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IV°- ASSISI-BELVEDERE-CEUTA- FRANCESCO E DANIELE

VITA DI SAN DANIELE A BELVEDERE

Il Cognome di Daniele, facilmente riconducibile alle baronie Normanne del periodo a cavallo fra la fine del XII° e l’inizio del XIII°sec., del casato Fasanella prima di Napoli e poi di Sant’Angelo di Fasano e Padula, viene collegato alla Signoria di Tancredi Fasanella Signore di Morano-Grisolia-Cirella a cavallo fra il 1190 ed il 1238. E questo in perfetta sincronia temporale del vissuto del Nostro Santo. Rimane completamente sconosciuta qualunque notizia in atti del legame parentale.

Sul versante Salernitano, le vicende del possibile legame parentale di Daniele con il ramo Fasanella si possono ricondurre, nell’arco temporale di riferimento, a Pandolfo di Fasanella (È documentato per la prima volta nel maggio 1231, quando, già feudatario di Fasanella, in provincia di Salerno, trasferisce al monastero di Cava de’ Tirreni un vassallo che si è spostato con la sua famiglia da Pantoliano in un casale del monastero sul fiume Tusciano. In tale occasione si dice figlio di Guglielmo e fratello di Riccardo. Suo padre Guglielmo è documentato una sola volta in una donazione in favore di Montevergine.) Contrariamente a quanto si è sempre ritenuto, egli non è un discendente dell’antica famiglia longobarda dei Fasanella, perché questa si estinse con il connestabile Lampo di Fasanella. Costui era titolare, nel cosiddetto Catalogus Baronum, di un’ampia connestabilia che comprendeva tutto il territorio che aveva costituito il principato longobardo di Salerno al momento della conquista da parte di Roberto il Guiscardo nel 1076.

Nell’un caso e l’altro, l’Abito Secolare di Daniele apre concrete ipotesi di veridicità del Cognome Fasanella da ricondurre al Santo. Questo é da ricercarsi nell’intreccio di quei legami di connivenza  fra la Curia ed i Feudi e nel caso specifico, fenomeno tipico di quegli anni, quel tessuto di raccordo voluto nell’azione sociale dalla Dirigenza di Montevergine dell’Abadia di Cava dei Tirreni ed i Vassalli dei re Longobardi prima, Normanni poi ed infine dell’inizio del periodo Svevo.

L. MATTEI CERASOLI, La badia di Cava e i monasteri greci della Calabria superiore in «ASCL» 9 (1939), cit., doc. n. 15, pp. 296-298 e AC, LVIII, 45.

Come è noto, il 1025 segna la nascita del patrimonio monastico cavense, per volontà del principe di Salerno Guaimario III e di suo figlio Guaimario IV un ampio territorio, ricadente nella valle Metelliana e gravitante attorno alla grotta Arsicia, viene donato ad Alferio, che principi eiusdem civitatis in magna familiaritate coniunctus est.

A questo nucleo iniziale di terra pubblica, posto a pochi chilometri da Salerno, si aggiungono tre  prerogative essenziali per la nuova fondazione monastica: l’immunità dalla giurisdizione dei vari funzionari pubblici, la facoltà per l’abate di designare il suo successore e l’esenzione da ogni imposta. Guaimario, inoltre, concede ad Alferio la chiesa che lui stesso ha eretto e intitolato alla Trinità, approva l’esistenza di una comunità di monaci ed estende l’esenzione fiscale a tutti gli uomini liberi residenti nelle terre riconosciute all’abbazia.

L’esperienza cavense si apre con il tentativo principesco di inserirla nel solco della tutela e del dominio della gens longobarda di Salerno, eppure gli eventi che segnano successivamente la vita dell’abbazia mostrano che i principi non ebbero alcun carattere condizionante sulla fortuna toccata a Cava, giocando di contro un ruolo fondamentale nel sottrarre l’abbazia allo statuto di chiesa privata. Il diploma del 1025 costituirebbe così il primo documento di esenzione ricevuto dalla neonata comunità, utile a definire meglio i termini della libertas ecclesiae, riconosciuta al monastero proprio dall’autorità del principe.

