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SAN FRANCESCO E LA BELVEDERE DI DANIELE

  

Oggi 4 Ottobre ricorre l’anniversario della morte di San Francesco d’Assisi, avvenuta nel 1226. Appena un anno dopo e precisamente il 10 Ottobre del 1227 ricorre l’anniversario della morte dei Sette Martiri di Ceuta (Enclave spagnola in Marocco) il cui corifeo é San Daniele da Belvedere, Patrono di entrambe le cittadine, festeggiato il 13 di Ottobre in quanto (il 10, giorno della morte, cade infatti nell’ottava destinata dall’Ordine alle celebrazioni di s. Francesco).

E’ questa dunque sotto il profilo squisitamente religioso la Settimana più importante della Cittadina e di tutte le località degli altri sei frati Minori Calabresi (Samuele, Angelo, Domno (o Domulo o Donulo, la grafia è assai incerta) da Montalcino, Leone, Nicola da Sassoferrato e Ugolino. E’ lo é certamente per Ceuta dove Daniele e Fratelli sono venerati in Cattedrale, con medesima festa Patronale.

Il periodo che stiamo esaminando, nella nostra ricostruzione storica su Belvedere e precisamente quello a cavallo tra la fine del XII° secolo e gli inizi del XIII° è segnato, su scala continentale e nazionale, da eventi che influenzeranno in modo rimarchevole la nostra Città : le vicende religiose la vedranno direttamente protagonista. Si é già sottolineato come lo sviluppo urbano della stessa, nel frattempo, ubbidendo alle direttive Sveve, volute fin dalle prime Assise da Federico II°, la caratterizzassero definitivamente, con la costruzione delle mura di cinta, bastioni di controllo e porte di accesso doganali, dedite alla tassatio delle mercanzie extra-regno. Anche per gli Svevi Belvedere, nella strategia complessiva territoriale, così come fu per i Greci, i Romani e insieme Bizantini, Longobardi e Normanni rientra tra le località caposaldo di controllo, col porto naturale di Capo Tirone e l’immediato valico, sulla Catena Costiera Nord della Calabria, di Passo dello Scalone ; motivo che troverà più tardi il suo apogeo con gli Aragonesi per via della costruzione di un robusto Castello Ossidionale avamposto a difesa dell’intera regione nord Tirrenica. 

Le vicende politiche di questi anni sono caratterizzate dall’opera di Papa Innocenzo III che ripropone la Chiesa di Roma quale centro di determinazioni socio-politiche con la decisione contrastata di confermare ad Ottone IV il Regno di Germania ed al Piccolo Federico II° quello di Sicilia, facilitando la nascita del Grande Regno Germanico destinato al suo Piccolo protetto, sebbene egli stesso sospettoso del pericolo derivante alla Chiesa dalla unificazione di un unico grande Impero.

                                                                                       Innocenzo III° e Federico II°

Ed é proprio durante la fase della successiva “Scomunica” di Federico II da parte di Gregorio IX, nel contesto di diffidenza verso l’Impero da parte di religiosi cattolici e, dalla esigenza di ripristinare un ordine generale di rispetto della superiorità del Papato, che sulla scia di una grande figura, San Francesco di Assisi, Belvedere conquista il diritto di cronaca agiografica per via di un suo concittadino, martire con altri sei fratelli in Ceuta in Marocco, oggi Città Autonoma di Spagna. Mentre il piccolo Federico II, nel duomo di Palermo, all’età di quattro anni, nella primavera del 1198 cinge la corona del regno di Sicilia, l’opera di due frati fece rifiorire un forte sentimento religioso: Domenico di Guzman in Spagna, con i suoi viaggi nel 1206 in Francia e le prediche fra gli eretici, e Francesco di Assisi, con il suo esempio.

Francesco, figlio di un Pietro Bernardone, mercante di Assisi, nasce intorno al 1182. A seguito di una grave infermità e una prigionia sofferta a Perugia tra il 1202-03 é colto da una crisi interiore, indossa un umile saio ed abbandona gli affetti della famiglia e gli agi della vita. Viene beffeggiato e chiamato pazzo, ma di li a qualche tempo torme di uomini pii daranno ascolto alla sua portentosa eloquenza; e i discepoli da lui conquistati vestiti di abiti e brandelli, seguiranno il suo esempio, in quella che lui fonderà come prima comunità in una cappella presso Assisi. E’ questo anche uno degli stranissimi avvenimenti del medio evo, tale da indurre ogni intelletto severo a meditare i quesiti che toccano più gravemente i destini della società umana. Le parole di Cristo, ripetute dalla bocca di un apostolo mendico: “Getta via quel che possiedi, e seguimi”, tornano a risuonare per le vie e per le piazze, in mezzo agli entusiasti della povertà, i quali ne interpretano alla lettera la dottrina.

