Stampa articolo

L’ITALIA ED IL CAPITALE SOCIALE

di Fabrizio Barca

Progettare futuro nel post-coronacrisi richiede il superamento delle distinzioni tra pubblico, privato e sociale. E il meglio nel nostro Paese emerge proprio quando queste tre dimensioni si incontrano (e hanno pari dignità). Servono, quindi, nuove forme di organizzazione sociale nei territori dove almeno il 3% della popolazione italiana si dedica al prossimo e a costruire cambiamento. Un capitale sociale, cosi fortemente impegnato nell’emergenza coronavirus, votato al mutualismo, che rischia di soccombere anch’esso a causa della crisi economica derivata da quella sanitaria.

Coronavirus, l’azione pubblica deve fornire certezze economiche

In una situazione di incertezza sistemica come l’attuale, a cui si somma, alla nostra precaria quotidianità, quella di tutto ciò che ci circonda, è compito dell’azione pubblica fornire certezze e farlo da subito, per tutti. Occorre, intanto, ancora, un provvedimento urgente per un reddito di emergenza dedicato anche a chi vive nell’irregolarità, non per scelta ma per bisogno, almeno 3 milioni di persone. Un sostegno necessario,  che non escluda nessuno, e che il Forum Disuguaglianze e Diversità ha sollecitato al governo, anche per impedire che mafie e criminalità organizzata, al sud come al nord, si sostituiscano allo Stato.

D’altro canto, se per le imprese private si rende necessario un sistema di prestiti garantiti attraverso la Cassa Depositi e Prestiti, che premi, ci auguriamo, le scelte sociali e ambientali e il ricambio manageriale, occorre un deciso e immediato sostegno finanziario alle organizzazioni di cittadinanza, indispensabili per frenare l’illegalità nei territori, in grado di intercettare le fasce più fragili della popolazione. Ma, anche l’esercizio della cittadinanza ha un costo, necessario a sostenere le spese per affrontare la situazione emergenziale. Dai dispositivi di protezione, al fornire cibo e pasti, all’assistenza, al raggiungere le persone nei luoghi dove si trovano, impossibilitate negli spostamenti.

I fondi a sostegno del Terzo settore ci sono già. Ce li dà l’Europa

Se tutti riteniamo che il Terzo Settore l’insieme degli attori economici che si collocano idealmente tra lo Stato e il libero mercato e che svolgono funzioni di utilità sociale (Gli operatori del terzo settore riconosciuti dalla normativa italiana sono le associazioni di volontariato, le cooperative sociali, associazioni di promozione sociale, le associazioni sportive dilettantistiche, associazioni dei consumatori e degli utenti, le società di mutuo soccorso, le organizzazioni non governative (ONG) e le imprese sociali) abbia nella nostra società una funzione pubblica di interesse generale, bisogna evitare che collassi. A fronte di 850mila lavoratori nel sociale, oltre cinque milioni di cittadini italiani sono attivi nel volontariato. Ma la fortissima crisi economica rischia di erodere la loro disponibilità al servizio della solidarietà e dei beni comuni.

Da qui, l’assoluto appoggio del Forum Disuguaglianze e Diversità alla proposta di Carlo Borgomeo, presidente di Fondazione Con il Sud, che chiede allo Stato la concessione di contributi al terzo settore e all’economia civile. Visione generale dell’economia basata sui principi di reciprocità e solidarietà che si pone come alternativa all’economia di mercato tradizionale in senso capitalistico (Visione generale dell’economia basata sui principi di reciprocità e solidarietà che si pone come alternativa all’economia di mercato tradizionale in senso capitalistico. Pur qualificandosi essa stessa come “economia di mercato” basata su principi come la divisione del lavoro e la libera iniziativa, l’economia civile si distingue in particolar modo per la sua finalità ultima, ovvero la ricerca del bene comune. Di fronte all’esigenza di condurre analisi quantitative sul fenomeno dell’economia civile si tende spesso a ricorrere al concetto affine di “economia sociale” che identifica i soggetti dell’economia civile (come le cooperative sociali, le associazioni di volontariato, le associazioni culturali che erogano servizi a pagamento e raccolgono quote di adesioni etc.)., a fondo perduto. Risorse già disponibili: 500 milioni di euro ricavabili dai Fondi strutturali per i PON Inclusione 2014-2020, non ancora impegnati.

Fondi provenienti, quindi, dall’Unione europea, che da sempre sostiene la partecipazione alla vita pubblica delle popolazioni. E a fronte della disponibilità economica, che deve essere resa immediata, non sono necessari nuovi progetti. I Fondi permettono di premiare le organizzazioni di cittadinanza che hanno lavorato bene, secondo alcuni criteri generali e non procedurali. Modalità che l’Italia ha utilizzato pochissimo, ma che permetterebbero, invece, di rendere ancora più trasparente il modo in cui gli stessi fondi vengono erogati e spesi.

