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ALDO MORO CRONACA DI UN SEQUESTRO

La mattina del 16 marzo 1978 il presidente della Dc esce di casa. Alla Camera sta per giurare il primo governo con l’appoggio del Partito comunista. È il suo capolavoro politico. Quella stessa mattina un commando delle Brigate Rosse lo sta aspettando. Così incominciano i 55 giorni più lunghi della nostra storia

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Era vestito come sempre, anche se quello era un giorno importante per lui: il solito doppiopetto scuro, un po’ lungo, la camicia a righe sottili col monogramma stampatello (“am”) sotto il panciotto, una cravatta blu con disegni democristiani, due gemelli d’oro ai polsini. Avrebbe voluto passare da “Hausmann”, in centro, per far riparare il cinghietto dell’orologio, ma alle 8 si accorse che il mattino era troppo pieno e cambiò programma. Doveva andare alla Sapienza, dove lo attendevano dieci tesi di laurea da discutere in giornata con i suoi allievi di procedura penale. Ma prima, doveva fermarsi alla Camera dove prendeva forma proprio quel mattino alle 10 il suo capolavoro politico, prima tappa concreta del disegno strategico moroteo per una democrazia finalmente compiuta, capace di realizzare anche in Italia un’alternanza tra centro e sinistra. E’ il quarto ministero Andreotti, all’apparenza un monocolore democristiano qualsiasi, in realtà il primo governo dal 1947 con l’appoggio del partito comunista. Oggi giura, ma è stato sul punto di naufragare prima di nascere.

La destra Dc rumoreggiava e l’ultimo giorno di febbraio, quando si sono riuniti in conclave i 400 parlamentari del partito, è andata direttamente all’attacco di Moro, accusandolo di fare il gioco dei comunisti. Lui alla fine li ha convinti, con la voce un po’ roca per l’influenza e con un lungo discorso che si è preso i voti, ma ha lasciato sospesi nell’aria i dubbi della Dc: “un arabesco moroteo, un cesello – scuoteva la testa ascoltandolo uno dei parlamentari di destra più critici, Massimo De Carolis -, pura arte bizantina”.Infine il governo ha giurato al Quirinale, in un quarto d’ora, nonostante lo “sgomento” dei comunisti chiamati a votare una lista di ministri deludente, con Bonifacio alla Giustizia, Stammati ai Lavori Pubblici, Forlani agli Esteri e Cossiga agli Interni. Forse per un ringraziamento, o meglio per una benedizione, adesso mentre sale in auto Moro dice all’appuntato Domenico Ricci che guida, e al maresciallo Oreste Leonardi che vigila su di lui da 15 anni, di portarlo alla chiesa di Santa Chiara, in piazza dei Giochi Delfici, in tempo per la messa, appena iniziata.Si è congedato dalla sua casa al quarto piano coi gesti di sempre, prima di chiudere la porta con la chiave dopo aver salutato il nipotino Luca, di 4 anni, che aveva dormito dal nonno e quel mattino la madre Maria Fida era venuta a riprendere: l’ultima foto di Moro è scattata proprio dalla figlia per finire il rullino, mentre è seduto con Luca a colazione. L’altra figlia Agnese è già in ufficio alla Cisl, la moglie Eleonora ha raggiunto a piedi la parrocchia di San Francesco dove insegna catechismo, il figlio Giovanni è appena uscito per il lavoro, lo ha salutato attraverso lo specchio del bagno mentre lui si faceva la barba: l’ultimo ciao di famiglia, col volto insaponato.

Avevano chiacchierato sui divani del salotto la sera prima, come capitava spesso, quando Moro era tornato a casa come al solito molto tardi e dopo la cena (quasi sempre formaggio, verdura, un bicchiere di vino) prima di andare a dormire si era seduto sotto la grande lampada per finire di leggere le carte stipate nelle cinque borse che lo seguivano sempre in auto, tra casa,  l’ufficio e il partito.Nel suo studio in via Savoia aveva avuto una riunione fino alle 10 di sera con i collaboratori di sempre, e per scrupolo aveva incaricato Tullio Ancora di tranquillizzare attraverso Luciano Barca il segretario del Pci, Enrico Berlinguer, sui ministri troppo chiacchierati e la mancanza di novità nel governo: si trattava di una prima tappa,  l’importante era partire e tenere la guida nel percorso e soprattutto in questa fase bisognava avere una flessibilità costruttiva, formula morotea al cento per cento. Poi era rimasto fino alle 11 sul marciapiede con la cartella in mano a parlare a bassa voce col fidatissimo segretario Nicola Rana, solo loro due.

