Stampa articolo

UN PAESE…LA SUA VOCE.

Mi accingo a pubblicare, dopo molte esitazioni, le mie Poesie per Belvedere.
Sono il resoconto di anni di rapporto con la Città ed il suo territorio. 
Sono state concepite nel tempo, quando per ragioni di lavoro, mi sono dovuto allontanare.
Anche ora, le pubblico da lontano, ma è un modo confortevole di sentirsi a casa.
Non hanno la pretesa di piacere, ne si pongono precisi obiettivi: 
solo l’umano riconoscimento di avermi dato i natali.
mauro d’aprile
(Rovereto) li 21 Marzo 2019
                                                                      Conoscere Belvedere
 
 
 
1)Belvedere
 
Nel silenzio di un nobile tempo
 più alcuno disegna parole,
 sfumatura d’eterno, di merli e di mura,
 il tuo avvenire già sembra passato.
 
 L’ immenso celeste disteso
 audaci vette, il giorno, assalgono,
 e il sereno verde dei campi, lontano,
i tuoi sguardi abbracciano.
 
Muore sull’arenile ai tuoi piedi
il gemito sdegnoso delle onde,
stanco trascina, ma incessante,
quel lento vagar della memoria.
 
Sale nel muto idioma della sera
il modular di voci di uccelli in volo,
leggero, sovrasta  radure confuse
di boschi e di acque, il dolce frusciare.
                                                                     
 Carezza dolce del mattino,
 tenera circondi la mia anima
 Tu hai, per me, tutto il bello ancora
 ed io, per te, il fuoco dell’amore. (md) 
 
 

 

2) Paese
 
Soffio dolce d’un vento nomade
rampolli primavere tra le fessure,
alterni le stagioni dal sole in faccia
e su lamiere contorte fragore d’acqua.
 
Germogli, fiore, da gracili rocce,
aureo orgoglio di stupore biancastro,
respiro profondo tra alberi stenti,
di ciuffi sparuti di erbe e di foglie.
 
Groviglio di pietra in gelida pace
di giochi innocenti ricordo lontano,
rumore di vita, nessuno, ti desta,
giardino deserto di ulivi fruscianti.
 
Quasi sospeso su confortevoli braccia,
rami nodosi, il tuo silenzio, incalza.
Come crepuscolo, cade nei tuoi occhi,
la luce che resta, del giorno che muore.(md)
 
 
 
 
 
3) Il giardino della storia
 
 Nel giardino della Torre
 ancora rintana profumo di fieno.
 Il cipresso la cima al vento piega
 e  il melagrano  spande fiori sul passato.
 Possente  sbalza la scarpa il Mastio                                      
 da capperi  e  buchi frangiata,
 s’erge festoso, tra voli di rondini  
 e canti di pettirosso al nido.                                                                    
Dalle Scale, in su la Valle, amara
mi investe l’aroma d’un tempo.
Sotto  Montea contrade senza fumi
di stoppie bruciate, di biancospini sfioriti,
né più il belare nell’aria si perde e
al cigolar dei carri, l’abbaiar dei cani.
Stanche stagioni pare il sole inebri.
Affranto è l’Acquaro, di gelsi e di more,
di  abili mano e ardenti fornaci.
Il colto Convento non è più ristoro
di noci e di mosto, di arte e Preghiera.
Dalle aspre pendici di là da ponente,
rauchi  rumori di  vita lontana,
mentre del borgo  le mura offese,
invocano, avide, risposte mai date:
Quale il sogno, a lungo, vagheggiato?
Quali le sue voci?
Un improvviso silenzio la Valle assale.
Quando l’ inverno  il fiume in piena
riporta chiassoso i richiami dei fasti,
si odono note al poggio salire,
del vento tra i pioppi, dallo spoglio pendio.
Con briciole sparse e semi rubati,
l’arido gelo,  il passero sfida,
smorza la voce, allenta i saltelli,
privo di eco tenta il rimando.
Languente
di tanto smarrire,
negli spettri d’un tramonto,
Belvedere,
mi appare.(md)
 
 
 
 
 
