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LA PACCHIA E’ FINITA (continuate in Pace).

Intervenendo ieri alla Camera durante la discussione sul Def, il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha confermato quanto già dichiarato al Corriere, l’approccio realista di “sentiero stretto” che aveva caratterizzato il suo predecessore, Piercarlo Padoan, aggiungendo altre considerazioni piuttosto interessanti. Attendendo i problemi che si presenteranno in autunno, e che per il nostro paese potrebbero essere seri.

Il ministro ha detto che “le opportune coperture” per le misure di politica economica che si vorranno portare avanti saranno indicate a settembre. La scelta di quella data non è casuale: quando il ministro parla di ripresa che “continua ma a ritmi più contenuti del 2017”, sta utilizzando un blando eufemismo: la crescita in Eurozona sta entrando in sofferenza, a partire dalla Germania, i cui maggiori istituti di ricerca economica hanno rivisto al ribasso le stime di crescita per quest’anno, con tagli di 0,5-0,7% di Pil, che potrebbe faticare a toccare il 2% di incremento.

Gli effetti dei conflitti protezionistici, l’incertezza sui piani di investimento che essi generano, l’impatto del prezzo del greggio sono tutti elementi che causeranno una frenata visibile alla crescita. Per l’Italia valgono tutte queste considerazioni con un malus aggiuntivo: l’aumento dello spread, ad oggi di circa 80 centesimi di punto sulla curva dei rendimenti, che se mantenuto eserciterà un’azione frenante anche sul credito.

Questo è il risultato della forte credibilità delle posizioni no-euro di numerosi esponenti della maggioranza, che hanno finito col fare emergere un rischio di ridenominazione per il debito italiano. Lo stigma greco, in pratica. Per questo il nostro paese subirà una frenata maggiore di altri, tra qualche settimana. E dato che il nostro rapporto debito-Pil resta il sorvegliato speciale, rischiamo una profezia che si auto-avvera: meno crescita, più spread, meno crescita.

Per quella data, forse, il numero di fessi che oggi farneticano di “spread che non conta” avranno cambiato idea (vedete quanto sono ottimista?), ma resterà da riscrivere il quadro di finanza pubblica. Potremo certamente contare sul fatto che la posizione fiscale non può diventare restrittiva durante un rallentamento, ma sarà assai magra consolazione. Per questo i numeri del Def rischiano di essere molto differenti, tra poche settimane.

Quello che si può dire già oggi, comunque, è che per le “grandi riforme” del Contratto gialloverde i soldi semplicemente non esistono. Non è un caso che politici accorti come il viceministro all’Economia, Massimo Garavaglia, abbiano già messo le mani avanti segnalando che quella della flat tax è una prospettiva “di legislatura”, che di solito è la frase in codice che si usa quando ci si rende conto che i soldi non ci sono.

Il fatto, ve lo ripeto alla nausea, è che i nostri eroi l’avevano pensata molto astuta: minacciare la Ue e prendersi un maxi deficit con cui “finanziare” tutte le fantasmagoriche proposte del Contratto. Vado pazzo per i piani ben riusciti, come sempre. A questo proposito, è perfidamente ineccepibile l’osservazione di oggi del consigliere delegato di Intesa SanpaoloCarlo Messina:

«Il ministro dell’Economia Tria ha detto le cose che probabilmente andavano dette un mese fa. Questo avrebbe evitato la salita dello spread e la caduta delle borse»

Tria ieri ha poi ribadito l’ovvio: che è importante che il debito scenda, perché così si recupera credibilità e risorse per avviare un circolo virtuoso. Peccato che il combinato disposto di rallentamento economico e spread in aumento renderà molto difficile piegare la traiettoria del debito. Riguardo agli investimenti, Tria chiede, come molti suoi predecessori, la cosiddetta “golden rule” che consente di scorporare gli investimenti pubblici dal rapporto deficit-Pil. La chiedevano Berlusconi e Tremonti, la chiedeva Monti, la chiedeva Enrico Letta, la chiedeva Matteo Renzi.

Ma i problemi restano quelli: come identificare in modo “certificato” quello che è “investimento” e non, ad esempio, una mancetta o una maxi mancia, come reddito di cittadinanza o taglio di imposte in deficit? E, ammesso e non concesso che si possa fare, sino a che livello spingersi? E come reagirebbero i mercati di fronte a quello che resta un aumento del deficit e del debito, con nessuna certezza che si tratti di spesa in conto capitale che produrrà gli ampi impatti moltiplicativi di cui si favoleggia?

C’è da dire che Tria fa anche una considerazione molto opportuna, sulla spesa in conto capitale, quando sostiene che i maggiori ostacoli non vengono dalla carenza di risorse quanto dalla perdita di competenze a livello locale e dagli “effetti non voluti” del Codice degli appalti. Difficile tuttavia credere che si possa arrivare ad una significativa inversione di tendenza in tempi brevi.

I prossimi mesi rischiano di essere un brusco risveglio per molti, in Italia, dopo la bulimia di proclami più o meno bellicosi: uno scenario economico deteriorato, anche su base autoinflitta, e ripresa dell’affanno sul debito. Se le cose andranno così, in molti realizzeranno che effettivamente “la pacchia è finita”, per citare una frase divenuta sinistramente celebre in questa cupa Italia sovranista. E qualcuno, in questo clima di revival, pronuncerà un’altra frase fatale: “si stava bene quando si stava male”. Riferita però non alla buonanima di nonno Benito bensì alla legislatura precedente, baciata non tanto da superiori capacità politiche quanto dal QE della Bce e dal crollo del prezzo del greggio.

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