T. il Diamante- T. il Tirone- T.Capo Fella- T. sotto Guardia, etcc… Mentre sulla Carta del Rizzi-Zannoni, Atlante Marittimo delle Due Sicilie, le Torri dell’Alto Tirreno Calabro sono: Torre della Nave- del Fiumarolo- di Dino- S.Nicola- della Scalea- della Bruca- della Cirella- del Terrone- del Capo- di Cetraro- di Rienzo, etcc…
Risulta pertanto corretta l’interpretazione che la Torre di avvistamento Aragonese fatta costruire da di Carlo V° nel XV° secolo, da non confondere con i resti murali di quella Angioina, è stata incorporata nello sviluppo della casa Palazziata dei De Novellis in corrispondenza del corpo centrale della stessa.
                                                                                   Palazzo del Capo Cittadella.
A partire dal secolo successivo, cominciarono ad essere abbandonate o cedute a privati che le trasformarono e ne cambiarono la destinazione. Alcune divennero posti di Dogana, su altre venne installato il telegrafo ad asta, costituito da un braccio rotante recante, alle estremità, due bracci minori; il sistema era in grado di assumere configurazioni corrispondenti a lettere, numeri e ordini di servizio.

                                                                         Palazzo del Capo Cittadella
Le Torri divennero, così, “Torri Semaforiche”, ma, con l’avvento del telegrafo elettrico, finirono, con poche eccezioni, per essere abbandonate all’indifferenza e all’incuria: un nemico ancora più pericoloso di quello dei tempi passati. Mentre quelle più isolate sono, spesso, ridotte a ruderi, le Torri inglobate nei centri urbani sono state ristrutturate e destinate ad abitazione, non sempre mantenendo le forme e le dimensioni originali.
                              
                          Cetraro: Torre Di Rienzo                                                                         Cittadella Torre
Questa barriera si dimostrò inadeguata anche per la mancanza di una flotta di appoggio e non valse a scongiurare le incursioni. Molti marinai scelsero di difendersi, a volte da soli, a volte, come i corallari Torresi (nel Cinquecento pescavano il corallo nei mari di Ponza, della Sardegna e della Corsica), assumendo soldati di professione.
 
                                                                                  Rocchetta di Briatico:
Questo sistema difensivo di avvistamento resiste, ancora oggi, sulle nostre coste. In ogni caso, le Torri, o quel che ne resta, rappresentano importanti punti di riferimento per chi va per mare ed hanno dato il nome a molti luoghi. Da un censimento del 1748, risultavano presenti, dal litorale tirrenico a quello cilentano, ben 136 Torri: un patrimonio archeologico perfettamente integrato in uno scenario di bellezza incomparabile. 

La scalata dell’Impero turco inizia nel XIV secolo e prosegue, praticamente indisturbata, fino a gran parte del Cinquecento: Durante questo arco di tempo le navi turche infestano senza tregua le coste del Mar Nero e quelle del Mediterraneo, riducendo con la forza in schiavitù una gran massa di popoli.L’Oriente Ottomano, ma in generale tutto l’Oriente, era estraneo alle così dette libertà giuridiche e personali che si diffondevano nell’Occidente moderno. In Oriente il potere politico non poteva dettare le regole, ma al massimo vigilare sulla loro corretta osservanza. Se in Occidente la tutela della giustizia era una continua negoziazione tra vari soggetti politici (Signori, sovrani, città, Chiesa) sui confini tra le diverse magistrature, sulle competenze, su chi avesse titolo a far valere la norma, in Oriente nulla di tutto ciò: un sistema nel quale contava esclusivamente la volontà del Sultano e nel quale la giustizia appariva un dono che Egli rendeva al popolo che ad essa doveva attenersi. Nessuna forma di pluralità dunque.