 4) IL Colle
 
Nella bruma della sera                                 
la luce riverbera,
d’un tratto svanisce
oltre i prati vicini.
Fioca riemerge
su per il tuo fianco
Vermiglia.
In te giace l’infanzia.
Era al tuo colle
a quegli odori larghi
che si destava la fantasia.
Orti di cedro
di fiori murali
di pane e d’incenso
di vigne predate.
Ora più nulla di te mi consola.
Brutale mi appare la tua solitudine
di vicoli ciechi, di porte murate,
di lastre divelte, di rovi e di crepe.
Porta via, tutto, un gelido vento
le cose vissute, le cose negate,
quelle cercate per essere amate.
Rotea le carte tra mute Colonne
spazza la Piazza, rumoreggia la Porta,
solleva la notte, come soffio invadente,
lontano, il profumo disperde,
 di cose innocenti, perdute per sempre.(md)
 
 
 
 
 
5) Solitudine
 
Viuzze che inseguono ciglioni
ricamano la Rupe della Torre.
Discendono tra i ciuffi delle canne
e immettono negli orti di limoni.
Come schiena d’un vecchio
salite curve scalano,
in spiazzi soleggiati sbucano,
di tanti calpestii, lastre durevoli.
Paese antico di tanti ricordi,
una storia di vita ancora, racconti:                                                                                                                                   
di finestre, con sguardi assenti,
incastrate sulle bianche facciate.
Non più  nell’aere si sperdono
fumi di focolari confidenti ,                                
nè più, odori e canti,
le tue tavole confortano.
Allo sferzar del levante, nei vicoli,
il lamento del vuoto,  ingoi,
ed il silenzio,  al volteggiare degli uccelli,
solo, abbandoni nei rovi.
Fioco, la sera accompagni alla notte,
quando Montea si spegne
e il ruscellar del Soleo,
tra mille voci del buio,
ti resta conforto.(md)
 
 
 
 
 
6) Il Mare.
 
S’ io potessi scegliere una  immagine
che tra le tante, nelle stagioni, avvezzi,
sceglierei la tua distesa, glauca e turchese,
sormontata dal vento della sera.
L’onda sferzante  sull’arenile in pace,
che poi illudi, tornando al tuo riposo,
rinasce, e senza consumarsi,
il tuo linguaggio bianco,
di umida fragranza, sgretola.
All’ammiccar delle stelle,
incessante, la tua opera continua.
Abbandoni spoglie sbriciolate
e gusci, dal carico scartati.
All’alba del nuovo giorno
e fino a sera, del manto al vento,
ricomponi le pieghe.
La tua protesta cessa.
Ti distendi, gradevole pianura,
al disporre in sciame di vele e gabbiani.
Conforto di preghiera al marinaio,
di azzurro la tua luce, issi.
Così, solenne,
la tua creatura, resta.(md)
 
 
 
 
 
7) Il giorno.
 
Al di sopra delle nubi
ancora cariche di pioggia
l’aria del mattino
ripulita dalla polvere.
 
Squarci di cielo filtrano
luci di azzurro tenue,
e un cinguettio crescendo
annuncia il mutamento.
  
La terra concimata
trasuda odore asprigno
quale molle detrito
nell’inghiottirne il succo.
 
Come nuovo miracolo
raggio di sol, superstite,
alberi e campi filtra
in bagliori di cristallo.
 
Sbalza dalla prigione
la speranza annidata.
Improvvisa,
l’immagine arresta
la certezza del giorno.(md)
 
 
 
 
 
8) Tramonto
 
 Il sole lento all’orizzonte scivola
dietro nuvole di rosso colorate.
Come bollir d’acqua, bianca, alla barca
tracciano la scia i gabbiani.
Il garrire dello stormo, d’un tratto,
un passo di  treno  scompiglia.
Fiacco nell’aria, di alghe e di sale,
riprende, e con la frotta
nella bruma, poi dopo, si perde.
Ora il sole non è più!
E’ una tenue luce che, di rosa,
disegna  contorni.
Un tocco lontano di campana
si sente, va piano, più piano.
Pregate,
il giorno è finito!
Domani chi sa.(md)
 
 
 
 
9) Il mare di Novembre
 
Occhi di cielo si specchiano
fra  cirri e  nuvole ribelli
e nel fragore del vento,
un rotear di ali,
come  onda irrequieta,
cerca libertà.
 
