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DEBITO ITALIANO A QUALE COSTO

Salvini si dice convinto che gli italiani “daranno una mano” in caso di difficoltà nel collocamento dei titoli agli stranieri. Anche se l’asta di questi giorni sembra dargli torto, ecco alcune stime su quanto ci costerebbe un eventuale aiuto allo stato.

Contare sulla ricchezza degli italiani

A margine del G6 di Lione di inizio ottobre, il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini aveva delineato la strategia del governo nel caso in cui lo spread tra i rendimenti dei titoli di stato tedeschi e italiani avesse continuato a crescere. Ricordando la spesso celebrata ricchezza privata italiana, si era detto convinto che gli italiani sarebbero stati pronti a dare una mano, per poi tornare sul tema menzionando possibili sgravi fiscali agli coloro disposti a investire nei buoni del Tesoro.

Esternazioni come quella di Salvini fanno pensare che il governo sarebbe senz’altro disposto a ricorrere a forme di repressione finanziaria in caso di crisi. L’agenzia di rating Moody’s pare condividere questo punto di vista: nella sua ultima valutazione sul debito italiano, infatti, ha affermato che la decisione di mantenere un outlook stabile riflette “importanti risorse creditizie che compensano l’indebolimento della posizione fiscale”, e in particolare il fatto che “le famiglie italiane hanno patrimoni consistenti, un importante cuscinetto contro shock futuri oltre che, potenzialmente, una fonte sostanziale di finanziamento per il governo”.

A differenza della Grecia e degli altri paesi duramente colpiti dalla crisi del debito 2010-2012, l’Italia non ha accumulato un alto deficit di partite correnti negli anni passati e anzi ha realizzato avanzi dal 2013 in poi, fino al surplus del 2,8 per cento del 2017. Parallelamente, il ricorso al finanziamento estero è stato limitato, tanto che la posizione netta internazionale dell’Italia nel 2017 si è attestata al -3,9 per cento del Pil. Tuttavia, la relativamente forte posizione netta all’estero non ha impedito all’Italia di attraversare una crisi di bilancia dei pagamenti nel 2011. E i dati più recenti segnalano uscite significative (quasi 60 miliardi di euro) da obbligazioni statali italiane tra maggio e giugno del 2018. Dopo un rimbalzo a luglio, i titoli pubblici hanno registrato un’altra ondata di disinvestimenti in agosto (17,4 miliardi), prima ancora dell’inizio della discussione sulla legge di bilancio 2019 che ha portato l’Italia a un confronto serrato con la Commissione europea.

Ma sarebbe davvero possibile far ricorso alla ricchezza delle famiglie italiane, se la ritirata degli investitori stranieri dovesse protrarsi a lungo? Negli ultimi anni, il settore privato non finanziario italiano ha in realtà diminuito le quote detenute di titoli di stato: secondo i dati della Banca d’Italia, le società non finanziarie detenevano circa 45 miliardi in obbligazioni statali alla fine del secondo trimestre del 2018, in ribasso rispetto ai 57 miliardi di dodici mesi prima. Nello stesso periodo, i titoli di debito italiano in possesso delle famiglie italiane sono scesi da 132 a 115 miliardi.

Il debito pubblico in mano agli stranieri

Per capire se il patrimonio privato possa fungere da riserva, è prima di tutto necessario sapere qual è la quota di titoli di stato italiani in scadenza detenuta da non residenti, che potrebbero decidere di non rinnovarli a causa del rischio politico legato all’Italia.

Non ci sono dati ufficiali sulla nazionalità dei detentori del debito italiano in relazione alle scadenze dei titoli. Tuttavia, Unicredit ne fornisce una classificazione secondo il tipo di obbligazione. A fine 2017 (tabella 1), gli stranieri detenevano una quota relativamente più alta di debito a breve scadenza (77 per cento dei Bot).

Tabella 1 – Struttura della proprietà dei bond italiani secondo scadenza, 2017Q3

Fonte: Unicredit Research

Supponendo che queste quote siano rimaste invariate nel corso dell’ultimo anno, si può avere un’idea – per quanto approssimativa – dell’importanza relativa dei creditori stranieri nelle aste di assegnazione dei titoli da qui a fine 2019. Secondo le nostre stime, circa il 58 per cento dei Bot sono attualmente detenuti da non residenti, in coerenza con le cifre di Banca d’Italia. Abbiamo quindi applicato questa percentuale a ogni prossimo rinnovo del debito in calendario – supponendo quindi che la relativa quota di debito attualmente detenuto oltreconfine sia la stessa a ogni asta.

