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VITA DI SAN DANIELE A BELVEDERE

         

La vita di San Daniele martire con sei compagni a Ceuta il 10 ottobre 1927, stando alle fonti, si suddivide in due distinti periodi contrassegnati dalla esistenza e non  delle stesse. Tutti gli autori storici, che si sono interessati ad essa, concordano sulla certezza del martirio del Santo ed in parte sulla veridicità della Missione, quale Frate Minore, sin dal 1219, anno in cui prese il Saio in Agropoli dalle mani di San Francesco, Fondatore dell’Ordine. Mentre, gli stessi autori, manifestano assoluta incertezza circa le notizie sulla sua vita precedente: la nascita con l’attribuzione del cognome, l’anno ed il luogo dell’evento, la sua attività.

La sintesi che ne fa l’edizione aggiornata della Treccani ne é una prova eloquente:

“DANIELE, santo. – Nacque a Belvedere Marittimo (nella provincia di Cosenza) probabilmente nell’ultimo decennio del secolo XII. L’attribuzione del cognome Fasanella risulta molto tarda e insicura. Scarse e incerte sono le notizie sulla sua vita; solo il martirio subito da Daniele, insieme con sei confratelli francescani, a Ceuta in Marocco il 10 ott. 1227, è ricordato da più fonti con ricchezza di particolari. Le fonti che narrano le vicende degli ultimi giorni e del martirio di Daniele e dei suoi compagni sono:

a) “una lettera scritta da Daniele” anche a nome dei suoi compagni e indirizzata a Ugo di Genova (il più anziano fra i sacerdoti residenti nel fondaco di Ceuta) e ad altri due frati (un domenicano e un francescano) che lì si trovavano temporaneamente. Fu scritta dal carcere ed è contemporanea agli avvenimenti. Nessuno studioso ha messo fino ad ora in dubbio la sua autenticità.

È inserita, facendone parte integrante nella b) “Passio sanctorum fratrum” riportata dalla “Chronica XXIV generalium”. Consiste in una narrazione piuttosto articolata degli avvenimenti. La sua attendibilità è data per certa da tutti i critici, mentre se ne discute la datazione, che oscilla tra il 1227 e il 1250;

c) “Passio septem fratrum minorum” (o Passio fiorentina, perché rinvenuta in un codice della Biblioteca Laurenziana) edita per la prima volta nel 1924 (Delorme), risale certamente al sec. XIII. È assai importante perché costituisce la fonte diretta dell’epitome del De conformitate di Bartolomeo da Pisa, che fu utilizzata, insieme con la Chronica XXIV generalium, per la redazione delle letture inserite nel Breviarium Romanum del 1516, dopo il riconoscimento del culto da parte di Leone X. Il testo del Breviarium è stato ripreso ed edito dai Bollandisti negli Acta Sanctorum;

d) “una lettera di Mariano da Genova” indirizzata a frate Elia al fine di informarlo sulla morte dei sette francescani. Il testo pretende di essere composto da un testimone oculare degli avvenimenti, ma alcuni dubbi sono stati mossi all’autenticità del documento, edito negli Acta Sanctorum;

e) “lettera di un anonimo francescano calabrese”, redatta probabilmente nel secolo XVII. In essa si sostiene l’origine calabrese di tutti e sette i martiri, dei quali vengono forniti dati sui luoghi di nascita, le casate di appartenenza ed altri particolari. Per il resto dipende dal Breviarium. Sembra che esistessero varie copie manoscritte di tale lettera, edita oggi dal Nocito e dal Coco. Quest’ultima è l’unica fonte che fornisca notizie sulla vita di Daniele precedenti il suo viaggio in Marocco. Si tratta di una fonte di molto posteriore e di incerta attendibilità. A sua detta Daniele era già prete quando nel 1219 ebbe modo di ascoltare ad Agropoli s. Francesco appena rientrato dall’Oriente. Colpito dalla parola del santo, decise di entrare nel suo Ordine. Tornò in Calabria, ove il provinciale lo assegnò alla dimora di Corigliano. Intorno al 1224 fu inviato dal nuovo provinciale calabrese, Bernardino Pugliso, in Sila per fondare, insieme con altri due fratelli, il convento di S. Maria del Soccorso sul passo di Pian del Lago. Nel 1226 Daniele venne eletto provinciale di Calabria e durante il viaggio, che compì per visitare le dimore francescane della sua provincia, espresse il desiderio di partire per l’Oriente, ad imitazione di s. Francesco e dei francescani uccisi in missione a Marrākesh nel 1221. Nel 1227 Daniele lasciò la Calabria insieme con altri sei francescani, Samuele, Angelo, Domno (o Domulo o Donulo, la grafia è assai incerta) da Montalcino, Leone, Nicola da Sassoferrato e Ugolino. Dopo aver ottenuto il necessario permesso da frate Elia, allora a capo dell’Ordine, presero il mare da un porto della Toscana: la prima tappa fu la città di Tarragona, in Spagna. Il trasferimento da lì a Ceuta avvenne in due fasi a pochi giorni di distanza; si sa, ad ogni modo, che circa alla fine di settembre il gruppo dei francescani era di nuovo riunito e si stabiliva nel fondaco dei mercanti cristiani, posto alla periferia della città. Dopo alcuni giorni di predicazioni ai commercianti pisani, genovesi e marsigliesi, i sette francescani decisero di iniziare l’annuncio del Vangelo ai musulmani. Dopo una notte di preparazione spirituale, la mattina successiva (probabilmente domenica 3 ottobre) Daniele e gli altri si introdussero di nascosto in Ceuta, proibita a tutti i cristiani sprovvisti dell’apposito permesso delle autorità locali. Spinti dall’entusiasmo, ma assolutamente privi di esperienza, i frati iniziarono la predicazione per le vie della città, in lingua italiana o latina poiché nessuno fra loro conosceva l’arabo. Tale predicazione ebbe come esito immediato l’arresto dei sette francescani, nel medesimo giorno del loro ingresso in città. Tradotti davanti a quello che le fonti chiamano “re” (e che probabilmente era il governatore) di Ceuta, furono, dopo un sommario interrogatorio, giudicati pazzi e rinchiusi temporaneamente in prigione. Da lì Daniele scrisse la lettera di cui si è detto, documento prezioso per l’analisi della mistica del martirio diffusa nell’Ordine in quegli anni e delle correnti spirituali presenti nel primo francescanesimo. Dopo circa una settimana, Daniele e gli altri furono condotti di nuovo alla presenza del governatore: durante l’interrogatorio si chiarì la natura delle intenzioni dei sette, i quali, sostenendo di non essere in alcun modo malati di mente, non persero l’occasione per rivolgere di nuovo agli astanti l’invito alla conversione, alla presenza di un interprete che comprendeva il latino. Nell’impeto del discorso. Daniele si lasciò andare ad insulti rivolti a Maometto e a tutti i suoi seguaci che si rifiutavano di riconoscere la divinità di Cristo e che perseguitavano i suoi discepoli. Invitato a ritirare quegli insulti e ad abbracciare l’islamismo, D. rifiutò sdegnosamente, imitato immediatamente da tutti i compagni, che invocavano il martirio. Condotti allora davanti al locale giudice, i sette furono di nuovo invitati a convertirsi alla religione di Maometto. A seguito dei loro reiteratì rifiuti il tribunale li condannò a morte. La sentenza fu eseguita quello stesso giorno, il 10 ott. 1227, per decapitazione, alla periferia di Ceuta. I mercanti cristiani, probabilmente con il permesso delle autorità, raccolsero i corpi e li seppellirono decorosamente nel fondaco. Le ossa furono in seguito (1251) trasferite dall’infante Pedro di Portogallo nella penisola iberica, forse a Braga, dove ebbero inizio alcune manifestazioni di culto pubblico. Città della Spagna, del Portogallo e dell’Italia vantano reliquie di qualcuno dei martiri, ma non è documentata la dispersione dei loro resti. Con decreto del 22 genn. 1516, Leone X permise, per i francescani, il culto di D. e dei suoi compagni, fissando la data al 13 ottobre (il 10, giorno della morte, cade infatti nell’ottava destinata dall’Ordine alle celebrazioni di s. Francesco).

