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III°- ASSISI-BELVEDERE-CEUTA- FRANCESCO E DANIELE

VITA DI SAN DANIELE A BELVEDERE

Quanto auspicato dal Fortino nel suo testo già citato al secondo capitolo I martiri di Ceuta : alle origini del francescanesimo in Calabria / Ippolito Fortino ; prefazione di Filippo Burgarella si è di fatto verificato. Con decorrenza Gennaio  2007,” La lettera di un anonimo francescano calabrese” porta il nome dell’Autore che è F.Girolamo de Rubeis ed è pubblicata nella sua interezza con il titolo di “Vita del Beato Pietro e cronaca dei Minori Conventuali in Calabria”  De Rubeis, Girolamo. In un unico volume si presenta suddiviso in Due Tomi. Curato da Gianluigi Trombetti  nella Prefazione chiarisce che il Rubeis era oriundo dell’Aquila e che un membro della famiglia Pellegrini, di nome Matteo, di Castrovillari, reggente nel 1725 dello studio del Convento Aquilano, gli diede l’opportunità di venire in Calabria dove alcuni suoi avi nell’ambito dell’Ordine avevano raggiunto alte cariche. Da qui l’idea di scrivere un manoscritto, che ancor prima di essere pubblicato è stato a disposizione di diversi autori di Storia Conventuale fra i quali per attinenza all’argomento spicca Padre Francesco Russo, uno dei massimi storici della Chiesa in Calabria.

Noi non sappiamo se Ippolito Fortino vi abbia trovato quegli elementi per chiarire la “veridicità” di quella lettera del Beato Pietro Catin che avrebbe scritto da Reggio Calabria nel 1216 al Convento di Seminara per alloggiare dei frati, sebbene già opportunamente abbia segnalato la incongruenza delle date, essendo il Beato giunto in Calabria il 1217 e quindi successivamente alla data attribuita alla Lettera de quo.

Ma nei paragrafi del Rubeis (ex Frate anonimo Calabrese) Noi a Belvedere abbiamo riscontrato una conferma di quanto nella Nostra Città si è sempre saputo circa il rapporto di San Daniele con la Chiesa Normanna di San Nicola, quale Sacerdote Secolare.

Il Rubeis al Paragrafo 1 del testo in esame  comprensivo tra il fol.181 e il fol.190  da notizie su San Daniele, sulla scorta di Atti personalmente da lui medesimo consultati il 24 Luglio 1755 presso la Diocesi di San Marco. Riferisce di una apposita indagine patrocinata dal vescovo di San Marco, competente per Diocesi, e di una visita dello stesso a Belvedere, il 22 Novembre 1680, per delegare D. Giulio di Calabria, decano e suo Vicario Generale, per la disamina di diverse persone ed attingere notizie sulla nascita del Santo, la Famiglia, il luogo di nascita, ed attività.

Dopo le prove testimoniali, più orali che riportate in atti, di numerosi cittadini Belvederesi, circa il cognome del Santo ed il luogo di nascita, al fol.184 di pag.162, l’autore compie una attestazione, molto importante, riferibile alla data dello scritto:

L’antichità tenebrosa ci nasconde la cognizione delle gesta di questo inclito eroe nelle fresche ore della sua vita. Soltanto per mezzo dell’accennata Religione sono venuto nella notizia, che fu decorato nel secolo coll’eccelso carattere di sacerdote. In conferma di ciò fu anticamente dipinto da Prete nella sagrestia della parrocchia di San Nicola Magno in Belvedere. Il detto ritratto, che esprime San Daniele con le divise di Prete, anche oggigiorno si vede nell’anzidetta Sagrestia.

Siamo con il Rubies al 1755. La conferma di questa notizia viene riproposta dal Nocito nel 1927, autonomamente ancora due secoli dopo il Rubies, in occasione della pubblicazione del proprio testo “ Memorie-Studi e Notizie” su Belvedere. Una testimonianza questa del Nocito facilitata dal fatto che, lo stesso, vivendo a Belvedere, poteva osservare, contestualmente al suo scritto, l’antichissimo affresco di San Daniele in Abito Secolare.

