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BELVEDERE DALL’UNITA’ ALLA REPUBBLICA.(17)

La lunga Storia di Belvedere (17)

Belvedere si riaffida a Capo Tirone.

 

              

La nostra Regione, annessa al regno d’Italia dominato dai Savoia, si trovò immersa in gravi difficoltà. Con l’abolizione delle protezionistiche tariffe doganali, le medie e piccole industrie furono costrette a chiudere. Riguardo all’amministrazione statale, abolita la corte di Napoli, le più alte cariche amministrative erano ricoperte da piemontesi, ignari delle realtà meridionali, che le popolazioni del sud guardavano con diffidenza. Nei primi anni post-unitari, sciolto l’esercito borbonico, molti uomini tornavano a casa disoccupati e con sempre maggiore bisogno di lavorare, oppressi da esose tasse.

Nacque in questo periodo la lunga e sanguinosa protesta delle popolazioni che va sotto il nome di “Brigantaggio”, un fenomeno storico assai complesso. Sempre più numerose bande di briganti, appoggiate dalle masse contadine e protette dalla Chiesa, animate da un senso di giustizia sociale, si davano alla macchia. Intanto il Re Francesco II° di Borbone fomentava la rivolta popolare con la speranza di tornare sul trono.

Già da qualche secolo la Calabria si era caratterizzata per l’azione di dissenso politico verso i precedenti governi da parte di alcuni briganti, braccianti poveri, che, spinti dalla fame, saccheggiavano e derubavano nelle proprietà dei ricchi. Col passare del tempo il fenomeno si ingigantì tanto che nella sola provincia di Cosenza si contavano più di mille briganti. A nulla erano servite le leggi repressive emanate con l’intento di distruggere completamente le bande che infestavano alcune province.

Nel 1863 fu emanata la “Legge Pica” che impegnava quasi la metà dell’esercito italiano per la repressione del brigantaggio. E così il nuovo Stato unitario appariva agli occhi delle masse meridionali come uno stato fortemente repressivo e fiscalista al quale guardare  con sfiducia. Si acuì in questo periodo una netta separazione tra popolo e istituzioni e si andò sempre più rafforzando il legame tra questo e le grandi famiglie proprietarie.

Il governo della Italia unita con la sua politica liberale favorì lo sviluppo dell’agricoltura meridionale. L’olio e gli agrumi della Calabria  venivano richiesti dai mercati internazionali, ma gli agricoltori si dimostravano poco capaci di commerciare i loro prodotti in altre regioni italiane o addirittura all’estero. Sin dalla restaurazione borbonica la cerealicoltura aveva ceduto il passo alla coltura degli ulivi e degli alberi da frutta. Ma il lavoro agricolo non era l’unica occupazione delle popolazioni meridionali nel secolo scorso. Le donne si occupavano della filatura e della tessitura della lana, del lino e del cotone, della manifattura della seta, dando vita a piccole industrie manifatturiere, a conduzione familiare.

Nel nostro distretto  si produceva in abbondanza cotone, lino e seta. Abbondante era la produzione di olio, vino e cereali a Cassano e Castrovillari dove esistevano molini e frantoi idraulici. A Mormanno c’erano concerie di cuoio; fabbriche di panni a Morano e di stoviglie a Cassano; fabbriche di liquirizia a San Lorenzo del Vallo, di candele a Mormanno; vi era uno stabilimento per la brillatura del riso a Cassano; ad Altomonte esisteva uno stabilimento di vini e liquori che esportava in Europa e persino in America. A Lungro ancora il sale.

Nella II° metà dell’Ottocento la Calabria possedeva industrie metalmeccaniche che producevano attrezzature agricole, torchi e ruote dentate necessari al settore tessile. Seppure di portata artigianale e familiare, localizzata in alcune aree, l’industria meridionale a quel tempo non era di molto inferiore a quella settentrionale. Ma col passare del tempo il divario andò acuendosi soprattutto perché le grandi famiglie preferivano investire i loro capitali in altri settori, meno rischiosi di quello industriale. Anche la posizione geografica della regione, la limitata rete stradale e la politica inadeguata dello Stato unitario pesarono sull’arresto della crescita industriale delle nostre zone.

Le piccole imprese, esposte alle tariffe libero-scambiste e sottratte agli sgravi ed alle facilitazioni che avevano concesso i Borboni, furono costrette a chiudere o a subire ridimensionamenti. E così, col declino dell’industria serica, grandi estensioni di gelsi furono tagliate e coltivate a frutteti. Non bisogna, inoltre, dimenticare che le amministrazioni locali a quell’epoca non favorirono le attività imprenditoriali e non sopperirono attivamente alla mancanza di strade e di strutture efficienti, capaci di portare la regione verso lo sviluppo industriale.

Belvedere godendo della sua felice posizione geografica naturale sembra anche in questo caso andare controcorrente.

Per tutto l’800, con le navi a vapore, è ancora il piccolo attracco che consentirà lo scambio commerciale del cedro, del baco da seta, del legno, della ceramica con l’area Amalfitana e Salernitana, prima che la caduta postunitaria delle barriere doganali e l’abbandono del protezionismo industriale provocasse la scomparsa delle industrie che operavano in regime di autarchia: quelle siderurgiche di Napoli, soppiantata dall’Ansaldo di Genova, ed i cotonifici di Salerno da quelle liguri e lombarde che producevano a minor costo. L’inflessione del commercio che ne conseguì non provocò l’interruzione di questo salutare rapporto proprio per la qualità dell’offerta di mercanzia: caffè, zucchero, pasta, alcool, maioliche, stoffe, seta, cotone, in cambio di legname, olio, agrumi col cedro, canna da zucchero, fichi, baco da seta, e non ultimo il sale di Lungro. Con decreto del 5.9.1815 fu istituita a Belvedere una dogana di cabotaggio, poi dichiarata di prima classe, in seguito variata alla terza e, infine, alla seconda, mentre, nel 1816, la cittadina veniva dichiarata sede di Sindacato marittimo di prima classe e, nel 1818, gli abitanti furono ammessi alla leva marittima e, con decreto del 1820, vi fu costituita una Brigata a piedi del Corpo di Gendarmi Reali.

MARINA DI BELVEDERE
Foto risalente alla fine dell’Ottocento prima dell’avvento della Costruzione della Ferrovia e della Strada Nazionale SS 18. Pescherecci tirati a secco sull’ampia spiaggia antistante Palazzo Leo e Torrione Spagnolo.
 
Ingrandimento della foto con in evidenza il rapporto dimensionale fra i Pescherecci e gli uomini sottostanti i medesimi.

Nota: La miniera di Lungro fu una delle più importanti d’Europa, già conosciuta dai coloni greci di Sibari e di Thurii, poi dai romani di Copia, località queste prossime al bacino salifero. Ne fa cenno Plinio il Vecchio (24 d.C.) nella sua opera “Naturalis Historie”, avendola visitata, si dice, quale prefetto, essendo di stanza con la flotta romana a Capo Misseno. Sia i sibariti che i romani la sfruttarono, dando forma ad un fiorente commercio del salgemma che era trasportato, con i mezzi di allora, lungo sentieri montani che dalla pianura sibarita raggiungevano le coste tirreniche da Belvedere a Scalea, e da qui con le navi verso Roma imperiale. Allora le navi, attraversando il “biondo” Tevere attraccavano al molo dell’Isola Tiberina. Ad avvalorare questa ipotesi, conforta non solo il riferimento al naturalista Plinio ma anche il fatto che nei pressi di Lungro sembra che si siano riscontrate tracce di resti della prima età del ferro, ellenistici e romani.

(Cnf. Vincenzo Perrone, Evoluzione del sistema viario antico tra il Pollino e la Piana di Castrovillari, con nota di Floriana Cantarelli, edizioni “il Coscile”, Castrovillari, 1996).

