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BELVEDERE DAL FEUDALESIMO ALL’UNITA’ D’ITALIA (16)

La lunga Storia di Belvedere (16)

Coronato dalla ricchezza delle sue Chiese e dal superbo Castello, Belvedere giunge a completamento con l’apertura di Piazza Amellino, fuori le Porte, le strade di accesso, i raccordi interni, le gradinate, il rispetto degli slarghi con attività artigianali e di scambio commerciale, gli affacci panoramici.  Il tutto è in terra battuta! I lastricati  acciottolati completeranno il decoro dal 1930 in poi, oggi in gran parte sostituiti da altri rivestimenti.

 

                                                                                  Belvedere Piazza Amellino 1940

Belvedere pur non avendo trasudato il Municipalismo integra in modo equilibrato il rapporto fra la città Pubblica e quella Privata, rispettando, in parte, il precedente Inventario Demaniale di Alfonso D’Aragona, a tutto vantaggio di una funzionalità commerciale  ed  amministrativa.

Con l’estinzione dell’ultimo feudatario, Carlo Carafa, nel 1832 le proprietà feudali del Principe vengono vendute a nuovi soggetti, proprietari e galantuomini, stabilizzatisi nella città, quale patriziato terriero. La città si ingrandisce a discapito del Demanio! I continui atti di compravendita, comportano anche la modificazione morfologica della stessa: l’area del “Rivellino” di  Francesco  Di Giorgio Martini, a seguito dei diversi passaggi di proprietà del Castello, viene interessata dalla costruzione  di questi nuovi insediamenti “feudali” sino al suo totale assorbimento.

 

Così come, del tutto assorbite, restano le antiche “Mura Sveve” oramai soppiantate dalle fondamenta delle case dei nuovi Patrizi terrieri, non a caso, quasi tutte sorte sulla linea di queste.

 

In parte si salvano le Porte quale diritto di passaggio pubblico, rimanendo comunque, ancora oggi, di difficile identificazione per essere state soffocate ed oppresse dai successivi innalzamenti.

 

               

 

All’interno del vecchio Castrum, mirabilmente illeso nella sua peculiarità di “Borgo Medioevale”, si articolano nuove funzioni, nuovi compiti, nuovi ruoli sociali: la “forma” si adegua!

 

               

                         

               

 

In questo contesto, con la crescita della popolazione, si diversificano le occupazioni! Nei palazzi del patriziato terriero vengono realizzati ed ospitati ai piani terra, o magazzini fondachi, i primi impianti di frantoi e palmenti, oltre  le mangiatoie ed i cavalli e inoltre Depositi per raccolta di granoturco e mais, tosatura, conservazione e lavorazione della lana,  telai di tessitura.

Al primo piano nobile sorge l’abitazione, con servizi igienici a svuotamento a mano con prestazione di portantine, sino ai luoghi convenuti di invaso di maggiore portata idrica, che sono anche i punti   di lavatoio pubblico (Acquaro-Molinelle).

Un altro piano superiore destinato a cucina-soffitta con ambienti per la stagionatura dei formaggi e conservazione di scorte e provviste. La struttura abitativa viene così adeguata all’esercizio di una nuova funzione, alterando in molti casi il “Gradone Nobiliare” di accesso e sbilanciando il prospetto per via degli innalzamenti a seguito delle continue compravendite di porzioni di edifici  fra notabili di una prima borghesia  commerciale ed amministrativa.

Un controllo diretto, rigido, della capacità di produzione del contado che, durante la domenica e le festività, viene chiamato ad una “liturgia referenziale”. Il rapporto di produzione rimane un sistema misto, tra baratto e mezzadria!

 

                                           

                                                    

                                         Belvedere Centro Storico Resti di macine e locali per derrate alimentari

                                                                                    

Dal “Belloviderii” pg. 370, 21.1 (Si stabilizza la proprietà Feudale).

 “ Nella trasmissione dell’eredità attraverso l’impostazione delle relazioni matrimoniali, Belvedere ha mantenuto lo stile feudale almeno fino agli inizi del Novecento. Il matrimonio doveva essererigorosamente tra pari di censo, e doveva mantenere la proprietà di famiglia. La gran parte del patrimonio di famiglia era assegnata al primogenito, mentre per gli altri figli maschi o si creava una cappella devozionale con beneficio orientandoli alla carriera ecclesiastica, oppure si assegnavano loro parti marginali del patrimonio stesso”.