Problemi di sicurezza, qualche allarme confuso che aveva portato nel pomeriggio il capo della polizia Giuseppe Parlato in via Savoia per un breve colloquio, con la proposta di estendere la scorta anche qui, davanti all’ufficio privato, dove un mese prima era stato fermato un certo Moreno, di nome Franco, che guardava con insistenza sospetta le finestre dello studio.Qualche timore, dunque, l’ipotesi di chiedere un’auto blindata. Oggi Rana nega che quella sera Moro avesse paura. Ma il figlio del presidente Dc, Giovanni, rivela un’inquietudine che nasceva da lontano: “Mentre la guerra fredda stava finendo mio padre cercava una strada nuova per far uscire l’Italia dallo schema che la condannava a essere un microcosmo del mondo di Jalta diviso in due. Questo progetto di una democrazia dell’alternanza aveva una quantità di nemici, interni ed esterni, che lo vedevano come un pericolo. Ma in realtà lui era a rischio da molto tempo, sull’orlo della scomunica per l’apertura ai socialisti, avversario del governo Tambroni, bersaglio dei tentativi di colpo di Stato del generale De Lorenzo e di Edgardo Sogno. Questi nemici erano anche a sinistra, ma soprattutto a destra. Penso che lui ne fosse pienamente consapevole”.

I brigatisti non sanno tutto questo, mentre vanno a dormire tardi, l’ultima notte. Da cinque mesi preparavano il sequestro, da un anno studiavano Moro pedinandolo ad ogni passo, da tre cercavano il cuore dello Stato per colpirlo. Nella loro predicazione ideologica, da quando le Br erano nate all’inizio del decennio alla Pirelli e alla Siemens di Milano, la Dc e lo Stato imperialista coincidevano in un progetto antiproletario al servizio della reazione. E la Dc era per i terroristi una specie di mostro a tre teste, quelle di Andreotti, Fanfani e Moro, quasi intercambiabili: non avevano studiato a fondo il partito, non coglievano differenze all’interno, non distinguevano tra la destra democristiana e la sinistra cattolica. Ma pensavano che il rapimento di un leader democristiano avrebbe consentito di inscenare un “controprocesso”, da opporre al processo ai capi storici delle Br, Curcio e altri quattordici, che stava per ricominciare a Torino, totem simbolico di tutta l’area rivoluzionaria.

La prima “inchiesta”, come il gergo terroristico chiamava gli appostamenti e i pedinamenti, fu su Andreotti. I milanesi (Mario Moretti, Franco Bonisoli) erano scesi nella capitale per mettere in piedi la colonna romana, avevano affittato il “covo” di via Gradoli, avevano comprato la casa di via Montalcini che diventerà la prigione di Moro. Valerio Morucci e Adriana Faranda “accompagnavano” ogni giorno Andreotti nei suoi spostamenti tra casa e ufficio, spesso pranzavano al buffet della trattoria “da Renato” in via Paola, dove mangiava anche la scorta del leader Dc: tutto troppo affollato, troppo centrale, troppo rischioso. Stesso giudizio per Fanfani: troppo difficile. Hanno da tre anni un ritaglio di giornale, che parla di Santa Chiara come la chiesa di Moro. Passano dal sagrato tre volte in un mese, osservano e aspettano ma non vedono niente, pensano a una falsa pista, stanno per cambiare obiettivo.

Poi un mattino Bonisoli dal finestrino dell’autobus che lo porta in centro da via Gradoli, vede un’auto blu parcheggiata in piazza dei Giochi Delfici con la scorta in attesa, scende ed ecco che tra il suono delle campane Aldo Moro esce dal portone di Santa Chiara, col suo modo di camminare un po’ curvo, mentre con la mano sinistra tiene chiuso il bavero del cappotto. Lo controllano, registrano che i suoi passaggi da quella chiesa per la messa stanno diventando più frequenti, quasi costanti. Morucci e Faranda si incaricano di verificare tutto da vicino, la scena e l’attore inconsapevole. Entrano dopo di lui, lo vedono inginocchiato nel primo banco, con solo due agenti alle spalle, gli altri fuori. Lo osservano mentre fa la comunione, pensano che rapirlo in quelle circostanze e fuggire dall’uscita lassù in fondo all’androne consentirebbe di “neutralizzare” i due uomini di scorta, senza uno scontro a fuoco. Ma ci sono i vigili fuori, madri che portano i figli a scuola, tre agenti che lo aspettano, la via di fuga può diventare complicata e pericolosa.