Fonti e Bibl.: Acta Sanctorum Octobris, VI,coll. 384-392; Provinciale Ordinisfratrum minorum vetustissimum secundum codicem Vaticanum nr. 1960, a cura di C. Eubel, Ad Claras Aquas 1892, p. 54, n. 202; Chronica XXIV generalium Ordinis minorum, in Analecta franciscana, III (1897), pp. 32 s., 613-16; Bartolomeo da Pisa, De conformitate vitae beati Francisci ad vitam Domini Iesu, in Analecta franciscana, IV (1906), pp. 296 s.; A. Lopez, La provincia de España de los frailes minores, Santiago 1915, pp. 329 ss.; F. Delorme, Pour l’histoire des martyrs du Maroc, in La France franciscaine, VII (1924), pp. 113-16; D. Zangari, I sette ss. frati minori di s. Francesco d’Assiss martirizzati a Ceuta nel Marocco (1227), Napoli 1926; P. de Cénival, L’Eglise chrétienne de Marrakech au XIIIe siècle, in Hésperis, VII (1927), pp. 72-77; C. Nocito, Notizie biogr. su s. D.,Cosenza 1927; L. Wadding, Annales minorum, Ad Claras Aquas 1931, II, pp. 29-35; P. Coco, Saggio di storia francescana in Calabria, Taranto 1931, pp. 5-11; E. Palandri, La leggenda fiorentina di s. Antonio, in Studi francescani, s. 3, IV (1932), pp. 469-73; F. Russo, La fonte della passione dei ss. martiri di Ceuta, in Miscell. francescana, n. s.,XXXIV (1934), pp. 113-17, 350-356; O. van der Vat, Die Anfänge der Franziskanermissionen und ihre Weiterentwicklung im nahen Orient…, Werl in Westfalen 1934, pp. 208 ss.; Dictionnaire d’Hist. et de Géographie Eccles., XIV, col. 68; Enc. cattol., IV,coll. 1152-1153; Vie des saints et des bienheureux, X, pp. 324-327; Bibl. sanctorum, IV,coll. 469-470.”

E’ del tutto evidente, dalla sintesi della Treccani, che le certezze sulla vita del Santo sono riassunte nella sua innegabile morte insieme agli altri componenti la spedizione in Ceuta ed avvalorate dagli atti riguardanti il processo di Beatificazione dei Martiri, avvenuto ad opera di Papa Leone X°, con decreto del 22 Gennaio 1516.

Tale evento  viene oggi ulteriormente arricchito dall’opera suggestiva di Ippolito Fortino, “I Martiri di Ceuta-alle origini del francescanesimo in Calabria”, con la quale l’autore, Storico Cosentino appartenente al Movimento dei Giovani laici Francescani, pur condividendo gran parte dei rilievi sollevati alla veridicità delle fonti storiche che riguardano i Martiri di Ceuta, parte dalla autenticità di una unica preziosissima fonte rappresentata dalla Lettera di Daniele dal Carcere a nome dei Fratelli, ed approda a delle conclusioni riassumibili nella presentazione che dell’opera fa il Prof. Filippo Bulgarella:

Studio sorretto da una originale interpretazione della vicenda agiografica convincentemente illustrata in relazione ai martiri e ai testi che li riguardano. Ne risulta, per i sette frati francescani, l’identità storica di discepoli, per così dire, audaci del Poverello d’Assisi, perché compenetrati da un intransigente vocazione missionaria e da una radicale mistica del martirio”.