Così Belvedere, ancora per lungo tempo!

Senza avvertire le grandi scosse della politica nazionale, i grandi rivolgimenti di pensiero ed aspirazioni: quelli dei moti Carbonari del 1821, della fondazione della Giovane Italia del 1830, dei moti del 31, delle Cinque Giornate di Milano del 48 e poi la Prima Guerra di Indipendenza, della Repubblica di Roma del 49, l’Insurrezione di Venezia, la sconfitta di Novara, l’alleanza con la Francia del 59, la spedizione Garibaldina del 60 e infine la proclamazione dello Stato Unitario nel Marzo del 61, si ritrova nel Regno Unito Piemontese con le prospettive di un doppio vantaggio ancora legato alla cantieristica navale dei Borboni in via di forte sviluppo, ed alla programmazione infrastrutturale del nuovo Regno Unitario.

1)“Quando all’indomani dell’unificazione si fece il primo censimento del Regno d’Italia, si registrò nell’ex territorio borbonico un numero complessivo di occupati dell’industria pari a un milione e 189mila. Sommando gli operai di Lombardia, Piemonte e Liguria, non si arrivava che a 810mila. Nell’ex reame delle Due Sicilie, a Pietrarsa, in Campania, e a Mongiana, in Calabria, erano localizzati i due più importanti stabilimenti siderurgici della Penisola. Il solo opificio di Pietrarsa, all’avanguardia europea nelle costruzione ferroviarie, contava il doppio di addetti rispetto agli stabilimenti genovesi dell’Ansaldo. Ma già nel giro di un decennio la situazione si sarebbe più che ribaltata. E tutta l’industria del Mezzogiorno avrebbe conosciuto dapprima un forte ridimensionamento e poi la totale liquidazione. Tra i tanti contributi sul drammatico ritardo del Mezzogiorno rispetto al Settentrione, questo del giornalista campano Riccardo Scarpa si segnala per l’ampiezza di documentazione e per la nettezza con la quale, scartando senza esitazione ogni banale interpretazione culturale o peggio ancora antropologica, si individua la causa della penalizzazione in una precisa scelta di politica economica compiuta dai savoiardi già all’indomani dell’impresa di Garibaldi. In nome di una logica predatoria di sapore coloniale, essi decisero che l’apparato produttivo del Sud, per tanti versi più avanzato e competitivo, andasse smantellato a vantaggio del Nord. I dati raccolti e ordinai da Scarpa sono convincenti. E travalicano lo stretto ambito industriale. Sempre dal suddetto censimento si apprende che nel Nord per tredici milioni di cittadini c’erano 7.087 medici, mentre nel Sud ne esistevano 9.390 per nove milioni di abitanti. La flotta mercantile borbonica era la terza in Europa, e i Cantieri Reali di Castellamare costituivano l’eccellenza mondiale per la fabbricazione di navi da guerra. Cosicchè alla spoliazione delle fabbriche si aggiunse anche quella finanziaria; sempre che, come una consolidata pubblicistica va sostenendo da tempo, non fosse stato proprio il calcolo di risanare a spese altrui un bilancio disastrato il vero motivo che spinse il conte di Cavour e gli inglesi – pesantemente esposti con banche piemontesi – a progettare l’attacco al florido ma militarmente poco organizzato reame meridionale. E quanto all’agricoltura, che nel progetto piemontese avrebbe dovuto sostituire l’industria, essa non riuscì mai a decollare, non solo per la scarsezza degli investimenti ma anche per la propensione del nuovo potere – diffidente verso le plebi meridionali tanto più dopo la sanguinosa guerra contro il brigantaggio – a sostenere latifondisti per niente disposti a modernizzare la produzione coinvolgendo i contadini. Tra i tanti spunti offerti dal libro (il titolo riprende una definizione di Camillo Prampolini) c’è anche la riproposizione di un vergognoso episodio della storia nazionale: la deportazione in veri e propri lager, primo dei quali il forte di Fenestrelle, in Val Chisone, di 40mila giovani meridionali che rifiutarono d’indossare la divisa del nuovo Stato. Quasi tutti morirono per malattie o denutrizione. Una pagina sulla quale, in questi tempi di autocritiche, bisognerebbe tornare a riflettere.”

