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SAN VALENTINO E BELVEDERE

     

Belvedere Paese dell’Amore!

Non c’è stato mai termine come questo, appioppato di recente,  più appropriato ai fondamenti storici di una Città. E’ dall’Amore in senso lato che Belvedere ha esteso i suoi retaggi quali riflessi sull’Arte ed il Bello, sugli Affetti ed i Bisogni, sulle Cure e le Premure.

E per Belvedere, tutto questo, è subito Storia!

Lo é anche per la festa di San Valentino, il Santo di Terni, che in Italia ha preso le mosse ed assunto la ricorrenza da un fatto storico che riguarda le fanciulle da marito, allorquando nel 1465 papa Paolo II autorizzò il cardinale Giovanni di Torquemada a fondare l’arciconfraternita della SS. Annunziata, che doveva procurare la dote alle fanciulle indigenti in procinto di sposarsi. La prima distribuzione di questa dote venne fissata del tutto casualmente il 14 febbraio, diventando così la festa degli innamorati e il Santo il loro naturale protettore. Divenne poi, San Valentino Martire anche il santo guaritore dall’epilessia e dalla peste, oltre a proteggere gli animali domestici.

Anche a Belvedere, per come risulta dagli Atti della Curia e dalle Platee della Chiesa locale, raccolte nel “Bellumviderii” da Don Cono Araugio, ancor prima dell’arrivo delle Reliquie di San Valentino del 1710, fu istituita questa “Arciconfraternita per la dote alle fanciulle indigenti”, a ridosso del Convento di Sant’Agostino, eretto nel 1428 su precedente Cenobio Basiliano, oggi Madonna delle Grazie. Insieme alla Buca dei Trovatelli, quale struttura umanitaria, si affiancò a quella già esistente dell’Hospitale per i Poveri, retaggio della Scuola Medica di Salerno, risalente al periodo Longobardo, di cui parla lo scrivente nel Libro “Dal Tirone allo Scalone- Storia di una Città.

 

San Valentino una festa tutta italiana, dunque, e per l’esattezza romana, trapiantata in Inghilterra dove in epoca vittoriana le dame usavano spedire in questa data bigliettini scritti a mano ai cavalieri per i quali spasimavano. Approdata negli Stati Uniti attorno alla metà del 1800, in tempi recenti è ritornata come novità, con connotazioni prettamente commerciali. ( Il quadro che ne fa Wikipedia con il novero delle Città che vantano reliqie del Santo resta impressionante).

Da qui, da questa facile tendenza a tradurre in attività ludiche gli eventi legati al Santo, prestandosi il tema dell’Amore a più svariati e multiformi aspetti commerciali, la ritrosia delle Autorità Religiose della Basilica di Terni, in cui le spoglie di San Valentino Martire riposano (trasferite giorno 10 c.m nel Duomo per i festeggiamenti 2018) a voler estendere ad altre Città, che vantano parte del reliquario del Santo, il riconoscimento del legame di questo al proprio.

A Belvedere, per come storicamente risulta, il culto per San Valentino, si inserisce in un quadro già caratterizzato da più ampie e concrete iniziative sociali ed umanitarie della Chiesa. Nella  sua accezione religiosa, va ben oltre la connotazione commerciale del “Paese dell’Amore” che ormai una certa cultura giudica, sempre più ludicamente, come l’occasione per imbastire business. Basti considerare, oltre quanto detto in premessa, la sacralità e la spiritualità dello stesso Convento che ospita le Reliquie di San Valentino, voluto dall’Ordine dei Francescani in memoria dei Sette Frati Martiri di Ceuta il cui corifero é il concittadino Daniele Fasanella con tutto ciò che l’Ordine dei mendicanti ha poi rappresentato. Ed ancora, sempre nello stesso luogo, l’evento che ha di poco preceduto la venuta delle Reliquie di San Valentino, tra il 1690 e 1691: artefice il Beato, oggi Santo, Angelo D’Acri, novizio per la terza volta, che nella sua combattuta e sofferta vocazione completò l’anno di prova,  proprio a Belvedere, grazie all’incitamento del Crocifisso dipinto sul muro delle scale del Convento, che gli parlò.

