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LE RADICI DEL M5S

 

No al Pd, sì a Bossi e Bannon: ecco le vere radici del Movimento 5 Stelle

di Susanna Turco

Ce lo vedete il braccio destro di Bannon a lezione da Casaleggio? I pezzi grossi pro-Brexit che volano a Milano per prendere ispirazione in via Morone 6? Grillo che parla di sovranismo nel 2013? Di Maio che dialoga con Savona già nel 2016? Eppure è accaduto. Granelli che spiegano come il Movimento Cinque Stelle che governa con la Lega sia l’esecuzione di una spinta che viene da lontano. Tutt’altro che un caso: piuttosto, la realizzazione di una convergenza sovranista i cui paletti sono piantati nel network di relazioni internazionali – da Londra alla Cina, dalla Russia agli Usa – intessute negli anni dentro e fuori i centri di potere M5S. Capisaldi che si ritrovano anche, a ritroso, nella storia e nei presupposti della creatura ideata da Gianroberto Casaleggio (con Beppe Grillo) e portata al potere da suo figlio Davide (con Luigi Di Maio). Il gigantesco esperimento M5S, nel momento in cui entra nelle stanze del potere, si realizza all’interno di una rete invisibile, ma esistente. Insomma: è andata così, ma difficilmente sarebbe potuta andare altrimenti. È bene tenerlo a mente, tra una miriade di incontri e indizi, tirando il filo tra il principio e la fine. Questi: Gianroberto Casaleggio andava a sentire i comizi di Umberto Bossi quando la Lega ancora non era quasi nulla, negli anni Ottanta, ed era felice di infilare pezzi di programma leghista tra le pieghe dell’Idv di Antonio Di Pietro; alle elezioni del 4 marzo 2018 le prime persone nel mondo che esultano per la vittoria di M5S e Lega – trattandoli già come un vincitore unico – sono state Steve Bannon, Nigel Farage, Marine Le Pen, Julian Assange e il portavoce di Vladimir Putin, Dmitri Peskov.

Così, adesso che Cinque Stelle e Lega si ritrovano fatalmente intrecciati dalla cronaca – con il grillino Marcello De Vito arrestato a Roma nello stesso giorno in cui il Senato votava sul processo a Salvini; adesso che i due partiti della maggioranza trovano i primi punti forti di frizione interna, dal capitolo diritti (vedasi il congresso mondiale delle famiglie) al braccio di ferro sulla Tav; adesso che sul fronte opposto si riaffacciano con l’era zingarettiana gli amici dei Cinque Stelle, e la supposta vena «di sinistra» dei grillini, per capire a che latitudine si muovano davvero conflitti e convergenze soccorre l’interpretazione offerta da Jacopo Iacoboni, cronista della Stampa, nel suo libro “L’Esecuzione” (è in uscita il 28 marzo), che ricostruisce le radici sovraniste del movimento più liquido e frainteso d’Italia, adesso impegnato in un braccio di ferro con la Lega che, lungi da essere una manifestazione di diversità, è «una lotta per la supremazia, perché i due partiti si contendono e rosicchiano lo stesso campo elettorale».

«Noi siamo opposti. Tu vuoi svendere la nostra sovranità. Noi la vogliamo mantenere». È abbastanza impressionante rileggere, oggi, l’assolutamente dimenticata affermazione che Beppe Grillo fece a Matteo Renzi, allora premier incaricato, nello streaming del loro incontro nel lontano febbraio 2014. «Noi siamo i conservatori», diceva il comico genovese, mentre accanto a lui Luigi Di Maio, non ancora capo politico, annuiva convinto.
Prima di Trump, prima di Bannon, prima della Brexit, Grillo parlava di sovranità. Ecco, il garante di M5S, anche se pochissimi lo ricordano, era un propagandista del sovranismo, si direbbe, ante litteram. Al 2013, ricorda Iacoboni, risalgono post di profonda linea politica che di tanto in tanto Casaleggio pubblicava sul blog delle Stelle, come quello del 18 settembre, decisamente anti Euro, che diceva fra l’altro: «Il M5S è l’unico in Parlamento a parlare di sovranità monetaria e di signoraggio». Erano anni in cui Grillo e Casaleggio si erano avvicinati alle teorie sovraniste della destra radicale italiana, in particolare a quelle di Giacinto Auriti. Ma era anche una questione di clima, e di saperlo fiutare. Una settimana prima, alla Camera dei deputati, la Lega aveva fatto riservare l’aula dei gruppi per un seminario dal titolo “L’Europa alla resa dei conti”, dove c’era già una interessante triangolazione: quella tra il gruppo di Asimmetrie – dove c’erano personaggi chiave come Alberto Bagnai, Luciano Barra Caracciolo, Claudio Borghi Aquilini, Paolo Savona – l’Università di Pescara e un soggetto che poi sarebbe diventato centrale nelle intersezioni Lega-M5S. La Link University dell’ex ministro democristiano Vincenzo Scotti. È verso quell’impasto che viene spinto per tempo il Movimento: la galassia euroscettica, il network sovranista.