Il testo risulta il più prezioso dal punto di vista storico-spirituale: inquadra nel giusto aspetto  vocativo la missione di Daniele e Compagni; una Missione contestuale a molte altre intraprese da altri frati francescani in diverse aree geografiche e non solo magrebine, e sull’esempio dello stesso San Francesco, al quale ragioni di salute impedirono di portare a compimento una missione da Egli Stesso intrapresa, precedentemente, in terra Africana.

Ma anche lo studio del Fortino poco narra della vita antecedente di Daniele se non l’intrapresa missionaria, dall’acquisizione del Saio direttamente da San Francesco ed il martirio di Ceuta. Anzi mentre conferma con convincimento la Cittadinanza Belvederese di San Daniele, dall’altro sostiene:

Non è il caso di dare troppo credito al cognome Fasanella, attribuito ormai per consuetudine a San Daniele: esso , appartenente ad una casata della nobiltà feudale del Regno di Sicilia, pur essendo attestato in Calabria per il XIII° sec., non è presente nelle fonti e nelle cronache primitive sul martire Calabrese ed è ormai riconosciuto come una imposizione della tradizione locale belvederese.”

Tocca a noi locali belvederesi comporre le fila di questa matassa, non fosse altro che per espiare le pesanti colpe che incombono sulle responsabilità di un mancato serio approccio storico sulla vita del nostro Santo Concittadino e del più significativo processo religioso che ci coinvolge in senso lato.  E’ nel “paradosso spirituale della vicenda” che risiede la più grande mortificazione per noi e la Nostra Storia: Ceuta con la morte dà la vita a Daniele, mentre a noi compete il suo oblio!

Ma non sarà certamente nella insensata volontà di una cieca rivendicazione, sulla base di una orgogliosa sfida, che in questo scritto affermeremo alcune cose, bensì sull’attenta e responsabile meticolosa analisi di alcuni elementi aggiuntivi, oggi rinvenibili, della più che ricca documentazione esistente e citata.

Nel Gennaio 2007 per l’impegno dell’Amministrazione Comunale di Castrovillari viene dato alle stampe il testo integrale di quella “Lettera di un anonimo francescano calabrese” di cui fa menzione la Treccani nei termini già conosciuti :

“e) “lettera di un anonimo francescano calabrese”, redatta probabilmente nel secolo XVII. In essa si sostiene l’origine calabrese di tutti e sette i martiri, dei quali vengono forniti dati sui luoghi di nascita, le casate di appartenenza ed altri particolari. Per il resto dipende dal Breviarium. Sembra che esistessero varie copie manoscritte di tale lettera, edita oggi dal Nocito e dal Coco. Quest’ultima è l’unica fonte che fornisca notizie sulla vita di Daniele precedenti il suo viaggio in Marocco. Si tratta di una fonte di molto posteriore e di incerta attendibilità. A sua detta Daniele era già prete quando nel 1219 ebbe modo di ascoltare ad Agropoli s. Francesco appena rientrato dall’Oriente. Colpito dalla parola del Santo, decise di entrare nel suo Ordine.”

La lettera a differenza del peso che ne dà la Treccani viene ripresa anche dal Fortino alla pag.28 del suo lavoro, attribuendole un ruolo decisivo per dirimere la controversa ipotesi di alcuni altri autori che indicherebbero proprio in San Daniele il primo Ministro di Calabria sin dalla sua fondazione e non il Beato Pietro Catin: “ Si tratta della Lettera di un anonimo frate calabrese, di cui ci occuperemo nel prossimo capitolo, il quale per altro nega esplicitamente che (San Daniele)in quel tempo ricoprisse la carica di Provinciale. E questo non solo ci rassicura della verità del Provincialato del Beato Pietro, ma anche dell’esattezza della tradizione che concorda pienamente con la storia.”

Ed ancora il Fortino per quanto attiene la veridicità di una lettera scritta dal Beato Pietro Catin da Reggio Calabria nel 1216 alle autorità di Seminara per chiedere un luogo in cui far dimorare un gruppo di Frati, (questione che metterebbe in discussione la “primogenitura” dei conventi calabresi fra Castrovillari e la stessa Reggio), si auspica che la soluzione della questione, ancora aperta, possa avvenire attraverso uno studio critico del “manoscritto inedito dell’anonimo frate calabrese” che riporta il resto della Lettera di cui sopra.

Bene, con decorrenza Gennaio  2007,” La lettera di un anonimo francescano calabrese” porta il nome dell’Autore che è F.Girolamo de Rubeis ed è pubblicata nella sua interezza con il titolo di “Vita del Beato Pietro e cronaca dei Minori Conventuali in Calabria”. In un unico volume si presenta suddiviso in Due Tomi. Curato da Gianluigi Trombetti  nella Prefazione chiarisce che il Rubeis era oriundo dell’Aquila e che un membro della famiglia Pellegrini, di nome Matteo, di Castrovillari, reggente nel 1725 dello studio del Convento Aquilano, gli diede l’opportunità di venire in Calabria dove alcuni suoi avi nell’ambito dell’Ordine avevano raggiunto alte cariche. Da qui l’idea di scrivere un manoscritto, che ancor prima di essere pubblicato è stato a disposizione di diversi autori di Storia Conventuale fra i quali per attinenza all’argomento spicca Padre Francesco Russo, uno dei massimi storici della Chiesa in Calabria.

Il Rubeis al Paragrafo 1 del testo in esame  comprensivo tra il fol.181 e il fol.190  da notizie su San Daniele, sulla scorta di Atti personalmente da lui medesimo consultati il 24 Luglio 1755 presso la Diocesi di San Marco. Riferisce di una apposita indagine patrocinata dal vescovo di San Marco, competente per Diocesi, e di una visita dello stesso a Belvedere, il 22 Novembre 1680, per delegare D. Giulio di Calabria, decano e suo Vicario Generale, per la disamina di diverse persone ed attingere notizie sulla nascita del Santo, la Famiglia, il luogo di nascita, ed attività.

