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LE DUE RIVOLUZIONI

di Eugenio Scalfari

La prima nomina importante è stata ottenuta in questi giorni per iniziativa del Partito democratico: Paolo Gentiloni è commissario presso l’Unione europea. Un commissario destinato a un’importante carica economica. Ce n’è più d’una in quella materia e tutte estremamente interessanti e importanti. La leader della Commissione non ha ancora deciso quale sarà specificamente la funzione economica di Gentiloni. Si vedrà nei prossimi giorni qual è quella che viene attribuita al nostro Paolo che del resto, come tutti ricordiamo, ha gestito un governo durato circa un anno e mezzo dopo la sconfitta di Renzi al famoso referendum costituzionale.

Il nostro ministro degli Esteri, che avrebbe dovuto esser lui a proporre l’incarico di Gentiloni in Europa, si è viceversa disinteressato di questo argomento e ha proposto una serie di problemi di cui l’Europa dovrebbe affidare la soluzione a personaggi di provenienza dai Cinquestelle. Incombenze che, se anche verranno date, hanno un’importanza estremamente ridotta. Ma Di Maio, nostro ministro degli Esteri, si preoccupa e si occupa esclusivamente di queste incombenze più filo-elettorali che di quelle importanti per la comunità dell’Unione.
Il governo comunque è per fortuna nelle mani di Giuseppe Conte il quale ha una serie di idee e di proposte sia per la politica interna italiana, sia per quella europea e più in generale estera.

Conte, come tutti sappiamo e ricordiamo, nacque politicamente nel partito 5 Stelle e di quel partito fu per un anno quello che ho chiamato più volte un burattino nelle mani dei burattinai che nella fattispecie erano Di Maio ma soprattutto Salvini. Dopo un anno Conte dette una spallata: ruppe clamorosamente e pubblicamente con Salvini e mantenne un rapporto di amicizia con Di Maio. Da allora Conte è diventato un personaggio di statura italiana, europea e internazionale e ora, sciolte proprio in questi giorni le riserve con il presidente della Repubblica, ha accettato l’incarico. Governa. Dunque, se vogliamo tirare le somme in questo momento, noi abbiamo Conte primo ministro e Gentiloni membro della Commissione europea. Sembrerà poco, ma sono passati due o tre giorni dall’accettazione ufficiale e dall’incarico che ne è derivato di Giuseppe Conte. Il resto verrà. Zingaretti e tutto lo stato maggiore del Pd sanno quali sono i provvedimenti necessari per risollevare l’economia italiana, la società, le famiglie, i poveri e i meno poveri. Vedremo nei prossimi giorni, ma le necessità del Paese sono molteplici. Debbo dire che è il Partito democratico che ha un taccuino molto fitto. Quello di Di Maio risente della struttura del suo Movimento-Partito. Se dovessi dare un giudizio in materia mi ripeterei con quello che ho già scritto più volte e anche poc’anzi. Di Maio è il capo di un partito populista: niente di meno e niente di più. Con una novità in proposito. Di Maio si distacca dalla politica di Grillo: ne ha una propria, confortata anche dalla votazione Rousseau, ma indipendente da essa. Grillo vorrebbe affiancare il partito che si richiama a lui a quello della sinistra di Zingaretti e compagni. Secondo me bisogna utilizzare questa visione grillina che non è più quella del populismo, un tempo da lui totalmente condiviso e anzi rilanciato. Adesso è cambiato ed è un alfiere di scacchi mentre prima era piuttosto una torre se vogliamo restare ai pezzi di quel gioco. La torre conta molto ma è assai poco movimentabile; l’alfiere forse conta meno ma è assai più mobile come il cavallo.

Bisognerebbe parlare anche di Salvini, ma in quel caso c’è poco da dire: Salvini vuole le elezioni e a suo giudizio sarà lui a vincerle con l’appoggio anche della Meloni e di Berlusconi. Appoggi dubitabili, specialmente quello di Berlusconi, ma comunque, almeno sulla carta, Salvini è convinto che non soltanto avrà i voti che attualmente gli sono attribuiti ma forse di più. Anzi – pensa lui – molto di più perché l’elettorato è profondamente scontento dei 5 Stelle ed è sempre più orientato sul programma di Salvini, tranne naturalmente gli elettori di sinistra che tuttavia nel pensiero di Salvini sono pochi e poco fedeli agli ideali del liberalsocialista. La maggioranza degli elettori di sinistra semmai segue piuttosto Matteo Renzi, la politica del quale è sempre la stessa: Renzi mira a tornare leader. Leader di che cosa? Questo non lo sa neppure lui. L’obiettivo principale sarebbe ritornare alla guida (solitaria) del Pd; ma se questo fosse impossibile Renzi fonderebbe un partito proprio. Orientato a sinistra? Orientato verso quel tipo di idee, interessi e popolarità che riesce a conquistare. A sinistra? Forse. Al centro? Forse. Un partito personale orientato sul nome di Renzi? Questo in ogni caso. Renzi combatte per sé. Dove questo si colloca è secondario nel suo modo di essere e di volere.