1) Riccardo Scarpa, Nordici e Sudici, prefazione di Stefano Folli, Diana edizioni, Frattamaggiore (Napoli).

Ciò che accadeva nel resto d’Italia, sostanzialmente era lo scontro tra aspirazioni diverse: I Savoia e Cavour volevano un Regno del Nord Italia, i Lombardi volevano l’autonomia e l’indipendenza, Carlo Cattaneo voleva il Federalismo dei municipi e gli Stati Uniti d’Italia, basati su tre o quattro entità territoriali confederate, Mazzini voleva la Repubblica unitaria in una Europa democratica e pacifica, Garibaldi voleva la rivoluzione popolare, l’indipendenza e l’unità conquistata dal basso, la fratellanza è un’idea del socialismo, ma voleva soprattutto l’Italia unita, fosse pure sotto Vittorio Emanuele.

L’unificazione della nazione, realizzata all’insegna del centralismo, evidenziò diverse entità economiche che vedevano le regioni del Nord proiettarsi in un processo di modernizzazione volto a sviluppare il settore industriale attraverso la meccanizzazione dei processi produttivi ed investimenti nel settore delle infrastrutture (ferrovie, strade, canali). L’agricoltura padana era evoluta e le aziende erano gestite da impresari capaci di integrare le coltivazioni con allevamenti di bestiame e caseifici.

Nelle regioni centro – appenniniche permaneva una distribuzione equilibrata della proprietà che, coltivata in mezzadria, si affidava a metodi tradizionali, corretti con procedimenti di coltivazione aggiornati ma sobri, e produceva quanto necessario.

Differente era la condizione vissuta dalle regioni del Sud.

 A parte alcune limitate zone privilegiate coltivate ad agrumi, in agricoltura si evidenziavano i contrasti tipici del sottosviluppo dove, accanto ad immensi latifondi prevalentemente sterili in cui l’agricoltura era incredibilmente misera, esisteva una piccola proprietà sminuzzata in inadeguati appezzamenti che utilizzavano solo concimi naturali, mezzi rudimentali (aratro a chiodo) e, non applicando la rotazione agraria, ottenevano raccolti insufficienti anche nelle annate normali.

Nella prima metà del Settecento la Calabria si avviava ad un periodo di riforme, sotto l’amministrazione di Carlo III° di Borbone (salito sul trono di Napoli nel 1743). L’attività lavorativa che sembrava godere di una fase di ripresa, soprattutto nell’industria della seta e nella lavorazione del legname, nella seconda metà del secolo entrò in crisi. Le critiche condizioni della società furono aggravate dalle calamità naturali che si abbatterono sulla regione, soprattutto nelle sue zone meridionali.

Nel 1783 un tremendo terremoto causò danni irreparabili a molti paesi. I raccolti agricoli andarono persi; i fiumi strariparono e inondarono terre e villaggi; la popolazione versava in condizioni di indigenza veramente spaventose. Il governo borbonico per porre riparo a tale situazione istituì la “cassa sacra”. Tale istituzione aveva il compito di requisire i beni appartenenti alla Chiesa e, rivendendoli, utilizzare i fondi per costruire strade e bonificare le terre paludose. Si intendeva venire incontro alle necessità delle masse contadine anche con una riduzione delle tasse e l’assegnazione di un pezzo di terra da coltivare per sopravvivere.

La “cassa sacra” tendeva ad eliminare il latifondo ecclesiastico ed a favorire le classi meno abbienti, ma finì per avvantaggiare la classe borghese (i galantuomini). Cominciò così ad acuirsi la profonda frattura tra la classe borghese, sempre più emergente, e quella dei contadini che alla fine del settecento porterà a sanguinosi scontri.

Nell’agosto 1806 fu emanata la Legge sulla eversione della feudalità.

LEGGE EVERSIVA DELLA FEUDALITA’ – 2 AGOSTO 1806

 1 – La feudalità con tutte le sue attribuzioni resta abolita. Tutte le giurisdizioni baronali e i proventi annessi sono integrati alla sovranità.

 2 – Tutte le città, terre e castelli, abolita qualunque differenza, sono sottoposte alla comune legge del Regno.

 3 – I fondi e le rendite feudali sono soggetti a tutti i tributi come ogni altro fondo o rendita.

 4 – Sono abolite tutte le angherie, la parangarie ed ogni altra prestazione o servigio che i feudatari solevano riscuotere dalle popolazioni.

