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UN FRONTE DEMOCRATICO

Un fronte democratico per battere i populisti

Di Eugenio Scalfari

Razzisti contro antirazzisti, populisti contro antipopulisti. Ma in realtà non è così, né in Italia né in Europa. I problemi e la loro soluzione sembrano diversi a seconda dei due campi in cui si gioca, ma di fatto sono gli stessi, almeno per quanto riguarda noi italiani e il nostro governo gialloverde: i partiti che compongono l’esecutivo vogliono che l’Ue ci aiuti economicamente, sperano che in Europa vincano quelle forze che hanno deciso di alzare i muri contro l’immigrazione, vogliono che si rafforzi il sovranismo delle singole nazioni e puntano sull’alleanza dei nazionalisti con chi condivide queste finalità. E qui, per esempio, sta l’alleanza di Matteo Salvini con Viktor Orbán, con la Polonia e con tutti i Paesi che desiderano essere liberi di scegliere la moneta che più torna utile ai loro interessi.

Allo stato dei fatti queste finalità cominciano a essere realizzate dal nostro Salvini, il quale ha dimenticato di essere ministro dell’Interno in Italia e sta diventando una sorta di ministro degli Esteri in Europa. Il capo della Lega ignora o addirittura disprezza Bruxelles come sede dell’Unione. Lui vede l’Europa in tutt’altro modo e l’esempio più recente e più probante è la sua alleanza con il leader ungherese Orbán. Ce ne sono più d’uno come lui, a cominciare dalla Polonia e in tutti quei Paesi che hanno rifiutato la moneta comune europea e hanno preferito tenersi la propria. Potenzialmente Salvini tende a realizzare un’alleanza generale con tutti questi Stati, i quali a loro volta sentono una evidente simpatia per il nuovo zar della Russia, Vladimir Putin.

Il suo rapporto è particolarmente intenso con Salvini e la ragione è chiara: a differenza degli altri Orbán, Salvini dispone in questo momento dell’Italia. È lui che la governa, sia pure con l’alleanza, oscillante come consistenza e come intenzioni, guidata all’altro capo da Luigi Di Maio. Il governo italiano attuale conta su quasi il 70 per cento delle intenzioni di voto, come rilevato dai sondaggi. Questo può interessare molto a Putin, che sta cercando di ampliare i confini dell’impero russo al Sud, appoggiandosi soprattutto ad Assad e avendo messo basi militari che arrivano alle coste orientali del Mediterraneo.

Se il suo accordo con Salvini supera le questioni generali europee e si concentra anche in quelle mediterranee, un’alleanza tra loro porterebbe la Russia al centro del Mediterraneo, facendo di Salvini il suo appoggio più efficace. Naturalmente il potere del leader del Carroccio a questo punto sarebbe decuplicato: non solo una forte presenza in Europa, ma una sorta di delega da parte della Russia nel Mediterraneo. L’Italia razzista e populista diventerebbe molto più forte diplomaticamente e politicamente, a livello di Macron e Merkel. Che Dio l’abbia in gloria. Ma gli italiani la pensano tutti così?

In Italia ci sono molti elettori assenteisti. Fino a qualche tempo fa votavano spesso per il Pd. Adesso non lo votano più, ma fanno una scelta tra i partiti esistenti e molti di loro hanno dato la preferenza ai pentastellati di Di Maio. Altri ancora, il giorno del voto, hanno deciso di far vacanza.

E il Pd? Fino al 3 marzo – prima del voto – credeva di essersi assestato intorno al 40 per cento. Il 4 marzo ha invece incassato non più del 19 per cento. Da qualche esame approfondito risulta che questo dimezzamento del Pd è andato in parte a favore del partito di Di Maio e in parte anche maggiore è finito nell’astensione.

Nei giorni scorsi Walter Veltroni ha scritto su questo giornale un articolo molto ampio, che esamina la situazione italiana con grande attenzione tenendo presente la storia del passato, la situazione del presente e la speranza del futuro. Veltroni vede le difficoltà e le ha ampiamente denunciate, ma vede anche la possibilità di superarle e lo spiega. Per quanto mi riguarda, ho scritto il giorno dopo sul nostro giornale un articolo in cui dicevo di essere totalmente d’accordo con l’amico Walter. Sarà bene a questo punto esaminare nel modo più approfondito possibile questa situazione.

