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BELVEDERE TRA IL XVI° E XVIII° SEC. (15)

La lunga Storia di Belvedere (15)

Belvedere, divenuta ormai città strategica, risentì notevolmente delle  disposizioni della monarchia spagnola. I domini dell’Italia, oltre che per risorse finanziarie e militari, rivestivano un’importanza strategica: quelli lombardi nel controllo dei valichi alpini, quelli meridionali, nella lotta contro i Turchi. I regni di Napoli e Sicilia sono affidati a viceré che inizialmente si servirono, per l’amministrazione, di elementi locali. Con il tempo ogni funzione pubblica divenne monopolio di spagnoli con i visitador controllori dei viceré, il cui compito era quello di salvaguardare i privilegi reali, di riscuotere la maggior quantità possibile d’imposte, di mantenere tranquillo il paese ed, ove emergesse, di reprimere il banditismo.

Negli anni di riferimento narrati (1540) si registra un ulteriore inaridimento delle attività commerciali di Belvedere, come pure dell’intera Calabria, per via della espulsione degli Ebrei decretata dagli spagnoli nell’intrapresa di perseguire l’unità religiosa e razziale del Regno (limpieza de sangre- orgogliosa superiorità nei confronti degli ebrei e musulmani). Comunità presente sin dal periodo Svevo di Manfredi, gli Ebrei erano commercialmente molto attivi e dalla dominazione di Filippo Sangineto, a Belvedere, garantivano, avendolo tradotto in Calabria dal Libano, la commercializzazione del loro “sacro cedro”, migliorandone qualitativamente la produzione, agevolati dalle  specifiche condizioni climatiche della nostra area.

E’, questa, la calata del sipario sull’ultimo atto di internazionalizzazione dei rapporti commerciali, e non solo, della nostra città! Belvedere, munita di un sontuoso Castello, ormai “simbolo”, privo di significato funzionale per le mutate vicende storiche, dovrà attendere la fine del 1800, dopo l’Unità politica d’Italia, per poter riprendere dimestichezza con le proprie capacità di intrapresa riscoprendo il retaggio delle attività mercantili, artigianali e dei mestieri che, un tempo, le erano appartenute.

Accanto ai viceré, che nominavano i Sindaci dei vari centri, sedevano, con funzioni giudiziarie, amministrative e fiscali i Parlamenti, in rappresentanza del clero, aristocrazia e cittadini.

Alcuni protocolli notarili documentano l’esistenza di un “Sedile” (Corum Magnum), come luogo di riunione del patriziato e di governo della città (il così detto Parlamento). Accanto ai nobili si andava intanto affacciando un altro ceto sociale detto degli “Onorati del  Popolo”, composto da artigiani, mercanti e professionisti. Le riunioni si tenevano “ad sonum campanae magnae” nel Sedile di Porta della Piazza.

                   

                                                                         Porta della Piazza già Sedile del Parlamento

Durante queste riunioni si discutevano problemi di interesse generale e si eleggevano annualmente gli amministratori della città: due sindaci che venivano scelti tra i nobili; gli Eletti (una specie di giunta municipale) ed altri Pubblici Ufficiali (che in genere erano tutti equamente divisi tra i due ceti sociali). L’Archivio delle riunioni si conservava nella segreteria della vicina Chiesa Madre e tre chiavi dello stesso venivano consegnate al Sacerdote ed ai due Sindaci.

Fino al 1567 la preminenza dei nobili – evidentemente nell’elezione dei due sindaci della città appartenenti entrambi alla nobiltà- e la mancanza di regole certe che disciplinassero il numero delle cariche amministrative, con i criteri di assegnazione delle stesse tra nobili ed onorati, erano spesso causa di tensioni e contrapposizioni, quando non di scontri tra i due ceti.

Con le Capitolazioni si cercavano di definire i rapporti sociali tra Nobili ed Onorati e di regolamentare la vita amministrativa della città, ma la loro attuazione si scontrò con la difficoltà, per certi versi  imprevedibile di trovare persone disposte a ricoprire gli incarichi  riservati agli Onorati, compreso quello di Sindaco.