Dopo le prove testimoniali, più orali che riportate in atti, di numerosi cittadini Belvederesi, circa il cognome del Santo ed il luogo di nascita, al fol.184 di pag.162, l’autore compie una attestazione, molto importante, riferibile alla data dello scritto:

L’antichità tenebrosa ci nasconde la cognizione delle gesta di questo inclito eroe nelle fresche ore della sua vita. Soltanto per mezzo dell’accennata Religione sono venuto nella notizia, che fu decorato nel secolo coll’eccelso carattere di sacerdote. In conferma di ciò fu anticamente dipinto da Prete nella sagrestia della parrocchia di San Nicola Magno in Belvedere. Il detto ritratto, che esprime San Daniele con le divise di Prete, anche oggigiorno si vede nell’anzidetta Sagrestia.

Siamo con il Rubies al 1755. La conferma di questa notizia viene riproposta dal Nocito nel 1927, in occasione della pubblicazione del proprio testo “ Memorie-Studi e Notizie” su Belvedere- avendo fra l’altro, lo stesso, possibilità, vivendo a Belvedere, di osservare l’affresco di San Daniele in Abito Secolare, direttamente.

Se si considera oggi, che la Chiesa di San Nicola Magno, sorta su di un Cenobio Basiliano, così come la vicina San Giacomo, reimpostata dai Normanni e ristrutturata nel 1646, è stata nel 1940 parzialmente demolita per consentire una più spedita viabilità a case private e di recente anche assorbita in una Nuova Struttura a destinazione Asilo Infantile (oggi dismesso), si comprende come l’ignavia dei rappresentanti del Clero e di una classe dirigente, completamente ignorante, abbia proibito alla Cittadinanza ed agli studiosi la continuità della visione dell’immagine del Santo, vera Icona della sua Storia, quale unico documento (Carta di Identità) di reale validità storica sull’esistenza di San Daniele a Belvedere.

A nulla è valso lo stoico sforzo di Don Erminio Tocci, sin dalla sua prima venuta a Marina di Belvedere nel 1948, con le sue innumerevoli lettere di protesta per l’abbattimento della Chiesa alla Diocesi e agli Organi Amministrativi. Una sottile linea di interessi, non tanto nascosti, di una Massoneria dominante.

Tutto il resto è il rimbalzante tamburo di una Tradizione di leggende e racconti, di scarso valore agiografico ma svisceratamente popolare, con il vezzo, tutto appartenente alle Famiglie di possidenti terrieri, di enfatizzarsi una possibilità di vicinanza col Santo, e questo, col dichiarato proposito di promuovere la qualità di alcune proprie produzioni, fra le quali spiccano la bontà del vino e dell’olio.

Il risultato della indagine del Vescovo di San Marco del 22 Novembre 1680 riconferma la tradizione con il rimando del Cognome Fasanella attribuito al Santo ed il luogo di nascita in un luogo, per come si vede anche oggi, più o meno adattato al fabbisogno.

Ma è proprio partendo da questi evidenti punti di debolezza storica della vicenda, e per come essi nei secoli sono stati rimbalzati, che val la pena di intesserne un possibile tessuto tra loro, tale da tentarne una pur minima giustificazione, piuttosto che lasciarli additati solo negativamente e di poco conto (infondati o di scarso peso).

Il “Ritratto” di Daniele nella Sagrestia di San Nicola Magno, non il ritratto in se stesso, ma il fatto che il Santo Francescano prima di indossare il Saio svolgesse il ruolo di Sacerdote Secolare, non è di poco conto; e a nulla serve obiettare che oggi esso non è più visibile, per l’incuria del Clero Locale e non dell’epoca del misfatto, in quanto è certo che lo stesso giace nella polvere frantumata e dispersa del calcinaccio della Chiesa, contestuale alla sua esistenza.

Ci rapportiamo agli anni antecedenti al 1219, nel pieno trapasso delle consegne fra la Belvedere Normanna e quella Sveva,  con l’allargamento della cinta muraria perimetrale al precedente Sistema della Motta Normanna, che si distingueva con la posizione del Mastio al punto più alto della collina, degradante in due diversi scoscesi altipiani di abitazioni, recintati, difesi e controllati facilmente dall’alto,secondo lo schema di Ruggero il Normanno.

La nuova cinta muraria Sveva, caratterizza quasi  per intero l’attuale perimetro del Borgo con una robusta recinzione di mura perimetrali che collegano bastioni di avvistamento, difesa e controllo delle Porte di accesso, le porte sono a doppia mandata con  grate in ferro.

In entrambi i sistemi si conservano le uniche precedenti due Chiese all’interno della Città: San Giacomo e San Nicola Magno. Di fatturazione orientale vengono reimpostate dai Normanni, e sorte su precedenti spelonche e Cenobi Basiliani di cui la Collina è ricchissima, incontrano il rispetto anche degli Svevi. Ed é in San Nicola Magno, sino al secolo XIX° prima Congrea della Città, che San Daniele diviene Sacerdote Secolare.