“I Normanni, durante la loro permanenza in Calabria, impararono a lavorare gli insaccati di maiale salandoli col salgemma che ricavavano dalla miniera naturale di Lungro. Il salgemma era trasportato a dorso di mulo in pezzi anche da 50 Kg, usando diversi sentieri di montagna che si chiamavano “salarie”. “Un’autostrada del tempo andato, lungo la quale sono transitati tonnellate di salgemma che, dalla Salina di Lungro, rifornivano i porti della costa per poi essere distribuite in tutta Italia

(Cnf. Emanuele Pisarra, A piedi sul Pollino, Ediz. Prometeo, Castrovillari) 2001:

“ I sentieri che s’inerpicano sull’altipiano, meglio conosciuto come dello Scalone, seguono meravigliose vallate tra lussureggianti faggete e vasti pianori, costeggiando talvolta i corsi dei torrenti ricchi di fresche acque. Questi luoghi colpirono l’attenzione di alcuni viaggiatori stranieri del Gran Tour, come Duret de Tavel, un brillante ufficiale francese, componente delle Commissioni militari in Calabria nel 1808. In una delle lettere, indirizzate al padre del 31 agosto 1810, racconta del suo viaggio da Belvedere Marittimo a Lungro, attraverso i percorsi di montagna. Un viaggio non certo agevole, anche per noi oggi, se percorriamo la strada istmica ex SS 105. Lasciamo all’ufficiale francese la descrizione”:

A Belvedere abbandonammo la costa, dopo avere distaccato una compagnia che doveva occupare la batteria di Cirella, un paesino situato qualche miglio più a nord. Proseguimmo attraverso delle alte montagne coperte di fitte foreste e solcate da profonde vallate. Questa parte della Calabria è una vasta landa abbandonata agli uccelli predatori, ai lupi e ai cinghiali e attraversata da sentieri coperti da un fogliame che non permette ai raggi del sole di penetrarvi. Dopo aver percorso venticinque miglia in questa zona singolarmente pittoresca, arrivammo al villaggio di Lungro, presso il quale esiste una miniera di salgemma sfruttata senza intelligenza e senza profitto, e che invece potrebbe essere di grande utilità per la Calabria e procurare un’entrata considerevole per il governo”.

In seguito al riordinamento voluto da Gioacchino Murat e viste le condizioni della miniera, nel 1811 vi fu collocato il mineralogista Melograni, Ispettore delle Acque e Foreste e, negli anni a venire si intese organizzare in maniera sistematica sia l’estrazione sia il commercio del sale.”

Belvedere si organizzò oltre che con i magazzini depositi di Via Gafaro, con quelli del Consorzio e con la “Bettola Locanda” tipica spagnola del Torrione. L’Attracco di Capo Tirone fu dichiarato approdo di IV categoria e fu interessato da navigazione a vapore anche per passeggeri. L’autorizzazione del 2 Dicembre 1823 vide la prima nave passeggeri toccare il nostro Lido in successione a quello di Scalea, Amantea, Pizzo, Scilla e quindi la Sicilia. Lo stesso itinerario assicurava i servizi merci con golette con motore 200HP, con ruote a pala sulle fiancate, velocità 16 nodi, lunghezza 35 mt e con dislocamento di circa 25 tonnellate. I battelli a vapore venivano costruiti nelle officine di Pietrarsa di Napoli.

                  Belvedere. Il Ferdinando I° in navigazione.Profilo e Sezione del Ferdinando I° (Napoli-Museo Nautico)

Un salutare contagio! Lentamente ma progressivamente, nella Città di Belvedere, nasce una borghesia imprenditoriale. I contatti con commercianti Amalfitani e Livornesi sul piano economico-sociale sono dirompenti. A ridosso dello stesso Centro Abitato, Borgo Antonio Pepe e Rocca, nelle fornaci artigianali si intensificano le attività dell’argilla con lavorazione di orci, coppi, giare e vasi di contenimento a supporto delle attività agricole. Viene impiantata una fornace industriale per laterizi nello spazio, poi destinato al Consorzio Agrario, alla Marina! Si aprono altri magazzini per le attività di canestrai, di lavoratori del rame, di maniscalchi e fabbro ferrai, di falegnami e di calzolai. Il pane è prodotto in poche case, abbondano fichi ed uva appassita, mentre il caffè e lo zucchero, restano un lusso. Il vecchio Contado che circonda il Belvedere si ripopola! Le abitazioni in parte sono ancora una convivenza con gli animali, vacche e capre. I suini appena fuori; i cavalli sono tutti nel centro abitato, vi resteranno sino alla metà degli anni 1950. Il trasporto interno viene assicurato dal traino con asini e carro con ruote a raggiera e cerchione ferrato. Il commercio ripropone i tradizionali prodotti: il Baco da Seta trasferito per comodità negli appositi magazzini in località Marina di Via Gafaro pronto per l’imbarco; il Legname (commercio presente fino agli anni quaranta del 900 con uso di teleferica dallo stesso Capo Tirone), e quello del ritrovato interessamento per il Cedro di comunità ebraiche Livornesi. Il sale, i tabacchi, e lo stoccafisso accedono al dettaglio del consumo giornaliero.

Foto della Marina risalenti agli inizi degli anni 40 del XIX° sec. dalle quali si evince la conservazione dei tetti a padiglione tipico delle fornaci industriali di  laterizi (attività antecedente all’utilizzazione delle stesse come Consorzio Agrario istituito proprio negli anni 40 del secolo scorso)

                                                 

                           

Si aprono altri magazzini per le attività di canestrai, di lavoratori del rame, di maniscalchi e fabbro ferrai, di falegnami e di calzolai. Il pane è prodotto in poche case, abbondano fichi ed uva appassita, mentre il caffè e lo zucchero, restano un lusso. Il vecchio Contado che circonda il Belvedere si ripopola! Le abitazioni in parte sono ancora una convivenza con gli animali, vacche e capre. I suini appena fuori; i cavalli sono tutti nel centro abitato, vi resteranno sino alla metà degli anni 1950. Il trasporto interno viene assicurato dal traino con asini e carro con ruote a raggiera e cerchione ferrato. Belvedere viene sfiorata appena dall’emigrazione, prevalentemente Americana, di fine ed inizio secolo XVIII°-XIX°. La stessa sarà marcatamente più interessata da quella registratasi dopo la Prima Guerra Mondiale degli anni 20-50 in direzione dei paesi Sud Americani di Argentina e Brasile.

  