Le candidature, infatti, significavano la collocazione irreversibile dei nominati nel ceto popolare, precludendo loro in maniera definitiva la prospettiva di una futura iscrizione nel libro dei nobili, che costituiva la principale ambizione di molte famiglie e l’unica forma possibile di ulteriore promozione sociale. Così dopo qualche decennio, fu abolita, di fatto, la separazione dei due ceti, introdotta con la Capitolazione del 1567. E mentre In altre località tirreniche, come Tropea, Amantea, Scalea, i contrasti – tra chi pretendeva, in alcuni casi con la forza, di essere ascritto al ceto dei nobili e chi si opponeva a tale richiesta- sfociarono talvolta in episodi di violenza, tumulti, vere e proprie risse che comportarono una nuova Capitolazione, quella del 1624 che ripristinava la divisione, all’interno dello stesso Sedile, tra Nobili ed Onorati, a Belvedere si confermava un continuo perfetto equilibrio fra le parti. Belvedere anche nella lotta fra notabili ed aristocratici offre la sua rassegnazione!

Anche a Belvedere stanziava, come nelle città più importanti, un piccolo esercito bene armato ed una polizia che vigilava sulle popolazioni servendosi di spie ed informatori.

Con l’avvento di Carlo V ogni dominio conservò autonomia con i propri ordinamenti ed istituzioni. Si rafforzò così la logica con cui la monarchia spagnola governava i domini, quella del compromesso che consisteva in uno scambio politico col quale venivano riconosciuti alla classe dominante una serie di privilegi in cambio dell’impegno di fedeltà.

Soprattutto in Calabria il compromesso con la classe baronale assunse connotati caratteriali locali in quanto questa, più corrotta e sorda che altrove agli interessi pubblici, era rimasta padrona assoluta nel suo feudo, i cui abitanti si ritenevano più sudditi del barone che della Corona.

In questo periodo, con decorrenza 1622, in segno di gratitudine per il sostegno dato alla Corona in occasione delle rivolte popolari, la Città viene concessa da Filippo III° a Tiberio Carafa, principe di Bisignano. Questo quadro economico politico della città, con i Feudi dei Sanseverino e Carafa, viene ben trattato nel “Belloviderii”.

Per lo scopo che il presente testo si prefigge merita di essere sottolineato il ruolo che alcuni di questi feudatari hanno assunto per la crescita della Città offrendo alla stessa rinomata dignità al cospetto del Regno e provvedendo ad arricchirla di alcune significative opere d’arte di notevole fattura come il SS. Crocifisso e la Statua Lignea della Madonna delle Grazie, Patrona della Città.

                   

       

In occasione della presentazione di un testo sulla costruzione della Chiesa del Crocifisso a Belvedere e dell’opera lignea del Cristo ospitato nello stesso, dell’autore Franco Samà, studioso della Soprintendenza alle Belle Arti di Cosenza,  ebbi a precisare: “non solo l’autore del testo ha finito per rassegnare l’opera del Nostro Crocifisso, alla Scuola napoletana di Giacomo Colombo, o della sua bottega, ma, a seguito dell’acquisizione di documenti e di una compiuta ricomposizione di questi, ha colmato un vuoto di conoscenze su di un capitolo rilevante della storia culturale Meridionale, essendo con certezza l’opera lignea gemella di quella stessa esistente in Foggia , pensata dal chierico secolare Pietro Frasa, destinata ad altra località della Capitanata, ma finita a Belvedere dietro una evidente pressione del Notabilato dell’epoca.

Lo stesso autore su questo viaggio dell’Opera non offre supposizioni, mancando credo elementi documentali probatori e, correttamente, dichiara che le conclusioni di queste ricerche sono ora presentate al lettore e non vogliono essere un quadro esaustivo, ma un contributo basato essenzialmente su fonti documentarie. Pertanto nel lavoro dell’autore resta sospeso il capitolo di come il Crocifisso sia arrivato a Belvedere. E più precisamente quale Autorità dell’epoca abbia potuto influenzare così decisamente il laboratorio della Capitanata in Foggia per convincere il Chierico Frasa a destinare in diversa direzione l’opera? L’autore pur circoscrivendo questa possibilità nel rapporto fra la Capitanata e la scuola Partenopea del grande scultore Giacomo Colombo, lascia irrisolto al momento questo aspetto.