Nel momento in cui la gens longobarda di Salerno raggiunge l’apice del proprio prestigio politico ed economico, all’abbazia interessa assicurarsi, più che la terra, la libertà della sua comunità nei riguardi del potere laico e gli avvenimenti che caratterizzano la seconda metà dell’XI secolo le danno ragione. La dilatazione degli ambiti territoriali apre dinanzi all’abbazia cavense nuovi e fecondi orizzonti economici, culturali e spirituali dando vita, tra il 1070 e il 1180, ad un’intensa attività patrimoniale. Chiese, monasteri e possedimenti vari entrano nella proprietà monastica e consegnano la Trinità di Cava al rango di signoria fondiaria, a capo della quale siede l’abate, entrato definitivamente nella società del potere. Egli offre protezione e tutela agli uomini che abitano le sue terre, è un dominus a tutti gli effetti, capace di conciliare le esigenze dell’anima con quelle della sicurezza della propria persona e dei propri beni. Il patrimonio acquisito proviene, nella maggior parte dei casi, da donazioni di principi longobardi, prima, di duchi e conti normanni, dopo, scaturite dall’esigenza di rimediare ad una vita peccaminosa e allo smarrimento che il mistero della morte provoca o determinate dalla necessità di garantire la regolare officiatura nelle chiese rurali e di ottemperare al principio riformatore che i laici non dispongano delle res ecclesiae. Non mancano, inoltre, carte di concessione di vescovi e arcivescovi, come di privati cittadini laici ed ecclesiastici, e privilegi illustri di sovrani e pontefici.

Il rapido sviluppo che la Trinità conosce fra XI e XII secolo cammina su vari binari, da un lato, il vuoto di potere che segna il passaggio dal dominio longobardo all’età normanna, dall’altro, le spinte innovative che provengono dall’ascesa di poteri territoriali, sostanzialmente autonomi, legati all’universo politico locale all’interno del quale si muovono le acquisizioni cavensi, senza dimenticare la qualità e il rigore della disciplina praticata nel monastero e il favore della chiesa di Roma. Questo mescolarsi di elementi tradizionali e spinte nuove segna la fase di crescita più intensa di Cava, fino a farne un centro di potere capace di acquisire un peso considerevole nel panorama politico meridionale.

Alla metà dell’XI secolo la SS. Trinità di Cava, guidata dal venerabilis abbas Pietro, che gli Annales Cavenses definiscono constructor atque institutor del monastero, mette a punto un sistema accentrato, sul modello di quello cluniacense, assicurando protezione efficace a tante piccole comunità locali che, diversamente, avrebbero incontrato maggiori difficoltà di sopravvivenza. L’esame della ricchissima mole documentaria nella quale si conserva la memoria di priorati, chiese e prepositure appartenuti, alcuni fino ad un passato recentissimo, alla grande abbazia della SS. Trinità, rivela l’attività fervente che caratterizza la santa societas dei monaci e i loro abati. Differenze profonde  segnano i vari ambiti territoriali che rientrano sotto il controllo della signoria monastica cavense, rendendo necessaria l’elaborazione di strutture di gestione differenti.

Le peculiarità insediative, sociali, economiche e culturali del territorio da amministrare rappresentano fattori di cui tener conto, insieme alla compattezza della base fondiaria che Cava ha incamerato. Dalle terre cilentane, animate dalla presenza di piccole comunità monastiche e nutrite consorterie di amalfitani, dove l’abbazia guadagna da subito i grandi blocchi di proprietà principesche, ai contesti fortificati di Sicignano, Atena, Marsico, Chiaromonte, fino alle aree profondamente grecizzate di Cersosimo, Càlvera, Sant’Arcangelo, la tipologia di controllo messa in campo da Cava mostra con chiarezza la volontà di innestarsi nel tessuto locale.