Un silenzio in cuore
scruta l’orizzonte,
e come fa la marea,
giocando con le orme,
spettro d’estate,
la tua immagine compare,
Svanisce,
in un istante ricompare,
si ferma!
 
“Capelli di alghe e di sabbia,
come selva intrigante,
raggi di sole asciugano,
tenaci ed invadenti.
Strizzano sorrisi gli occhi
in bagliori innocenti
quando labbra di sale,
l’aroma di pelle,
confondono.”
 
Alla sera, più fredda,
la brezza del Novembre 
il sogno sorprende.
Ma il desiderio d’estate,
una complice  stella,
per incanto, comprende.
Con scia cadente,
sorride promessa,
e sparisce.(md)
 
 
 
 
 
10) Petali di Fiori Nuovi.
 
Scende alla sera
del sol la meraviglia,
poi che la tempesta
il suo sgomento soffia.
Lenta con scia bianca
fende una vela il largo.
L’onda del mare, stanca,
al lido ultimo anela.
Lievi, per il cielo terso
uccelli migrano,
mentre del vento, i soffi,
le alberelle piegano.
Sferzate e lacerate
s’addossano come greggia
e come sogni umani
spogliate dalle ciglia.
Petali di fiori nuovi
di forme senza nome
assumono parvenza
nel tacito chiarore.(md)
 
 
 
 
 
11) Il Lungomare
 
Un chiarore ambiguo
d’un tramonto violaceo,
ebbro di silenzio,
va scomponendo, il giorno.
Pensieri informi traccia la marea
come le orme che la stessa solleva.
Muore al Tirone l’eco della risacca.
Lunga, l’onda  si allenta sulla battigia,
lambisce teli  dove  ombrelloni riposano,
chiusi e composti,  con sedie a sdraio piegate.
Del giorno il tessuto ne intride il profumo
come quello del legno su cabine in riga.
Nei riflessi specchiati sull’acqua,
accentuano il contrasto  le luci del Borgo,
appena dietro quelle tenui del Poggio
staccano gli ultimi contorni di Montea.
Schiamazzi si attardano sull’arenile,
del Passeggio i bambini confondono il vocìo.
E’ buio!
Si muovono nuvole dai contorni lucenti,
attraversano la luna che ogni tanto appare.
Lampade fioche ora il chiarore sovrasta,
magica è la luce sulla distesa bianca.
Geme un venticello di un suono vago,
retaggio di clamori in discoteche lontane.
Il volgersi delle onde gonfia il suo sospiro,
quando la spuma sbruffa  ciuffi di diamanti.
Fulge, questa riva che non conosce tempo,
e vive un solo giorno.
Sempre quello.
Ma il vagar della luna,
cattura la speranza.(md)
 
 
 
 
 
12) Il Treno
 
Ci sono albe che stentano
a farsi immenso.
Ti colgono stordito,
nel letto appena sgualcito,
con i sogni lasciati al freddo.
Esco con una lama ad est
che quasi impreca
ed un urlo che si sente appena.
Una gelata di brina spessa,
come uno spruzzo,
promette di arrivarti dentro.
Il treno è il mio appuntamento sempre.
Parcheggio.
Non ho voglia alcuna di sapere
dagli aliti di chi aspetta,
infreddolito,
i miei stessi binari vuoti.
Mi pianto a gambe larghe,
proprio in faccia al mare.
Il seno di Palinuro schiara
e il Tirone stropiccia come per dispetto.
Sopraggiunge da lontano
lo stridio del ferro.
Il cielo è terso.
Respiro piano le stelle una ad una,
affaticate da pioggia e nuvolaglia appena.
Nel tintinnio di cristalli puri
sto,
e mi sento come un assioma,
piccolo e immenso, senza capire il nesso.
So che saprò  
e non ho fretta alcuna.
Salgo
scegliendo i miei compagni,
sempre diversi,
sempre quelli.(md)
 
 

 