        
Giotto: Francesco rinuncia ai beni.           Assisi: Vista notturna della Basilica         Giotto: Francesco predica agli uccelli.

Un inesplicabile ardore per cui gli uomini s’invaghiscono di quella fratellanza mistica, il cui ornamento stava nell’abito da accattone, la cui massima dottrina era non possedere alcuna cosa e il cui modo di trarre la vita derivava dalle elemosine volontarie. Francesco avendo indole ardente di affetti, inspirata, seducente, attrae a sè gli uomini con la prepotenza dell’esempio. In quel profeta fervido, tutto cuore, si riflette un raggio del genio divino, che in altre età forse avrebbe fatto di lui il fondatore di una religione; ai suoi giorni invece egli non potè essere che uno dei Santi della Chiesa, già saldamente disciplinata; un’imitazione vivente e leggendaria di Cristo, di cui i suoi discepoli pretendevano aver visto in lui impresse le fattezze e le stimmate.

Tuttavia quei discepoli operosi di un Santo non riuscirono a riformare la società umana; in conseguenza di ciò non poterono fare altro che costituire un ordine di frati erranti, senza supporre l’influenza che il nuovo istituto avrebbe esercitato sulla società; e costrinsero il loro Santo, che non era un filosofo, né un teorico, ma un semplice figliuolo di Dio, a diventare legislatore.

Chiamando i fratelli alla povertà come alla predicazione, Francesco d’Assisi aveva, come si è visto, introdotto nella sua opera un’intima contraddizione che doveva provocare gravi turbamenti, già emersi, vivente ancora il fondatore, quando il successo dell’opera superò le speranze stesse di S. Francesco. Lui non aveva mai pensato di fondare un Ordine, ma la sua confraternita lo stava diventando, e che per la sua estensione medesima sfuggiva al controllo del suo fondatore. E non si poteva permettere che divenisse nella cristianità fonte di disordine e fors’anche di eresie.

                                                                           Francesco detta le prime Regole.

Quindi ci voleva, e gli fu imposto un minimo di organizzazione, e che a San Francesco mancava. Questa trasformazione inizia a partire dal 1217 quando il Capitolo suddivide l’Ordine in Province. Quando l’Ordine inserisce numerosi chierici e letterati provenienti dalle Università, cercando di dare all’Ordine un carattere clericale che non aveva di certo all’origine; reclamando i sacerdoti compiti di direzione ai quali paiono destinati.

Francesco all’inizio si ribella ma poi dirà ai suoi: “non voglio privilegi che non quello d’essere umilmente sottomesso a tutti…….Siate sottomessi a tutti i prelati affinché, se è possibile, non si susciti alcuna gelosia”. Resta fedele alla semplicità della predicazione come quella di tutta la vita dei Fratelli e conserva la sua diffidenza di “idiotus”, di ignorante (come si definisce egli stesso) verso l’istruzione.

Non é contento che abbiano costruito una casa a Bologna e non ammette che i Fratelli possiedano libri. Entrando nell’Ordine i letterati devono assumere l’umiltà e il metodo degli ignoranti; la povertà resta la nota essenziale dell’Ordine e l’istruzione è sempre sconsigliata.” Quelli che non conoscono le lettere, non si preoccupino di apprenderle”. Nel dire questo pone senza volerlo un problema arduo poiché ogni predicazione presuppone un minimo di cultura, dunque studi, ciò che mal s’accorda con l’obbligo della spoliazione totale e l’insicurezza materiale.

Quindi suscita la diffidenza della gerarchia, desiderosa di conservare il controllo della predicazione e allarmata dalla pretesa di insegnare direttamente ai fedeli. “ La Chiesa vietava la fondazione di nuove regole, per il motivo che ormai il numero degli ordini monastici era esageratamente salito; perciò a Francesco, ossia ai suoi seguaci, non fu cosa agevole potere fra quelli ottenere accoglienza.

Ciò non di meno il Santo trovò a Roma degli amici potenti, il ricco Cardinale Giovanni Colonna, il Cardinale Ugolino di Segni, uomo pronto ad appassionarsi e zelantissimo dei suoi protetti, che più tardi diventò papa Gregorio IX (Scomunicò Federico II, affidò l’Inquisizione ai Domenicani), ed inoltre l’illustre Matteo Orsini, padre del futuro papa, Niccolò III.