Restano nel suo studio purtuttavia alcune datazioni certe e documentate che incoraggiano, nell’incrocio con altri documenti, ipotesi possibili:

a)la edificazione della Chiesa del Crocifisso fu avviata dai confratelli della Congregazione di Santa Maria del Pianto nel 1599;

b)l’arrivo dell’Opera a Belvedere risale a prima del 1711, anno in cui gli stessi Flagellanti cambiarono il nome della Chiesa da S.Maria del Pianto a SS.Crocifisso.

Intanto, per nostra conoscenza di altri documenti, riguardanti Belvedere, sappiamo:

c) che dalle Relazioni ad Limina, pubblicate da Don Cono Araugio nel sua “Belloviderii” a pag.158 viene riportata quella del 1692 che non fanno menzione alcuna della presenza del Crocifisso, mentre si dice che in prossimità della detta Chiesa del Pianto: “al di fuori delle mura, non lontano è posta una Chiesa detta della Pietà, costruita di recente…come Sodalizio di Laici, che esercitano la pietà. Gli ecclesiastici insieme ai nobili laici hanno costruito il Monte di Pietà per le fanciulle bisognose della dote”. 

E pertanto è certo che l’avvento della Grande Opera d’Arte di cui si pregia la nostra Città oscilla nell’intervallo temporale tra il 1692 ed il 1711.

E’ questo certamente per Belvedere il periodo più denso di eventi Storico-Spirituali:

E’ innegabile che la nostra Città con la nomina a IV° Principe di Belvedere di Carlo Carafa, figlio di Francesco Maria, a seguito matrimonio dello stesso contratto nel 1688 con Elisabetta Van Den Eynden, ha risentito di un notevole impulso economico sociale, se è vero, come è vero, che proprio in questi anni si sono registrati particolari attenzioni per le ristrutturazioni di Chiese ed arrivi di Statue lignee di grande importanza, sulle quali si sofferma Don Cono Araugio nel suo Belloviderii, ma limitatamente alle donazioni di queste fatte da Famiglie di Notabili Locali alle Chiese, omettendo di descriverne la provenienza ed il motivo del possesso delle medesime da parte dei ravveduti benefattori.

Per le più significative quali il Crocifisso, la Madonna delle Grazie, il San Francesco di Paola, l’Immacolata Concezione, la Madonna del Rosario ed il Gruppo dell’Annunciazione, personalmente credo ad una donazione delle Grandi Famiglie Patrizie dei Sanseverino e dei Principi Carafa. Non è un caso se a cavallo di queste dinastie fra il 500, 600, 700, 800, si realizzano le Chiese più importanti e non è un caso che il ricco patrimonio in esse contenuto ha conosciuto l’onta di volgari rapine e continue sottrazioni.

Così per comprendere il tema in esame risultano importanti alcuni eventi di quegli anni:

1690- A coronamento dei lavori di abbellimento della Cappella delle Grazie, già dotata di una infermeria per poveri e gli orfani dai Nobili della Città nel 1682, arriva nel 1690 la preziosa statua della Vergine delle Grazie con il Bambino e le anime Purganti, scolpita in legno di tiglio da Bonifacium Bonomiae.

Nello stesso anno 1690 si realizzò il rifacimento del tetto della navata centrale della Chiesa Madre e la nuova erezione del Cupolone del Presbiterio.

Mentre dal punto di vista spirituale si registra un episodio, certamente influente  per una decisione di trasferire e coronare Belvedere di una opera di si importante fattura: tra il 1690 e 1691 nel Convento dei Cappuccini di S.Daniele, il Beato Angelo D’Acri, novizio per la terza volta, completò l’anno di prova della sua combattuta e sofferta vocazione anche grazie al Crocifisso dipinto sul muro delle scale che gli parlò, incitandolo a continuare il cammino intrapreso. Del Beato D’Acri in parrocchia a Belvedere si conserva una sua reliquia ossea.

      

 

Se in parallelismo a tanto si considerano gli eventi di Napoli che interessano direttamente Belvedere per via dei Principi Carafa-Von Den Eynden e precisamente che:

Villa Belvedere a Napoli, fu costruita come palazzo “fuori porta” alla fine del Seicento, sul versante occidentale della collina del Vomero (attuale via Belvedere), dal dovizioso mercante e banchiere fiammingo (insignito del titolo di marchese di Castelnuovo e sposato con la nobile Olimpia Piccolomini, nipote del cardinale Celio) Ferdinando Van den eynden, sui resti di un antico “casino di delizie” appartenuto agli Altomare. Il nobile olandese, scelta Napoli come residenza per sé e per le sue clientele (come molti altri potenti commercianti nordeuropei), aveva commissionato a fra’ Bonaventura Presti, monaco certosino converso, la ristrutturazione di numerose dimore patrizie in città (fra cui il Palazzo Zevallos di Stigliano); villa Belvedere fu forse l’unica opera interamente realizzata dal frate di origine bolognese, in servizio a Napoli come “certosino ingegniero di sua eminenza”, il cardinale Ascanio Filomarino.