Nelle foto: Nonno Francesco Scannavino, di famiglia di origine Amalfitana trasferitasi a Belvedere a seguito dei salutari contagi commerciali, emigrato ma rientrato dal Brasile ad inizio 900 e la moglie Nonna Carolina Campilongo alle prese con la saliera del sale di Lungro. A destra i bagni estivi degli anni 20 del secolo scorso 1900.
Nota: La situazione della Calabria alla fine dell’Ottocento si presentava tra le più critiche del Meridione; e la risposta a questa grave crisi fu l’emigrazione transoceanica. Dal 1880 in poi ogni giorno i paesi del circondario avevano visto partire decine di uomini in cerca di lavoro nelle Americhe.
Contadini, agricoltori, artigiani senza lavoro si indebitavano per racimolare i soldi necessari per il viaggio verso l’Argentina, il Brasile, gli Stati Uniti e l’Uruguai. Il flusso migratorio aumentò progressivamente fino a raggiungere le 715.000 unità circa nel primo  decennio del Novecento. La grande emigrazione incise, oltre che nel tessuto sociale delle popolazioni calabresi, in quello economico. Al venir meno delle braccia maschili, corrispose un aumento del lavoro femminile nella conduzione in proprio dei terreni ed un incremento della manodopera minorile. Intanto gli “americani” inviavano i loro guadagni alle famiglie rimaste nei luoghi di origine. Qui parte di quei soldi veniva messa da parte per poter comprare un appezzamento di terreno o per iniziare, al rientro in patria, una attività commerciale più remunerativa di quella agricola della quale gli emigrati da anni si erano disamorati.
Intanto mutavano idee, abitudini di vita, costumi e le rimesse degli emigrati creavano nuove opportunità d’investimento. Dalla grande crisi agraria di fine Ottocento non prese origine solo il fenomeno dell’emigrazione, ma iniziò a muovere i primi passi il movimento contadino. La speranza di riscatto delle masse meridionali era riposta nel futuro progresso, nel socialismo che in quegli anni cominciava a diffondersi anche nelle campagne.
Nuove realtà sociali si affacciavano sulla scena politica; i ceti popolari, da sempre esclusi, cominciavano a partecipare alla vita pubblica, grazie soprattutto alla riforma elettorale del 1882 che consentiva a chi sapeva leggere e scrivere ed aveva assolto il servizio militare di votare. L’allargamento del suffragio politico era notevole anche in Calabria: gli elettori passavano da 23 mila a 70 mila.
Con l’avanzata della Sinistra cominciavano a diffondersi le prime aggregazioni sindacali, le leghe contadine e ad emergere, dopo le Elezioni politiche del 1909, uomini nuovi, professionisti, non più appartenenti a famiglie di grandi e medi proprietari terrieri, come in passato. Accanto ai primi nuclei socialisti, formati da avvocati, medici, studenti, con qualche infiltrazione contadina, andavano organizzandosi anche leghe di estrazione cattolica. La partecipazione cattolica alle lotte amministrative era guidata da ecclesiastici, tra i quali don Carlo de Cardona. Pur tra i dissensi e i contrasti questi nuclei socialisti e le leghe “bianche” si impegnavano in una lunga lotta per la trasformazione delle condizioni economiche e sociali della regione.
Nonostante il governo, guidato da Giolitti, aveva preso delle importanti iniziative legislative a favore del Meridione: sgravi fiscali, agevolazioni finanziarie per opere pubbliche, tuttavia le condizioni delle popolazioni calabresi erano critiche. Il terremoto che si era furiosamente abbattuto sul territorio cosentino l’otto settembre 1905 attirò l’attenzione del governo centrale che inviò l’allora ministro dei Lavori pubblici, on. Ferraris, a constatare le reali condizioni delle zone colpite dal sisma. Dopo l’inchiesta, lo Stato si assunse il carico delle spese necessarie al ripristino delle strade e delle ferrovie disastrate; creò, inoltre, l’Istituto Autonomo “Vittorio Emanuele III°” per la concessione di crediti agevolati per gli agricoltori e stabilì la concessione di mutui ai cittadini per ristrutturare le abitazioni danneggiate. Ingiustizie, speculazioni e ritardi sulla assegnazione dei fondi per la ricostruzione dei paesi colpiti dal terremoto, fecero sì che la Legge speciale per la Calabria rimanesse sulla carta; le popolazioni, disperate, cominciarono a dare segni di insofferenza. Il 13 febbraio di quell’anno a Firmo ci fu una sollevazione popolare contro le imposte, sedata dai carabinieri; a Lungro furono occupati gli uffici del Comune; anche a Saracena, a Spezzano, a Castrovillari, a Verbicaro ed in altri centri della provincia ci furono sollevazioni popolari contro il governo giolittiano. Tali fatti richiamarono l’attenzione del governo nazionale e della stampa sulle arretrate condizioni della Calabria.
Dall’Inchiesta parlamentare dell’on. Nitti, del 1910, si ha un quadro della situazione delle popolazioni rurali e urbane nella provincia di Cosenza nei primi 20 anni del ’900.
 Nel circondario di Paola nel 1904 erano coltivati ad avena 10.831 ettari di terreno. Inoltre si coltivavano granturco, patate ed altri cereali. La maggior parte dei terreni restavano a pascolo e a boschi; e 25mila ettari erano coltivati a uliveti. Era altresì in espansione la coltura degli agrumi, della vite e dei fichi. La maggior parte di questi prodotti andava a soddisfare il consumo della popolazione che versava in condizioni disperate. In quegli anni i fichi secchi ed il pane di granturco o di segala erano alla base dell’alimentazione quotidiana dei contadini. A sera, stanchi del lavoro nei campi, si cibavano di una minestra di verdure, di patate o legumi. Le famiglie più benestanti, che allevavano il maiale, facevano provvista per tutto l’anno di grasso da usare come condimento per le pietanze e di carne salata e insaccata. Questa, tuttavia, era consumata solo nei giorni di festa solenne.
In tempi di carestia e di disoccupazione c’era chi si accontentava di mangiare solo pane o erbe selvatiche cotte con poco condimento e chi poteva permettersi di variare il suo regime alimentare, consumando pane, pasta, formaggio, frutta e quanto poteva produrre nel suo podere. Le condizioni più misere le subiva la popolazione che era costretta a ricorrere al mercato per l’acquisto dei beni di prima necessità, dato l’aumento dei prezzi. Alla vigilia della grande guerra un chilo di pane costava, infatti, 50 centesimi; la carne di maiale 2 Lire al Kg; un litro di olio Lire 2,20 ed un litro di vino Lire 3,70. Il salario di un bracciante era di 2 lire al giorno; 60 centesimi percepivano le donne ed i ragazzi. Scarseggiavano zucchero, caffè e birra, generi entrati in uso, grazie agli emigranti, tra i ceti medi della popolazione.
Il fenomeno dell’emigrazione comporta comunque un calo dell’analfabetismo al di sotto dell’80% della popolazione e un certo progresso era stato compiuto anche nel settore della viabilità: la regione disponeva di 4.400 Km. di strade carreggiabili; ma era stata fatta cosa modesta, se i Comuni della Provincia erano in maggioranza collegati da strade sterrate in pessimo stato di manutenzione, difficili da percorrere durante i mesi piovosi. Negli anni bui della guerra (1915-18) la popolazione patì la fame per la mancanza dei generi di prima necessità. La produzione del grano era diminuita per il richiamo alle armi degli uomini; mancava la farina ed il prezzo della pasta aumentò da £ 0,88 a 1 £ al Kg. All’enorme fabbisogno, insoddisfatto da frodi ed accaparramenti, la popolazione rispose con insurrezioni in vari paesi. Contro il carovita nel 1917 centinaia di donne scendevano in piazza a manifestare il loro malcontento ad Oriolo, a Mormanno, a Morano e a Castrovillari, dove circa 500, donne occuparono il Municipio. Alla fine di quel duro anno di guerra il blocco totale dei trasporti impediva l’entrata delle scorte alimentari nella regione, gettando le popolazioni nella disperazione della fame. Di fronte all’infuriare del carovita le popolazioni scesero in piazza, saccheggiando case e negozi, irrompendo nei municipi e appiccando incendi. Il 1919 fu l’anno cruciale delle rivolte. In gennaio la forza pubblica dovette intervenire per sedare le dimostrazioni della folla a Lungro, Cassano, Castrovillari ed in altri centri della Provincia. Il 27 luglio a Sant’Agata d’Esaro oltre 300 persone, in maggioranza donne, armate di accette, coltelli e bastoni, avevano scassinato 3 negozi di tessuti e uno di utensili di rame. Il 23 gennaio la Confederazione generale del Lavoro proclamò uno sciopero nazionale contro il carovita. Nell’immediato dopoguerra questa situazione di disagio andava acuendosi con il ritorno dei reduci dal fronte. Le masse contadine, che avevano costituito il grosso dell’esercito combattente ed erano partite nonostante la loro opposizione all’intervento in guerra, al loro ritorno in patria non videro soddisfatta nessuna delle promesse da parte dei governanti, prima fra tutte l’assegnazione di un “pezzo di terra”.