L’Impero Ottomano si orientò verso un sistema definito cesaropapista, basato su di un’orda di funzionari e di corpi militari scelti, formati fin dalla infanzia ai valori dell’esercito, delle armi o dell’amministrazione. La forza del sultano consisteva nel fondamento economico del dispotismo ottomano cioè la mancanza assoluta di proprietà privata, che lo rendeva un modello completamente differente dallo stato moderno europeo che in quegli anni si andava costituendo in Occidente.

Questo faceva sì che il territorio dell’Impero fosse costituito esclusivamente da terre private del Sultano, a sua completa disposizione e in parecchi casi da lui direttamente amministrate.

Per questo è poco corretto definire la società ottomana “feudale”, nel senso che nei domini imperiali non si creò mai una nobiltà terriera, ereditaria e dunque stabile.

Anche la pratica del timar- la concessione da parte del Sultano di un appezzamento di terreno- non rinnovò sostanzialmente il sistema. Le sue dimensioni, infatti, non erano calcolate con esattezza, non era ereditato e, soprattutto, il suo assegnatario non vi esercitava quei diritti che col passare del tempo in Europa finirono per costituire il nerbo della società feudale.

Si può semmai comparare il sistema agricolo imperiale ottomano a quello carolingio, pre-feudale. Non si concede alle famiglie di mettere radici, al signore resta invece la possibilità di spostare l’erede sul vasto scacchiere dell’Impero, di accentuare così il rimescolio umano che è una delle sue grandi realtà.

Non si sviluppò mai inoltre un vero e proprio apparato burocratico, come stava iniziando a costituirsi nell’Occidente europeo. In apparentecontrasto con questo sistema che in Occidente si definisce “dispotico”, i Sultani lasciano ampia autonomia politica alle comunità religiose cristiana ed ebrea in quanto lo scopo centrale dello Stato Ottomano sul piano interno era lo sfruttamento fiscale dei possedimenti territoriali dell’impero.

Tutta l’organizzazione dei rapporti tra Sultano e ceti ruotava intorno a questo obiettivo.

I Turchi perciò non pretesero conversioni di massa delle popolazioni sottomesse, bastava riscuotere, indistintamente da musulmani e infedeli, censi, canoni e decime: la certezza del possesso ai censuari e la protezione dagli abusi dei proprietari ai contadini erano assicurate proprio per garantire la continuità del gettito fiscale.

La seconda grande differenza rispetto al modello occidentale era poi rappresentata dalla legge e dalla sua natura: laddove in Oriente essa coincideva con la volontà del Sovrano, in Occidente coincideva con un patrimonio ereditato dal passato, fatto di consuetudini risalenti ai secoli precedenti, da conservare e non alterare e al quale fare riferimento costantemente.

E’ per questi due sostanziali ingredienti di forte diversificazione, che il territorio dell’Alto Tirreno Cosentino, nonostante le numerose invasioni, conserva una genesi strutturale in linea con la cronologia storica delle influenze dominanti.

Tragicamente, contribuirono a cancellare un immenso patrimonio di storia e di cultura, molto di più, i numerosi terremoti del 1444,1606, del 1622 quello del 27 marzo 1638 e non ultimo quello del 5 febbraio 1783.

Dei musulmani rimasti, o discendenti da quelli che prima erano i dominatori, o schiavi catturati dai pirati”cristiani”, restano alcuni cognomi: Alì, Morabito, Modafferi, Alfarano; un’origine turca potrebbero avere gli antenati della varie famiglie Turco, Saraceno, Lomoro.

Infine alcune distinzioni di tratti somatici, la diffidenza verso i forestieri e l’atavica rassegnazione ad assoggettarsi al destino.

