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DRAGHI E IL TRAVASO DEL DEBITO

Draghi e il Grande Travaso di debito

L’editoriale di ieri di Mario Draghi sul Financial Times colpisce come un pugno allo stomaco per le parole ed i concetti scelti, da cui traspare una autentica e pienamente giustificata angoscia. La “soluzione”, se così possiamo chiamarla, con grande inadeguatezza lessicale, è una ed una sola. In parte derivante dalla “dinamica dei fluidi” già vista durante la grande crisi finanziaria, cioè il fatto che i debiti privati si trasformano in debito pubblico durante le crisi più gravi.

“Una tragedia umana di proporzioni potenzialmente bibliche”. Così Draghi definisce la pandemia. Il collasso dell’attività economica, necessario al contenimento, rischia di volgersi rapidamente in depressione. Per questo

La perdita di reddito subita dal settore privato, ed il debito raccolto per colmare la differenza, devono alla fine essere assorbiti, in tutto o in parte, dai bilanci degli stati. Livelli di debito pubblico molto più elevati diverranno una caratteristica permanente delle nostre economie e saranno accompagnati da cancellazione di debito privato.

Draghi compie il parallelo tra pandemia e guerre, che poco piace a molte persone, preoccupate di perdere libertà e scivolare in un regime senza neppure accorgersene. Ma qui il parallelo va inteso nel senso di distruzione di capitale umano, fisico e basi imponibili e nella conseguente incapacità di finanziare con normale tassazione lo sforzo “bellico”. Quando la situazione è questa, storicamente non ci sono alternative all’uso del bilancio pubblico e delle banche centrali.

Serve proteggere l’occupazione e la capacità produttiva durante la “messa in sonno” necessaria al contenimento. Solo così, mantenendo intatto il potenziale (e l’attuale) dell’economia, il recupero sarà garantito. Diversamente, la distruzione di capitale umano ed aziendale rischierebbe di mutilare la ripresa. Per ottenere ciò, serve erogare liquidità.

Ma attenzione: liquidità non è credito, cioè qualcosa che poi va restituito. Per fare questo helicopter money (perdonate l’espressione logora; non me ne vengono altre, al momento), serve la capillarità del sistema finanziario e dei pagamenti:

Le banche devono rapidamente prestare fondi a costo zero alle aziende preparate a salvare posti di lavoro. Poiché in tal modo esse divengono veicoli di politica pubblica, il capitale di cui necessitano per eseguire questo compito deve essere fornito dallo stato sotto forma di garanzie pubbliche su tutti gli sconfinamenti aggiuntivi di conto o sui prestiti. Né la regolazione né le regole sulle garanzie devono intralciare la creazione di tutto lo spazio necessario nei bilanci delle banche a questo scopo. Inoltre, il costo di queste garanzie non dovrebbe essere basato sul rischio di credito dell’azienda che le riceve ma dovrebbe essere zero indipendentemente dal costo di finanziamento del governo che le emette.

Ricapitolando: preservare lavoro e aziende, compensando i mancati redditi mediante erogazione di liquidità a titolo gratuito e definitivo, a carico del bilancio pubblico, usando come conduttura il sistema dei pagamenti, in grado di garantire la rapida diffusione dell’intervento. Ci saranno aziende in grado di tirare credito per il normale funzionamento, ma in molti altri casi non andrà così.

Ecco perché è semplicemente impensabile erogare credito: nel “dopo” gli oneri sarebbero ingestibili. Ma questa considerazione, come vedremo, vale a maggior ragione per gli stati che si faranno carico di questo “travaso”. E qui Draghi ha un “suggerimento” appena abbozzato, che tuttavia mi appare ottimistico, per il “dopo”, cioè per il futuro del macigno di debito pubblico aggiuntivo così creato:

Dobbiamo anche ricordare che, dato il presente e probabile futuro livello dei tassi d’interesse, tale aumento del debito pubblico non aumenterà i costi del suo servizio.

Che vuol dire: un enorme stock di debito pubblico a costo verosimilmente nullo, quindi di fatto sostenibile. Forse andrà così, forse no. Forse, quando la “normalità” sarà tornata, con le sue profondissime cicatrici, si tornerà a discutere di sostenibilità, e si tornerà a distinguere tra debiti pubblici nazionali, tra chi cresce e chi no. Anzi, togliamo quel “forse”.

Ma ora questa è l’angosciante emergenza, e Draghi la richiama con forza. Perché, anche se non vi piace il parallelo bellico, questi sono gli effetti prodotti: distruzione su vasta scala. C’è spazio anche per il cosiddetto azzardo morale e per il moralismo giustificabile in tempo di pace:

Di fronte a circostanze impreviste, un cambio di mentalità è necessario in questa crisi come lo sarebbe in tempi di guerra. Lo shock che stiamo affrontando non è ciclico. La perdita di reddito non è colpa di nessuno di quelli che ne soffrono. Il costo della esitazione può essere irreversibile. Il ricordo delle sofferenze degli europei negli anni Venti del secolo scorso è di sufficiente ammonimento.

Il travaso di debito da privato a pubblico è parte di una meccanica inevitabile. A livelli elevati di gravità della crisi, lo è anche una monetizzazione “ombra”, cioè non esplicitata ma basata su una finzione di convenzione nella condotta delle banche centrali. 

La dimensione degli stati nazionali resta ineliminabile, e con essa la costante tensione tra cooperazione e competizione tra sistemi paese. Chi ha conseguito risultati “in tempo di pace”, controllando il debito e ottenendo crescita, ora si sente per certi aspetti defraudato dalla sorte. Pensateci: a ruoli invertiti, voi come vi sentireste?

La notizia è che il nuovo programma di acquisti, il PEPP, ha fatto saltare i limiti su emissione ed emittente. Questo serve ai paesi “frugali” per ridurre la pressione ad emettere eurobond o assimilati e mantenere chiaramente identificabili i debiti pubblici nazionali. La resa dei conti è rinviata a epoche “migliori”.

P.S. Siete preoccupati per una ipotetica iperinflazione nel “dopo”? Sospendete la preoccupazione e concentratevi sugli sforzi per arrivare a quel “dopo”.

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