Ai monaci della Trinità non sfugge il valore politico-economico espresso da questi snodi territoriali e la rete dei priorati sembra articolarsi proprio lungo canali di comunicazione strategici, attraverso i quali l’abbazia si apre a proficue relazioni commerciali e culturali, ricompattando ambiti micro-territoriali altrimenti destinati all’abbandono definitivo. In questa operazione di tessitura di una variegata rete di dipendenze Cava individua, per ogni ambito considerato, almeno un contesto destinato a divenire nucleo di riferimento per tutte le altre obbedienze presenti in quell’area. È il caso di Castellabate nel Cilento, il castrum edificato nel 1123 dall’abate Costabile, dove il magister castri abatis si configura come una sorta di ‘alto funzionario’ dei possedimenti cavensi in terra cilentana, quando ad agire non è l’abate di Cava in persona. Ugualmente importanti si presentano il priorato di San Pietro di Polla, all’imbocco del Vallum Diani, il cui priore, con il giudice e il baiulo, risulta responsabile dell’amministrazione della giustizia; il monastero di San Pietro di Tramutola, al quale spetta un grado piuttosto elevato di esenzione dalla giurisdizione episcopale, e il monastero greco di Santa Maria di Cersosimo, centro di mediazione tra Cava e un circuito particolare di chiese e monasteri, sorto nel cuore di un territorio dove più intensi furono i movimenti migratori di greci provenienti dalla Sicilia e dalla Calabria meridionale, non lontano dalla linea di confine che separava la Campania da quella del Merkurion. La rilevanza della posizione ricoperta dalle terre di Tramutola, attraverso le quali passa uno degli snodi viari più importanti del Mezzogiorno, che ad ovest, lungo il corso del Tanagro, apre la penetrazione nei territori della Calabria tirrenica e ad est, seguendo le anse fluviali dell’Agri, consente di raggiungere la Puglia ionica, non poteva rimanere estranea a Cava.

Per la Calabria dai documenti sino ad oggi rinvenuti la chiesa dei Santi Pietro e Paolo a Rende entra nel patrimonio della SS. Trinità prima dell’estate del 1100, dal momento che la menzione più antica della cappella si legge nel privilegio pontificio di Pasquale II, che conferma all’abbazia cavense, tra gli altri, una serie di fondazioni religiose disseminate lungo la dorsale appenninica che da Scalea raggiunge Rossano e Rende. Tra questi sino ad oggi risultano alcune chiese di Oriolo, Scalea, Laino, Fuscaldo, Paola, Rossano, San Demetrio Corona, e certamente per Belvedere non mancheranno gli antichi cenobi di San nicola magno e San Giacomo oltre l’Abadia di San Antonio Abate e il monasterium di San Nicola ù Palumbaru, passati gli ultimi due sotto la giurisdizione di San Sostene molto tempo dopo solo nel 1426. La bolla papale riporta all’inizio dell’elenco dei beni cavensi presenti sul territorio calabrese la dicitura monasterium, aggiungendo di seguito solo le diverse località in cui le dipendenze sorgono, ciascuna con le sue intitolazioni. Questo lascerebbe supporre che, almeno in origine, la dipendenza di Rende sia da annoverare tra i tanti piccoli cenobi italo-greci presenti in Calabria fin dagli inizi del X secolo.

Nella società meridionale del Mezzogiorno medievale alla SS. Trinità di Cava spetta, dunque, un ruolo multiforme, che pone problemi di carattere istituzionale e organizzativo, problemi di ordine più strettamente religioso e problemi di carattere politico-sociale, legati a trasformazioni di portata più ampia, per le quali la documentazione qui fornita si spera possa essere una messe copiosa di dati, notizie, elementi, capaci di suscitare nuove linee di ricerca.”

E’ questo il substrato politico-sociale e di cultura che segna il tempo della religiosità di Daniele Fasanella quale Sacerdote Secolare in Belvedere. Ma è anche lo stesso “tempo materiale” che sul versante quotidiano, laico-civile, lo vede rapportarsi con gli altri in una posizione, dalla sua indole, ritenuta scomoda. Una famiglia presumibilmente agiata, che se dal parentato comunque relegata nella periferia della Signoria, non poteva che essere intromessa nell’area dei servizi in rappresentanza del feudatario. E questo, secondo lo schema di giurisdizione amministrativa concepita dai Normanni, ed inizialmente confermata anche da Federico II° di Svevia, di controllo e di esattori, non diversamente trattandosi di incarichi limitati da svolgersi in un solo loco periferico.

Quanto concepito nel 1159 da Guglielmo il Malo gli incarichi   regionali dei Maestri Camerari, i Maestri Contestabili e i Maestri Giustizieri (dipendenti dal Re) che attraverso la “dohana de secretis”, amministravano il fisco, si traduceva in periferia nell’opera dei  “Baiuoli” et “Adsessores” eletti o proposti “cum litteris testimonialibus hominum loci ipsius” dalle Università. Le elezioni venivano poi approvate dai Camerari e quindi dal Sovrano.