Con il Decreto Visocchi del 2 settembre 1919 il governo riconobbe ai contadini poveri, organizzati in cooperative, il diritto di occupare le terre incolte o mal coltivate dei grandi proprietari, latifondisti, usurpatori di terre demaniali. Ma per i ritardi di applicazione del Decreto, i contadini iniziarono una lotta accanita, repressa spesso con le armi, contro i grandi proprietari, occupando le terre incolte. Le masse contadine capirono che era necessario organizzare e condurre con sistematicità la lotta che si presentava dura e difficile. Fu allora che sorsero tante diverse forme di organizzazione, di movimenti contadini in varie zone d’Italia, spesso non coordinati tra loro, ma appoggiati dai gruppi politici emergenti in quegli anni. La prima organizzazione a lottare per la conquista dei contratti collettivi fu la “Federazione nazionale dei lavoratori della terra”, aderente alla Confederazione generale del Lavoro, che contava 1.145.000 iscritti, operai agricoli, mezzadri, piccoli affittuari di tendenza socialista. Di tendenza cattolica, alle dipendenze del Partito Popolare (fondato nel ’19 da don Luigi Sturzo) era la “Confederazione italiana dei lavoratori”, mezzadri, piccoli proprietari, agricoltori, con 945.000 iscritti. Poi si era costituita la “Confederazione italiana del Lavoro” di tendenza repubblicana, con 60.000 iscritti ed inoltre “L’Associazione nazionale degli ex combattenti”, attiva soprattutto nel Meridione dove assunse il carattere di vera e propria organizzazione contadina.
Con le Elezioni amministrative parziali del 1919 e quelle generali del ’20 la borghesia fondiaria fu disfatta completamente e le masse contadine, sempre più emergenti e politicizzate, fecero importanti conquiste. Ai piccoli affittuari ed ai coloni vennero riconosciuti i “contratti collettivi”. I proprietari rinunciavano ad imporre contratti individuali e scendevano a patti con i contadini. Erano abolite le odiose forme di sfruttamento, i privilegi padronali ed il feudale contratto di “terzeria”. Con il sistema di terzeria i proprietari imponevano al colono il tipo di prodotto da coltivare nelle loro terre e non affrontavano spesa alcuna, in quanto concime e sementi erano a carico del contadino. Al momento del raccolto il proprietario prendeva i due terzi del prodotto e lasciava al contadino solo un terzo, insufficiente a sfamare  la famiglia. Vennero aboliti anche gli “usi” di fornire giornate lavorative, senza retribuzione, nelle terre del proprietario, di portare al padrone ogni settimana un certo numero di uova e galline, inoltre venne abolita la somma per il fitto della casa colonica. Con i nuovi contratti , soprattutto di mezzadria, il contadino divideva a metà le spese con il proprietario del fondo che coltivava e spartiva il raccolto. I lavoratori agricoli, salariati giornalieri e annuali ottennero un aumento della paga e una riduzione delle ore lavorative nella giornata.
In questo periodo cominciarono a proliferare cooperative agricole ed edilizie sostenute da gruppi politici, con la speranza di trovare lavoro ai tanti disoccupati. Alle Elezioni del 1920 avevano riportato vittorie elettorali i candidati del partito dei Combattenti; mentre si trovava in difficoltà il partito socialista che al Congresso di Livorno del 1921 si spaccherà in due: nacque allora il Partito Comunista d’Italia, che presentò una sua lista alle Elezioni politiche, riscuotendo ampi consensi. Non presentarono una loro lista i Fascisti che si erano riuniti a San Lucido nel 1° Congresso regionale. Da quel momento le “camicie nere” cominceranno a caratterizzare il loro operato politico, scontrandosi con i socialisti che in quegli anni appoggiavano i contadini contro i proprietari per l’occupazione delle terre.
In quegli stessi anni andavano emergendo i primi nuclei fascisti, costituiti soprattutto da giovani di estrazione piccolo-borghese, alla ricerca di un mutamento sociale della regione, di identità e di affermazione politica. Nel 1920 la provincia di Cosenza contava 115 iscritti al Partito fascista; nel 1921 ne contava: 363; nel 1922 :1036 iscritti. Questi primi nuclei fascisti che operavano prima della marcia di Mussolini su Roma (ottobre ’22) non avevano ancora una valenza politica di rilievo.
Il ventennio fascista di Belvedere fu perfettamente in linea con quello Regionale. La “fascistizzazione” della Calabria ha radici in fenomeni di diversa natura; e la composizione sociale della organizzazione fascista nelle campagne si differenzia da quella delle città.Nei centri urbani del Paese i promotori del movimento erano i commercianti, gli industriali, i quali sovvenzionavano con laute somme di denaro l’azione dei “fasci” e davano loro l’appoggio della polizia. Nei Comuni rurali dopo i primi movimenti nati dalla piccola e media borghesia, delusi dai risultati della guerra e dall’immobilismo delle condizioni della società, i fondatori dei primi fasci furono i grandi proprietari ed i grandi affittuari che avevano in mente di appoggiare le “squadre di azione” per indebolire le organizzazioni contadine “rosse”, e sopprimere i contratti collettivi, con la forza e con il terrore.
Una volta al potere il Regime fascista si caratterizzò per i suoi metodi dittatoriali e di accentramento dei poteri. In un regime a partito politico unico e senza libertà civili ogni dissenso era punito; cosicché il regime godeva di un ampio consenso “passivo” tra la popolazione; ciò non significa, però che il governo fascista non abbia goduto di ampi consensi tra la popolazione italiana. Negli anni trenta il consenso intorno al regime si realizzò anche attraverso una serie di forme di assistenza e previdenza sociale, quali INPS, INAIL, ONMI ed inoltre con la distribuzione di pacchi dono (befana del soldato ecc…). Nell’intento di migliorare le condizioni di vita della popolazione il Regime curò in modo particolare l’assistenza all’infanzia con le colonie marine e montane per i figli dei lavoratori; istituì L’Opera Nazionale Dopolavoro e curò le organizzazioni sportive. Il Duce stesso incitava i giocatori a battersi per la vittoria, significativa per la gloria dell’Italia. Nasceva lo stato assistenziale che, con la conquista dell’Etiopia, raggiungeva il massimo consenso. Tuttavia esistevano delle forme di opposizione clandestina tenute in vita soprattutto da coraggiosi comunisti e socialisti che subiranno arresti, intimidazioni e violenze.
Tra le prime riforme attuate dal Regime al potere fu la soppressione dei Consigli comunali eletti dal popolo al posto dei quali il governo nominò il Podestà, (Legge 4 febbraio 1926). Il Podestà è libero di prender personali iniziative nei riguardi della popolazione, (tasse, dazi ecc..) e può disporre come crede dei fondi del Comune, costituiti dalle imposte pagate dai cittadini; deve rendere conto dei suoi atti solo al Prefetto. Il popolo ha il solo dovere di sottomettersi e ubbidire. Nei comuni agricoli di solito il Podestà era un grande proprietario terriero, designato dal governo dietro segnalazione della borghesia fondiaria.
Nei territori dove maggiormente si era sentito il movimento contadino si cercava, con ogni mezzo, di ristabilire l’ordine e la legge. E l’occasione propizia la offrirono i Decreti dell’11 gennaio 1923 ed il successivo del 10 settembre dello stesso anno che annullavano il Decreto Visocchi e dichiaravano illegali le occupazioni di terre già avvenute. I contadini furono cacciati dalle terre, già coltivate e prossime al raccolto, che tornavano così in mano ai grandi proprietari, che vivevano nelle grandi città, lontani da quelle realtà. L’attenzione del governo alla realtà calabrese fu influenzata dal fatto che ai vertici del potere politico nazionale stavano leaders calabresi, come Michele Bianchi, diretto collaboratore di Mussolini. Segretario generale del PNF, quadrunviro della marcia su Roma, tornerà più volte a visitare la Calabria tra il ’22 ed il ’29, per ricostruire su più solide basi il suo ruolo politico, raccogliendo sempre maggiori consensi, come ministro dei Lavori Pubblici. L’impegno finanziario e tecnico del Regime nei confronti del Meridione era ispirato dal principio della esaltazione della “ruralità” e della “colonizzazione” fascista. Nel gennaio del 1925 venne lanciata la “battaglia del grano” e nel ’28 iniziò l’opera di bonifica.Lo stato aveva concesso vantaggiosi prestiti ai proprietari fondiari, ai grandi produttori di grano, per stimolare l’aumento della produzione granaria e dei cereali. Ma la demagogica battaglia del grano spesso si risolse con l’obbligo per il contadino di utilizzare una maggiore quantità di concimi chimici ai prezzi imposti dagli industriali. La Montecatini, d’accordo con la Banca Commerciale Italiana ed in stretto legame con la Federazione nazionale dei Consorzi Agrari, deteneva il monopolio dei prodotti chimici e degli insetticidi necessari all’agricoltura. La maggior parte dei grandi proprietari, azionisti della Montecatini, continuavano a dare duri colpi all’economia contadina. Al governo fascista stava a cuore la soluzione del problema agrario meridionale quanto la penetrazione dell’ideologia di regime nelle stesse campagne del Sud. Cosicché con le Leggi del ’28 e del ’33 iniziò la Bonifica Integrale per prosciugare i terreni paludosi, eliminando la malaria e rendendoli atti alle colture. Allo stesso tempo vennero forniti ai coloni i mezzi necessari alla coltivazione, vennero costruite strade interpoderali e abitazioni rurali. I lavori di bonifica non verranno portati a termine, come nei progetti iniziali, ma il lavoro compiuto diede una svolta all’assetto economico-sociale delle zone bonificate. Le zone montane furono abbandonate in favore delle zone pianeggianti dove però ampie estensioni di pascoli e boscaglie furono dissodate e coltivate a frumento e ortaggi.  In sostanza le lotte delle popolazioni, martoriate dalla disoccupazione e dalla crisi economica, continuarono, sfidando la Legge e subendo arresti e detenzione. Agli inizi degli anni trenta quando si registrava un aumento della popolazione, favorito dalla Legge mussoliniana sulla famiglia che assegnava premi in danaro alle famiglie prolifiche, la guerra coloniale d’Africa, in cui si erano arruolati migliaia di calabresi, sembrava dare qualche sollievo alla disoccupazione ed alle condizioni di miseria con le pur modeste rimesse degli arruolati e con i sussidi alle famiglie.