Innocenzo III, l’uomo dal grande intelletto pratico, non comprese l’importanza del sorgente Ordine dei Mendicanti: ci vedeva forse il pericolo di una dottrina che era decisamente ostile alla potestà temporale della Chiesa. Non c’è maggiore contrapposto di quello che si scorge tra Innocenzo III e Francesco, tra il sommo sacerdote, seduto sul trono con la maestà di signore universale, e la persona dell’umile accattone. Un Diogene vero del medio evo, che stava davanti al Papa come altro stava davanti al suo Alessandro; povero e malato sognatore, ma nel suo nulla, più grande di Innocenzo, profeta che lo ammoniva; specchio in cui pareva che Dio mostrasse l’effige del loro tempo, Innocenzo III e San Francesco sono per verità due profili meravigliosi.

           

 Giotto: Innocenzo III° approva solo “Oralmente” la richiesta di Francesco di costituzione dell’Ordine. Cappella del Santo
Giotto: Onorio III ascolta la predica di Francesco

“I futuri SS. Domenico e Francesco chiesero ad Innocenzo III che confermasse i due ordini monastici, ma il grande Pontefice, pur non essendo alieno dal confermare le due istituzioni che rappresentavano una forte milizia e che, con la predicazione l’uno e con l’esempio l’altro, costituivano un mezzo potentissimo per combattere nel mondo cattolico l’eresia e difendere la Chiesa, non ne ebbe il tempo e fu il successore suo, OnorioIII, che nel dicembre del 1216 confermò al primo l’Ordine dei Domenicani con il titolo di “Frati Predicatori”, sottoponendolo alla regola degli “Agostiniani”, e nel novembre del 1223 al secondo quello dei “Francescani” sotto il nome di “Frati Minori” e sotto la regola dei “Benedettini”.

E’ innegabile che il substrato culturale della religiosità calabrese, col suo spirito di austerità e di povertà, abbia influito nell’affermazione del francescanesimo in maniera molto rapida sin dalle origini, se è vero come è vero, che esso raggiunse questa regione durante la sua prima fase di espansione, per mandato dello stesso fondatore e che mai altro Ordine di mendicanti in tutto il Medioevo raggiunse l’importanza e l’ampiezza dell’Ordine dei Minori.

Al di là della disputa sui documenti dei Sette Martiri restano  inconfutabili alcune date e alcuni eventi: quella del 1217, anno della fondazione delle Province madri dell’Ordine Francescano e di cui la Calabria faceva parte; che la stessa ebbe un Ministro immediatamente e che dalla Diocesi di Faenza, villaggio S.Andrea si era portato Pietro Catin su mandato di Francesco di Assisi per ammettere nuovi candidati all’Ordine, quindi quale Primo Ministro Provinciale; che se non nel 1221 comunque in un Capitolo tenuto a Castrovillari (1225-26) S.Daniele fu “Minister Calabriae” e che nel 1227 avvenne la decapitazione in Ceuta.

E ancora, storicamente fondata è la data del 1220 dell’inizio di costruzione del Protoconvento di Castrovillari sempre ad opera del Beato Pietro Catin da S.Andrea.

Sebbene ancora in gran parte resta velata la origine del movimento francescano in Calabria, la sua diffusione in ambiti sociali, oltre che territoriali, in cui persistevano tenaci forme di vita religiosa ispirate alla tradizione bizantina e alla spiritualità del monachesimo greco ed orientale, trova riscontro. Non è un caso che  S.Daniele è Sacerdote Secolare in San Nicola Magno e come tale nella stessa viene ritratto ancor prima di incontrare S.Francesco, e, non è un caso se i  nomi dei suoi compagni sono evocativi di quelli di personaggi vissuti in Calabria Settentrionale in pieno X secolo, nel fervore di San Nilo da Rossano.Una rispondenza segnalata da molti scrittori di storia calabrese che molto presto individuarono nel terreno già dissodato dal monachesimo greco e nel clima spirituale profondamente permeato di gioachimismo ( la parola di Gioacchino da Fiore (1135-1202) le radici del successo del francescanesimo in Calabria, che significativamente è l’unico tra gli ordini mendicanti a diffondersi fin dalle sue origini in questa regione.

E se, in effetti, il monachesimo greco in epoca normanna snaturò la sua originaria identità, accettando sempre più sostanze e prerogative feudali, le tradizioni ascetiche restarono una caratteristica peculiare della regione e furono rinvigorite dal nuovo Ordine Florense, originatosi da una costola del già severo Ordine Cistercense. Il monachesimo greco, all’inizio eremitico, era sorto e si era affermato all’insegna della povertà, che diventerà poi la sposa prediletta di S.Francesco. Le origini francescane hanno precisi punti di riferimento all’ascesi praticata da S.Nilo da Rossano e dalla moltitudine dei monaci greci  della Eparchia monastica del Mercurion alla confluenza del mondo greco con quello latino, appunto nella estremità nord-occidentale della Calabria.