E’ oltremodo innegabile che in quegli stessi anni la nostra Città con la nomina a IV° Principe di Belvedere di Carlo Carafa, figlio di Francesco Maria, a seguito matrimonio dello stesso contratto nel 1688 con la facoltosa Elisabetta Van Den Eynden, ha risentito di un notevole impulso economico sociale. E’ il periodo in cui si sono registrati particolari attenzioni per le ristrutturazioni di Chiese ed arrivi di Statue lignee di grande importanza. Fra queste le più significative restano il Crocifisso, la Madonna delle Grazie, il San Francesco di Paola, l’Immacolata Concezione, la Madonna del Rosario ed il Gruppo dell’Annunciazione, donazione delle Grandi Famiglie Patrizie dei Sanseverino e dei Principi Carafa. Non è un caso se a cavallo di queste dinastie fra il 500 ed il 700, si realizzano le Chiese più importanti e non è un caso che il ricco patrimonio in esse contenuto ha poi conosciuto l’onta di volgari rapine e continue sottrazioni.

Ed è forse oggi proprio questa tendenza, tutta consumistica, gravitante intorno al Santo di Terni, a far si che alcune recenti “attenzioni demolitorie” rivolte al Convento di Belvedere ed in particolare alle Ossa del Santo, risultino influenzate da questo approccio pregiudizievole; malcelato proprio da parte di conterranei regionali (tipiche gelosiuzze da paese), strombato timidamente su giornali a “gravitazione zonale”. Certamente lo è l’azione intrapresa da alcuni dipendenti della Sopraintendenza ai Monumenti di Cosenza (bibliotecarie), le quali si sono prese la briga di pubblicare e tenere ben esposto in bacheca un libello (Quaderno n°5), col chiaro intento (manifestato) di attrarre attenzione all’offerta culturale della propria sede:

“Argomento del Quaderno n. 5 della Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici per le province di Cosenza, Catanzaro e Crotone, è il Convento di San Daniele di Belvedere Marittimo (CS), strettamente legato ad uno dei Santi più conosciuti e amati, San Valentino.

“Il volume, curato da Rosella Chiarello e Gradita Malizia, Funzionarie Bibliotecarie della Soprintendenza, è stato realizzato in occasione della ricorrenza del Santo, il 14 febbraio, che il Ministero festeggia aprendo le porte dei luoghi d’arte statali a tutti gli innamorati dell’arte. In tale occasione vengono proposte al pubblico varie iniziative dedicate al tema, che permettano di approfondire la conoscenza dell’arte, presupposto per proteggere ciò che si ama.

La Soprintendenza cosentina ha deciso, dunque, di dedicare uno dei suoi Quaderni al Convento di San Daniele, nel quale, secondo la tradizione, vengono custodite alcune reliquie di San Valentino.

Le ricerche svolte dalle studiose che hanno curato il volume spaziano dalla storia del Santo a quella del sacro edificio, e soprattutto all’analisi di un documento del Settecento custodito nel convento, in base al quale si sono sempre identificate le reliquie  conservate nella chiesa, consistenti in alcuni frammenti di ossa, con quelle di San Valentino da Terni.

L’attento studio dell’atto, trascritto e tradotto da Enrichetta Salerno e Francesco Samà, Storici dell’Arte della Soprintendenza, che hanno collaborato con le curatrici del volume all’analisi del documento stesso, ha  portato a risultati che smentiscono la tradizionale identificazione, derivante da una errata lettura fatta in passato.

Si tratterebbe, dunque, di reliquie provenienti dal cimitero di Santa Ciriaca di Roma, non riferibili a San Valentino da Terni, peraltro mescolate ad altre attribuite a diversi santi, come attesta un ulteriore documento d’archivio rinvenuto dalle curatrici, relativo ad una ricognizione avvenuta nel 1722 ad opera del Vescovo di San Marco.”

      

Su questo “libello” abbiamo già avuto modo di esporre le nostre osservazioni sin dal 2011, rispondendo ad un apposito articolo di Maria Fiorello Squillaro che riportava articolati stralci di questo “faticoso” lavoro, provvedendo al contempo ed invitare le due “Esperte Bibliotecarie” ad un pubblico dibattito a Belvedere, con la risposta facilmente prevedibile del “silenzio”. (silenzio-assenso???)