Riguardano tutto il tracciato del percorso abituale di Moro, da casa al partito, dall’ufficio a casa. “Ogni giorno ritorniamo più indietro – racconta oggi Adriana Faranda – analizziamo metro per metro il percorso, le case di fianco, il traffico, le fermate degli autobus, i balconi”. Misurano i tempi, controllano la velocità delle auto, prefigurano la meccanica dell’assalto per scegliere il luogo più adatto, scampare i pericoli, evitare le trappole. Ecco qui. C’è un tratto di strada in leggera discesa, senza negozi e senza scuole, con un bar a sinistra chiuso dopo il fallimento, una siepe davanti, uno stop all’incrocio e una via laterale di fuga, dove una curva nasconde subito tutto. La targa bianca sull’angolo ha un nome sconosciuto agli italiani: via Fani.

Sarà la sigla eterna degli anni di fuoco, capace da sola d riassumere un decennio terribile per l’Italia, che si apre e si chiude con due stragi ancora senza una verità conclusiva, piazza Fontana coi 17 morti e gli 88 feriti del 12 dicembre 1969, e la stazione di Bologna con gli 85 morti e i 200 feriti del 2 agosto 1980. Una selva insanguinata di duecento sigle armate che scendono in strada, un clima di violenza che nel decennio ha fatto più di 600 morti e 3 mila feriti: nei cinque anni a cavallo del caso Moro (1976-1980) ci saranno 9.673 azioni violente, con una media di cinque episodi al giorno, qualcosa di inconcepibile per un Paese democratico.

Quel giovedì mattina Moro è il punto d’arrivo di questa macchina infinita di sangue, il culmine di questa teoria impazzita nella metà campo della sinistra. I brigatisti in quel momento sono più di 200, tra i clandestini  - i cosiddetti “regolari” – e quelli che si mimetizzano in una vita normale, organizzati in 4 colonne a Milano, Torino, Genova e adesso Roma. Hanno i soldi perché si sono appena autofinanziati sequestrando l’armatore Pietro Costa, rilasciato dopo il pagamento di un riscatto di un miliardo e 300 milioni. Prima di spenderle hanno anche dovuto lavare le banconote una ad una, appenderle alle corde stese per tutta la casa e poi stirarle, perché erano impregnate di una sostanza luminescente che le rendeva riconoscibili.

Quando hanno scelto via Fani come il teatro della loro azione più clamorosa, gli uomini delle Br si sono accorti che proprio nel punto-chiave, all’incrocio con via Stresa, apre i battenti ogni mattina il furgone-bancarella del fioraio Antonio Spiriticchio. E’ un ostacolo da eliminare. Così la notte prima i brigatisti Bruno Seghetti e Raffaele Fiore vanno in centro dove abita il fioraio in via Brunetti, trovano il furgone, nel buio bucano e lacerano con un punteruolo tutte e quattro le gomme e lo rendono inservibile: domattina non potrà partire come al solito per via Fani, l’incrocio è libero. L’azione è incominciata. Poi la notte stessa dentro i covi i terroristi romani fanno conoscenza con quelli venuti da fuori, si dividono i compiti, rispondono alle ultime domande, controllano le armi, ripassano insieme il piano maniacale dell’agguato, che punta sulla sorpresa, sulla velocità, sull’annientamento, sul vantaggio decisivo della prima raffica. Il passaggio dalla chiesa di Santa Chiara a via Fani ha infatti cambiato la natura tecnica dell’operazione, quello era un prelevamento, questa è un’operazione militare dove prevale chi annienta l’avversario, decidono le armi. Il massacro è nel conto.

Tutto era stato deciso a Velletri, un mese prima del sequestro, nel febbraio. Lì, riunito in una base della colonna romana, il vertice delle Br vara la risoluzione strategica che dà il via all’”Operazione Fritz”, come viene battezzato il rapimento  Moro, per la frezza bianca tra i capelli del presidente Dc. Gli obiettivi della lotta armata indicati dal documento sono due: la lotta alla dc come avversario capitale del movimento operaio, architrave del sistema repressivo da abbattere, e la liberazione dei brigatisti arrestati nei carceri di massima sicurezza.

