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I POTERI DEL PRESIDENTE

La sfida ai poteri del presidente e il ruolo della sinistra

Il capo dello Stato sa benissimo quali sono le sue prerogative. L’esempio più chiaro fu quello di molti anni fa, quando Luigi Einaudi insediò il governo Pella senza avvertire i gruppi parlamentari dei vari partiti
DI EUGENIO SCALFARI

Il presidente Sergio Mattarella qualche giorno fa accettò la proposta fattagli dai capi della coalizione maggioritaria in Parlamento, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, di incaricare un certo Giuseppe Conte di studiare i punti essenziali della nostra struttura politica, preparare un governo composto da persone rappresentative e competenti nelle singole materie per riferire tutto al capo dello Stato. A lui, Mattarella, il compito di esaminare le proposte di Conte, tutte o soltanto alcune, modificarne altre e alla fine dare il via all’incaricato di formare il governo da lui, Conte, presieduto e da Mattarella debitamente accettato.

Il successivo passaggio costituzionale prevede che il nuovo governo, già in carica dopo il giuramento dei singoli ministri, deve presentarsi alle Camere ed ottenerne la fiducia. Se non la ottenesse decadrebbe, restando in carica per l’ordinaria amministrazione, in attesa che un altro governo sia formato con un altro incaricato su proposta della maggioranza o per scelta diretta del presidente della Repubblica. Questo è il quadro in caso di alternanza ma è già stato superato, salvo un punto forse non superabile: la nomina di Paolo Savona a ministro dell’Economia, proposta da Conte ma respinta da Mattarella. Questo rifiuto era probabilmente previsto; comunque è stato immediatamente respinto sia da Di Maio che, soprattutto, da Salvini.

Il leader della Lega ha dichiarato pubblicamente, qualora Mattarella non cambi ed accetti la candidatura di Savona al ministero suddetto, di mettere in crisi la legislatura chiedendo un nuovo e immediato voto dopo quello del 4 marzo. La situazione è a questo punto ed è di estrema pericolosità. Mattarella ovviamente sapeva che il suo “no” a Savona avrebbe determinato questo sconquasso. Allora perché ha accettato il nome di Conte, esecutore “ingenuo” della politica di Salvini e Di Maio?

Il nostro Presidente sa benissimo quali sono i suoi poteri. L’esempio più chiaro fu quello di molti anni fa quando Luigi Einaudi insediò il governo Pella senza neppure avvertire i gruppi parlamentari dei vari partiti. Un esempio che lo stesso Mattarella ha più volte ricordato ed è importante perché ribadisce quanto la Costituzione già prevede e cioè che il presidente della Repubblica è in grado di fare un governo avvertendo il Parlamento successivamente e, qualora il voto fosse contrario, non per questo il Presidente sarebbe costretto ad abolire il governo da lui stesso insediato ma lo conserverebbe con la dizione puramente formale di affidargli soltanto l’ordinaria amministrazione: dizione mai spiegata nei suoi contenuti e che è quella in forza della quale l’attuale governo Gentiloni è ancora in carica in attesa d’esser sostituito da un governo privo di limitazioni. Limitazioni non definite dalla frase “ordinaria amministrazione” che quindi può protrarre senza limite di tempo un governo di questo genere, salvo che ottenga la sfiducia delle Camere non su un singolo intervento ma sul governo in quanto tale. Questa è poi la ragione che ha indotto Mattarella ad accettare un nuovo interlocutore indicatogli dalla maggioranza attuale, ma non gli ha impedito di dire il suo “no” irrevocabile all’attribuzione del ministero dell’Economia a Paolo Savona.