Ed ancora oggi, 14 Febbraio 2018, non avendo le interessate provveduto a ritirare il “Libello” che rimane gelosamente custodito in Bacheca della Sopraintendenza, ribadiamo:

Gli errori di traduzione presenti sul cartiglio belvederese sono stati ampiamente rilevati dai “letterati locali” ancor prima delle bibliotecarie e non mai corrette per ignavia dei custodi del Convento dei Cappuccini. E’ ormai patrimonio dell’opinione pubblica della Città di Belvedere sapere che:

A) Il traduttore del Cartiglio Originale custodito nel Convento di Belvedere, che certamente non è stato un frate ( quale Padre Terenzio Mancina o Padre Francesco Scannavino o Padre Vittorino) traduce il nome del Cardinale Gaspare Carpegna (de Carpineo) che consegnò nel 1710 le reliquie al Sig.Valentino Cinelli, con quello errato del Cardinale Gaspare del Carpine.

Il Cardinale Gaspare Carpegna (de Carpineogià Vescovo di Sabina-Poggio Mirteto nel 27 Gennaio 1698, nasce a Roma l’8 Maggio 1625 e muore il 6 Aprile 1714. Papa Clemente X lo elevò al rango di cardinale nel concistoro del 22 dicembre 1670. Vicario del Papa e Giudice Ordinario si rese artefice (anche nella funzione di “Certificatore”- cioè delle autorità ecclesiastiche che avevano potere di convalidare le reliquie) con lettere simili a quella di Belvedere, di molte donazioni di reliquie, derivate dai corpi dei Martiri e custodite nei cimiteri dell’urbe.

 

Gaspare Carpegna, vescovo Sabinense, concede a don Marchione Filippo Massimo le parti del cranio di Giulia e Marzia martiri, estratte dal cimitero Ciriaco, chiuse in una scatola di legno, coperta da carta ondulata. Roma, 20 agosto 1702.

 

Gaspare Carpegna, vescovo Sabinense, concede a Gabriele Maccafani la reliquia composta da un osso di Bonifacio martire, estratto dal cimitero Ciriaco. La reliquia è inserita in una cassa di legno coperta da carta ondulata versicolore. Roma, 26 settembre 1700.

 

B) Il traduttore nel passaggio riguardante la indicazione del cimitero da cui sono state estratte le reliquie, sbrigativamente traduce “dal cimitero di Cipriano fuori le mura”. In effetti il termine “extractus” viene confuso con“extraurbem”  che fra l’altro non poteva essere “extraurbs” mentre la nuova lettura di “Cyprianus”con “Cyriaces”, forma con “ ex Cymeterius” la seguente frase: “estratto (tirato fuori-prelevato) dal cimitero di Ciriaca”

Questa nuova precisazione, già evidenziata da letterati locali, sulla traduzione errata della lettera di accompagnamento del Cardinale Carpegna consegnata al Cinelli e più precisamente il luogo di provenienza delle Reliquie di San Valentino, dal Cimitero di Santa Ciriaca fuori le mura (oggi San lorenzo in Verano), ha indotto le due esperte bibliotecarie della Sopraintendenza a ritenere che le reliquie non potessero essere riferite al Santo di Terni.

Tale tesi per altro risulterebbe suffragata da un documento, rinvenuto presso la stessa Sopraintendenza, attestante una nuova ricognizione su diverse reliquie, fatta nel Convento dei Padri Cappuccini di Belvedere, da parte del  Vescovo di  San Marco ” Don Bernardo Cavalerio” avvenuta nel 1722, successiva al 27 Maggio del 1710, data della consegna a Padre Samuele delle Reliquie del Santo. Dal documento le due bibliotecarie evincerebbero che le reliquie di San Valentino nel 1722 risultino mescolate ed attribuibili ad altri Santi. E questo sempre alla presenza di Padre Samuele.