Il palazzo Van den eynden viene pertanto realizzato tra il 1671 ed il 1673 con il disegno e modello di Presti. Posto nel fondo di un lungo viale alberato, con ingresso sulla “via del Vomero” (via Belvedere), l’edificio si sviluppa su due livelli con impianto poligonale a corte chiusa su tre lati ed aperta a loggiato sul lato ovest, rivolto verso la collina di Posillipo. Il progetto si fonda essenzialmente sulla prospettiva e si lascia fortemente condizionare dalle vedute del paesaggio circostante: a sud il golfo di Napoli, ad ovest Posillipo.

 

        

Il palazzo Van Den Eynden diventa Villa Carafa di Belvedere nel 1688 quando Elisabetta, figlia del marchese Van den eynden, morto di tisi nel 1674, sposa Carlo Carafa IV principe di Belvedere. Per la cronaca la Famiglia Carafa a Belvedere abitava l’intero Palazzo oggi di Leo Servidio Enrica, in Piazza Castello, su due livelli degli attuali tre. Da qui le due simboliche bertesche laterali (prive di feritoie) all’ingresso del Palazzo.

La Villa Belvedere dei Carafa a Napoli fu molto frequentata dall’alta società napoletana e dagli stessi Borbone (particolarmente Maria Carolina, moglie di Ferdinando, che amava trascorrervi le vacanze estive), in onore dei quali venivano organizzate magnificenti feste che richiamavano enormi folle.

A maggio ed ottobre la villa era aperta al pubblico; ed ogni giovedì e domenica era possibile assistervi a concerti musicali, cui si aggiunsero giostre e tornei, “il che richiamava grandissimo concorso di gente che veniva su persino dalla città“. All’interno della villa erano custodite pregiate raccolte di pitture e sculture; le pareti sono tuttora impreziosite da affreschi di autori come Luca Giordano.

                                            Belvedere Piazza castello: Palazzo Leo-Servidio. Veduta d’insieme.
Casa Palazziata a due piani, oggi sopraelevata, appartenuta ai Principi Carafa e Sanseverino, successivamente, dalla fine del XVIII° secolo, di proprietà della Famiglia Leo-Servidio della quale conserva il Blasone in sostituzione di quello dei Sanseverino e Carafa sul Portale principale. In primo piano una delle due Bertesche laterali di facciata espresse più in senso simbolico-decorativo e privo di funzioni con le fessure di avvistamento e difesa.La Casa Palazziata venne costruita dai Sanseverino ritornati dal 1506 in possesso dei beni a Belvedere con Berardino Principe di Bisignano, il quale riorganizza gli stessi, dividendo, definitivamente, il vasto feudo in quello di Belvedere e Sangineto. Lo stesso venne assegnato, insieme al Casale del Diamante nel 1522 a Tiberio Carafa, marito di Giulia Orsini, figlia di Felicia Sanseverino e nipote del Principe Nicolò Berardino.

                                        Belvedere: Casa Palazziata Carafa-Sanseverino- Restituzione all’originale
                  
                                                            BELVEDERE- Casa Carafa-Sanseverino
Piano Terra- Atrio Ingresso- Foresteria e Gendarmeria- Servizi con Cisterna Idrica- Scuderia per Cavalli e Carrozza- Depositi Derrate.
Piano Primo- Atrio Ingresso- Soggiorno con Cappella- Salone di Ricevimenti- Cucina-Pranzo- Stanza da Letto.

 

Tanta dignità dinastica espressa direttamente a Napoli dai rappresentanti del Feudo di Belvedere non impedì che anche la nostra Città come le altre andasse incontro al rafforzamento dell’aristocrazia feudale e del grande latifondo che non consentì l’adeguamento delle strutture agricole e causò, come in gran parte dei comuni, l’impoverimento della popolazione rurale, la cui produzione era, per intero, assorbita dal   consumo familiare, poco avanzando per i mercati, (floridi, fino alla  epoca di Alfonso), dove era sottoposta ad una rigorosa stagnazione dei prezzi.