E poi venne la Guerra mondiale con le sue distruzioni, con la mancanza di manodopera, con i bassi salari e l’aumento dei prezzi dei generi di prima necessità, che scarseggiavano. Nel periodo di guerra i ceti popolari più deboli avevano patito la fame e vivevano in condizioni di sottoalimentazione. I generi primari di consumo erano razionati: si consumava per lo più solo un piatto di pasta ed una fetta di pane. Altri generi come carne e zucchero si trovavano a caro prezzo al “mercato nero”, che diventò molto fiorente. Cosicché la popolazione urbana subiva gravi privazioni soprattutto nei primi due anni di guerra. Di questa situazione beneficiarono i grandi proprietari che imboscavano una parte dei cereali, destinata all’ammasso, che veniva venduta poi al mercato nero. Quando nel settembre 1943 l’armata alleata anglo-americana sbarcò in Calabria la popolazione calabra versava in condizioni di grave disagio, provata dalla fame, dagli sfollamenti, dai bombardamenti aerei.
All’indomani della liberazione dalla dittatura fascista la Calabria si trovava a dover affrontare problemi economici e politico sociali molto difficili. La guerra e la caduta del Fascismo avevano profondamente scosso il vecchio sistema politico. Nel “Regno del Sud” liberato, mentre nel centro-nord si instaurava la mussoliniana Repubblica di Salò, gli alleati cominciavano l’opera di “epurazione” e di riorganizzazione delle strutture comunali. Opera certo non facile, se pensiamo alla difficoltà oggettiva che incontravano le Commissioni provinciali nel poter distinguere i soggetti da allontanare dai posti di comando nella vita pubblica. Immediatamente i podestà furono sostituiti ed alcuni Prefetti arrestati.
Intanto che il movimento di Resistenza dava al nord un’impronta rivoluzionaria e progressista, il sud sembrava retrocedere su posizioni conservatrici, con lo sviluppo di movimenti separatisti, qualunquisti e di banditismo che contrastavano con le esigenze di cambiamento che urgevano allora nel Paese. La Calabria continuava a restare “periferia”. Sulle masse popolari pesavano anni di rassegnazione a governi oppressivi che forse non erano diversi dal Regime che stava crollando. Tuttavia questi movimenti ebbero vita breve, perché proprio nel periodo dal 1944 al ’47 si verificò un fenomeno nuovo: le masse contadine, da sempre emarginate, cominciavano ad organizzarsi e ad aggregarsi alle forze politiche e sindacali. Le popolazioni versavano in uno stato di disagio, di miseria e di fame, per il continuo aumento del costo della vita e per la difficile ripresa delle attività produttive. Il razionamento avviliva sempre più la popolazione: 150 grammi di pane pro capite al giorno e 40 di farina; 100 grammi di legumi secchi, 250 gr di brodo in polvere e 200 gr di zucchero al mese.
Nascevano i partiti di massa anche in Calabria, appoggiati dalle organizzazioni sindacali che mobilitavano i contadini. A queste organizzazioni si iscrivevano militanti democristiani, socialisti e comunisti, desiderosi di protezione o di risoluzioni positive della lotta politico-sociale. Così nell’agosto del 1943 si riformò il Partito Socialista di unità proletaria, nel quale convergevano l’ala riformista e quella massimalista del Partito socialista, favorevole all’unità d’azione con il PCI. Il partito Comunista, infatti, nel ’44 aveva ripreso la sua attività, sotto la guida di Togliatti che lanciò un programma di collaborazione con altre forze antifasciste, per costruire uno Stato “democratico”.  Il Partito Popolare di Don Sturzo si chiamò Democrazia Cristiana e fu guidato da Alcide De Gasperi. Questa formazione politica moderata ereditava dal cooperativismo “bianco” l’attenzione ai problemi sociali. Intanto si faceva strada una nuova formazione: il Partito d’Azione, di estrazione liberal-socialista. I rappresentanti di questi partiti antifascisti parteciparono alla formazione del primo Governo Badoglio nella primavera del ’44, mentre continuava la guerra di liberazione. Il sud, che non aveva avuto una vera e propria Resistenza, aveva conosciuto la guerra, lo scontro tra eserciti opposti che aveva sconvolto le campagne e scosso dal torpore la popolazione contadina.  La Calabria, in effetti, non combattè la lotta di Resistenza: all’annuncio dell’Armistizio, i Tedeschi si erano velocemente ritirati. Quando all’alba del 3 settembre 1943 i reparti dell’ottava armata inglese sbarcarono sul lungomare di Reggio Calabria, la città al centro del mediterraneo, la popolazione smise di cibarsi di gabbiani, di raccogliere i pesci morti per le bombe scoppiate in mare e di fumare sigarette ricavate dalle foglie secche delle melanzane. Con gli alleati erano arrivati anche la carne e i piselli in scatola, le gomme americane, il pane bianco, il latte condensato, le sigarette, i dischi di jazz, il boogie-woogie, ma soprattutto i primi segni di libertà. E mentre gli alleati continuavano l’opera di liberazione, accolti con esultanza dalla popolazione, il Tribunale Speciale, tramite le sue commissioni provinciali, continuava a condannare al Confino gli antifascisti.
Il 2 giugno 1946 fu indetto un Referendum, per risolvere la questione istituzionale dello Stato: Monarchia o Repubblica. In Italia la consultazione ebbe il seguente risultato: 12.717.923 voti alla Repubblica; due milioni di voti in meno alla Monarchia. Ma quest’ultima ebbe la maggioranza dei consensi proprio al sud: (il 40% sulla media nazionale). Il re Umberto II°, “il re di maggio”, succeduto al padre Vittorio Emanuele III° nel maggio ’46, dopo un mese fu costretto all’esilio. Finiva un’epoca. E il segno della svolta lo davano le Elezioni politiche per l’Assemblea Costituente, che avrebbe dovuto redigere il testo della nuova Costituzione.
Alle prime Elezioni a suffragio elettorale universale la DC aveva ottenuto il 35% dei voti e 207 seggi alla Camera dei Deputati; il PSI il 20,7% e 115 seggi; il PCI il 19% e 104 seggi;il Partito Liberale ebbe 41 seggi ed il Partito d’Azione 9 seggi.
In Calabria le cose andarono diversamente: sui risultati referendari influì l’azione del Partito monarchico e del Fronte dell’Uomo Qualunque; ma alla Costituente ottennero maggiori consensi i partiti di sinistra e soprattutto nelle zone interessate dal movimento contadino. Le elezioni si erano svolte in un clima di scontri e lotte, tuttavia si configurava il nuovo volto della Regione e della sua situazione politica, che, come quella nazionale, entrava in un periodo di incertezza.
Nel luglio ’46 il democristiano De Gasperi formò un governo Tripartito con comunisti e socialisti la cui collaborazione terminò nel maggio ’47, quando i partiti di sinistra furono esclusi dal governo. In un clima di contrapposizione tra le forze politiche e di eccitazione popolare, per la grave inflazione e disoccupazione, la Calabria si preparava ad affrontare le Elezioni Politiche del 18 aprile ’48. La DC trovava larghi consensi tra gli strati medio-borghesi ed anche operai della popolazione; mentre i partiti di sinistra si erano affermati tra le masse contadine, proprio perché il PCI, soprattutto, era protagonista dei movimenti di lotta per l’occupazione delle terre. Di fronte alle scelte della DC, il PCI ed il PSI si presentarono alle Elezioni uniti in un fronte popolare. Ma i risultati del 18 aprile diedero alla DC la maggioranza assoluta: a livello nazionale ottenne 306 seggi su 574. Le Sinistre ne uscivano sconfitte; tranne in Calabria dove il Fronte Democratico Popolare otteneva 8 seggi, rispetto ai 5 conquistati nel ’46. La regione, ancora una volta in ritardo rispetto al resto della Nazione, raccoglieva consensi a sinistra, proprio mentre nasceva il “centrismo”, un’area di governo circoscritta ai partiti moderati, con l’esclusione delle Sinistre. Da allora la DC avrà il potere quasi assoluto della cosa pubblica fino a tempi recenti.