C’é immediatamente da rilevare che al di là delle interpretazioni operate dalle due esperte, questo secondo documento conferma che le reliquie rinvenute provenienti dal Cimitero di Santa Ciriaca appartengono a Martiri dell’area dell’Urbe, se è vero come è vero che San Vittorio (riportato nel documento della Sopraintendenza) risulta morto in Cesarea di Cappadocia, trasportato e sepolto nella Catacomba di Calepodio e da qui traslato nel 1703 al Convento di Sant’Antonio al Monte di Rieti.

Il documento, rinvenuto dalle esperte ed enfatizzato, appare più lezioso che utile alla causa se non fosse altro che pur ritenedo “umili” i Fraticelli, ci é semplicemente difficile immaginare Padre Samuele,  un “voltagabbana”. Lo stesso venne insignito, nell’occasione del 27 Maggio del 1710, di molto onore nel ricevere le Reliquie inviategli dal Cardinale Carpegna e appare del tutto illogico che il medesimo provvedesse, subito dopo, a “mescolarle con altre.

Le Reliquie sono venute alla luce, per puro caso, in quel lontano 1969, nel convento di Belvedere Marittimo, in seguito alla rimozione di alcune tele di San Francesco e San Daniele, a riprova che tra le mura di quel convento, l’urna ha «riposato» per più di tre secoli, prima che venisse scoperta da Padre Terenzio Mancina. Le Reliquie sono comparse “ben visibili e distinte” per come descritte nella «bolla» cardinalizia dell’epoca; un documento ufficiale della Chiesa, con tanto di sigillo dello Stato Pontificio, recante in calce la firma di Mons. Gaspare Carpegna. Un’autentica che fra l’altro è suffragata anche da un atto notarile. Da essa si evince che le reliquie di San Valentino sono pervenute a Belvedere Marittimo, in dono,  per volontà di Papa Clemente XI, il 27 maggio del 1710.

Padre Terenzio Mancina, se stessimo sulla medesima lunghezza d’onda delle Bibliotecarie, avrebbe quindi ricomposto le Reliquie e a suo piacimento? Un secondo “voltagabbana”? Per la Sopraintendenza di Cosenza é veramente difficile sostenere questo, trattandosi di Padre Terenzio, considerati i suoi rapporti con la stessa.

E che si tratti di una semplice enfatizzazione delle esperte (limitata agli errori del traduttore del cartiglio e rinvenimento del documento del 1722 di ricognizione) emerge dalla loro dimostrata non conoscenza di altre altre lettere di trasferimento di reliquie per altre località del Cardinale Gaspare Carpegna ( v.per esempio quella riguardante le reliquie di San Prospero). Se le esperte si fossero prodigate in tal senso avrebbero dovuto e potuto rimarcare che solo nella lettera di Belvedere consegnata a Valentino Cinelli, molto similare nella impostazione generale alle altre, il Cardinale abbia voluto rimarcare, subito prima dell’indicazione del cimitero di Santa Ciriaca, quanto segue:

“che abbiamo donato a Valentino Cinelli il santo sangue tratto dal corpo del Martire San Valentino assieme a parte del corpo del medesimo San Valentinotrovato fin dal tempo in cui fu sottoposto a martirio col suo nome proprio e per volontà del SS Nostro Papa, “estratto (tirato fuori-prelevato) dal cimitero di Ciriaca” posto in una urna di legno coperta con carta” etcc etcc.

In termini più elementari: il sangue viene prelevato dal corpo di San Valentino al momento della decapitazione (quando è fresco), conservato in una ampolla depositata con parte di altre ossa nel Cimitero di Santa Ciriaca (il sangue,  non San Valentino!) e viene successivamente (il santo sangue) “estratto” (preso) e consegnato insieme alle altre ossa in una urna di legno al Cinelli per farne dono a Padre Samuele da Belvedere.

Inconfutabilmente dalla lettera del 27 Maggio 1710, risultano lapalissiani i rapporti temporali di riferimento alle reliquie, fra la raccolta del sangue e di parte del cranio ed altre piccole ossa di San Valentino avvenuta durante il martirio dello stesso e registrata con  individuazione del proprio nome e la loro conseguente conservazione per 5 secoli presso il Cimitero di Santa Ciriaca o meglio detto di S.Lorenzo,  per farne successivamente dono al Cinelli e Padre Samuele nel 1710.