Se si considera oggi, che la Chiesa di San Nicola Magno, sorta su di un Cenobio Basiliano, così come la vicina San Giacomo, reimpostata dai Normanni e ristrutturata nel 1646, è stata, alla fine degli anni 40 del secolo scorso, parzialmente demolita per consentire una più comoda e spedita viabilità ad abitazioni private e, di recente, anche assorbita in una Nuova Struttura a destinazione Asilo Infantile (oggi dismesso), si comprende come l’ignavia dei rappresentanti del Clero e di una classe dirigente, completamente ignorante, abbia proibito alla Cittadinanza ed agli studiosi la continuità della visione dell’immagine del Santo, vera Icona della sua Storia, quale unico documento (Carta di Identità) di reale validità storica sull’esistenza di San Daniele a Belvedere.

A nulla è valso lo stoico sforzo di Don Erminio Tocci, sin dalla sua prima venuta a Marina di Belvedere nel 1948, con le sue innumerevoli lettere alla Diocesi e agli Organi Amministrativi di protesta per l’abbattimento della Chiesa. Una battaglia persa contro una sottile linea di interessi reciproci e , non tanto nascosti, all’interno di una Massoneria dominante.

Tutto il resto è il rimbalzante tamburo di una Tradizione di leggende e racconti, di scarso valore agiografico ma svisceratamente popolare, con il vezzo, tutto appartenente alle Famiglie di possidenti terrieri, di enfatizzarsi una possibilità di vicinanza col Santo, e questo, col dichiarato proposito di promuovere la qualità di alcune proprie produzioni, fra le quali spiccano la bontà del vino e dell’olio.

Il risultato della indagine del Vescovo di San Marco del 22 Novembre 1680 riconferma la tradizione con il rimando del Cognome Fasanella attribuito al Santo ed il luogo di nascita in un luogo, per come si vede anche oggi, più o meno adattato al fabbisogno.

Ma è proprio partendo da questi evidenti punti di debolezza storica della vicenda, e per come essi nei secoli sono stati rimbalzati, che val la pena di intesserne un possibile tessuto tra loro, tale da tentarne una pur minima giustificazione, piuttosto che lasciarli additati solo negativamente e di poco conto (infondati o di scarso peso).

Il “Ritratto” di Daniele nella Sagrestia di San Nicola Magno, non il ritratto in se stesso, ma il fatto che il Santo Francescano prima di indossare il Saio svolgesse il ruolo di Sacerdote Secolare, non è di poco conto; e a nulla serve obiettare che oggi esso non è più visibile, per l’incuria del Clero Locale e non dell’epoca del misfatto, in quanto è certo che lo stesso giace nella polvere frantumata e dispersa del calcinaccio della Chiesa, contestuale alla sua esistenza.

Ci rapportiamo agli anni antecedenti al 1219, nel pieno trapasso delle consegne fra la Belvedere Normanna e quella Sveva,  con l’allargamento della cinta muraria perimetrale al precedente Sistema della Motta Normanna, che si distingueva con la posizione del Mastio al punto più alto della collina, degradante in due diversi scoscesi altipiani di abitazioni, recintati, difesi e controllati facilmente dall’alto, secondo lo schema di Ruggero il Normanno.

La nuova cinta muraria Sveva, caratterizza quasi  per intero l’attuale perimetro del Borgo con una robusta recinzione di mura perimetrali che collegano bastioni di avvistamento, difesa e controllo delle Porte di accesso ( le porte sono a doppia mandata con  grate in ferro).

In entrambi i sistemi si conservano le uniche precedenti due Chiese all’interno della Città: San Giacomo e San Nicola Magno. Di fatturazione orientale vengono reimpostate dai Normanni, e sorte su precedenti spelonche e Cenobi Basiliani di cui la Collina è ricchissima, incontrano il rispetto anche degli Svevi. Ed é in San Nicola Magno, sino al secolo XIX° prima Congrea della Città, che San Daniele diviene Sacerdote Secolare.

Che Daniele fosse dotato di cultura classica  e godesse di una erudizione lo dimostrano i successivi incarichi all’interno dell’Ordine, con la posizione velocemente raggiunta di Padre Provinciale e di guida spirituale e per come emerge anche dalla Lettera scritta dal carcere di Ceuta a Ugo da Genova. Lo stesso Ippolito Fortino, pur precisando bene l’appartenenza del Primo Provincialato dell’Ordine Francescano in Calabria al Beato Pietro Catin, nel limitare l’attivismo di Daniele solo alle Città di Castrovillari e Belvedere, tradisce una quasi sorpresa e meraviglia per quel felice, positivo, contatto diretto, avuto da Daniele con San Francesco.  E se a tanto aggiungiamo quella naturale difficoltà alla quale poteva andare incontro Daniele quale Secolare e cioè quanto di già espresso in (art. precedente):