Belvedere si riaffida al Passo dello Scalone!

Con la fine dell’800 prendono consistenza la ferrovia Napoli – Reggio Calabria e la strada Castrovillari –Belvedere, che confermano la validità di un tracciato storico, capace di innovare scambi commerciali fra agrumi, dolci, castagne e legname, la pratica delle “Fiere” , il mercato degli animali e delle stoffe. Questo collegamento pone al centro di un, ridisegnato, Distretto Geografico, il Comune di Belvedere che, con i governi Giolitti prima, ma anche fascisti e Repubblicani poi, vede confermata la centralità di diversi Uffici Pubblici, se non di tutti : Imposte, Registro, Pretura, Notariato, Finanza, Ufficio del Lavoro, Milizia, poi Caserma dei Carabinieri, il Carcere. Il servizio postale su base telegrafica, è di antica istituzione! La Banca, Cassa di Risparmio di Calabria e Lucania, prende il posto di quella di Mutuo Soccorso di ispirazione Sturziana del 1913, i cui soci fondatori sostanzialmente appartenevano alle Congree di formazione cattolica.

Belvedere si riaffida al suo ritrovato antico estro.

Area dalle molte risorse naturali, climaticamente pregevole e non solo snodo pedologicamente felice nel resto dell’asperità del territorio, Belvedere era già luogo della salute con i padri Basiliani e i Normanni di Salerno la cui vocazione dura ancora nei nostri giorni. “Del Nosocomio dell’Ordine degli Hospitalari del 600, quello degli Ospitali di Santa Maria Visita Poveri, del SS Crocifisso e quello per i marinai della Madonna di Portosalvo, il “Belloviderii” ne fa ampia sintesi a pg.122 -8.1.b.

                              

In foto: 1)Ingresso della prima Clinica Spinelli inizio 1900. 2) Dott.Oreste Spinelli senior. 3) Diploma di Infermiera del 1928 rilasciato dal Ministero degli Interni.

E’ dell’inizio secolo la brillante intuizione del Dott. Spinelli Oreste senior di costruire il primo Ospedale a ridosso della stessa abitazione ed alla acquisita proprietà del Castello, in posizione panoramica incantevole. Contestualmente apre un Ambulatorio in località Marina, in prossimità della Stazione. Le prime infermiere professionali sono: Ponte Lina, Carolina D’Aprile, Vivona Rachele. Questa scelta viene avvalorata dal riconoscimento alle “Scienze” da parte dell’Università di Napoli allo stesso Dott. Spinelli, il cui ricordo, ancora molto vivo, resta legato alla sua profonda umanità e alla innata capacità di innovazione. Artefice anche nelle applicazioni di tecniche e pratiche agricole, sui possedimenti di famiglia della pianeggiante Palazza in località Praie (allevamenti bovini, importazione di nuove razze equine, gallinacei, caprini e prime tecniche meccaniche di raccolta). Sue opere sono anche la costruzione del primo frantoio e di un mulino in località Fiume! Una predisposizione dell’intera famiglia che, dall’incontro con la ricca e nobile parentela dei marchesi “Castagnedi” di Soave (Verona), deriva una analoga volontà di dare vita a Belvedere, come a Soave, alla costruzione di un Ospedale Sanatorio per la tubercolosi. Lo farà con Oreste Spinelli junior in località Praie, attualmente albergo “La Castellana”. Lo stesso, dopo la seconda guerra mondiale, collaborerà con noti chirurghi di fama nazionale.I primi assistenti infermieri sono Biondo Corrado e Grosso Angelina.

Subito dopo la grande Seconda Guerra, questa attività medica si prefigura come il vero trascinamento di parallele iniziative! Encomiabile quella del Prof. Filippo Ferraro, già distintosi su terra Africana a servizio di presidi coloniali, che, di ritorno, concepiva due strutture di pediatria e climatoterapia per l’infanzia: una permanente nel Centro Storico ed una estiva in località Valle.

Determinante per l’economia dello stesso Centro Storico fino ai giorni nostri, la Clinica Cascini promossa dal Dott Vincenzo Senior e fortemente voluta dal compianto Dott.Francesco, chirurgo di eccelsa professionalità, il cui ricordo, insieme all’opera del figlio Dott. Vincenzo Junior, continua a mantenere alto il profilo della Città. I primi infermieri collaboratori sono: Flora Giunta ostetrica, Martorello Giuseppina e Salvatore Biondo.

Non ultima, posta in località Marina, a conferma della tradizione medica di Belvedere, la Clinica Rosano, nata intorno alla figura del Prof. Tricarico, già noto cardiologo in Potenza, dalla lungimiranza di Pasquale Rosano Senior, uomo dalle mille risorse ed inventive, con grande esperienza transoceanica. L’opera coadiuvata dal dottore Corriero Saverio è oggi egregiamente portata avanti dagli eredi Dottori Pasquale e Ciro Tricarico. I primi collaboratori infermieri sono: Vincenzo Callà, Giuseppe Riente, Martorelli Carmelina.

Le Farmacie del Dottore Baldassarre Fazio, quella del Dott. Rogati Giuseppe e la Condotta del Dottore Giuseppe Leo, completano il quadro sanitario, restando per molti anni i “riferimenti” certi dell’intera Città!

Non è un caso se alcuni dei personaggi segnalati si spostano da Sangineto su Belvedere a dimostrazione delle potenzialità espresse dal territorio in una fase storica ormai prossima alla Repubblica. La città si apre in tutte le sue articolazioni! La democrazia e la scolarizzazione producono i primi effetti, anche nei religiosi! La Riforma del Seminario, ispirata nel Meridione da Luigi Sturzo, apre gli studi Teologali a sacerdoti appartenenti al ceto “popolare”. Nasce man mano una borghesia imprenditoriale che si ingegna! Il cedro, offerto ai nuovi mercati dell’industria dolciaria del Nord, comporta attività lavorative collaterali quali, la costruzione delle botti a quello del raccolto e del trasporto: De Luca Michele Ciriaco, Sangineto Filippo, Carrozzino Vittorio e Arena Salvatore sono i primi bottai!