Che Daniele fosse dotato di cultura classica  e godesse di una erudizione lo dimostrano i successivi incarichi all’interno dell’Ordine, con la posizione velocemente raggiunta di Padre Provinciale e di guida spirituale e per come emerge anche dalla Lettera scritta dal carcere di Ceuta a Ugo da Genova. Lo stesso Ippolito Fortino, pur precisando bene l’appartenenza del Primo Provincialato dell’Ordine Francescano in Calabria al Beato Pietro Catin, nel limitare l’attivismo di Daniele solo alle Città di Castrovillari e Belvedere, tradisce una quasi sorpresa e meraviglia per quel felice, positivo, contatto diretto, avuto da Daniele con San Francesco.  E se a tanto aggiungiamo quella naturale difficoltà alla quale poteva andare incontro Daniele quale Secolare e cioè quanto di già espresso in (art. precedente):

 “Quando l’Ordine inserisce numerosi chierici e letterati provenienti dalle Università, cercando di dare all’Ordine un carattere clericale che non aveva di certo all’origine; reclamando i sacerdoti compiti di direzione ai quali paiono destinati. Francesco all’inizio si ribella ma poi dirà ai suoi: “non voglio privilegi che non quello d’essere umilmente sottomesso a tutti…….Siate sottomessi a tutti i prelati affinché, se è possibile, non si susciti alcuna gelosia”. Resta fedele alla semplicità della predicazione come quella di tutta la vita dei Fratelli e conserva la sua diffidenza di “idiotus”, di ignorante (come si definisce egli stesso) verso l’istruzione.”,

capiremo anche che Daniele viene folgorato dalla parola di Francesco, emulandolo incondizionatamente nella sottomissione al Beato Pietro quale Provinciale eseguendone le direttive, anche nella preparazione della Partenza. La sua unica lettera dal carcere ne costituisce la prova più degna:

Daniele quasi, introduceva, e richiamava con le sue parole il senso della missione “tra gli infedeli” che San Francesco aveva spiegato varie volte nelle sue Regole (Regola non Bollata XVI; Regola Bollata XII), e ciò che più conta lo faceva attraverso un codice di comunicazione chiaro a chi condividesse la sua vocazione francescana. Parliamo di un metodo di composizione della lettera; in un testo così breve risultano le numerosissime citazioni evangeliche e paoline e gli insistenti rimandi a episodi biblici, proprio come accade negli ultimi scritti di Francesco”. (Fortino pag.46).

Che Daniele avesse dimestichezza con la sfera politico-sociale nel variegato mondo giuridico-amministrativo proprio del sistema Longobardo-Normanno Svevo dell’area Salernitana di quegli anni lo dimostrano i suoi numerosi viaggi organizzativi da e per Agropoli, Amalfi, Livorno-Firenze.

Abbiamo già affermato, nella prima parte del lavoro:

Sebbene ancora in gran parte resta velata la origine del movimento francescano in Calabria, la sua diffusione in ambiti sociali, oltre che territoriali, in cui persistevano tenaci forme di vita religiosa ispirate alla tradizione bizantina e alla spiritualità del monachesimo greco ed orientale, trova riscontro. Non è un caso che  S.Daniele è Sacerdote Secolare in San Nicola Magno e come tale nella stessa viene ritratto ancor prima di incontrare S.Francesco, e, non è un caso se i  nomi dei suoi compagni sono evocativi di quelli di personaggi vissuti in Calabria Settentrionale in pieno X secolo, nel fervore di San Nilo da Rossano. Una rispondenza segnalata da molti scrittori di storia calabrese che molto presto individuarono nel terreno già dissodato dal monachesimo greco e nel clima spirituale profondamente permeato di gioachimismo ( la parola di Gioacchino da Fiore (1135-1202) le radici del successo del francescanesimo in Calabria, che significativamente è l’unico tra gli ordini mendicanti a diffondersi fin dalle sue origini in questa regione.

E se, in effetti, il monachesimo greco in epoca normanna snaturò la sua originaria identità, accettando sempre più sostanze e prerogative feudali, le tradizioni ascetiche restarono una caratteristica peculiare della regione e furono rinvigorite dal nuovo Ordine Florense, originatosi da una costola del già severo Ordine Cistercense. Il monachesimo greco, all’inizio eremitico, era sorto e si era affermato all’insegna della povertà, che diventerà poi la sposa prediletta di S.Francesco. Le origini francescane hanno precisi punti di riferimento all’ascesi praticata da S.Nilo da Rossano e dalla moltitudine dei monaci greci  della Eparchia monastica del Mercurion alla confluenza del mondo greco con quello latino, appunto nella estremità nord-occidentale della Calabria.”

Questa traccia dell’Abito Sacerdotale Secolare, nel caso specifico di Daniele, facilita il compito della ricerca per confermare o smentire l’origine della famiglia e quindi l’attribuzione del Cognome Fasanella. Un cognome che ostinatamente nella volontà popolare è rimbalzato nei secoli, tramandato col passa parola, difeso nel momento della verifica del Commissario Diocesano, pretestuoso, in qualche caso, per attribuirsene parentela strumentale e vantaggiosa.

Facilmente riconducibile alle baronie Normanne del periodo a cavallo fra la fine del XII° e l’inizio del XIII° del casato Fasanella prima di Napoli e poi di Sant’Angelo di Fasano e Padula, viene collegato alla Signoria di Tancredi Fasanella Signore di Morano-Grisolia-Cirella a cavallo fra il 1190 ed il 1238. E questo in perfetta sincronia temporale del vissuto del Nostro Santo. Rimane completamente sconosciuta qualunque notizia in atti del legame parentale.

Sul versante Salernitano, le vicende del possibile legame parentale di Daniele con il ramo Fasanella si possono ricomporre, nell’arco temporale di riferimento, con Pandolfo di Fasanella (È documentato per la prima volta nel maggio 1231, quando, già feudatario di Fasanella, in provincia di Salerno, trasferisce al monastero di Cava de’ Tirreni un vassallo che si è spostato con la sua famiglia da Pantoliano in un casale del monastero sul fiume Tusciano. In tale occasione si dice figlio di Guglielmo e fratello di Riccardo. Suo padre Guglielmo è documentato una sola volta in una donazione in favore di Montevergine.) Contrariamente a quanto si è sempre ritenuto, egli non è un discendente dell’antica famiglia longobarda dei Fasanella, perché questa si estinse con il connestabile Lampo di Fasanella. Costui era titolare, nel cosiddetto Catalogus Baronum, di un’ampia connestabilia che comprendeva tutto il territorio che aveva costituito il principato longobardo di Salerno al momento della conquista da parte di Roberto il Guiscardo nel 1076.