 “Quando l’Ordine inserisce numerosi chierici e letterati provenienti dalle Università, cercando di dare all’Ordine un carattere clericale che non aveva di certo all’origine; reclamando i sacerdoti compiti di direzione ai quali paiono destinati. Francesco all’inizio si ribella ma poi dirà ai suoi: “non voglio privilegi che non quello d’essere umilmente sottomesso a tutti…….Siate sottomessi a tutti i prelati affinché, se è possibile, non si susciti alcuna gelosia”. Resta fedele alla semplicità della predicazione come quella di tutta la vita dei Fratelli e conserva la sua diffidenza di “idiotus”, di ignorante (come si definisce egli stesso) verso l’istruzione.”,

capiremo anche che Daniele viene folgorato dalla parola di Francesco, emulandolo incondizionatamente nella sottomissione al Beato Pietro quale Provinciale eseguendone le direttive, anche nella preparazione della Partenza. La sua unica lettera dal carcere ne costituisce la prova più degna:

Daniele quasi, introduceva, e richiamava con le sue parole il senso della missione “tra gli infedeli” che San Francesco aveva spiegato varie volte nelle sue Regole (Regola non Bollata XVI; Regola Bollata XII), e ciò che più conta lo faceva attraverso un codice di comunicazione chiaro a chi condividesse la sua vocazione francescana. Parliamo di un metodo di composizione della lettera; in un testo così breve risultano le numerosissime citazioni evangeliche e paoline e gli insistenti rimandi a episodi biblici, proprio come accade negli ultimi scritti di Francesco”. (Fortino pag.46).

Che Daniele avesse dimestichezza con la sfera politico-sociale nel variegato mondo giuridico-amministrativo proprio del sistema Longobardo-Normanno Svevo dell’area Salernitana di quegli anni lo dimostrano i suoi numerosi viaggi organizzativi da e per Agropoli, Amalfi, Livorno-Firenze.

 Abbiamo già affermato, nella prima parte del lavoro:

Sebbene ancora in gran parte resta velata la origine del movimento francescano in Calabria, la sua diffusione in ambiti sociali, oltre che territoriali, in cui persistevano tenaci forme di vita religiosa ispirate alla tradizione bizantina e alla spiritualità del monachesimo greco ed orientale, trova riscontro. Non è un caso che  S.Daniele è Sacerdote Secolare in San Nicola Magno e come tale nella stessa viene ritratto ancor prima di incontrare S.Francesco, e, non è un caso se i  nomi dei suoi compagni sono evocativi di quelli di personaggi vissuti in Calabria Settentrionale in pieno X secolo, nel fervore di San Nilo da Rossano. Una rispondenza segnalata da molti scrittori di storia calabrese che molto presto individuarono nel terreno già dissodato dal monachesimo greco e nel clima spirituale profondamente permeato di gioachimismo ( la parola di Gioacchino da Fiore (1135-1202) le radici del successo del francescanesimo in Calabria, che significativamente è l’unico tra gli ordini mendicanti a diffondersi fin dalle sue origini in questa regione.

E se, in effetti, il monachesimo greco in epoca normanna snaturò la sua originaria identità, accettando sempre più sostanze e prerogative feudali, le tradizioni ascetiche restarono una caratteristica peculiare della regione e furono rinvigorite dal nuovo Ordine Florense, originatosi da una costola del già severo Ordine Cistercense. Il monachesimo greco, all’inizio eremitico, era sorto e si era affermato all’insegna della povertà, che diventerà poi la sposa prediletta di S.Francesco. Le origini francescane hanno precisi punti di riferimento all’ascesi praticata da S.Nilo da Rossano e dalla moltitudine dei monaci greci  della Eparchia monastica del Mercurion alla confluenza del mondo greco con quello latino, appunto nella estremità nord-occidentale della Calabria.”

Questa traccia dell’Abito Sacerdotale Secolare, nel caso specifico di Daniele, facilita il compito della ricerca per confermare o smentire l’origine della famiglia e quindi l’attribuzione del Cognome Fasanella. Un cognome che ostinatamente nella volontà popolare è rimbalzato nei secoli, tramandato col passa parola, difeso nel momento della verifica del Commissario Diocesano, pretestuoso, in qualche caso, per attribuirsene parentela strumentale e vantaggiosa. (Continua)

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