Una strada che si stringe come un imbuto verso la Lega. Tra un Casaleggio che già nel 2013 proclamava «mai col Pd» (intervistato da Gianluigi Nuzzi, disse la seguente frase: «Se M5S si alleasse col Pd, uscirei dal Movimento», un testamento esplicito che il figlio ha rispettato), Grillo che parla con Salvini già nel maggio 2014 sull’aereo che lo avrebbe portato a incontrare Farage, e il leader leghista che nel 2016, novellando una antica tradizione berlusconiana, benedice i suoi futuri alleati preannunciando (è la primavera 2016): «Se fossi a Roma o a Torino, voterei per Raggi e Appendino». Tra un Paolo Savona che già nell’estate 2016 è in grado di raccontare, in un hotel di Cagliari, di un lungo colloquio con Di Maio sul tema dell’uscita dall’euro. E personaggi di raccordo come il palermitano Michele Geraci, capo della Global policy institute di Londra, che insegna finanza a Shanghai, sottosegretario all’Economia scelto dalla Lega, ma con un ottimo rapporto diretto con Grillo: tipico esempio di trait d’union M5S-Lega l’equivalente sul dossier Cina del ruolo incarnato da Savona sull’euroscetticismo. Era lui uno di quelli che suggerivano a Salvini e Di Maio di considerare flat tax e reddito di cittadinanza «due proposte complementari».

Casaleggio porta dunque il Movimento verso quei lidi. E lo fa sia in Italia sia fuori. È nel lontanissimo 2013 che il blog delle stelle intervista Nigel Farage, allora leader dell’Ukip. Un anno e mezzo dopo, alle europee, Gianroberto Casaleggio convocherà i 17 neo europarlamentari nella sede della sua associazione: «Ci annunciò senza tanti giri di parole che avremmo fatto un gruppo con Farage», racconta uno di loro, Marco Zanni. Gli accordi erano già stati avviati, così come i contatti con gli emissari più nazionalisti e anti migranti del mondo conservatore anglosassone – come poi sarà tentato con i gilet gialli. Uno dei momenti chiave, rivela Iacoboni, è l’incontro di Casaleggio con Raheem Kassam, braccio destro nel Regno Unito di Steve Bannon, l’ex senior strategist di Trump e fondatore di Cambridge Analytica. Racconta Kassam: «Nel 2015 Farage e io andammo a incontrare Gianroberto Casaleggio, oggi scomparso. La gente qui pensava che fossimo matti, che stessimo giocando con dei fenomeni marginali. E invece oggi i Cinque Stelle sono al top dei voti».

L’altra figura chiave è Arron Banks, fondatore e presidente di Leave.EU, il principale comitato di sostegno della Brexit. Banks, negli scorsi anni, si è dimostrato in più occasioni interessato all’ascesa e al modello organizzativo dei Cinque Stelle: tanto da raccontare, in una lettera aperta, che «l’amministratore delegato di Leave. EU ha visitato i Cinque Stelle per acquisire una più ampia comprensione della tecnologia che sta dietro al movimento. Siamo stati abbastanza occupati a riprodurre il loro sito web, e l’elemento di democrazia diretta della loro campagna, e anche a esplorare tecnologie di intelligenza artificiale in grande dettaglio». Liz Bilney, all’epoca ceo di Leave.EU, racconta che nel gennaio 2015, fu proprio quel meeting alla Casaleggio a «piantare il seme delle idee» che poi avrebbero portato al successo della campagna social media di Leave.EU per la Brexit. Quasi a dire che il comitato per l’uscita dalla Ue – che nascerà sei mesi dopo – sia stato concepito proprio alla Casaleggio Associati.

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