Nell’un caso e l’altro, l’Abito Secolare di Daniele apre concrete ipotesi di veridicità del Cognome Fasanella da ricondurre al Santo. Questo é da ricercarsi nell’intreccio di quei legami di connivenza  fra la Curia ed i Feudi e nel caso specifico, fenomeno tipico di quegli anni, quel tessuto di raccordo voluto nell’azione sociale dalla Dirigenza di Montevergine dell’Abadia di Cava dei Tirreni ed i Vassalli dei re Longobardi prima, Normanni poi ed infine dell’inizio del periodo Svevo.

L. MATTEI CERASOLI, La badia di Cava e i monasteri greci della Calabria superiore in «ASCL» 9 (1939), cit., doc. n. 15, pp. 296-298 e AC, LVIII, 45.
Come è noto, il 1025 segna la nascita del patrimonio monastico cavense, per volontà del principe di Salerno Guaimario III e di suo figlio Guaimario IV un ampio territorio, ricadente nella valle Metelliana e gravitante attorno alla grotta Arsicia, viene donato ad Alferio, che principi eiusdem civitatis in magna familiaritate coniunctus est.
A questo nucleo iniziale di terra pubblica, posto a pochi chilometri da Salerno, si aggiungono tre  prerogative essenziali per la nuova fondazione monastica: l’immunità dalla giurisdizione dei vari funzionari pubblici, la facoltà per l’abate di designare il suo successore e l’esenzione da ogni imposta. Guaimario, inoltre, concede ad Alferio la chiesa che lui stesso ha eretto e intitolato alla Trinità, approva l’esistenza di una comunità di monaci ed estende l’esenzione fiscale a tutti gli uomini liberi residenti nelle terre riconosciute all’abbazia.
L’esperienza cavense si apre con il tentativo principesco di inserirla nel solco della tutela e del dominio della gens longobarda di Salerno, eppure gli eventi che segnano successivamente la vita dell’abbazia mostrano che i principi non ebbero alcun carattere condizionante sulla fortuna toccata a Cava, giocando di contro un ruolo fondamentale nel sottrarre l’abbazia allo statuto di chiesa privata. Il diploma del 1025 costituirebbe così il primo documento di esenzione ricevuto dalla neonata comunità, utile a definire meglio i termini della libertas ecclesiae, riconosciuta al monastero proprio dall’autorità del principe.
Nel momento in cui la gens longobarda di Salerno raggiunge l’apice del proprio prestigio politico ed economico, all’abbazia interessa assicurarsi, più che la terra, la libertà della sua comunità nei riguardi del potere laico e gli avvenimenti che caratterizzano la seconda metà dell’XI secolo le danno ragione. La dilatazione degli ambiti territoriali apre dinanzi all’abbazia cavense nuovi e fecondi orizzonti economici, culturali e spirituali dando vita, tra il 1070 e il 1180, ad un’intensa attività patrimoniale. Chiese, monasteri e possedimenti vari entrano nella proprietà monastica e consegnano la Trinità di Cava al rango di signoria fondiaria, a capo della quale siede l’abate, entrato definitivamente nella società del potere. Egli offre protezione e tutela agli uomini che abitano le sue terre, è un dominus a tutti gli effetti, capace di conciliare le esigenze dell’anima con quelle della sicurezza della propria persona e dei propri beni. Il patrimonio acquisito proviene, nella maggior parte dei casi, da donazioni di principi longobardi, prima, di duchi e conti normanni, dopo, scaturite dall’esigenza di rimediare ad una vita peccaminosa e allo smarrimento che il mistero della morte provoca o determinate dalla necessità di garantire la regolare officiatura nelle chiese rurali e di ottemperare al principio riformatore che i laici non dispongano delle res ecclesiae. Non mancano, inoltre, carte di concessione di vescovi e arcivescovi, come di privati cittadini laici ed ecclesiastici, e privilegi illustri di sovrani e pontefici.
Il rapido sviluppo che la Trinità conosce fra XI e XII secolo cammina su vari binari, da un lato, il vuoto di potere che segna il passaggio dal dominio longobardo all’età normanna, dall’altro, le spinte innovative che provengono dall’ascesa di poteri territoriali, sostanzialmente autonomi, legati all’universo politico locale all’interno del quale si muovono le acquisizioni cavensi, senza dimenticare la qualità e il rigore della disciplina praticata nel monastero e il favore della chiesa di Roma. Questo mescolarsi di elementi tradizionali e spinte nuove segna la fase di crescita più intensa di Cava, fino a farne un centro di potere capace di acquisire un peso considerevole nel panorama politico meridionale.
Alla metà dell’XI secolo la SS. Trinità di Cava, guidata dal venerabilis abbas Pietro, che gli Annales Cavenses definiscono constructor atque institutor del monastero, mette a punto un sistema accentrato, sul modello di quello cluniacense, assicurando protezione efficace a tante piccole comunità locali che, diversamente, avrebbero incontrato maggiori difficoltà di sopravvivenza. L’esame della ricchissima mole documentaria nella quale si conserva la memoria di priorati, chiese e prepositure appartenuti, alcuni fino ad un passato recentissimo, alla grande abbazia della SS. Trinità, rivela l’attività fervente che caratterizza la santa societas dei monaci e i loro abati. Differenze profonde  segnano i vari ambiti territoriali che rientrano sotto il controllo della signoria monastica cavense, rendendo necessaria l’elaborazione di strutture di gestione differenti.
Le peculiarità insediative, sociali, economiche e culturali del territorio da amministrare rappresentano fattori di cui tener conto, insieme alla compattezza della base fondiaria che Cava ha incamerato. Dalle terre cilentane, animate dalla presenza di piccole comunità monastiche e nutrite consorterie di amalfitani, dove l’abbazia guadagna da subito i grandi blocchi di proprietà principesche, ai contesti fortificati di Sicignano, Atena, Marsico, Chiaromonte, fino alle aree profondamente grecizzate di Cersosimo, Càlvera, Sant’Arcangelo, la tipologia di controllo messa in campo da Cava mostra con chiarezza la volontà di innestarsi nel tessuto locale.
Ai monaci della Trinità non sfugge il valore politico-economico espresso da questi snodi territoriali e la rete dei priorati sembra articolarsi proprio lungo canali di comunicazione strategici, attraverso i quali l’abbazia si apre a proficue relazioni commerciali e culturali, ricompattando ambiti micro-territoriali altrimenti destinati all’abbandono definitivo. In questa operazione di tessitura di una variegata rete di dipendenze Cava individua, per ogni ambito considerato, almeno un contesto destinato a divenire nucleo di riferimento per tutte le altre obbedienze presenti in quell’area. È il caso di Castellabate nel Cilento, il castrum edificato nel 1123 dall’abate Costabile, dove il magister castri abatis si configura come una sorta di ‘alto funzionario’ dei possedimenti cavensi in terra cilentana, quando ad agire non è l’abate di Cava in persona. Ugualmente importanti si presentano il priorato di San Pietro di Polla, all’imbocco del Vallum Diani, il cui priore, con il giudice e il baiulo, risulta responsabile dell’amministrazione della giustizia; il monastero di San Pietro di Tramutola, al quale spetta un grado piuttosto elevato di esenzione dalla giurisdizione episcopale, e il monastero greco di Santa Maria di Cersosimo, centro di mediazione tra Cava e un circuito particolare di chiese e monasteri, sorto nel cuore di un territorio dove più intensi furono i movimenti migratori di greci provenienti dalla Sicilia e dalla Calabria meridionale, non lontano dalla linea di confine che separava la Campania da quella del Merkurion. La rilevanza della posizione ricoperta dalle terre di Tramutola, attraverso le quali passa uno degli snodi viari più importanti del Mezzogiorno, che ad ovest, lungo il corso del Tanagro, apre la penetrazione nei territori della Calabria tirrenica e ad est, seguendo le anse fluviali dell’Agri, consente di raggiungere la Puglia ionica, non poteva rimanere estranea a Cava.
Per la Calabria dai documenti sino ad oggi rinvenuti la chiesa dei Santi Pietro e Paolo a Rende entra nel patrimonio della SS. Trinità prima dell’estate del 1100, dal momento che la menzione più antica della cappella si legge nel privilegio pontificio di Pasquale II, che conferma all’abbazia cavense, tra gli altri, una serie di fondazioni religiose disseminate lungo la dorsale appenninica che da Scalea raggiunge Rossano e Rende. Tra questi sino ad oggi risultano alcune chiese di Oriolo, Scalea, Laino, Fuscaldo, Paola, Rossano, San Demetrio Corona, e certamente non mancheranno l’Abadia di San Antonio Abate e il monasterium di San Nicola ù Palumbaru, passati sotto la giurisdizione di San Sostene nel 1426. La bolla papale riporta all’inizio dell’elenco dei beni cavensi presenti sul territorio calabrese la dicitura monasterium, aggiungendo di seguito solo le diverse località in cui le dipendenze sorgono, ciascuna con le sue intitolazioni. Questo lascerebbe supporre che, almeno in origine, la dipendenza di Rende sia da annoverare tra i tanti piccoli cenobi italo-greci presenti in Calabria fin dagli inizi del X secolo.
Nella società meridionale del Mezzogiorno medievale alla SS. Trinità di Cava spetta, dunque, un ruolo multiforme, che pone problemi di carattere istituzionale e organizzativo, problemi di ordine più strettamente religioso e problemi di carattere politico-sociale, legati a trasformazioni di portata più ampia, per le quali la documentazione qui fornita si spera possa essere una messe copiosa di dati, notizie, elementi, capaci di suscitare nuove linee di ricerca.”