Dei rapporti e della denominazione testimoniano molte parole entrate nel nostro vocabolario: Zirru, giara, tafareda (contenitori); articoli commerciali erano fjannaca (collana) e juppuni (camicia femminile), magazeni e tamarru (venditore di datteri); tùmanu (unità di misura agraria), màzara (pietra per schiacciare gli alimenti preparati nel salaturi), gebia (vasca di irrigazione), carruba(carruba), zàccanu (recinto per animali) sciàbica (rete da pesca) -mostrano l’influenza nelle tecniche agroalimentari; termini come Guàiara (ernia) e limbiccu (alambicco per produrre l’alcol) appartengono al campo medico-farmaceutico. Ed infine, turcju (turculus= piccolo turco) era il bambino morto senza battesimo, suraca (syriakè= siriana) erano i fagioli e sìricu (syrikos= siriano) il bozzolo del baco da seta.

La scalata dell’Impero turco inizia nel XIV secolo e prosegue, praticamente indisturbata, fino a gran parte del Cinquecento: Durante questo arco di tempo le navi turche infestano senza tregua le coste del Mar Nero e quelle del Mediterraneo, riducendo con la forza in schiavitù una gran massa di popoli.
La fusta o galeotta era un tipo di galea più sottile, leggera e veloce e caratterizzata da un minor pescaggio rispetto alla classica galea da guerra, detta galea sottile. Il mascolo è la parte posteriore amovibile degli antichi cannoni a retrocarica..

La realizzazione di un sistema difensivo si rendeva necessario per le continue scorrerie di corsari come Khayr al-Dîn, detto Ariadeno Barbarossa e Tabach Rais (Thorgud, Fabach Rais, Tabaco Arraez di Lattakia – Al Ladhiqiash, nell’attuale Siria), detto Dragut. La realizzazione del progetto fu rallentata, sia perché gravava interamente sui singoli comuni impoveriti dalle guerre, sia perché l’attenzione era rivolta alla guerra contro i Francesi. In tale conflitto, seppe astutamente inserirsi Solimano il Magnifico, il quale, dopo essersi alleato con il re francese Francesco I contro l’imperatore spagnolo Carlo V, attaccò la Spagna e i suoi viceregni dell’Italia meridionale e della Sicilia. Il 12 luglio del 1552 venne distrutta Camerota. Il 15 luglio dello stesso anno, Dragut assediò, addirittura, Napoli e a nulla servirono le quaranta galee e i tremila fanti tedeschi con cui accorse, a difesa della città, Andrea Doria: il 10 agosto, Pedro de Toledo fu costretto ad offrire a Dragut duecentomila ducati perché togliesse l’assedio.

                                                                               Schema delle Galee Turche.

                              

          Soldato Saraceno.                                           Soldato Turco                                                Soldato Turco

Fu quindi in questo contesto, per la rinnovata preoccupazione del “pericolo” proveniente da Capo Tirone che Ferdinando I° D’Aragona regnante a Napoli e meglio conosciuto come Don Ferrante (1458- 1494) figlio naturale di Alfonso, quale duca di Calabria, ordinò alla città di concorrere alle spese per la ristrutturazione della ormai obsoleta Rocca Angioina. Ancora una volta il “Popolo” di Belvedere nelle sue espressioni più genuine di maestri ed artigiani, di operai e manovalanze, sotto la guida dei migliori architetti del Regno e del Mezzogiorno dell’epoca, dopo aver acquisito e consumato le ricche esperienze lavorative, relazionali e culturali di grandi civiltà, dà prova di compostezza civile per l’interesse comune.

Lo farà continuamente con le grandi opere di Cattedrali, Chiese, Conventi di cui magistralmente ci ha illustrato Don Cono Araugio con la sua opera del “Belloviderii”, ma anche con strutture di Uffici, Ospedali, Fabbriche che, proprio in virtù di questa compattezza strutturale del nuovo sistema difensivo progettato per le nuove armi di offesa, si sono potute realizzare negli “Slarghi Strategici” non più necessari (Normanni) e sfruttando le geometrie della “Cortina Muraria di Cinta” (Normanna e Sveva), altrettanto, non più necessaria.

 

 

 

 

 
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