Questa precaria situazione indusse le popolazioni agricole ad inurbarsi senza riuscire ad inserirsi nei canali produttivi, sottoponendosi per giunta ad una pressione fiscale che, per altro tralasciava i patrimoni. Le terre venivano amministrate attraverso “i Gabellotti” (così definiti   perché pagavano la gabella al padrone che dava loro in affitto annuo il podere. Il metodo, il Gabellato, fu in uso fino negli anni 1950) che, spinti da avidità personale cercavano di sfruttare al massimo il podere, imponendo una agricoltura o pastorizia di rapina che portava al depauperamento dello stesso e riduceva  allo stremo i contadini. I patrimoni lentamente scivolarono dalle tasche della nobiltà a quelle del ceto medio, rappresentato, oltre che dagli appaltatori di Gabelle, da strozzini, mercanti di pochi scrupoli e di avvocati che si arricchivano sfruttando la litigiosità della classe abbiente.

Belvedere, prima che si iniziasse la demolizione della cinta muraria realizzata  sui picchi rocciosi Nord-Est-Sud, unita verso il mare con Porta di Mare  e due bastioni su ambo i lati (incorporati ed utilizzati successivamente quale civile abitazione), costituì per secoli un complesso fortificato di notevole importanza e non meraviglia se, in   momenti difficili,  poté sostenere posizioni d’indipendenza fra Angioini ed Aragonesi. L’impostazione Sveva della Città ha contribuito a darle una impronta feudale quasi incontaminata, soprattutto negli aspetti economici, produttivi e sociali, per secoli.

Nel XVI° secolo, le Porte a doppia mandata in ferro vengono sostituite da Portoni in legno con chiusura dall’interno. Quella degli Orti e della Piazza, continuano ad assolvere le funzioni daziarie e la seconda, a seguito di prolungamento, diviene anche spazio per le riunioni del Parlamento. La vita dentro le mura, durante il giorno, come nei tempi andati, era assai operosa. All’alba la città apriva le sue porte consentendo agli operai di andare al lavoro nei casali, mentre cominciavano ad entrare gli ortolani, cioè coloro che coltivavano ortaggi nei campi intorno al paese e negli stessi casali. I casali erano in numero pressappoco identico a quello delle attuali contrade, mentre gli orti continuavano ad essere ricchi, a ridosso dell’Abazia di Sant’Antonio Abate, La Perrera, Il Fiume, Borgo Pepe, Porto Salvo.

                  

Gli ortolani, portavano l’asino con le sporte pieni di prodotti della terra, che in parte consegnavano ai Gabellotti poi divenuti “Fattori” ed in parte cercavano di vendere o barattare (senza più l’aiuto del “Tarì”arabo). Gli animali venivano legati agli alberi negli slarghi o agli anelloni in ferro predisposti a tal fine dentro gli androni dei palazzi, dove fino a poco tempo fa erano ancora visibili. Molti asini venivano lasciati in Via Levante o in Borgo Pepe per la presenza di maniscalchi che provvedevano alla loro ferratura.

                        

Dall’alba al tramonto, cioè fino a quando le porte restavano aperte, c’era un gran fermento di uomini, di animali, di commerci e di operose attività artigianali. Non mancavano osterie e cantine, dove era consuetudine mangiare stufato o stocco, non senza qualche bicchiere di vino. Al tramonto, dopo il rientro degli operai, le porte si chiudevano, si smorzava lentamente il traffico degli animali e le strade si spopolavano.

      

 

 

 

La vita dei nobili era completamente diversa!

Chi non aveva impegni di lavoro si alzava nel tardo pomeriggio e, dopo aver pranzato, si dedicava ad organizzare la serata di solito in riunioni salottiere, che si tenevano a rotazione tra le varie famiglie.     Solo a tarda notte, alla luce delle lanterne ad olio, ciascuno tornava nei propri palazzi. Questo ritmo di vita si interrompeva durante l’estate, quando quasi tutte le famiglie nobili si trasferivano nei casali, dove avevano veri e propri villini rurali, per curare durante i raccolti agricoli personalmente i propri interessi.

