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COSTITUZIONE E DIRITTI SOCIALI

di Valerio Onida

Caro Direttore, l’editoriale di Angelo Panebianco sul Corriere del 21 luglio pone con la consueta franchezza un tema di fondo. La discussione sulla proposta di flat tax avanzata dall’Istituto Bruno Leoni darebbe a suo dire lo spunto per mettere in gioco qualcosa di più: e cioè la opportunità o la necessità di porre mano a una riforma della prima parte della Costituzione, quella dedicata ai diritti e ai doveri dei cittadini, per superare le «ideologie socialisteggianti» che «hanno segnato i secoli diciannovesimo e ventesimo», e che ispirano il testo del 1947.

Addirittura, secondo Panebianco, ciò consentirebbe di superare l’impasse che dopo il referendum del 4 dicembre 2016 caratterizzerebbe il tema delle riforme costituzionali. Sembra dunque di capire che per l’Autore abbiano ragione coloro che, di fronte alle proposte di riforma «organica» della seconda parte, in particolare della forma di governo parlamentare, temono che esse sottintendano un rifiuto «ideologico» anche dei principi della prima parte e dunque una radicale visione «anticostituzionale».

In realtà la Costituzione non detta programmi politici, che restano largamente affidati alla dialettica democratica, ma pone in maniera definitiva i principi di fondo che riguardano i caratteri fondamentali e i compiti della Repubblica. Lo Stato che i costituenti hanno voluto costruire non è solo uno Stato che rifiuta l’eredità delle ideologie autoritarie affermatesi nella prima metà del Novecento (la «Costituzione antifascista»), ma è una Repubblica che non intende riproporre, bensì vuole superare, quella che Giorgio La Pira alla Costituente chiamava «la Costituzione del 1789», cioè un ritorno al liberalismo delle origini, che garantisce le libertà «negative» ma ignora i diritti sociali e i compiti di giustizia, non solo di ordine, dello Stato. I principi sono l’universalità dei diritti umani, il rapporto stretto fra diritti e doveri di solidarietà, l’eguaglianza non solo nel senso formale della «legge uguale per tutti» ma anche in senso sostanziale, cioè del «compito della Repubblica» di rimuovere «gli ostacoli di ordine economico e sociale» che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza e impediscono il pieno sviluppo della persona umana. Di qui la Repubblica «fondata sul lavoro», che non significa attribuire al lavoro il ruolo di principio supremo prevalente sulla libertà, ma indicare nel lavoro il contributo che ciascuno, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, deve dare al progresso della società. Di qui una «Costituzione economica» che non trascura di garantire la proprietà come diritto ma punta anche ad assicurarne la funzione sociale e a renderla accessibile a tutti; e che chiama tutti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della rispettiva capacità contributiva, in un sistema informato a criteri di progressività.

Rinnegare questi principi, per predicare un ritorno alla ideologia dell’individualismo e dello «Stato minimo», e la distruzione dello «Stato sociale» faticosamente costruito nell’Europa uscita dalla seconda guerra mondiale (e oggi in difficoltà) non vorrebbe dire rivedere la Costituzione, ma stravolgerne i principi supremi: ciò che certo non si potrebbe fare con il procedimento di revisione costituzionale dell’art. 138, ma significherebbe riaprire in radice un processo costituente, e soprattutto fare un salto indietro di due secoli..

Tutto questo c’entra col dibattito sulla flat tax? C’entra, nella misura in cui impone di valutare la proposta dell’Istituto Bruno Leoni — per molti versi apprezzabile ove si propone il giusto obiettivo di un radicale riordino e di una semplificazione del sistema tributario, e sicuramente meritevole di esame e discussione in vari dei suoi aspetti particolari — alla luce degli effetti che produrrebbe sui caratteri del nostro Stato sociale. Senza poter qui entrare nel dettaglio, indicherei solo due punti. Il primo riguarda il principio costituzionale della progressività. Non basta sottolineare, come fa la proposta, la giusta esigenza di riportare sotto la generale imposizione sui redditi tutte le tipologie di reddito, in ispecie quelle da capitale, e non come oggi accade quasi solo i redditi da lavoro.

Né basta dire che attraverso le deduzioni dalla base imponibile si può egualmente raggiungere un risultato di progressività nell’imposizione sul reddito. La questione è se questo principio sia adeguatamente salvaguardato da un sistema che, da un lato, comporterebbe una drastica riduzione dell’onere tributario principalmente a favore dei contribuenti più ricchi (da un’aliquota marginale del 43% ad una fissa del 25%), dall’altra trasferirebbe una parte del carico tributario dalle imposte dirette (sul reddito e il patrimonio) a quelle indirette, di per sé per definizione non progressive, perché l’Iva sul prezzo di un acquisto o su una prestazione la pagano in modo eguale tutti i contribuenti, quale che sia il loro livello di ricchezza. Il secondo punto riguarda un aspetto della proposta che ha finora attirato minore attenzione: l’idea di mantenere bensì il servizio sanitario come servizio «universale», uguale per tutti, ma di prevedere che i titolari di redditi più elevati da un lato siano tenuti, a differenza dei meno ricchi, a pagare il costo delle cure, ma dall’altro abbiano la facoltà di uscire (opting out) dal sistema sanitario pubblico e provvedere altrimenti alle proprie necessità: aprendo così la strada all’avvento di un duplice sistema sanitario: uno pubblico e per tutti, a carico della fiscalità generale, un altro, privato, per i più ricchi, pagato da loro direttamente o attraverso le assicurazioni.

La proposta della flat tax dunque merita di essere discussa, non di essere utilizzata come bandiera per una battaglia ideologica di retroguardia.

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