In sintesi per i Fasanella del Feudo Cirella-Grisolia-Morano un controllo della “sottocontestabulia” affidata ad un Fasanella nella ricca e commerciale Belvedere. Nei primi tempi essi esigevano anche i diritti di piazza, di mercato, sulle vendite al minuto (plateatico), il dazio su pesi e misure, il diritto di scannaggio (ius coltelli), i diritti di entrata delle merci attraverso le porte cittadine (portatico) e la tassa sul pascolo (fida) degli animali che i forestieri conducevano nel territorio. Provvedevano anche a far raccogliere canoni in natura (terratico) dovuto per i terreni demaniali coltivati (onera universalia per portiones assegnate).

Tra le altre tasse riscosse è notizia della “viarum”, “pontium”, murorum”. Dai proventi della “Baglia”, dedotti i compensi per il “Baglio”, i Giudici ed il canone da da versare al Feudatario concedente, si ricavavano le somme necessarie per le manutenzioni delle mura, delle vie, degli approdi (Porti), nel pubblico interesse delle Città e dei Casali. Il gettito stimato della nostra Città si aggira su 38 ducati). Ai tempi di Federico II°, ma per noi dopo il 1227, anno della morte del Santo, nel 1238, l’Ufficio Baiuolare decade a favore della sola “Università” ed i Baiuoli finiranno per diventare i guardiani del territorio comune.

  

Planimetria Catastale Centro Storico di Belvedere con in evidenza in giallo area interessata dall’Insediamento Normanno secondo il Sistema di Motta. Si noti la presenza all’interno della stessa delle due Chiese di San Nicola e San Giacomo già presenti quali luogo di culto orientale e reimpostate dai Normanni. A destra in verde perimetrazione area Normanna con sistema sterrato protetto da mura perimetrali.

 

I muri perimetrali Normanni vengono ampliati dagli Svevi secondo lo schema a destra relativo alla Città di Lucera. Sulla cortina muraria perimetrale vengono alzati dei “Bastioni” a ridosso delle Porte di Ingresso alla Città. Da notare che i due punti di contatto delle cortine verdi Normanne e quelle rosse Sveve sono le due Porte Storiche di ingresso ad entrambi i Sistemi: Porta di Mare  e Porta dei Cenobi ( Porta interessata alla vita di Daniele di contatto con le spelonche e la chiesa Orientale di S. Lucia)

 

          

Uniche due prove testimoniali, oltre i documenti conservati in Diocesi, dell’esistenza della Chiesa di San Nicola oggi, dopo la sua demolizione che ha anche cancellato l’affresco nella Sagrestia di San Daniele in Abito Secolare: un Portale Bizantino appartenuto a San Nicola e traslato nel 1646 a San Giacomo e un Capitello porta croce di fatturazione Normanna.

 

 Le Porte di Ingresso a Belvedere concepite dagli Svevi ( secondo lo schema della prima foto di un tipico in Capitanata) prevedevano un controllo dall’alto di un Bastione costruito in aderenza, ed erano  munite da imposte a doppia mandata in ferro calate dall’alto (sostituite da noi ma solo nel XVi° sec. da porte in legno dagli Aragonesi).

 

    

 Porta di Mare la prima a sinistra e Porta dei Cenobi a centro, sono gli unici due varchi comuni del Sistema Normanno- Svevo a cavallo tra la fine del XII° Sec. e l’inizio del XIII°. Appunto l’arco di vita del Nostro Santo Cittadino.

Nel rapportarci all’epoca degli avvenimenti, fatto salvo le sterili e ormai devianti enfatizzazioni perpetuate in epoche successive da parte di famiglie ed agiografi locali, soprattutto Belvederesi, che hanno voluto costringere la figura del Santo in luoghi adattati ed inappropriati, (fatto che anche di recente  è stato censurato da Don Cono Araugio quale Parroco del Centro Storico con la chiusura della fin troppo plateale ed irritante Casa Natale, poi ancora, scioccamente ristrutturata con spirito propagandistico da una iniziativa privata) proprio nelle caratterizzazioni strutturali e morfologiche del passaggio Normanno-Svevo, della nostra Città, è da ricercarsi la presenza di una figura come Daniele, con la propria Famiglia con un “ruolo” da svolgere, in ambito appropriato.