Sono questi sicuramente gli anni più bui della nostra storia!

Belvedere non resta affatto lambita dal moto insurrezionale promosso da Tommaso Campanella, il quale partendo dalla convinzione che l’intera Calabria era priva di presidi diretti da spagnoli, era giunto il momento di liberarsi dalla “indiretta” oppressione, coinvolgendo alcuni congiurati e, contando sull’appoggio dei Turchi, presso cui aveva mandato degli emissari. Un piano, questo, sventato dallo  Amministratore regio sul lido di Crotone.

Le coste Calabresi anche dopo la storica battaglia di Lepanto 1571 che vide impegnato il nostro Cecco Pisani, continuano ad essere prese di mira dai Turchi che in questa fase capovolgono il rapporto del “compromesso” degli antichi Saraceni e si dedicano maggiormente a scorrerie piratesche con saccheggi ed anche uccisioni.

La Calabria diviene teatro ancora di rappresaglie, la paura incombe sull’intera Regione. In questi anni si annoverano le incursioni di Paola e Nicotera. Di questa ultima, ci pervengono documentati rapporti: “ L’incursione Turchesca su Nicotera nel 1638- Atti del III° Congresso Storico Calabrese- Fausto Fiorentino Editore- Napoli 1964.

 “ Da Giovan Tomaso Blanch la relazione per il Viceré:

Domenica 20 del presente all’uscita della diana 16 galere de inimici otto de Alcieri, et otto de Diserta in due luoghi di questa marina de Nicotera hanno sbarcato la soldatesca a giudizio de gli esaminati di numero de 1600 turchi in circa prima con li caicchi in un ridosso chiamato Molina vecchi et dopo con le Galeri nel scavo ordinario di detta città non essendo stati scoverti quelli caicchi salirno per due strade nella città con fare catena d’essi da quattro miglia di costiera strada tenendo con essi persone del paesi e questi per uscire innanzi alle genti che fuggessero dalla città e pigliassero il cammino di Monteleone dove han fatto la maggiore presa, l’altra strada per più breve et entrorno dentro la città, quelli che disbarcorno del scavo ordinario vennero per la strada dritta che si vieni dalla marina alla città ancorché fossero stati scoverti dalli cavallai et tirateli archibugiate che fu l’avviso che ni ebbe la città sapendo loro che quelli che andarono con li caicchi avevano avuto tempo bastante di  caminar senza essere scoverti proseguirno il loro camino et vennero  con questo a poner la  entrorno dalli tre porti sbaligiorno la città di quello poco teneano essendo luogo povero et quasi fallito brugiorno venti nove case della città et li magazeni della marina presero cento ventiquattro animi come testificano li Sindaci et deputati con lor fede  incluse in esse otto che ni ammazzarono di questi ni sventrarono sei vecchi prima che s’imbarcassero et quattro altri ni bruciarono nella marina di Brancaleone che in tutto la preda che si hanno portato, e, di cento e sei animi la maggior parte donne et figlioli avendo anco occiso alcuni animali”  

Belvedere nella Calabria Citra, forte della sua potente Rocca, non conoscerà altre incursioni dal mare, ma vivrà nel parossismo di un nuovo feudalesimo a cui non tenta di ribellarsi.

E non resterà, Belvedere, ancora dopo, lambita dai moti insurrezionali congiunti del 1647 di Napoli, Palermo, Messina, Bari, Brindisi, Randazzo, Lecce, Taranto e Cosenza.

  Dal Belloviderii pg.170 -11.2.e

 “ I Nobili e gli Ordini Religiosi erano quelli che possedevano quasi nella totalità la proprietà terriera e certamente quelli più vasti e più fertili. E’ sempre bene ricordare che i feudatari ordinariamente non abitavano nel feudo, ma nella capitale, lasciando ai propri “agenti” di fiducia, ai quali impartivano istruzioni meticolose, la gestione dei feudi. Erano spesso sostenuti da una forza militare al servizio della famiglia, che praticamente rendeva impossibile ogni rivendicazione di diritti sia per l’Università sia per la Autorità Ecclesiastica, che spesso era assoggettata alla prevaricazione dei nobili e dei servi.”

La situazione politico-sociale della città, che praticamente viveva solo della produzione del settore primario, rimane statica ancora per lungo tempo.