E’ questo il substrato politico-sociale e di cultura che segna il tempo della religiosità di Daniele Fasanella quale Sacerdote Secolare in Belvedere. Ma è anche lo stesso “tempo materiale” che sul versante quotidiano, laico-civile, lo vede rapportarsi con gli altri in una posizione, dalla sua indole, ritenuta scomoda. Una famiglia presumibilmente agiata, che se dal parentato comunque relegata nella periferia della Signoria, non poteva che essere intromessa nell’area dei servizi in rappresentanza del feudatario. E questo, secondo lo schema di giurisdizione amministrativa concepita dai Normanni, ed inizialmente confermata anche da Federico II° di Svevia, di controllo e di esattori, non diversamente trattandosi di incarichi limitati da svolgersi in un solo loco periferico.

Quanto concepito nel 1159 da Guglielmo il Malo gli incarichi   regionali dei Maestri Camerari, i Maestri Contestabili e i Maestri Giustizieri (dipendenti dal Re) che attraverso la “dohana de secretis”, amministravano il fisco, si traduceva in periferia nell’opera dei  “Baiuoli” et “Adsessores” eletti o proposti “cum litteris testimonialibus hominum loci ipsius” dalle Università. Le elezioni venivano poi approvate dai Camerari e quindi dal Sovrano.