E’ la calamita politica del processo ai brigatisti di Torino, una delle capitali della violenza. I capi storici sono dietro le sbarre, con Renato Curcio, il processo è ricominciato giovedì 9 dentro la caserma Lamarmora trasformata in aula bunker, con i 15 imputati divisi in due gabbioni che ascoltano i capi d’accusa rispondendo con un comunicato di minaccia ai giurati. Formare la giuria è stato un calvario. All’inizio del mese solo 5 tra i 110 cittadini estratti avevano accettato l’incarico, ma sono subito diventati quattro perché le Br hanno individuato un operaio Fiat che aveva detto di sì e lo hanno minacciato, telefonandogli a casa, mostrando di conoscere il suo indirizzo, costringendolo a rinunciare. Una parte della città si mobilita, il comitato antifascista torinese invita gli estratti ad accettare dando prova di coscienza civile, c’è polemica sul gran rifiuto della città operaia. Alla fine si trovano i nomi  per partire, tra gli insulti e le minacce dalle gabbie. Tra i giurati c’è Adelaide Aglietta, segretario del partito radicale: “Anche se ho paura, ho deciso di accettare”.

Ma venerdì 10, il giorno dopo l’apertura del processo, a Torino due giovani scendono da una 128 guidata da una donna in zona Vanchiglia, il “borg del fum”, della nebbia: si avvicinano alla fermata del tram e freddano con un colpo alla nuca il maresciallo dell’antiterrorismo Rosario Berardi che era appena uscito di casa. Nella gabbia del processo ci sono due terroristi che lui aveva arrestato in un covo in via Pianezza, Tonino Paroli e Arialdo Lintrami. Quei colpi risuonano nell’intera città, e da Torino attraversano il Paese.

E’ un Paese stordito e sgomento quello in cui si immerge l’auto di Moro nei primi metri del suo ultimo viaggio, verso una finta normalità che convive con l’emergenza quotidiana, dov’è in agguato la tragedia. Gli aeroporti funzionano a singhiozzo per l’agitazione dei piloti, il debito del Comune di Roma è arrivato a 5 mila miliardi, il ministero degli Interni ha appena presentato l’agente Morfax, un robot antiguerriglia che può salire e scendere le scale, accendere la luce, usare i raggi X. Intanto in Svizzera qualcuno ha trafugato la salma di Charlie Chaplin, lasciando vuota la tomba al cimitero di Corsier su Vevey, in Vaticano il cardinal Poletti denuncia come “blasfema e sacrilega esaltazione erotica” il dramma lirico “Sancta Susanna” messo in scena all’Opera di Roma, i medici ospedalieri minacciano di fermarsi per Pasqua. Il procuratore Bartolomei sequestra per la terza volta il film di Liliana Cavani “Al di là del bene e del male”, esce nelle sale “Ecce Bombo” mentre a Milano un ladro ruba dal furgone di un corriere le bozze corrette dell’ultimo romanzo di Paolo Volponi, “Il pianeta irritabile”.

Non accendono il lampeggiante, gli uomini della scorta di Moro, non azionano la sirena partendo per il loro ultimo viaggio. C’è tempo. Quando hanno avviato il motore appena il presidente Dc è salito a bordo, e si sono affacciati sulla strada, gli agenti non sapevano che Mario Moretti, il capo delle Br, era appena passato lì davanti, in via del Forte Trionfale 79, per controllare che non ci fossero sorprese, contrattempi, allarmi. Cercava le due auto: quando le ha viste in attesa, una dietro l’altra, ha fatto il giro completo delle varie postazioni terroristiche, per l’ultima verifica, e ha dato l’ok definitivo a ciascuno. E’ il giorno giusto, nessun imprevisto, nessun dubbio, l’agguato preparato da mesi può scattare.

Per le Brigate Rosse questa è una giornata capitale nel loro calendario ideologico di guerra. Moro si muove nel calendario civile di una democrazia occidentale, per lui è un giorno importante per la vicenda politica che ha costruito e oggi lo aspetta alla Camera. Il tempo dell’ideologia e il tempo della democrazia stanno per scontrarsi in una strada di Roma, tra i passanti del mattino, all’ora del primo caffè. L’uomo chiave del nuovo equilibrio politico è anche  l’uomo simbolo del potere da abbattere, e adesso è soltanto un uomo silenzioso che sta sfogliando i giornali, come se fosse un giovedì normale. I due autisti frenano entrando in via Fani, scalano la marcia e ripartono, non sanno che questa è la loro ultima curva.  Ma ecco il profilo della “130″ che spunta laggiù in fondo, poco dopo appare l’”Alfetta” che la segue. Ed ecco Rita Algranati che ha già visto le auto, alza e abbassa il mazzo di fiori che ha in mano. E’ il segnale che spalanca l’abisso italiano. Tutto è incominciato così, coi fiori che danno la parola alle pistole.

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