 5 – Sono del pari aboliti tutti i diritti proibitivi, i diritti di pesca, “bagliva”, scannaggio ed altri. Solo lo stato può fare concessioni o stabilire privative.

6 – I demani feudali restano agli attuali possessori, e così pure i cittadini continueranno a godere degli usi civici su di essi costituti, fino a quando una legge non ne ordinerà la divisione fra ex feudatario e cittadino, in base al valore dei rispettivi diritti.

Per derimere le immancabili controversie fra feudatari e Stato e fra feudatari e Comuni, viene costituita la Commissione Feudale, con sede in Napoli”.(5)

Tale Legge antifeudale prevedeva l’abolizione dei privilegi dei baroni, lasciando agli stessi il possesso delle loro terre, inoltre attribuiva ai Comuni le parti di feudo – boschi e pascoli- su cui le popolazioni esercitavano gli usi gratuiti di semina, pascolo e raccolta di legna da ardere. I baroni-feudatari, privati degli antichi privilegi, divennero semplici proprietari delle loro terre. Così fu avviata la divisione delle terre demaniali tra feudatari e Comuni e la distribuzione da parte di quest’ultimi ai contadini che erano tenuti a pagare un canone annuo. Molti contadini, però, non avendo i mezzi necessari, furono costretti a vendere la terra loro assegnata ai più ricchi , che intanto arbitrariamente avevano usurpato vaste zone di demanio comunale.

La legge dei Napoleonidi non eliminò l’accentramento della proprietà terriera nelle mani di poche famiglie, ma fece scomparire la classe dei baroni, come ceto. In realtà questa forza sociale, insieme al clero ed alla nuova borghesia -notai, medici, avvocati – sopravvivrà ancora e condizionerà gli sviluppi e le trasformazioni della società meridionale. Il governo francese riformò anche l’amministrazione fiscale, introducendo l’imposta fondiaria; e nel gennaio 1809 emanò un nuovo codice penale. Ma una delle più significative riforme amministrative riguardò la suddivisione del Regno.

La suddivisione amministrativa e giurisdizionale della Calabria, disposta dai Francesi nel 1806, comprendeva: la Provincia di Calabria Citra (il territorio più vicino a Napoli) e la Provincia di Calabria Ultra (più distante dalla capitale del Regno). Il confine era segnato dal corso dei fiumi Neto (sulla costa ionica presso Crotone) e Savuto sul Tirreno.

La Provincia “Citeriore”  comprendeva:1 – il Distretto di Cosenza con 142 Comuni; 2 – il Distretto di Castrovillari con 52 Comuni; 3 – il Distretto di Paola con 52 Comuni; 4 – il Distretto di Rossano con 38 Comuni.

La suddivisione delle due province fu imposta dalla corte di Napoli soprattutto per ragioni fiscali ed amministrative. Ma con il ritorno dei Borboni sul trono di Napoli nel 1816 la Regione fu divisa in tre Province: 1 – Calabria Citeriore con capitale Cosenza; 2 – Calabria Ulteriore I° con capitale Reggio; 3 – Calabria Ulteriore II° con capitale Catanzaro.

Ai centri capoluogo di Provincia spettava l’amministrazione delle finanze, del commercio, della sicurezza pubblica.

Si organizzavano i Consigli comunali; “i Comuni venivano dotati di un Sindaco e di una giunta (il corpo di Città), i cui membri venivano scelti fra una ristretta élite di proprietari terrieri e di professionisti. Le riforme dei Francesi non ottennero i risultati sperati, soprattutto in seguito alla politica dei Borboni, che vennero restaurati sul trono di Napoli nel 1816 e vi resteranno fino all’arrivo di Garibaldi nell’agosto 1860.

Gli anni che precedettero l’Unificazione della penisola fecero registrare un incremento della popolazione calabra che da 805.042(censimento del 1816) passò a 1.206.302 abitanti (censimento del 1861).

La popolazione aumentava; si incrementavano i centri urbani; venivano dissodate vaste estensioni di boschi e coltivate a frumento. Progrediva nella Regione inoltre la coltivazione dell’ulivo, della vite e del gelso; e si diffondeva l’allevamento del bestiame. Chi si dedicava a questa attività prendeva in fitto vaste estensioni di terra per poter lasciare al pascolo le sue mandrie. All’aumento della popolazione corrispose una maggiore richiesta di prodotti agricoli; ma le tecniche produttive non subirono innovazioni e la produttività non accelerò il suo ritmo. I contadini molto spesso furono costretti a vendere il proprio fondo ed a prestare la loro opera come salariati. Furono anni terribili in cui il bracciante spesso non trovava lavoro, se non durante i periodi di semina e raccolto, e riceveva un salario che non bastava a sostentare la propria famiglia.