In sintesi per i Fasanella un controllo della “sottocontestabulia” affidata ad un Fasanella nella ricca e commerciale Belvedere. Nei primi tempi essi esigevano anche i diritti di piazza, di mercato, sulle vendite al minuto (plateatico), il dazio su pesi e misure, il diritto di scannaggio (ius coltelli), i diritti di entrata delle merci attraverso le porte cittadine (portatico) e la tassa sul pascolo (fida) degli animali che i forestieri conducevano nel territorio. Provvedevano anche a far raccogliere canoni in natura (terratico) dovuto per i terreni demaniali coltivati (onera universalia per portiones assegnate).

Tra le altre tasse riscosse è notizia della “viarum”, “pontium”, murorum”. Dai proventi della “Baglia”, dedotti i compensi per il “Baglio”, i Giudici ed il canone da da versare al Feudatario concedente, si ricavavano le somme necessarie per le manutenzioni delle mura, delle vie, degli approdi (Porti), nel pubblico interesse delle Città e dei Casali. Il gettito stimato della nostra Città si aggira su 38 ducati). Ai tempi di Federico II°, ma per noi dopo il 1227, anno della morte del Santo, nel 1238, l’Ufficio Baiuolare decade a favore della sola “Università” ed i Baiuoli finiranno per diventare i guardiani del territorio comune.

Nel rapportarci all’epoca degli avvenimenti, fatto salvo le sterili e ormai devianti enfatizzazioni perpetuate in epoche successive da parte di famiglie ed agiografi locali, soprattutto Belvederesi, che hanno voluto costringere la figura del Santo in luoghi adattati ed inappropriati, (fatto che anche di recente  è stato censurato da Don Cono Araugio quale Parroco del Centro Storico) proprio nelle caratterizzazioni strutturali e morfologiche del passaggio Normanno-Svevo, della nostra Città, è da ricercarsi la presenza di una figura come Daniele, con la propria Famiglia con un “ruolo” da svolgere, in ambito appropriato.

La famiglia e quindi il luogo di nascita del Santo da un ceppo Fasanella, di antichissima esistenza, se ricollegata ad una abitazione, a Belvedere, risalirebbe al XVI° secolo. Ma la possibile reimpostazione della stessa potrebbe essere avvenuta su precedente struttura di proprietà, e a conferma di tanto i Fasanella del XVI° sec., (fra l’altro del Ramo Fasanella-Morano e quindi eredi di Tancredi), presenti a Belvedere, hanno posto sul portone di ingresso lo Stemma Francescano significando la stretta relazione della struttura di Famiglia col Santo. Inoltre la Casa nasce  in sopraelevazione di una Porta Sveva (Porta dei Cenobi) avvalorando il ruolo “amministrativo” della Famiglia di Daniele per come appena sopra esanimato.

      

                         Casa Fasanella con ingresso e Stemma francescano e raccordo con Porta dei Cenobi

 

Ruolo avvalorato anche dalla tesi popolare di un coinvolgimento della famiglia del  Santo nel controllo di attività agricole produttive (Vino, Olio, Frumento). Ricchi esattori dediti al prelevamento del fisco per conto dell’Universitas le cui entrate andavano sprecate in gesta imperiali che non sono negli interessi della popolazione e fra l’altro contro la saggezza precedente Normanna. Da qui il probabile moto di ribellione del Santo, fulminato da Francesco ad Agropoli e che di ritorno lo abbraccia anche nell’esempio, abbandonando l’agiatezza con l’intrapresa del suo peregrinare eremitico.

Già incline alla vocazione,  quale Sacerdote Secolare, contestualmente  sposava, come S.Francesco, la sostanza della povertà di quel monachesimo greco, all’inizio eremitico nei diversi cenobi o laure presenti a Belvedere, in luoghi non distanti dallo stesso S.Nicola, reimpostato dagli stessi Normanni e conservato dagli Svevi. La scelta di vita eremitica di Daniele è da ricollocare alle spelonche basiliane di S.Lucia e della rupe Belvederese, con l’ipotesi, confermata dalla leggenda, che la “spelonca” di quella che erroneamente viene definita la “Casa Natale” del Santo, risulta essere il ”giaciglio” preferito del giovane Daniele. E questo imporrebbe la esigenza di rivedere la diversa indicazione che viene data attualmente al Sito, fra l’altro inidoneo alla conformazione di abitazione.

Anche I diversi fattori, considerati da taluni autori, sul significato di queste missioni francescane in terra africana, quale soprattutto, stando ai documenti papali, il lavoro rivolto alla cura spirituale dei cristiani viventi in quelle terre per necessità di lavoro, il commercio, o perché ridotti in schiavitù e nei confronti dei musulmani, una semplice testimonianza, richiedevano una dimestichezza relazionale specifica con questo mondo. Daniele, cresciuto in una fiorente area di scambi e commerci quale Belvedere, con le coesistenze etniche stabilite dai Musulmani e Normanni, felicemente confermate da Federico II, nei garantiti movimenti via mare allora frequenti con la Toscana, la Spagna ed i paesi musulmani, scopre una naturale disponibilità.

E da questi importanti elementi di fondo, che si imprimono nella spiritualità di Daniele Fasanella, é che scaturisce, in un breve lasso di tempo, la sua fervente attività, dopo aver ricevuto il Saio da Francesco: la collaborazione con Pietro Catin quale Primo Ministro Provinciale su mandato di Francesco; la sua partecipazione alla costruzione dei Conventi di Corigliano, di Gerace e Santa Maria del Soccorso a Lago; la sua elezione a Minister Calabriae avvenuta in un Capitolo tenuto a Castrovillari tra il 1225-26. Un embargo per la Toscana e, quindi Ceuta, non dal naturale,  troppo esposto, porto  ufficiale di Capo Tirone, ma da scogliera successiva via Nord,  da allora  detta Scogli Oremus; Il Martirio con la decapitazione avvenuta il 10 Ottobre 1927 con i sei compagni a Ceuta.(continua)

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