Per quanto riguarda specificatamente Daniele c’è da precisare che i Cognome, ritenuto da molti autori sconosciuto, trova corrispondenza con la venuta in Calabria tra la fine del XII° sec e l’inizio del XIII° di una parte del ceppo Fasanella, nobile famiglia di Fasana (SA), già distintasi nei diversi componenti familiari per le laute donazioni concesse all’Abadia Benedettina della Ss Trinità di Cava dei Tirreni. Negli atti riguardanti la stessa, rinvenibili nella copiosa biblioteca della Abbadia, viene menzionata la nomina di Tancredi Fasanella intorno al 1200 quale Signore di Cirella, Grisolia, Morano ed altri, sottacendo, nelle competenze proprie dei Feudatari, quella intuibile estensione di interesse ecclesiale della Famiglia sulle Chiese ricadenti in quegli anni sotto l’egida della stessa Abadia Cavense. Dai Registri Bibliotecari risultano interamente enumerate le Chiese dell’area Salernitana, ben definite quelle Lucane, ed accennate le Chiese della Calabria Citeriore. E non é un  caso se Daniele Fasanella, ancor prima di ricevere il Saio Francescano, risulti ritratto in un affresco nella Chiesa di San Nicola Magno ( antico Cenobio Basiliano, poi reimpostato dai Normanni, ristrutturata nel 1646 e successivamente demolita) quale Sacerdote Secolare della medesima. Tale affresco, oggi barbaramente demolito, é testimoniato direttamente dal Prof. Nocito che ne fa menzione sul proprio testo di Notizie su Belvedere e da una autore del diciassettesimo secolo F Gerolamo De Rubeis, il cui manoscritto del 1750 ha trovato pubblicazione nel 2007 per opera dell’Amministrazione Comunale della Città di Castrovillari, col titolo “Vita del Beato Pietro e cronaca dei Minori Conventuali in Calabria. Stampa grafica Pollino srl.

Nel rapportarci all’epoca degli avvenimenti, fatto salvo le sterili e ormai devianti enfatizzazioni perpetuate in epoche successive da parte di famiglie ed agiografi locali, soprattutto Belvederesi, proprio nelle caratterizzazioni storiche del passaggio Normanno-Svevo, della nostra Città, è da ricercarsi la presenza di una figura come Daniele.

I diversi fattori, considerati da taluni autori, sul significato di queste missioni francescane in terra africana, quale soprattutto, stando ai documenti papali, il lavoro rivolto alla cura spirituale dei cristiani viventi in quelle terre per necessità di lavoro, il commercio, o perché ridotti in schiavitù e nei confronti dei musulmani, una semplice testimonianza, richiedevano una dimestichezza relazionale specifica con questo mondo. Daniele, cresciuto in una fiorente area di scambi e commerci quale Belvedere, con le coesistenze etniche stabilite dai Musulmani e Normanni, felicemente confermate da Federico II, nei garantiti movimenti via mare allora frequenti con la Toscana, la Spagna ed i paesi musulmani, scopre una naturale disponibilità.

Già incline alla vocazione,  quale Sacerdote Secolare in S.Nicola Magno, contestualmente  sposava, come S.Francesco, la sostanza della povertà di quel monachesimo greco, all’inizio eremitico nei diversi cenobi o laure presenti a Belvedere, in luoghi non distanti dallo stesso S.Nicola, reimpostato dagli stessi Normanni e conservato dagli Svevi.

Per come si è visto, l’attenta analisi dell’evoluzione strutturale della Città, comporta lo smantellamento di alcune credenze sorte sul tentativo, da parte di Famiglie Patrizie nelle diverse epoche, di accreditarsi la presenza del Santo in taluni luoghi di propria appartenenza ma conferma, sorprendentemente, tali altri possibili fatti legati allo Stesso, scaturiti proprio dalle leggende popolari:

a) La famiglia e quindi il luogo di nascita del Santo da un ceppo Fasanella, di antichissima esistenza, se ricollegata ad una abitazione, a Belvedere, risalirebbe al XVI° secolo. Ma la possibile reimpostazione della stessa potrebbe essere avvenuta su precedente struttura di proprietà, e a conferma di tanto i Fasanella del XVI° sec., fra l’altro del Ramo Fasanella-Morano e quindi eredi di Tancredi, presenti a Belvedere, hanno posto sul portone di ingresso lo Stemma Francescano significando la stretta relazione della struttura di Famiglia col Santo. Inoltre la Casa nasce  in sopraelevazione di una Porta Sveva (Porta dei Cenobi) avvalorando la tesi popolare di un coinvolgimento della famiglia del  Santo nel controllo di attività agricole produttive (Vino, Olio, Frumento). Ricchi esattori dediti al prelevamento del fisco per conto dell’Universitas le cui entrate andavano sprecate in gesta imperiali che non sono negli interessi della popolazione e fra l’altro contro la saggezza precedente Normanna. Da qui il probabile moto di ribellione del Santo che abbraccia anche nell’esempio S.Francesco, abbandonando l’agiatezza.

b) La iniziale scelta di vita eremitica di Daniele è da ricollocare alle spelonche basiliane di S.Lucia e della stessa San Nicola, con l’ipotesi, confermata dalla leggenda, che la spelonca di quella che erroneamente viene definita la “Casa Natale” del Santo, risulta essere il ”giaciglio” preferito del giovane Daniele. E questo imporrebbe la esigenza di rivedere la diversa indicazione che viene data attualmente al Sito, fra l’altro inidoneo alla conformazione di abitazione.

c) La fervente attività di Daniele dopo aver ricevuto il Saio da Francesco, la collaborazione con Pietro Catin quale Primo Ministro Provinciale su mandato di Francesco. La sua partecipazione alla costruzione dei Conventi di Corigliano, di Gerace e Santa Maria del Soccorso a Lago. La sua elezione a Minister Calabriae avvenuta in un Capitolo tenuto a Castrovillari tra il 1225-26.

d) Un embargo per la Toscana e, quindi Ceuta, non dal naturale,  troppo esposto, porto  ufficiale di Capo Tirone, ma da scogliera successiva via Nord,  da allora  detta Scogli Oremus.

 e) Il Martirio con la decapitazione avvenuta il 10 Ottobre 1927 con i sei compagni a Ceuta.

Dalla Prefazione de “I Martiri di Ceuta” di Ippolito Fortino- Rubettino Editore-2006 Soveria Manneli CZ:

Fervente di amore divino, il beatissimo padre Francesco desiderava sempre mettere mano ad alte imprese e, camminando con cuore dilatato per via dei precetti di Dio, toccare il culmine della perfezione.

Così cinque anni dopo la sua conversione, bramando ardentemente il martirio, volle passare per mare in Siria a predicar la fede cristiana e la penitenza ai Saraceni e agli altri infedeli. Si imbarcò su una nave per recarsi in quei luoghi, ma a causa dei venti contrari si ritrovò con gli altri naviganti in Schiavonia. Vedendosi allora deluso in questo desiderio, trascorso poco tempo, pregò alcuni marinai diretti ad Ancona di portarlo con loro, dato che quell’anno quasi nessuna nave riuscì a raggiungere la Siria.

Così racconta Tommaso Celano nella Vita Prima del Beato Francesco scritta su mandato del Papa Gregorio IX e per la canonizzazione del Poverello d’Assisi, avvenuta poco dopo la morte. Ed egli così prosegue il racconto di quel pellegrinaggio, intrapreso con intenti missionari verso il 1212:

“ Così non avendo molto tempo dopo si mette in viaggio per il Marocco per predicare il Vangelo di Cristo al Mirammolino e ai suoi correligionari. Tanto era grande infatti il desiderio che lo spingeva, che talvolta lasciava indietro il suo compagno di viaggio per affrettarsi, ebbro in spirito, a realizzare il suo proposito. Ma il buon Dio, che solo per la sua bontà volle ricordarsi di me e di molti altri, quando già aveva raggiunto la Spagna gli resistette in faccia e, perché non procedesse oltre, gli rivolse contro una malattia, richiamandolo dalla strada intrapresa”

“A Francesco d’Assisi, quindi non fu dato di predicare il Vangelo, in terra iberica o africana, al cospetto del Miramamolino, identificabile col Principe dei credenti, amir al-mu’ minin, che allora era il sultano Muhammad al-Nasir della dinastia degli Almohadi.

Come ricorda Dante Alighieri nel Paradiso (XI, 100), “la sete del martirio” spingeva il Poverello di Assisi a questi viaggi missionari, esplicitamente previsti nelle sue Regole. Ed egli stesso indicava itinerari e mete ai suoi discepoli con vocazione evangelizzatrice in partibus infidelium: itinerari e mete che potevano favorire anche il conseguimento del martirio, culmine della perfezione e santità.” (continua)

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