                     

                  Belvedere Scalo ferroviario con predisposizione area di carico per il trasporto delle botti del cedro.

Alle lavorazioni dell’olio, del vino, della lana, del latte caseario, e del frumento, vengono applicate tecnologie di trattamento innovativo nella raffinazione, macina, pigiatura e filatura! Nascono nuove forme di telai meccanici! Sul territorio si muovono soggetti provenienti dalle località con cui si scambiano le mercanzie. Questo valore aggiunto diventerà determinante!

Il “gruppo” di Sangineto si conferma il più attivo: Rosano e D’Amico in collaborazione con il livornese Cutufà nel campo della salamoia del cedro e della imbottitura e con Petrungaro nella produzione di Energia attraverso il rilevamento di due centrali idroelettriche sul fiume Soleo, da precedente società, sorta nel 1917 con Giuseppe Rogati, Marino Giuseppe e Sabato Italo.

L’attività del taglio e trasporto legname continua con la teleferica da Montea a Capo Tirone, opera di un altro grande protagonista dell’imprenditoria: Parenti Giuseppe che darà vita anche ad una fornace dall’ottimo cotto.

Da Vietri proviene Mastro Andrea che, in prossimità della Chiesa del Crocifisso, avvierà la prima vera fabbrica di Ceramica con decorazione. Filippo Fiorillo e Martorello Tonino impianteranno, nella località Acquaro, la fabbrica di utensili per casa.

Si aprono altri frantoi elettrici: Cascini, Leo, Mistorni. Un secondo mulino di Cascini. I forni per il pane, oltre ad essere in aumento, migliorano la resa della lievitazione: Arena Filippina, Celentano Maria, Liporace Grazia e De Paula Eugenio sono i precursori.

La popolazione è in crescita costante! Si diversificano i modelli sociali ed i ruoli all’interno dello stesso contesto. Si stringono matrimoni meno feudali con una nuova classe intermedia, quella dei professionisti della Amministrazione e della Pubblica Istruzione: la disponibilità monetaria del salario, liquida e garantita, in parte tranquillizza le paure derivate dalle brutte annate del raccolto! La categoria impiegatizia viene riservata ad appartenenti a nuovi nuclei familiari sorti da contratti sponsali con il vecchio notabilato terriero. Si incomincia così a definire una prima categoria di Burocrati!

Ma ormai i veri “pionieri” del nuovo modello di sviluppo sono coloro che muniti di lungimiranza, investono sui prodotti di trasformazione! Sangineto é ancora prodiga con Belvedere! Dopo la Famiglia Cascini, ormai naturalizzata, espressione di altre grandi professionalità ancora nel campo sanitario e, non ultimo giuridico, dopo D’Amico Ciriaco e Rosano Pasquale, regala alla Città di Belvedere una versatile, grande figura del commercio: Antonio Di Giovanni! Sebbene non di alto livello scolastico, infaticabile ed impareggiabile sul piano dell’iniziativa. Intelligenza istintiva, grande senso d’equilibrio, ogni sua intrapresa é portata felicemente a compimento: mercato del legname, lavorazione del fieno, torrefazione del caffè, fornitura per cantieristica, idraulica e ferramenta, mobiliere e, non ultimo, il primato di portare la Pizza Napoletana nella nostra città ed in tutta l’area turistica tirrenica. Il rimpianto per queste persone è oggi grande! Nel nostro piccolo sono stati i veri “futuristi”!

Gran parte di queste innovazioni, pur prendendo consistenza nel nuovo tessuto urbano della Marina, in via di espansione per gli spazi che offre, e non solo quindi terminale ferroviario, contribuiscono a rafforzare il mondo relazionale dello stesso Centro Storico, punto ancora saldamente nevralgico della nuova economia post- bellica e Repubblicana.

Una nuova società con strutture sociali che si riverberano sull’organizzazione degli spazi. Nuove stratificazioni sociali che si materializzano in organismi migliorativi sia delle abitazioni che dei negozi, i quali raggruppati nell’insieme acquistano le caratteristiche di “asse commerciale”. Costruita la rete fognaria di tutto il Centro, migliorano notevolmente le condizioni igieniche! I servizi nei bagni e le cucine, anche quelle in muratura, sono ricoperte in piastrellato di gres ceramico; scompaiono le tramezzature in calce e canneti; i solai di legno sono gradatamente sostituiti con travi in ferro e laterizi.

Anche il livello artigianale conosce grande impulso!I maniscalchi diventano fabbro ferrai! Il ferro battuto si piega come il rame, il geroglifico diventa decorazione! Gli stagnini perfezionano la produzione tale da renderla oggettistica di esposizione per le fiere che, a seguito del completamento delle strade interne, diventeranno periodiche e calendarizzate. I ceramisti continuano a perfezionare le forme dell’argilla, divenute artistiche! I falegnami diventano ebanisti! Gli imbianchini decoratori! I calzolai, esperti della tomaia, accedono alla calzoleria! I sarti veri e propri “stilisti. I panettieri sono anche pasticcieri! I barbieri, acconciatori! Nasce la figura del giornalaio, poi libraio! La Piazza diviene luogo di scambio! Il caffè un momento di sintesi! E’ in questo fervore di attività che il Centro Storico celebra il massimo del suo splendore!

Nel periodo di inizio secolo e nella fase fascista dei Podestà, nel campo artigianale, categorie professionali singole, mediamente acculturate e specializzate, avevano dato sostanziali impulsi e grandi contributi. Nelle attività edilizie con Federico De Sio esperto supervisore dei lavori dal grande gusto estetico (Palazzo de Velutis), Salvatore Biondo, Borrelli Ciriaco, Borrelli Angelo, Borrelli Francesco, Grosso Gaetano, Greco Pasquale, Triscio Guglielmo, Cipolla Alfredo, Fusco Antonio, Nappi Adamo, Capano Giuseppe, Scoglio Giovanni.

Nel ferro i capostipiti Bencardino, di cui più tardi il maestro Adamo diviene un vero precursore di scuola, così Amodeo Enrico ed il figlio Mario, Tarsitano Giuseppe, Vivona Antonio, Impieri Salvatore. Il ceppo Celentano Raffaele, articola pregiate opere di rame e zinco, in cui si distinguono veri e propri artisti: Mazzola Eduardo, Montebello Carmelo, Montebello Salvatore, Ferraro Pasquale, Mazzola Liborio. Giuseppe Nocito e Clemente Raffo idraulica.

Il ceppo Biondo, con Eugenio, Antonio, Amato, Daniele, Francesco, Pasquale e Vincenzo artisti vasari, così come Francesco e Giuseppe Comiano, e oggi Pasquale Capano.

                       

                   Il maestro Daniele Biondo al tornio e con la moglie davanti la fornace in località Antonio Pepe

Il ceppo Campilongo si dedica all’acconciatura con Eugenio, Gaetano, Ciriaco, Francesco, così come quello Passalacqua con Daniele e poi Arturo, ed inoltre Angelo e Salvatore Capano, Biondi Fiore, Barbieri Filippo, Greco Enzo, Riente Luigi, Ruggiero Giuseppe.

Tarsitano Umberto e il Maestro Francesco Giunta sono i primi intarsiatori in legno. Nel laboratorio Tarsitano collaborano Liporace Pasquale, Campilongo Vincenzo, Biondo Vincenzo, Impieri Luigi, Antonio Borrelli, Biondo Francesco, Greco Francesco, Cipresso Gigino, Ponte Luigi, Fusco Gennaro. Il Maestro Giunta con polivalenza artistica dal disegno alla pittura ed alla musica, vede collaboratori Giunta Pasquale Aldo Vidiri, Francesco Vidiri.