Questa è la situazione. Vedremo ora se Conte riuscirà a convincere Mattarella a rivedere la sua preclusione per Savona o i suoi sostenitori Di Maio e Salvini a rinunciare all’opposizione contro Mattarella. In realtà, da quanto possiamo dire per conoscenza di situazioni di questo genere, il povero Conte non otterrà né l’una né l’altra cosa. Savona non avrà l’Economia, la maggioranza cercherà un’alternativa o provocherà la fine della legislatura e il nuovo voto elettorale; quanto a Conte se ne tornerà a casa e riprenderà la sua professione di docente di Diritto privato all’Università di Firenze. E questa è la fine della storia, ma non è ancora chiusa. Si faranno veramente nuove elezioni? Salvini ne è convinto, le vuole a tutti i costi e comunque il suo partito dirà no a qualunque alternativa: vuole le urne e fino a che non le ha opporrà il suo veto a qualunque proposta di qualunque tipo.

Probabilmente Di Maio non si allineerà con lui; è probabile che ci sia una divisione tra 5 Stelle e leghisti. Quanto al nuovo presidente del Consiglio, questa volta sarà Mattarella a proporlo, come è costituzionalmente legittimo e più volte è avvenuto nella storia d’Italia dal ’47 in poi. Mi viene in mente, visto quello che fin qui abbiamo visto, ciò che scrive Dante mentre sta visitando il Purgatorio:
Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di provincie, ma bordello!

Avremo un mutamento delle opinioni di Mattarella su Savona? Potrebbe spostarlo di ministero, ammesso che egli accetti e che serva a qualche cosa. Ma non credo che avverrà perché Salvini comunque non ci starà. Mattarella nominerà qualcuno che sia assai più adatto di Conte a formare un nuovo governo ma a questo punto bisognerebbe attendersi qualche mutamento politico da parte di Di Maio. Non sarebbe la prima volta; del resto i 5 Stelle sono sempre grillini, populisti ma guidati da un capo che è in grado di portarli per mano dovunque gli risulti più utile. Questa volta è meno possibile di altre ma in qualche modo ci proverà e vedremo in quale direzione e in che modo. I nomi adatti per un nuovo governo – sempre che non si vada veramente alle elezioni – sono numerosi ma il presidente Mattarella non ha certo bisogno di consigli in materia né spetta a chi fa il nostro mestiere darne.

A questo proposito vorrei tuttavia citare ciò che dice sull’alleanza Salvini-Di Maio il nostro amico e collaboratore Michele Ainis: “È un’alleanza che è molto simile ad una miscela che si potrebbe fare tra il ritmo e la melodia del jazz e il frastuono del rock. Inutile e inascoltabile”. Perfetto. Adesso penso di riposarmi prima di riprendere a scrivere. Metterò un disco con Louis Armstrong che mi terrà compagnia prima di ricominciare il lavoro.

Dico la verità: con quanto sta accadendo nella politica italiana di questi giorni mi è venuta voglia di rileggere i romanzi di Philip Roth. I grandi romanzi ti aiutano a vivere con gioia e quelli di Roth sono tra i più belli. Naturalmente non i soli, da Manzoni a Victor Hugo, a Stendhal, a Proust, a Tolstoj, a Cechov. Ma forse è Rilke il più adatto ad aiutarti mescolando la leggerezza con la malinconia, l’amicizia con la solitudine, l’amore con l’invidia. I Quaderni di Malte Laurids Brigge sono uno dei più bei romanzi che probabilmente aprono lo stile della modernità.

Ma adesso dobbiamo tornare ad una realtà meno sognante e terribilmente più concreta. La possiamo intitolare “la sinistra italiana e l’Europa”. È un tema che abbiamo già trattato in altre recenti occasioni ma siccome cambia di giorno in giorno è opportuno rimetterlo sotto la lente d’ingrandimento per aggiornarne l’esame. Tutta l’Europa, oltre all’Italia, è percorsa e tormentata da molti altri casi: la Spagna, la Grecia, l’Olanda, la Polonia, l’Ungheria, l’Austria. Insomma c’è crisi profonda, economica, sociale, politica e anche morale quasi dappertutto. Dell’Italia abbiamo già ampiamente parlato e quindi non è qui il caso di tornarci, ma il gruppo politico italiano che ha, o almeno così speriamo, la capacità e la forza d’un intervento europeo è la sinistra italiana che ha la sua sola incarnazione in quello che resta del Partito democratico. Su questo bisogna però intendersi.