E’ del tutto evidente, e non si comprende la “esaltante novità” che ha indotto le esperte ad una pubblicazione, utilizzando fra l’altro danaro pubblico, che non esiste nella lettera del Cardinale Carpegna riferimento alcuno ad una sepoltura di San Valentino nel Cimitero di Santa Ciriaca ma ad una semplice custodia di parte delle reliquie dello stesso, sigillate col suo nome fin dal momento del martirio.

In altre occasioni abbiamo chiarito, in contrapposizione ad altri testi scritti in proposito, che non si può fare ancora confusione sulla questione se, le reliquie di S.Valentino a Belvedere, non sono riferibili a S.Valentino Vescovo Martire di Terni, meglio conosciuto come il Santo degli Innamorati, ma ad altro S.Valentino, forse quello appartenente al secondo filone di ipotesi, del Presbitero Valentino di Roma.

Dal momento che i due, i soli ricordati alla data del 14 Febbraio, pur nelle diverse peripezie loro riguardanti, non hanno certamente ricevuto sepoltura nel cimitero di Santa Ciriaca, alla luce del libello saremmo di fronte alla assurda ipotesi dell’esistenza di un terzo S.Valentino, appunto quello sepolto in questo cimitero.

Dell’esistenza di una sepoltura di San Valentino nel cimitero di Santa Ciriaca in Roma fa semplicemente riferimento la guida storico-artistica di Este della Cierre a pag.70 che riferisce l’appartenenza di una reliquia, di un intero corpo, al Martire. Parimenti fa la vicina Monselice (donazione di intero corpo), ma difettando, proprio nei suoi cartigli, nella indicazione del cimitero da cui il corpo sarebbe stato estratto, genericamente attribuito ad un cimitero dell’Urbe, con la pretesa, fra l’altro, di essere questa la vera reliquia dell’Episcopo di Terni, ottenuta per la forte influenza degli Estensi.

Per fugare qualsiasi ambiguità ed errore occorre mettere in evidenza che il corpo del S.Valentino di Terni, oggi composto nella sua Città natale, fu rinvenuto nel proprio sarcofago, decollato e con la testa separata e spostata dallo stesso corpo, la quale a sua volta si presentava quasi priva del cranio.

“Nelle epigrafi cristiane dell’area – spiega Francesco Sforza Barcellona autore di uno studio sull’argomento – non si è trovato alcun riferimento a una sepoltura in loco del Valentino… Eppure le esigenze  del culto … presuppongono l’esistenza … di qualche struttura monumentale”. E il presunto corpo del santo effettivamente viene ritrovato in corrispondenza dell’altare in un sarcofago di piombo. “Il corpo di san Valentino – racconta Emiliano Buccetti, vice-presidente del Centro culturale valentiniano di Terni– non è completo, perché nel corso degli anni si fece dono di molte reliquie. Ciò che oggi rimane sono la mandibola, alcuni denti, pezzetti di ossa delle gambe e un sacchettino con le ceneri del santo. Del cranio, abbiamo solo un frammento restituitoci dopo un furto avvenuto nei primi anni del 2000”.  

Questo elemento chiarisce se ce ne fosse ulteriore bisogno che  le reliquie di Belvedere consistenti in una ampolla di sangue e parte di cranio, si approssimano molto al San Valentino di Terni, mentre del tutto fuori luogo sono le approssimazioni con altre reliquie, di altri (interi) San Valentini o di  intere teste, operate in altre numerose Città, comprese la stessa Roma (“All’interno della basilica DI Santa Maria in Cosmedin sono custodite le reliquie di diversi santi. Tra questi, vi è il teschio accreditato a san Valentino, non il santo venerato il 14 febbraio, ma un omonimo.” Giovanni Sicari, Reliquie insigni e “corpi santi” a Roma, Roma, Alma Roma, 1998).

Per ulteriori approfondimenti giova ricordare che un vivace dibattito si è sviluppato tra gli studiosi e gli archeologi nel corso del XX secolo sulla figura di San Valentino: infatti alla data del 14 febbraio si ricordano due santi martiri con lo stesso nome, il prete Valentino di Roma ed il vescovo Valentino di Terni. Le posizioni degli studiosi si possono riassumere in tre.