E mentre nell’Italia settentrionale decollava l’industria, l’economia calabrese crollava sotto il peso della precipitosa caduta dei prezzi del vino e dell’olio in particolare e dei cereali. La miseria e la povertà dilaganti alimentarono il malcontento delle popolazioni nei confronti della monarchia borbonica. In breve tempo sorsero circoli e comitati per dibattere i problemi più urgenti, dietro la spinta delle nuove idee di libertà e di progresso, per preparare le masse alle dottrine liberali. Molto efficienti furono i Comitati di Salute Pubblica di Castrovillari, Cassano, San Demetrio e Rossano.

Ma gli avvenimenti di rivolta di quegli anni erano, infatti, destinati a fallire, per il fatto che i protagonisti erano gruppi di uomini male organizzati nel coordinare le loro azioni, senza precisi programmi, che non ebbero l’appoggio delle masse. Sotto le armi borboniche caddero tra gli altri i valorosi fratelli Bandiera, giustiziati a Cosenza il 25 luglio 1844.

Nonostante nelle Province di Calabria Citra molti furono i processi e le condanne a morte dei rivoluzionari, era prossima la fine della dinastia borbonica. Anche in Calabria si respirava aria risorgimentale: le lotte e le ribellioni continuarono fino all’agosto del 1860 quando le truppe guidate da Garibaldi liberarono la regione.

Era diffuso l’analfabetismo che, puntello del precedente regime, superava il 90% ed era prettamente agricolo. Rispetto alle altre regioni  più organizzate dal punto di vista agricolo ed industriale, il Meridione preunitario era soggetto ad una moderata pressione fiscale ed i prezzi dei generi alimentari, per evitare l’esplosione della protesta popolare, erano accortamente mantenuti bassi, perché compensati dalle rendite dei vasti beni demaniali in mano pubblica che contribuivano a mantenere a livelli trascurabili il debito del bilancio.

Questo sintomo di un male profondo ed antico, con tutto il carattere disperato che lo sosteneva, aveva trovato alimento nell’imposizione delle leggi Piemontesi, estranee al sentire della gente, che non tardò alla ribellione  attraverso la guerra civile del “brigantaggio”.

Tutto, senza che i nuovi amministratori tentassero di arrestare la diffusa corruzione e di modificare i privilegi imperanti di cui godevano le poche famiglie vicine ai palazzi del potere, in grado di ripartire in ambito familiare le cariche gestionali con cui si poteva influenzare la somministrazione della giustizia ed usurpare impunemente le terre demaniali, facendo rinascere un nuovo feudalesimo.

Il Mezzogiorno si presentava con il volto di una società arretrata e dominata da una profonda inquietudine, assuefatta per secoli a ritmi indolenti, a sdegnare la trafila burocratica per affidarsi a procedure che consentivano transiti obliqui e maniere affidate a scappatoie. I grandi centri cittadini erano pochi, il commercio scarso ed ancora minore lo sviluppo industriale.

Le strutture industriali, tessile e siderurgico, erano concentrate rispettivamente a Salerno e nella provincia di Napoli dove si costruivano caldaie a vapore per attrezzare locomotive e piroscafi che avevano potenziato la terza flotta mercantile (quella borbonica) più potente in Europa (dopo Inghilterra e Francia) per numero di navi e tonnellaggio.

Nel meridione, infatti il trasporto di materie prime di estrazione (solfo) o di coltivazione (frumento ed agrumi), favorito da un ampio sviluppo costiero e da regime daziario protezionistico nei riguardi delle merci d’importazione, continuava ad avvenire, come nei secoli precedenti, per via marittima.

La rete ferroviaria era circoscritta a quel primo tronco (Napoli – Portici) inaugurato nel 1839, mentre nel frattempo, il Nord si era dotato di una rete di duemila chilometri. In molte zone, per la scarsezza di denaro, gli scambi avvenivano in natura ed era generalizzata la riluttanza agli investimenti in migliorie agricole ed altre attività produttive.

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