Qual è la vera sinistra che sta nel Partito democratico? Quel partito dovrebbe essere in qualche modo ricostruito da personalità del genere di Veltroni, Prodi, Gentiloni e tutti gli altri che dovrebbero metter da parte le loro piccole differenze e unirsi per una battaglia che riguarda contemporaneamente la sinistra italiana e l’Europa. La figura dominante sul tema europeo ma anche su come quel problema si articola nei vari Paesi che costituiscono l’Unione, e in particolare l’Eurozona, è Mario Draghi. Il suo incarico scadrà nell’autunno del 2019 ma in un anno si possono fare e avviare le politiche necessarie per rafforzare l’Europa e avviarla, nei limiti del possibile, a puntare verso una confederazione sempre più federata. Draghi non solo conosce questo problema, ma ne ha gli strumenti per procedere con la maggiore efficacia possibile. Questo è l’obiettivo di Draghi ormai da tempo, ma diventa sempre più attuabile e attuato, man mano che la scadenza della sua carica si avvicina.

Ogni Paese europeo ha bisogno di una sua politica, economica, fiscale, finanziaria, bancaria. La Germania per esempio dovrebbe accrescere gli interventi pubblici al suo interno e limitare invece l’impulso delle esportazioni. La politica fin qui seguita ha arricchito non solo i privati ma lo stesso Stato tedesco, l’inconveniente è che il benessere del popolo è stato trascurato e non è mediamente all’altezza delle ricchezze che il Paese si procura con l’esportazione. La politica monetaria di Draghi nei confronti della Germania punta sul criterio di aumentare gli investimenti interni diminuendo l’impulso all’esportazione. In Italia, tanto per fare un esempio tipicamente contrapposto a quello tedesco, la politica economica che Draghi persegue è l’opposto. L’Italia ha bisogno di aumentare l’occupazione, i consumi e quindi la domanda, con imprese che offrono prodotti a prezzi competitivi. Il cuneo fiscale dovrebbe essere ridotto in modo significativo, con l’effetto di diminuire le diseguaglianze. La lotta a quel fenomeno coincide, guarda caso, con quella continuamente predicata da papa Francesco. Le diseguaglianze vanno diminuite e ciò migliora la situazione dei ceti con basso reddito e quel miglioramento si ottiene tassando i redditi più elevati. Può sembrar curioso vedere una somiglianza così evidente con la politica economica di Draghi e quella religiosa del Papa. È una coincidenza molto significativa.

Applicando a due Paesi così diversi come la Germania e l’Italia due politiche economiche assai differenti e quasi opposte l’una rispetto all’altra, Draghi ottiene il risultato che persegue: una migliora aumentando gli investimenti interni, l’altra migliora aumentando l’occupazione e il reddito-salario dei ceti meno abbienti. La sinistra italiana dovrebbe avere molto chiaramente la percezione di queste politiche e sostenerle con l’obiettivo non solo di migliorare la situazione del nostro Paese ma di stimolare la trasformazione confederale dell’Unione in una tendenzialmente federata. Questo obiettivo è perseguito da Macron che non a caso ebbe la sua prima vittoria trionfando sul movimento populista di Marine Le Pen. Il nostro Le Pen si chiama Matteo Salvini. Altro non dico ma mi domando: abbiamo anche noi un Macron? Ho fatto alcuni nomi della sinistra italiana; mi piacerebbe poter fare anche quello di Renzi, e lo farei se lui la smettesse di fare l’isolato e partecipasse veramente allo sforzo comune d’una grande sinistra italiana ed europea.

I populismi, come già abbiamo più volte constatato, sono popoli guidati da dittatori. La nostra sinistra è l’unica forza non populista e quindi i dittatori sono incompatibili per l’unico partito italiano non infetto da populismo, sempre che Renzi non ce lo porti in casa per la sua parte. Gli auguro di no. In passato mi ha detto più volte che avrebbe smesso di comandare da solo ma non l’ha mai dimostrato, anzi di solito quel malore gli torna. Spero che prima o poi guarisca.

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