I cittadini italiani sono, almeno a partire dal 1948, un popolo democratico. Avevano subito una dittatura, una guerra, una sconfitta, un Paese semidistrutto. Ma poi ci furono sentimenti di risveglio e un popolo che si scopriva, appunto, decisamente democratico. Una massa con sentimenti religiosi uniti alla libertà politica e un’altra massa di comunisti e socialisti, animati anch’essi dall’amore per la libertà e l’eguaglianza. Questa umanità politicamente duplice ma sostanzialmente alleata sugli stessi valori vedeva un’Europa con la quale confrontarsi e in futuro unirsi. Naturalmente ciascuno viveva nella propria famiglia, nel proprio territorio, con la propria occupazione (quando c’era). Nelle fasi di economia debole il fenomeno della disoccupazione era molto rilevante e arrivava a due milioni di persone, soprattutto nei latifondi meridionali. Quando invece l’economia tirava, la disoccupazione si attestava su livelli modestissimi.

Guido Carli, governatore proprio in quegli anni della Banca d’Italia, parlò del “miracolo italiano”. Era il 1955 quando quel miracolo ebbe inizio, con un’ondata di emigrazione dal Sud al Nord, dalle campagne alle città, dall’agricoltura all’industria. I fenomeni successivi sono ben noti: il triangolo industriale inizialmente fondato su Torino-Genova-Milano, che poi si spostò. Siamo così agli ultimi trent’anni del Novecento e nacque allora il “Sessantottismo”, una generazione nuova che diventò un fenomeno di massa dei giovani studenti e degli operai. Questo movimento dette anche luogo a una minoranza estremamente violenta che culminò con le Brigate rosse e l’assassinio di Aldo Moro. Insanguinarono il Paese per oltre dieci anni, ma poi per fortuna scomparvero. Il “Sessantottismo” diventò l’Italia moderna, europeista, divorzista, filo-americana.

Da allora, dopo infiniti cambiamenti, il nostro è diventato un Paese diviso in due spazi: la destra razzista, in un mondo dove i popoli poveri tentano di trasferirsi nei Paesi più ricchi e i razzisti che fanno di tutto per ributtarli a mare; la sinistra democratica che vuole investire le proprie attività per fugare l’estrema povertà in casa e fuori casa, nell’Est europeo e in Africa. Questa era la sinistra.

Ma il Partito democratico nel frattempo è molto decaduto. Ora sta cercando di riprendersi. Se ci riuscirà, nelle prossime occasioni elettorali potrà guadagnare tra il 3 e il 4 per cento, arrivando nel caso migliore al 25 per cento: una discreta minoranza, ma senza alcuna vera funzione di fronte al governo gialloverde, che arriva nella sua completezza quasi al 70 per cento delle intenzioni di voto. È questa la consistenza dei democratici italiani? Un ipotetico 70 per cento che governa contro un 25 che sta a guardare?

In realtà i democratici sono molti di più. La democrazia italiana ha come padri fondatori De Gasperi, Nenni, Berlinguer. Bastano questi tre nomi a definire quella che è stata l’Italia moderna e laica. Rifacendosi a quel passato prossimo, i democratici italiani non valgono meno del 40 per cento, ma bisogna svegliarli, mobilitarli indipendentemente dal fatto che rientrino nel Pd. Possono creare un movimento che comprenda anche il partito ma vada oltre, che si estenda a tutti coloro che hanno scelto i valori di libertà e di eguaglianza. Con il conseguente indebolimento dei Cinque Stelle, che hanno a loro tempo pescato molto in quella parte degli elettori disgustati dal proprio partito d’origine. Un movimento che mobiliti percentuali simili di elettori può rappresentare addirittura la maggioranza del Paese.

Mi rendo conto che sono valutazioni opinabili, ma certamente non prive d’un principio di realtà storica. Un Paese come l’Italia, l’esperienza del suo passato, l’attività nel suo presente e la speranza del suo futuro le rendono valutazioni attendibili. Mi vengono in mente – e con questo concludo – i versi iniziali d’un canto che aprì le porte al futuro della democrazia: la Marsigliese.

“Allons enfants de la Patrie

Le jour de gloire est arrivé!

Contre nous de la tyrannie

L’étendard sanglant est levé!”

È un canto antico, ma è un canto anche nostro.

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