Ancora nel settore della falegnameria, la famiglia Martorello esprime grandi professionalità: Ernesto, valido maestro anche di violino, Daniele, Giuseppe e Francesco.

Scannavino Francesco, porta le prime esperienze transatlantiche di ebanisteria, con i figli Gaetano, Giuseppe e Daniele. La falegnameria coinvolge in parte Eugenio e Oreste Orsini ed inoltre Grisolia Eugenio e Granito Guglielmo.

I primi tagli di pietra e marmo come i primi splendidi pavimenti sono opera del maestro Ciriaco Liporace, precursore della moderna muratura. Nel dopoguerra le attività edili dei Maestri continuano con i loro discepoli: Borrelli Eugenio, Gaglianone Giuseppe, Gaglianone Armando, Giuseppe Ponte, Scoglio Francesco, Scoglio Giovanni, Donato Daniele, Arnone Franchino, Arcuri Franco, Arnone Gaetano, Arnone Lello, Grosso Evaristo, Grosso Aquilino, Aloia Giuseppe.

Giuseppe D’Aprile, conclusi gli studi presso la scuola d’arte Barone di Fagnano, collabora, agli apporti di scultura in legno e decorazione dei suoi compagni, trascinati a Belvedere: Fiore Pavone (pietra marmo e legno) Angelo Perrone (decoratore).

        
Nato a Fagnano Castello (CS), il 1° dicembre 1881, Eduardo Barone compì gli studi superiori tra Cosenza e Roma; dove subito si distinse per l’abilità nella lavorazione della creta, del legno e del ferro battuto; congiunta ad un’istintiva propensione all’insegnamento di tale arte.
Tornato a Fagnano Castello, fu nominato Direttore Didattico della locale Scuola Elementare, che ancora oggi porta il suo nome. Ma volle, soprattutto, intraprendere quel suo particolare esperimento; che aveva, nella Calabria d’allora, aspetto pioneristico. Istituire, cioè, una sorta di scuola-laboratorio; dove gli alunni apprendessero, in un ambiente comunitario, una pronta manualità alla lavorazione dei materiali; guidata dallo studio dei modelli esemplari del passato; ed ispirata da un sicuro senso del gusto che lui sapeva abilmente insinuare nel temperamento degli alunni.
Dopo la sua morte, avvenuta il 1° ottobre 1953, la Scuola d’Arte Barone proseguì ancora la sua attività. Ma oggi di questa valorosa iniziativa non resta più nulla; se non forse l’insegnamento pedagogico di cui fu portatrice: dai tratti ancora attuali. Tra le non poche botteghe d’arte che sono sorte in Calabria nel corso del tempo, ad opera di singoli maestri, si segnala, per singolarità di metodo, quella fondata da Eduardo Barone a Fagnano Castello, nel 1920.
In un periodo di cupa depressione, successivo alla Grande Guerra, che vedeva molti paesi dell’hinterland cosentino minati dalla fame e dalla povertà, oltre che immiseriti dall’emigrazione; Barone ebbe l’idea luminosa d’istituire nel suo paese una scuola d’arte che perseguisse essenzialmente un duplice obiettivo pedagogico:
- togliere dalla strada numerosi ragazzi, esposti altrimenti ad un incerto avvenire;
- puntare su una loro formazione artistica, per introdurli nel mondo del lavoro.
L’esperimento ebbe sicuro successo; tanto da suscitare lusinghieri apprezzamenti anche da parte del Ministero dell’Educazione Nazionale, che v’intravide un modello di scuola da imitare.

                    

              

     Belvedere opere scultoree di Giuseppe D’Aprile. San Marco cattedrale opera in pietra di Fiore Pavone.
Da qui una vera e propria scuola di decoratori che si affianca agli imbianchini (Celentano Filippo, Giovanni, Alfredo, Francesco e Trentino Martire), e che si riconosce negli eccellenti mestieri di stuccatori, Giuseppe e Vincenzo Granito, Vincenzo e Temistocle Martorelli, Grosso Vincenzo e non ultimi, oggi, Furingo Paolo ed Alfredo.

Eugenio Sarpa, valente musicista, Adornetto Enrico, Palmieri Antonio, Greco Carlo, Martorelli Vincenzo, Grisolia Saverio, Siciliano Giuseppe, Monetta Eugenio, Grisolia Filippo, Grisolia Francesco, Bencardino Carmelo, Barbieri Oreste, Francesco Palmieri e, oggi il figlio Lucio, splendide presenze nella lavorazione delle scarpe che, trova l’epilogo, nell’arte di Francesco Lancellotta: eleganza e gentilezza! Lancellotta accede velocemente nel periodo post bellico alla calzoleria, con l’apporto ed il valore aggiunto di un altro pioniere del commercio, il figlio Ciro, che esporta l’attività nella nascente, fiorente, turistica Praia a Mare, e introduce le prime grandi firme nazionali del settore. Sulla stessa scia: Monetta Ciriaco, Gimigliano Pasquale e Campilongo Vincenzo.

      

Nella pittura incominciano a muovere i primi passi: Giovanni Gaglianone, unico a raggiungere fama Nazionale, gallerista in Roma, il fratello Antonio, Bencardino Eugenio, matematico, preside nei licei di Napoli, Impieri Eugenio, Scarcello Renato.

Nella musica si distingue la famiglia Polignani con il Maestro Francesco ed i numerosissimi allievi della secolare Banda S.Cecilia, tutti popolani.

Nasce il Cinema, quello di De Maria nei locali della Confraternita di Via XX Settembre e successivamente quello anche teatro, chiamato (Bomboniera) ad opera di Raffaele Palmieri, poi con Siecola Enrico, sino agli anni 70.

Un fervore di attività creative, mortificato e reso difficile dalla Seconda Grande Guerra, ma che rinasce, con voglia di riscatto, subito dopo l’avvento della Repubblica.

 

Alla data del 1947, da una Raccolta Censuaria, gentilmente fornitami da Salvatore Fabiano, si evince quella diversificazione delle attività produttive che evidenzia il carattere polifunzionale di Belvedere. Alle tradizionali attività agricole produttive si accompagnano le prime tecniche di trasformazione, attraverso le macchine agricole e gli impianti specialistici, che riguardano i mulini ed i frantoi. Le produzioni di Olio e Vino, con i primi concimi messi a disposizione dal Consorzio Agrario Provinciale, raggiungono livelli di commercializzazione che garantiscono la fornitura alle cantine, in aumento nella Città e, in dotazione nei generi alimentari. (vedi Cantine e Negozi) Gli agrumi, pregiati dal Cedro, raggiungono il livello dell’esportazione che interesserà anche la produzione di frutta ed ortaggi con il Consorzio Agrario e D’Amico Ciriaco. Lo stesso D’Amico detiene anche l’ultima rappresentanza del Seme di Baco, ormai in estinzione. Di converso, le prime significative attività Amministrative comportano competenze a latere e la fornitura, sempre in aumento, di materiale cartografico che, in futuro, interesserà anche quello tecnico. Ma sono comunque le attività artigianali che, affiancandosi a quelle tradizionali delle terrecotte, dei canestrai, della lana e tessitura, caratterizzeranno questo periodo, definendo la piena autonomia delle proprie capacità creative e imponendo al contempo, nuovi liberi rapporti commerciali in uno sviluppo sociale e popolare della Città.E’ questo l’anello di congiunzione fra le restanti categorie dei proprietari terrieri e l’ormai affermato notabilato amministrativo e delle pubbliche funzioni! La stessa diversificazione delle attività commerciali, riassunte nello specchietto Censuario, é la risultante di queste attività, consacrate da una predisposizione naturale ed avvalorate da maestranze che hanno conosciuto gli effetti benefici delle prime, sofferte, emigrazioni transatlantiche di inizio secolo. Completano il quadro le attività commerciali legate agli scambi con Amalfi, Salerno, Napoli e la Toscana e quelle derivate dall’estendersi del presidio Amministrativo Mandamentale di Belvedere in tutto l’interland .

 

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