La prima soluzione al problema dei due martiri omonimi è quella classica, sostenuta dalla maggioranza fino a qualche decennio fa: ossia che i due santi sono due persone distinte. Il Valentino di Roma era un presbitero che subì il martirio il 14 febbraio durante l’impero di Gallieno (253-268) e che fu sepolto da una cristiana di nome Sabinilla in un terreno di sua proprietà ai piedi dell’attuale collina dei Parioli.

Queste indicazioni topografiche sono confermate dal Cronografo del 354, redatto da Furio Dionisio Filocalo, che rappresenta la più antica menzione del martire Valentino: qui infatti si dice che papa Giulio I costruì una basilica “quae appellatur Valentini” (che chiamano di Valentino). Inoltre la presenza di un Valentino a Roma è attestata anche dalla scoperta, nella basilica ai piedi dei Parioli, di frammenti del carme con cui papa Damaso aveva onorato la figura del martire.

Negli anni sessanta del secolo scorso, lo studioso francescano Agostino Amore, partendo proprio dalla menzione del Cronografo del Filocalo, sostenne l’ipotesi secondo la quale un martire Valentino di Roma non sia mai esistito. Secondo la sua indagine, Valentino è il nome di colui che finanziò la costruzione della basilica esterna sotto il pontificato di papa Giulio I verso la metà del IV secolo e che, proprio per questa sua donazione, si meritò l’appellativo di santo nel corso del VI secolo: a conferma della sua tesi, l’Amore riporta documenti di un sinodo romano del 595 dove ogni chiesa titolare di Roma è preceduta dalla parola “santo”, mentre in un analogo documento di un sinodo del 499 non appare mai l’espressione sanctus davanti al nome delle chiese romane titolari. In conclusione, per Valentino si riproporrebbe la stessa situazione riscontrabile per altri antichi titoli romani, come quelli di santa Cecilia, santa Prassede o santa Pudenziana.

Negli ultimi decenni è stata proposta una nuova interpretazione sull’esistenza dei due martiri omonimi, avanzata dallo studioso Vincenzo Fiocchi Nicolai, secondo il quale il Valentino sacerdote di Roma e il vescovo di Terni sarebbero la stessa persona. Infatti Fiocchi Nicolai suggerisce l’esistenza di un solo Valentino, un sacerdote di Terni che venne a Roma e qui fu martirizzato e sepolto: in seguito il suo culto si diffuse fino a raggiungere la sua città natale, ove trovò un nuovo impulso “sotto spoglie più prestigiose” (De Santis). Si è operata dunque una specie di sdoppiamento della figura del martire, reso più importante dai suoi concittadini con la sua elevazione al rango di episcopus.

Rilevare nella documentazione storica a noi tramandataci notizie attendibili per quanto riguarda la biografia di S. Valentino è un’impresa ardua, in quanto non sempre le fonti sono controllabili. A questo proposito gli storici sono cauti nel valutare il materiale pervenutoci. Le fonti più credibili sono i martirologi, le Passioni, i libri liturgici, le tombe, le chiese e l’iconografia. La notizia più antica che abbiamo di lui si trova nel martirologio Geronimiano che fu compilato in Italia probabilmente tra il 460 e il 544 d. C.In questo prezioso documento compare il dies natalis anniversario della morte di S. Valentino di Terni al 14 febbraio. Il valore storico del Geronimiano è di primo ordine sia perché raccoglie una raccolta riassuntiva delle notizie riguardanti i Santi dei primi secoli, sia perché non è stato quasi mai smentito dalle scoperte archeologiche.

Altri martirologi parlano di S. Valentino di Terni, ma in ogni modo tutti riprendono l’antico martirologio Geronimiano. Nel libro “Il culto di San Valentino”, Pompeo De Angelis riporta la traduzione di un ulteriore Martirologio Romano, compilato dal cardinale Cesare Baronio e pubblicato nel 1592, alla data corrispondente al 14 febbraio troviamo due latercoli scritti in latino e così traducibili:

«In Terni, S. Valentino, che dopo essere stato a lungo percosso, fu imprigionato e non potendosi vincere la sua resistenza, a metà notte infine, segretamente trascinato fuori dal carcere, fu decollato per ordine del prefetto di Roma Placido. MA “ (Furio Placido fu prefetto del pretorio dal 342 almeno fino al 28 maggio 344 (fu uno dei primi prefetti nominati dall’imperatore Costante I per i territori acquisiti dal fratello Costantino II) e console nel 343.).

