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RAPPORTO SVIMEZ 2016

Il 2016 è stato positivo per il Sud, “il cui Pil è cresciuto dell’1%, più che nel Centro-Nord, dove è stato pari a +0,8%” ma quest’anno il Pil “dovrebbe aumentare dell’1,1% al Sud e dell’1,4 % nel Centro-Nord”, facendo quindi tornare indietro il Mezzogiorno rispetto alle altre zone d’Italia. Lo afferma Svimez nelle anticipazioni del rapporto 2017 prevedendo poi per il 2018 “un aumento del prodotto dello 0,9% nel Mezzogiorno e dell’1,2% al Centro Nord”.
Il sorpasso è già finito: se l’anno scorso il Sud era cresciuto più delle regioni del Centro-Nord, alla fine del 2017 il vecchio ordine sarà ristabilito. Secondo le previsione della Svimez, il Pil del Mezzogiorno metterà a segno l’1,1 % di crescita, confermando l’1 % del 2016. Ma le regioni del Settentrione potranno passare dal risicato +0,8% del 2016 ad un più solido +1,4 per cento. Distanze che non cambieranno nel 2018 (0,9 contro 1,2). Marciando a questi ritmi per il Sud il recupero dei livelli pre crisi arriverà solo nel 2028, mentre per il Centro Nord è previsto per il 2019.

Chi traina e chi no. Il 2016, secondo il rapporto Svimez, è stato positivo. Il settore manifatturiero negli ultimi due anni è cresciuto del 7 %, in quota più che doppia rispetto al 3 % del Nord. Chi ha resistito alla crisi è ora in grado di collegarsi alla ripresa, ma resta il fatto che il peso del settore sul prodotto dell’area è decisamente ridotto (l’8%) e non si può pensare che buoni risultati nell’agricoltura e nel turismo possano bastare per invertire la tendenza.  I consumi finali interni del Sud sono aumentati dell’1%, quelli delle famiglie del’1,2 %, pur se nel Mezzogiorno le spese per alimentari e abitazioni restano inferiori a quelle del Centro-Nord. In crescita anche gli investimenti privati (+2,9% ma + 5,2 nell’ambito strettamente industriale e +8,7 nell’edilizia). In forte calo invece quelli pubblici: terminata l’accelerazione legata alla chiusura della programmazione per i Fondi strutturali 2007/13 – onde evitare di restituire risorse alla Ue – la spesa pubblica in conto capitale l’anno scorso è crollata: appena 13 miliardi, lo 0,8 % del Pil.

Non tutte sono uguali. Le regioni del Mezzogiorno, tra l’altro, non sono cresciute tutte allo stesso modo. La Campania, con il Pil in crescita del 2,4 % ha fatto meglio di tutte, seguita dalla Basilicata. La Sardegna, per la prima volta dopo tre anni, è tornata in positivo (+0,6). In frenata Puglia (+ 0,9) e Sicilia (+0,3). La Calabria ha temperato un’annata agricola da dimenticare con un andamento dell’industria in crescita oltre l’8%. Molise stabile (+1,6%), Abruzzo in negativo (-0,2).

Più lavoro, ma la povertà resta. Nel 2016, avverte la Svimez, il Sud ha contato 101 mila posti di lavoro in più rispetto al 2015, anche se facendo i paragoni con il 2008 ne resta sotto di 380 mila. Sono aumentati lavoratori anziani e part time, ma la struttura complessiva dei redditi resta depressa. Nel Mezzogiorno, avverte il rapporto, circa 10 abitanti su 100 vivono in povertà assoluta, contro i 6 del Centro Nord. Negli ultimi cinque anni sono emigrati dal Sud 1,7 milioni di persone a fronte di un milione di rientri: la perdita secca è stata di 716 unità, il 72,4 % under 34, 198 mila i laureati.

La proposta. La Svimez avverte che due anni di crescita non sono sufficienti a svicolare il Sud dalla spirale bassi redditi-bassa produttività-bassa competitività- scarsa cumulazione. Bisogna  trasformare il territorio in una opportunità e quindi continuare le politiche di crescita applicate dal governo negli ultimi anni, a cominciare dal prolungamento degli esoneri contributivi per le nuove assunzioni e dal credito d’imposta per gli investimenti. Ma  l’associazione per gli studi del Mezzogiorno ricorda anche che è urgente la definizione di una Zona economica speciale per le sole aree meridionali, necessaria ad “infittire “il tessuto produttivo. Operazione senza la quale nemmeno l’innovazione tecnologica prevista dal piano nazionale dell’Industria 4.0 potrebbe attecchire e produrre risultati.

Se il Mezzogiorno proseguirà con gli attuali ritmi di crescita, “recupererà i livelli pre crisi nel 2028, 10 anni dopo il Centro-Nord”, dice ancora lo Svimez, aggiungendo che si configurerebbe così un ventennio di “crescita zero”, che farebbe seguito “alla stagnazione dei primi anni duemila, con conseguenze nefaste sul piano economico, sociale e demografico”.

Introduzione e sintesi del Rapporto

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