La famiglia e quindi il luogo di nascita del Santo da un ceppo Fasanella, di antichissima esistenza, se ricollegata ad una abitazione, a Belvedere, risalirebbe al XVI° secolo. Ma la possibile reimpostazione della stessa potrebbe essere avvenuta su precedente struttura di proprietà, e a conferma di tanto i Fasanella del XVI° sec., (fra l’altro del Ramo Fasanella-Morano e quindi eredi di Tancredi), presenti a Belvedere, hanno posto sul portone di ingresso lo Stemma Francescano significando la stretta relazione della struttura di Famiglia col Santo. Inoltre la Casa nasce  in sopraelevazione di una Porta Sveva (Porta dei Cenobi) avvalorando il ruolo “amministrativo” della Famiglia di Daniele per come appena sopra esanimato.

      

Porta dei Cenobi con raccordo a ridosso di Casa Fasanella.

 

       

Casa Fasanella con ingresso e Stemma francescano.
Ruolo avvalorato anche dalla tesi popolare di un coinvolgimento della famiglia del  Santo nel controllo di attività agricole produttive (Vino, Olio, Frumento). Ricchi esattori dediti al prelevamento del fisco per conto dell’Universitas le cui entrate andavano sprecate in gesta imperiali che non sono negli interessi della popolazione e fra l’altro contro la saggezza precedente Normanna. Da qui il probabile moto di ribellione del Santo, fulminato da Francesco ad Agropoli e che di ritorno lo abbraccia anche nell’esempio, abbandonando l’agiatezza con l’intrapresa del suo peregrinare eremitico.

Già incline alla vocazione,  quale Sacerdote Secolare, contestualmente  sposava, come S.Francesco, la sostanza della povertà di quel monachesimo greco, all’inizio eremitico nei diversi cenobi o laure presenti a Belvedere, in luoghi non distanti dallo stesso S.Nicola, reimpostato dagli stessi Normanni e conservato dagli Svevi. La scelta di vita eremitica di Daniele è da ricollocare alle spelonche basiliane di S.Lucia e della rupe Belvederese, con l’ipotesi, confermata dalla leggenda, che la “spelonca” di quella che erroneamente viene definita la “Casa Natale” del Santo, risulta essere il ”giaciglio” preferito del giovane Daniele. E questo imporrebbe la esigenza di rivedere la diversa indicazione che viene data attualmente al Sito, fra l’altro inidoneo alla conformazione di abitazione.

Anche I diversi fattori, considerati da taluni autori, sul significato di queste missioni francescane in terra africana, quale soprattutto, stando ai documenti papali, il lavoro rivolto alla cura spirituale dei cristiani viventi in quelle terre per necessità di lavoro, il commercio, o perché ridotti in schiavitù e nei confronti dei musulmani, una semplice testimonianza, richiedevano una dimestichezza relazionale specifica con questo mondo. Daniele, cresciuto in una fiorente area di scambi e commerci quale Belvedere, con le coesistenze etniche stabilite dai Musulmani e Normanni, felicemente confermate da Federico II, nei garantiti movimenti via mare allora frequenti con la Toscana, la Spagna ed i paesi musulmani, scopre una naturale disponibilità.

E da questi importanti elementi di fondo, che si imprimono nella spiritualità di Daniele Fasanella, é che scaturisce, in un breve lasso di tempo, la sua fervente attività, dopo aver ricevuto il Saio da Francesco: la collaborazione con Pietro Catin quale Primo Ministro Provinciale su mandato di Francesco; la sua partecipazione alla costruzione dei Conventi di Corigliano, di Gerace e Santa Maria del Soccorso a Lago; la sua elezione a Minister Calabriae avvenuta in un Capitolo tenuto a Castrovillari tra il 1225-26. Un embargo per la Toscana e, quindi Ceuta, non dal naturale,  troppo esposto, porto  ufficiale di Capo Tirone, ma da scogliera successiva via Nord,  da allora  detta Scogli Oremus; Il Martirio con la decapitazione avvenuta il 10 Ottobre 1927 con i sei compagni a Ceuta.

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