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LE ELEZIONI E LA SINISTRA DA SALVARE

di Massimo Giannini

A due settimane esatte dal voto, la vera posta in gioco l’ha indicata il vecchio saggio Sergio Zavoli: “Non so se in Italia ci sarà ancora una sinistra… con tanti saluti alla democrazia”, ha detto a Repubblica. Sondaggi alla mano, sembra questo lo spettro che si aggira per l’Italia: la sinistra “terza esclusa”. Schiacciata dalla sfida tra “opposti populismi”, l’accozzaglia forzaleghista contro la marmaglia grillista. Dunque non la semplice sconfitta di un partito che voleva ibridare le due ideologie novecentesche sublimandole nella “vocazione maggioritaria”. Non la banale caduta dell’alternativa gauchista degli “scissionisti de noantri”, che sognavano Corbyn e Sanders. Ma il declino di una cultura politica, minoritaria nel Paese e irrilevante nel Palazzo. La fine dei socialisti francesi.

Con la differenza che da loro c’è un Macron, da noi tanti Micron. È uno scenario drammatico, ma purtroppo non irrealistico. Pd e Leu sono confinati nella “ridotta appenninica” che fu culla del Pci. La destra è di gran lunga la prima coalizione, M5S è di gran lunga la prima lista. Sembra impossibile, ma l’Italia è arrivata davvero a questo bivio pericoloso.

Da una parte c’è il tuffo nel passato. Lo stesso Cavaliere in doppiopetto blu che da Vespa firma il “contratto con gli italiani” sulla stessa scrivania polverosa del 2001. Il pregiudicato 81enne condannato per frode, accusato di “naturale capacità a delinquere” e di aver erogato “cospicue somme di denaro a Cosa Nostra”, che ripromette condoni edilizi e fiscali. Al suo fianco Salvini in felpa verde, pronto a giustificare il “miliziano” neofascista Traini e a spianare con la ruspa leggi Fornero e trattati Ue, centri di accoglienza e campi rom. Questa è la differenza, rispetto al ’94, al 2001 e al 2008: allora Forza Italia aveva il doppio dei voti della vecchia Lega “secessionista”, oggi la nuova Lega “sovranista” prende gli stessi voti di Forza Italia. Avanza una destra che somma il modello Trump di Berlusconi e il modello Orbán di Salvini. E hanno la iattanza di chiamarsi “moderati”.

Dall’altra parte c’è il salto nel buio. I Cinque Stelle chiudono la legislatura come l’avevano cominciata nel 2013. Allora fu lo psicodramma degli scontrini, adesso la tragicommedia dei rimborsi. È la conferma dell’auto-refenzialità di una setta che non sa uscire dal giardino della sua infanzia politica. Non c’è reato, ma in quella “sporca dozzina” di furbetti del bonifico c’è il deficit “strutturale” del Movimento: non la disonestà, ma l’incapacità. Ha detto bene l’epurato sindaco di Parma Pizzarotti: come fanno a governare un Paese da 60 milioni di abitanti, se non sanno controllare i pagamenti di 100 parlamentari? E hanno l’impudenza di definirsi “super-competenti”.

Eppure, questi due schieramenti si contendono l’incarico da Mattarella. Renzi continua a ripetere “saremo il primo partito e il primo gruppo parlamentare”. Più che un pronostico, un esorcismo. Le colpe dei riformisti sono state tante. E ormai serve a poco stabilire chi ha sbagliato di più. Quanto male abbiano fatto i patti del Nazareno o la scissione nel Pd. Quanto sarebbe stato utile attingere allo “spirito ulivista” appena riesumato da Prodi o indicare subito Gentiloni candidato premier. Quanto sia vano denunciare la “rimborsopoli grillina”, dopo aver candidato 27 indagati, spacciato De Luca per De Gaulle e malmenato un cronista di Fanpage. È il momento di reagire allo sconfittismo, anche solo per ridurre il danno. Ci sono ancora 10 milioni di indecisi. C’è la sinistra da salvare e da ricostruire. Se non ora, il giorno dopo il 4 marzo.

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