Per una prima modificazione dei rapporti specifici agrari, tra  possedimenti  e la conduzione dei fondi, bisogna attendere  l’avvento della Repubblica, con i patti agrari del 1973 sugli affittuari e  la mezzadria .

Sotto questo aspetto credo sia interamente da riscrivere la blasonata pretesa di molte famiglie, celebrate in modo sproporzionato ed enfatico, nello stesso “Belloviderii”, ai rappresentanti delle quali viene   chiesto:

“ di chiedere il  giusto delle tasse, di far lavorare i renitenti, di  gestire il monopolio delle colture, di esercitare il privilegio del   Foro e cioè la giurisdizione mista, di esercitare la franchigia daziaria, di procedere al reclutamento forzato della mano d’opera con remunerazione arbitraria”.

Le vicende politiche, su scala continentale Europea, registrano l’avvento della Rivoluzione Francese del 1799 e la conseguente  instaurazione della Repubblica Partenopea. Questa, dopo essersi dotata di uno Statuto, aveva costituito, con il contributo dell’inviato del Direttorio francese, commissario Abrial, i medesimi tre poteri di cui era dotata la Francia: potere legislativo, composto da 25 cittadini, potere esecutivo (Direttorio) di cinque, ministero di quattro membri.

Ma gli ideali alla base della rivoluzione francese non erano trasportabili: diverso il popolo ed i sentimenti che erano stati acquisiti nei secoli precedenti. Diversa la situazione di un re francese che era stato giustiziato ed i suoi sostenitori scomparsi o fuggiti rispetto a quella di Napoli in cui il re Ferdinando IV regnava tuttora nella vicina Sicilia, ed i suoi sostenitori, baronia e clero, impauriti di quanto era successo in Francia, erano sparsi ed attivi ovunque.

Anche i tempi di passaggio tra due opposti regimi, da assolutistico a repubblicano, erano stati diversi. A Napoli era avvenuto in pochi giorni, mentre in Francia il concetto di eguaglianza che proviene dal livello di civiltà acquisito e dalla ragione era maturato con diversi passaggi nel corso di tre anni.

Mentre i patrioti si impegnavano a difendere la libertà e l’indipendenza della Repubblica il popolo rimaneva disilluso rispetto alle iniziali attese ed, avendo inoltre notato la tracotanza della presenza francese che non rispettava la sua sensibilità, cominciò ad alimentare spontaneamente, nelle varie regioni, un movimento di guerriglia composto da sostenitori del re (realisti) che i francesi definirono brigantaggio (uguale definizione data dai Savoia al movimento di opposizione manifestatosi dopo l’unificazione d’Italia).

Le vicende che riguardano direttamente la nostra città, in questo periodo, sono raccolte mirabilmente nel Cap. 17 e 18 del “Belloviderii” e pertanto, per i fini che si propone questa pubblicazione, di arricchimento, ritengo del tutto ripetitivo qualunque altro commento. Resta ugualmente encomiabile il lavoro di Don Cono Araugio nella meticolosa raccolta delle opere d’arte che riguardano la Chiesa di Belvedere e soprattutto la, particolare e forbita, descrizione delle stesse strutture e della loro storia.

Credo vada formulato un riconoscimento unanime, nella Sua direzione, per il “coraggioso senso di apertura”, di pensiero e parola, su atti e documenti che, diversamente, il Popolo di Belvedere avrebbe per sempre ignorato. “Uno spaccato  nelle viscere della nostra storia”, che ripropone l’attualità delle scelte dei nostri antenati, delle loro passioni, delle loro aspirazioni, e le cui intense relazioni hanno comportato felici riscontri nel risultato della Città, nelle splendide architetture che l’hanno completata ed oggi la distinguono.

                                        

Evoluzione Storica Strutturale del Centro di Belvedere dal 1490, anno di Restauro Castello Angioino-Aragonese, alla fine del 1700. In giallo in sostituzione delle mura di cinte Sveve (in rosso) vengono erette le Case Palazziate del notabilato terriero a discapito del Demanio Regio stabilito da Alfonso D’Aragona. Si salvano solo i passaggi pubblici pedonali e carrai delle Porte Sveve-Angioine nelle quali si sostituiscono le inferriate a doppia mandata di controllo Sveve con un portone in legno che veniva ugualmente custodito e chiuso alla sera.

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