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L’ITALIA SENZA MIGRANTI.

Un’Italia senza stranieri vedrebbe svuotarsi i cantieri edili e i campi, perderebbe un terzo dei componenti delle squadre che puliscono gli uffici, troverebbe chiusa una bancarella su due al mercato quando deve andare a comprare frutta e verdura. In casa, dovrebbe salutare due collaboratrici domestiche su tre e la metà di coloro che danno una mano a prendersi cura dei propri familiari. Se si alza lo sguardo, ipotizzando uno scenario economico estremo, rischierebbe di perdere la metà del Pil – quindi della propria ricchezza nazionale nel giro di quattro decenni.

La presenza dei migranti nella società italiana non è solo una questione di sostenibilità delle pensioni del futuro, come richiamato più volte dal presidente dell’Inps, Tito Boeri, che si è lanciato in una polemica col vicepremier, Matteo Salvini, a seguito della presentazione del rapporto annuale dell’Istituto della previdenza. L’apporto del lavoro degli stranieri è fondamentale per sostenere l’economia del Paese e quindi la ricchezza di tutti i cittadini italiani. Che senza il “contributo demografico” dovrebbero attivare nel medio-lungo periodo altre leve per tenere alti i giri del motore economico: far crescere la produttività come mai ci è riuscito nel recente passato, posticipare l’età della pensione (con buona pace di quota 100 e affini), aumentare il livello d’istruzione dei lavoratori e immettere milioni di donne nel tessuto occupazionale.

Edilizia, agricoltura, servizi domestici. Più stranieri lavorano, ma guadagnano meno

Due approfondimenti aiutano a capire cosa fanno gli stranieri in Italia e che impatto hanno sulla nostra economia, provando pure a immaginare cosa ne sarebbe senza di loro. A chiarire questi concetti ci pensa da una parte l’Osservatorio statistico dei Consulenti del Lavoro, che ha fotografato la situazione lavorativa degli immigrati. Cui si può aggiungere un lavoro di Bankitalia di qualche mese fa, che torna attuale in questi giorni di polemiche – a firma di Federico Barbiellini Amidei, Matteo Gomellini e Paolo Piselli – nel quale gli economisti hanno indagato quanto, in due secoli di storia d’Italia unita, la demografia abbia contribuito alla crescita del Paese e di come diventerà un fattore negativo nei prossimi decenni. Un aspetto nel quale il flusso migratorio gioca ormai un ruolo-chiave.

Pensioni, con il calo di migranti e occupati salirà il conto per l’Italia

Come sappiamo bene, gli italiani stanno ineluttabilmente invecchiando. La previsione è che nel 2041 il cosiddetto “indice di dipendenza strutturale” – ovvero il peso della popolazione che non lavora su quella che lavora – sarà superiore al massimo storico registrato a inizio Novecento. La ‘piccola’ differenza è che allora lo squilibrio era dato da neonati e piccoli, mentre tra poco più di vent’anni a pesare saranno gli anziani.

Negli ultimi 10 anni, dice l’Osservatorio, gli stranieri residenti in Italia sono aumentati di 1,8 milioni per sfiorare quota 5 milioni alla fine del 2017. Quasi 4 stranieri su 5 (79,1%) sono in età lavorativa (15-64 anni) a fronte del 63% della popolazione italiana, che è molto più anziana. Secondo via Nazionale, nel 2061 la popolazione in età da lavoro sarà costituita proprio per un quarto da stranieri. Senza di loro, crollerebbe dal 55 al 40% del totale dei cittadini. Di fatto, ci sarebbero molti più italiani fuori dall’età della produttività.

Migranti e ricchezza: in un'Italia senza stranieri il Pil sarebbe dimezzato in quarant'anni

Gli studiosi parlano di “dividendo demografico” per spiegare come l’evoluzione della composizione della società abbia influito sulla crescita, simulando di lasciare costanti le altre variabili come occupazione e produttività (che resta il parametro determinante per misurarci e non ci vede certo primeggiare). Ebbene, nella ricognizione di Bankitalia si vede come questo dividendo sia stato particolarmente positivo negli anni Ottanta, quando cogliemmo i frutti del “baby boom”, ma poi dagli anni Novanta è diventato un elemento che “sottrae crescita”. Anche nel confronto con gli altri Paesi europei, il contributo è decisamente peggiore. Se l’Italia non avesse iniziato ad accogliere flussi migratori, le cose si sarebbero messe decisamente peggio. Negli anni Ottanta, quando il dividendo demografico italiano era assai positivo (5,4% di contributo alla crescita) la componente straniera è stata marginale (+0,1%), viste le ancora scarse presenze sul territorio. Via via è salita e ha compensato il nostro invecchiamento: tra il 2001 e il 2011 la crescita cumulata è stata positiva di 2,3 punti percentuali. In un’Italia “virtuale” e senza stranieri, la crescita sarebbe stata -4,4 per cento. Tra il 2011 e il 2016 abbiamo registrato un -2,8%, ma avremmo fatto -6,1 per cento senza l’immigrazione.

Detto del recente passato, a gettare le ombre maggiori è lo sguardo sul futuro. Il risvolto economico del rallentamento dei flussi migratori è il prosciugamento di quel serbatoio di lavoratori in grado di sostenere la nostra economia. Secondo lo studio, il 2041 sarà proprio l’anno dal quale il contributo migratorio alla crescita rischia di girare in rosso. E paradossalmente (per chi ne fa un mantra) anche l’omologazione degli stranieri allo stile di vita italiano (quindi al fare pochi figli) è un fattore negativo. Gli economisti tracciano uno scenario-limite, che spiega bene cosa significhi per noi la presenza di lavoratori (e famiglie) migranti. “Cosa accadrebbe se si azzerassero i flussi migratori futuri e la componente di popolazione straniera già residente in Italia al 2016 assumesse parametri demografici (come la fertilità) identici a quelli dei nativi italiani?”, si chiedono. “Il risultato è netto”, rispondono. Il Pil aggregato sarebbe dimezzato con un calo del 50 per cento (a fronte di -24,4 per cento in una traiettoria demografica ‘normale’). “Il livello del reddito pro capite nel 2061 risulterebbe inferiore di un terzo rispetto al livello del 2016, con un calo doppio rispetto al benchmark (-33,3 contro -16,2 per cento)”. Senza gli immigrati a rimpolpare la nostra popolazione lavorativa, “il calo del prodotto potrebbe essere severo”. Per compensare quell’assenza, la produttività dovrebbe crescere dello 0,64% annuo. E’ poco? Sarebbe il doppio della crescita ‘normale’ attesa e richiederebbe uno sforzo notevole per invertire il “trend declinante da almeno due decenni” che riconoscono gli stessi studiosi di Bankitalia.

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