La figura 1 mostra i risultati. Secondo le nostre stime, la media del debito da rinnovare oggi in mano straniera si aggira intorno al 45 per cento, ma raggiunge il 58 per cento nei mesi in cui l’intero rinnovo riguarda titoli a breve termine (i Bot). In termini assoluti, i nostri calcoli suggeriscono che il valore di debito detenuto da non residenti e da rinnovare entro la fine del prossimo anno raggiunga i 121 miliardi.

 Debito estero in scadenza

 Porzione di debito in mano straniera di scadenza

 A questa cifra considerevole vanno aggiunti i 10 miliardi di deficit in più previstidalla legge di bilancio 2019. Possiamo aspettarci il soccorso delle famiglie italiane?

Per prima cosa, la tanto celebrata ricchezza italiana è diminuita costantemente nel corso degli ultimi anni. La ricchezza netta media delle famiglie si assestava intorno ai 258 mila euro nel 2010, ma era di 206 mila euro nel 2016, con un calo di più del 20 per cento in soli sei anni.

Ricchezza media famigliare netta

La ricchezza netta totale rimane comunque significativa. Moltiplicando la ricchezza netta media per il numero totale di nuclei famigliari (circa 25 milioni nel 2016, secondo i dati Bankitalia), si ottiene un patrimonio totale netto di 5.286 miliardi di euro. I 121 miliardi di debito estero da rinnovare, al confronto, sembrano quisquilie. Persino sotto l’ipotesi estrema che l’intera fetta di debito italiano detenuto da non residenti debba essere sottoscritta da italiani al momento del rinnovo, il valore totale corrisponderebbe a poco meno del 2,5 per cento della ricchezza totale netta. Che, tuttavia, include anche gli attivi immobiliari. La componente più liquida di questo patrimonio è di conseguenza sensibilmente inferiore.

Ricchezza famigliare netta per area geografica

Indagine sui bilanci

Ma nella realtà le cose sarebbero così semplici? Probabilmente no. In primo luogo, tasse patrimoniali o soluzioni simili sono politicamente velenose. Ci sono esempi in cui simili chiamate all’unità nazionale hanno funzionato. Il Belgio, per esempio, durante la crisi dell’euro ha chiesto con successo ai suoi cittadini di aiutare il governo a rifinanziare il debito a un tasso del 4 per cento, così da spingere al ribasso gli allora crescenti tassi di mercato. Anche in Italia, il Btp Italia – costruito per attrarre i piccoli investitori – è stato emesso per la prima volta nel 2012, durante la crisi del debito. Ma in quel caso non si trattava di un’imposizione – e i risultati dell’asta di questa settimana sono al proposito decisamente scoraggianti.

Il governo sembra aver in mente invece emissioni su misura e incentivi fiscali. Ma finché restano dubbi sulla sostenibilità delle finanze pubbliche o sulla permanenza nell’euro, è difficile immaginare che gli italiani vorranno devolvere volontariamente fino al 2,5 per cento della loro ricchezza totale per finanziare il rinnovo del debito.

Rimane, quindi, l’opzione coercitiva. Tuttavia, un approccio simile sarebbe difficilmente sostenibile sotto il profilo politico. L’ultima volta che un simile sforzo di solidarietà è stato imposto fu con il prelievo forzoso di Giuliano Amato nel 1992 – un ricordo ancora vivido per la stragrande maggioranza degli italiani. Solo una crisi drammatica potrebbe mettere l’Italia nella situazione di dover richiedere l’aiuto delle famiglie per sostituire il finanziamento estero. Se ciò si verificasse, l’orizzonte della solidarietà difficilmente si limiterebbe al 2019 (come ipotizzato qui) e l’estensione travalicherebbe di gran lunga il 2,5 per cento della ricchezza netta totale – pur senza raggiungere probabilmente i livelli del 20 per cento come proposto di recente dall’economista della Bundesbank Karsten Wendorff.

Va poi considerata la diseguale distribuzione geografica della ricchezza in Italia. Come mostra la figura 3 il Nord e il Centro d’Italia – aree che hanno premiato le promesse fiscali della Lega in tema di flat-tax e riduzione di spesa – dovrebbero contribuire relativamente di più rispetto al Mezzogiorno – che ha invece sostenuto il Movimento cinque stelle e le sue promesse di espansione del welfare.

In più, imporre una soluzione simile in un contesto di perfetta mobilità dei capitali come l’Eurozona potrebbe rivelarsi semplicemente impossibile: i risparmiatori italiani potrebbero ricorrere in ultima istanza a conti bancari più sicuri, ad esempio spostando i propri risparmi in Svizzera.

Verosimilmente, però, solo la parte relativamente più ricca e finanziariamente istruita della popolazione ricorrerebbe a questa opzione, lasciando così ai risparmiatori più poveri e meno “liquidi” l’onere della solidarietà. La disuguaglianza crescerebbe e le tensioni interne alla società italiana ne risulterebbero di conseguenza ancora più accentuate.

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