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SETTE GIORNI DA FRANCO FAZIO

di Mauro D’Aprile

La notizia della tua morte mi raggiunge a Roma, in procinto di andare a Rovereto, da dove oggi ti scrivo.

Mi scuso per non aver potuto presenziare al tuo funerale, avrei chiesto al Sacerdote officiante la parola, per un saluto.

E proprio a Roma, per ironia della sorte, la notizia della tua morte, mi riconduce al significato della tua esistenza, di uomo e di professionista:

i corsi nella facoltà di Architettura degli anni 60, una formazione nel contesto del nascente Neorealismo sotto la guida di Ludovico Quaroni, Mario Ridolfi, Carlo Aymonino. La fervente partecipazione, in linea con il tuo carattere, al movimento culturale progressista di Francoforte in nome della Libera Università, insieme al tuo compianto amico di sempre, Renato Sorrentino di Paola, rimanendo egli  successivamente nell’ambito della docenza di Facoltà.

Fulminato dagli insegnamenti del grande Architetto Disegnatore, Aldo Rossi, e del quale vantavi i tuoi trascorsi amicali, intraprendevi la professione parallela a quella Accademica di progettista con una nascente Società di Ingegneria operante prevalentemente in Arabia.

Davi così libero sfogo a quella naturale  inclinazione di una felice fluidità delle  tue mani nel disegno, non tralasciando, al contempo, la pittura. E questo ti provocava un appena ritardato appuntamento con la Tesi di Laurea.

Con le conoscenze delle lingue (Inglese-Francese) ed in perfetta armonia con le tue profonde competenze in architettura della funzione simbolica dell’ornamento, derivate dagli studi su Louis Henri Sullivan, del quale molto spesso abbiamo discusso, la Saudi Arabia Consulting, ti offriva così la opportunità di esprimerti, nella scia tracciata nel campo da Le Corbusier, dall’arredo urbano e dalla composizione ornamentale, alle strutture dello “espace indicible”.

Non è un caso se a tale scuola sono riconducibili i tuoi lavori a Gedda, Riad e Manila. Certo con le dovute eccezioni che l’”espace indicible” in questi casi sono la Mecca, la Reggia, il fasto dell’Emirato.

Chi ha avuto la possibilità di ammirare le tue opere, al di la delle reciproche simpatie e stima, non può che isolare questo giudizio comparato alla tua bravura. Io e Renato Lancellotta, in una breve parentesi di collaborazione con te, abbiamo avuto questa possibilità, e per quello che ne è derivato, te ne siamo grati e riconoscenti.

A Belvedere lasci appena una firma di un Albergo-Ristorante con i suoi sempre validi spazi ed arredi immersi nel verde, ed una importantissima opera che, sebbene, non ti abbiano fatto concludere nella sua complessità,  con l’area servizi, resta un piccolo gioiello: il Porto.

Ma, al di la di queste parole dovute, proprio perché difronte alla tua morte, Franco, permettimi che fra i tanti ricordi che ci legano, sia io ad isolarne uno, che oggi, a distanza di tempo, mi da la dimensione esatta di quello che veramente c’è stato fra me e te: affetto, semplicemente affetto.

E sono qui a ricordarti quel che di tragico doveva essere un mio viaggio a Roma, l’8 Agosto 1972, a causa della salute di mia madre, licenziata da Belvedere con la quasi certezza di una amputazione di un seno per via di un carcinoma.

Raggiunto da una telefonata, generosamente non tardavi ad offrire la tua immediata disponibilità di prelevarci alla Stazione Termini, la corsa al Regina Elena, il ricovero, con esito dell’esame previsto all’indomani sera; l’inevitabile tuo sollecito ad ospitarmi per la notte nella tua casa di Corso Francia.

In serata fonda mi parcheggi in Piazza del Popolo al Bar Rosati e, mal celando una serata galante, mi rassicuri di rifarti vivo a mezzanotte (Agosto lo consente, il Bar aperto, c’è gente e poi a due passi Piazza di spagna).

Il tempo passa, ma la notte é freddolina. Mi tiene compagnia lo scrosciare della fontana al centro della Piazza, e nel socchiudere gli occhi, su di una sedia, ben oltre dopo la mezzanotte stabilita, il frusciare delle scope di saggina degli operatori ecologici, alle cinque del mattino (Roma  offre anche questo).

Ti presenti puntuale, con frenata strisciante sul sampietrino, alle sette e quaranta del mattino e, vetro abbassato dalla Fulvietta bleu, mi gridi che sei “incazzato” con te stesso, perché “mi avevi dimenticato” e solo alla veglia “ricordato”.

Nel salire in macchina, l’esito non poteva che essere la quasi scomparsa dei tuoi occhi verdi in una risata fragorosa, insieme a quelli miei. Ma ancora più fragorosa alla mia domanda: “se avevi dormito a casa tua”.

E immensurabile é, ancora,  il tuo affetto il giorno dopo.

All’esito negativo dell’esame di mia madre e  la sua risoluzione ambulatoriale, la tua gioia diviene la mia! Così felici entrambi nel volerla assecondare nel desiderio di “scalare la Cupola di San Pietro” in segno di ringraziamento.

Giunti in alto, calmato il fiatone, con mia madre in preghiera, la tua affermazione: “Cumma Luci, di notte Roma è ancora più bella”, ed alla mia aggiunta “Si sentono le fontane e le scope”, la nostra risata fa rabbrividire i numerosi turisti.

E a nulla serve l’esclamazione di mia Madre “ridete cume dui ciuoti”. La sua affermazione aumenta la nostra intesa nel sorriso.

Ecco, Franco, al di la delle frasi di rito, oggi, non so dirti di più, il dolore per la tua scomparsa è tanto. Non so aggiungere altro se non il desiderio di vederti ancora sorridere.

In fondo oltre la tua alta professionalità, il sorriso era il tuo punto di forza.

Spero di esserci riuscito. Un bacio, mauro.

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