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Mi è venuto in mente il capolavoro poetico che conosco da molto tempo e che talvolta ho citato: il ‘Ça ira’ di Giosuè Carducci.
Ne ha scritte centinaia di poesie di vario genere, ma il ‘Ça ira’ è un componimento molto particolare: parla della Rivoluzione francese, come nacque, come fu costruita attraverso vari periodi e varie costruzioni economiche, giuridiche, politiche. Durò dieci anni quella rivoluzione e fu probabilmente la più importante nell’epoca moderna dal Settecento in poi. Dietro ci fu la classe dirigente francese: civile, nobiliare, borghese. Prima d’allora la borghesia era nota in Italia e in Francia nei Comuni, nelle Regioni, nelle immigrazioni e anche emigrazioni, cioè nei movimenti di popoli che percorrevano l’Europa in lungo e largo dopo il crollo dell’Impero romano. In particolare questi movimenti si svilupparono dal Seicento in poi, ebbero i loro maestri e anche i loro generali e infine i loro teologhi. Furono innumerevoli a partire dall’Illuminismo e prima ancora da Michel de Montaigne. Furono segnati da artisti, formidabili non solo per l’epoca ma per il valore dei loro scritti teatrali, poetici, scientifici e pittorici. In Francia, in Italia, in Spagna, in Inghilterra, in Prussia e in molte altre regioni della Germania che era un nome geografico ma non politico, divisa come era tra grandi famiglie nobiliari e grandi regioni popolari.

A distanza di oltre un secolo la Rivoluzione francese fu seguita da quella russa che è meglio definire col nome che gli hanno dato gli stessi russi, cioè sovietica. Lenin che fu il primo dei capi assoluti, sosteneva che la rivoluzione russa era ispirata da Marx ma non è affatto così e questo lo sappiamo attraverso la lettura attenta del Manifesto di Marx e di Engels sul comunismo ma soprattutto da scritti che con frequenza notevole Marx fece tra il 1845 e il ’49. Ne ho parlato più volte di quei pensieri che sono il nocciolo della teoria marxista, ma qui viene opportuno citarla ancora. Marx sosteneva che la borghesia nata dalla rivoluzione francese aveva conquistato il valore della libertà ma, seguendo i propri interessi, aveva del tutto trascurato il valore dell’eguaglianza. La libertà era per Marx un valore inestimabile, ma senza l’eguaglianza avrebbe favorito soltanto i più forti socialmente, economicamente, politicamente. I comunisti per i quali Marx sentiva di essere il profeta insieme all’amico Engels, avrebbero dovuto conservare a tutti i costi la libertà ma aggiungervi, anch’essa a tutti i costi, l’eguaglianza. Libertà ed eguaglianza: questa sarebbe stata la società modello il cui nome sarebbe stato appunto quello di comunista. Libertà ed eguaglianza. Ma col tempo, che Marx valutava in una trentina d’anni, quei valori avrebbero a tal punto intriso di sé la società che il comunismo poteva essere abolito. Tutte le persone avrebbero rispettato eguaglianza e libertà e l’avrebbero applicata alla propria vita a beneficio proprio e del popolo di cui facevano parte. Questo fu l’ideale marxista. Quando scoppiò la rivoluzione sovietica Marx era già morto (14 marzo 1883) e quindi non avrebbe affatto apprezzato la Rivoluzione sovietica la quale nasceva in un Paese dove non solo non esisteva l’eguaglianza ma neppure la libertà. Un Paese zarista, immaturo per l’ideale marxiano. Sembra che la stessa idea l’avesse avuta Lenin quando era in esilio in Europa e sembra che la conservasse anche durante il viaggio che terminò in Finlandia e poi a Pietroburgo. Aveva ancora l’idea che la rivoluzione antizarista doveva essere marxista e pertanto fu convocata un’Assemblea costituente dove i socialisti russi erano un’ampia maggioranza. La questione tuttavia cadde rapidamente. Dopo l’arrivo a Pietroburgo Lenin conobbe Trockij che era il presidente di uno dei primi circoli sovietici. Nacque un’amicizia privata e politica e i due furono insieme quando fu programmata l’assalto del Palazzo d’Inverno, la Reggia di Pietroburgo.

Non so fino a che punto Lenin mantenne quella sua convinzione ma ad un certo momento cambiò. Dopo due sedute disdisse l’Assemblea costituente che fu sostituita dal Soviet di tutte le Russie. I Soviet erano decine nei rioni delle grandi città, nelle città di media grandezza e in quelle piccole. Il Soviet era dovunque ed era il partito comunista.
Contava molto la moltitudine dei Soviet e quello generale che aveva sede a Mosca. Lenin giacque ammalato e infine morì, lasciando un testamento che fu tenuto segreto da Stalin, che nel frattempo era diventato segretario. Non faremo qui certo la storia di Stalin se non per ricordare che fu un dittatore assoluto, nel bene e nel male della Russia sovietica.
Abbiamo ricordato le due grandi rivoluzioni moderne: quella francese e quella russo-sovietica che ebbe ripercussioni in tutta Europa e perfino sulla guerra in corso nel 1917, dalla quale la Russia si era ritirata avendo eletto il pacifismo come uno dei valori che avrebbero favorito la diffusione degli ideali rivoluzionari.
Il comunismo, che ebbe la Russia come culla, si diffuse comunque nel mondo, a cominciare dalla Cina, ma poi dovunque, sia pure con caratteristiche variabili secondo i luoghi dove attecchiva.

Sia lecito comunque ricordare che storicamente parlando la Rivoluzione francese fu assai più importante di quella russo-sovietica. Voglio ricordare con pochi versi con i quali ormai uso chiudere i miei articoli uno dei punti più alti di quella rivoluzione: una battaglia, decisiva per la sorte di quel movimento.
“Viva la patria – Kellermann, levata
La spada in tra i cannoni, urla, serrate
De’ sanculotti l’epiche colonne.
La Marsigliese tra la cannonata
Sorvola, arcangel de la nova etate,
Le profonde foreste de le Argonne”

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