” Il secondo dice: «In Roma, sulla via Flaminia, natale di S. Valentino Presbitero e Martire, il quale dopo una vita santa in cui dimostrò una dottrina insigne, a bastonate fu ucciso e decollato sotto Claudio (Clàudio II imperatore, detto il Gotico (lat. M. Aurelius Claudius Augustus). – Nato in Dalmazia nel 219 d. C., fu imperatore romano dal 268 al 270.) ».

Antonio Bosio, il grande archeologo e appassionato di antichità vissuto fra XVI e XVII secolo, fu il primo a entrare nella catacomba di san Valentino, nel livello superiore, oggi non più visibile. Il primo archeologo invece a scavare e a riportare alla luce i resti dell’antica catacomba fu Orazio Marucchi (1852-1931): nel 1878, alla ricerca del cimitero, egli entrò per caso in una cantina, ai piedi della collina dei Parioli, e si accorse che in realtà si trattava di un ambiente funerario ricoperto di pitture, benché molto rovinate a causa dell’adattamento dell’ambiente ad uso agricolo. Fu lo stesso Marucchi poi a scoprire i resti della basilica esterna dedicata al santo. Nuove campagne di scavi e di studi furono intraprese nel 1949 da Bruno Maria Apollonj Ghetti.Questi scavi hanno permesso di appurare che il martire Valentino non fu sepolto nella catacomba, ma direttamente in una fossa terragna al suo esterno: è su questa tomba subdiale che papa Giulio I (336-352) fece costruire una prima struttura basilicale, trasformata ed ampliata dai papi Onorio I (625-638) e Teodoro I (642-649), ulteriormente restaurata nei secoli successivi fino agli ultimi lavori fatti eseguire da papa Niccolò II a metà dell’XI secolo. A questo secolo risale anche la testimonianza di un monastero accanto alla basilica. La basilica esisteva ancora nel XIII secolo, e alcune vestigia erano visibili al tempo del Bosio (nel 1594).È stato anche appurato che nel corso del VI secolo, tra la basilica e la catacomba, sorse una necropoli all’aperto, costituita da mausolei, tombe e sarcofagi.

Oggi della catacomba, originariamente disposta su tre livelli, non resta quasi più niente, soprattutto a causa dell’alluvione e della frana che coinvolse la zona nel 1986 e che ha reso inaccessibili la maggior parte delle gallerie. Gli unici manufatti di un certo rilievo sono la basilica esterna e l’ambulacro scoperto dal Marucchi nel 1878 e posizionato all’ingresso della catacomba.Da tutte e tre le ipotesi è certo che la Catacomba di Roma posta al secondo miglio della Via Flaminia, oggi in Viale Maresciallo Pilsudski, nel moderno quartiere Pinciano è stata la prima fossa terragna del Martire decollato in Roma e, secondo i Ternani trasferito notte tempo, ma molti anni dopo, alle porte della, loro, Sua Città, dove tutt’ora è sepolto, con parte del cranio mancante. Le parti restanti sono a Belvedere, con l’unico sangue del Santo raccolto e parte del cranio.

Gli esperti della Sopraintendenza di Cosenza farebbero bene, per Belvedere e la Calabria, a richiedere alle Auturità Competenti Ecclesiali, la prova comparata del “carbonio” delle ossa, per stabilire un risultato ineccepibile di autenticità fra le reliquie. Ma visto che sempre a Belvedere siamo ancora in attesa dell’esito di risutati analoghi,  riguardanti l’epoca di alcuni resti ossei rinvenuti nel 2011 al di sotto di una area, un tempo uccupata dal Sacrario dell’Altare della ex Chiesa Normanna di San Nicola Magno, demolita per ignavia, diffidiamo che questo possa accadere.

                                                                   arch.Mauro D’Aprile
 

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