13) L’Alba
 
E’ sera!
Già l’ombra staglia la scogliera
raccoglie e chiude i riverberi del giorno.
D’un grido il clamore del vento s’alza,
l’onda sprofonda, schiuma, imbianca,
con fragore ritorna, possente, infrange.
La brezza umida, gradevole, come rugiada,
nell’odore largo ristagna.
Alle spalle si smorza la Montea
e l’amato Poggio, ormai sfiancato,
la notte annuncia, di lucerne  fioco.
Alta, si leva la mia preghiera!
“Venite amici
ed in lungo assetto
le onde sonanti fendete.
Con prua ben salda e
forte vento a poppa
puntiamo l’orizzonte.
Voglio tuffarmi  con voi
nel fondo dei ricordi.
Riviverli per incanto ad uno, ad uno.
Nettarli, nel perdono, dal macchiato.
Al cielo, candida,
rifletterne la luce,
quando oltre le stelle,
nuova alba verrà.”(md)
 
 
 
 
 
14) La Vita
 
Balaustre corrose
 e piante bruciate,
su balconi sconnessi
di facciate assolate.
Terraglie  abbandonate, 
prive di acqua e di cure,
davanti a tendine
di finestre fatiscenti.
Porte chiuse, bruciate,
violentate dal tempo,
e la Torre e le Chiese
che s’affacciano sul nulla.
Dov’è finito un Popolo?
Le belle donne austere,
incarnato di Madonne,
con le trecce a coronare
ovali perfetti.
Dove le nonne chiacchierone,
sedute al davanzale, 
con mani sapienti filare,
cucire, rammendare.
Dove i nonni  alla Piazza,
sul muretto e nei bar,
proferire, ascoltati,
storie di caccia e vanterie.
Dove sul Corso dell’arte e dei mestieri,
la gioventù,
animarsi per il calcio,
atteggiarsi per le amate.
Dove le ragazze circospette,
maestre di cucito,
di studio indottrinate
e di Chiesa praticanti.
Dove i bimbi, alla sera,
negli spazi adattati,
quattro calci a un pallone
e la voce di una mamma?
Solo la fontana resiste!
Solida ed elegante,
quel che resta lo racconta,
ma non tutti lo sappiamo.
Serve la memoria 
che ripercorra i passi.
Serve l’amore 
che ricomponga i volti.
Servono gli affetti
che ricostruiscano la vita.(md)
 
 
 
 
 
15) Presepe.
 
Sono nato conoscendo le tue forme
il concavo ed il convesso
lo stretto e lo slargo
le scale e la Piazza.
Dai davanzali in ombra
raccontavi storie e fatterelli
lasciati sulla pelle della paura
incisi come segno d’appartenenza.
Richiami dell’anima,
per i passi del mio ritornare
ancora e quasi sempre.
Oggi carezzo il tuo silenzio
aspro, indolente,
impervio racconta
novelle dal sapore antico.
Pare tu voglia ch’io scriva di te.
Dentro hai vene di strade al buio
messe a fare solitudine e pena,
fuori poi, ti fai disegno,
come fantastica illustrazione.
Con parole che sanno di elegia
la tua favola si riscrive da sola,
quando di notte, quasi a voler baciare,
la linea del cielo curva,
a renderti presepe ancora.(md)
 
 
 

 

16) L’Orizzonte
 
Affacciato alla finestra
misuro ogni passo di questa passeggiata
libero di osservare,
scrutare, studiare,
spiare nel groviglio di palazzi
ogni luce o ombra
che filtra fra le imposte.
La vita è come l’orizzonte.
E mi domando se,
nel cercare la strada di casa,
confondere banali stelle
con ipnotizzanti luci di un aeroplano
equivale a perdere la rotta.
Ma il mare,
il mare col suo canto,
la sa indicare.
Poi ce ne andiamo,
io e i miei passi,
distratti e confusi
da mille pensieri.
C’incamminiamo perduti,
e sperduti sulla via del silenzio,
ululando nostalgiche grida
di una terra lontana.
Io e i miei passi.
Qui la luna
non specchia in mare
e la notte…
la notte
ci cade addosso.(md)
 
 
 
 
Questo elemento è postato in Le mie Proposte, LIBRI. Bookmark the permalink.

Lascia un Commento