Non è «solo» questione economica. Ma di strategie sui territori

Ma non è «solo» una questione di risorse economiche. Occorre pensare a un nuovo modo di fare sviluppo nei territori, non bastano i bandi a progetto. Nelle periferie urbane se non c’è un processo endogeno di miglioramento già in atto, hanno poca efficacia i progetti calati dall’alto. Bisogna, invece, attivare processi strategici, come il nostro Paese ha già fatto, per esempio, con la Strategia delle Aree Interne. Quelle 72 aree che coprono il 17% dell’estensione del territorio nazionale,  dove i piccoli comuni sono aggregati in microaree, intorno ai 30mila abitanti. Una dimensione ottimale per sviluppare servizi sanitari, trasporti, scuole. Riproporre questa metodologia nelle città, medie e grandi, significherebbe tornare alla logica delle circoscrizioni, abolite, invece, con una legge dello Stato nel 2014.

Approfondimento L’ECONOMIA DEI PICCOLI COMUNI Postato su 30 aprile 2020  

Infrastrutture e banda larga, lavoro e servizi. Lo Stato deve investire per fermare lo spopolamento delle aree interne. Una risorsa preziosa contro il dissesto idrogeologico.

Eppure, ristabilire tutto ciò, oggi,  significherebbe recuperare una dimensione umana, necessaria in questo isolamento forzato. Dimensione che permetterebbe, anche in modo conflittuale e acceso, ma aperto e informato, un confronto tra società civile organizzata, imprese e istituzioni.

Dal quartiere di San Siro a Milano allo Zen di Palermo, ritornare alla logica di quartiere, come già diverse esperienze ci insegnano, proprio in queste settimane di emergenza, è l’opportunità per restituire aggregazione e leadership sociali a quel 3% di popolazione che, come abbiamo sottolineato, già si occupa degli altri. Organizzazioni già presenti in modo radicato nel territorio. Secondo l’elaborazione del sociologo Giovanni Moro di Fondazione Fondaca, esiste almeno una organizzazione di cittadinanza ogni 578 abitanti,  in grado di individuare bisogni, tracciare reti di sostegno per i giovani, famiglie, anziani, migranti.

Il 3% della popolazione italiana si dedica agli altri

Occorre poi, rivalutare i luoghi dove viviamo e dare forza alle realtà che sono già presenti e attive. Dal mercato di vicinato ai gruppi di acquisto solidale, alle cooperative sociali. E, insieme, promuovere buona impresa, cogliendo e rendendo paganti i bisogni che emergono. Specie in questa crisi di tipo sanitario che ci costringe a rivedere ogni modalità sociale, dalle scuole, ai trasporti, alla gestione degli acquisti, agli spazi di cultura e socializzazione.

L’ingrediente fondamentale delle politiche di sviluppo, così come già realizzato nella Strategia delle Aree Interne è che, affiancati ai processi territoriali, ci siano delle tecnostrutture, costituite da persone competenti, individuate nelle amministrazioni locali. Nuove figure, fondamentali per accompagnare le esigenze delle comunità in funzione del bisogno collettivo. Organismi in grado di favorire le collaborazioni tra pubblico, privato e sociale, nelle periferie urbane, nelle campagne deindustrializzate, nei comuni fiaccati dalla crisi.

Leggi anche… ECONOMIA SOCIALE E CRISI Postato su 30 aprile 2020  

Il comparto italiano cresce ed è sempre più autonomo dagli aiuti statali. Ma la crisi post coronavirus è una minaccia per il futuro. E richiede interventi urgenti.

«Tecnostrutture» locali e rinnovo della PA: possibile a costo zero

Tutto ciò potrebbe essere davvero possibile e a costo zero per lo Stato. Il nostro Paese, infatti, si appresta a realizzare, nei prossimi 18 mesi, un forte ricambio generazionale. Ben 500 mila dipendenti pubblici andranno in pensione e dovranno essere sostituiti.  Senza nessun incremento della spesa pubblica, quindi, potremmo assumere nuovo personale amministrativo a cui dovrà essere assegnata un’altra missione: Si propone che in tutti i livelli amministrativi coinvolti dalle singole strategie di giustizia sociale proposte nel Rapporto venga attuata la seguente agenda di interventi: a) forte e mirato rinnovamento (anche disciplinare) delle risorse umane; b) politica del personale che elimini gli incentivi monetari legati ai risultati e li sostituisca con meccanismi legati alle competenze organizzative; c) restituzione della funzione di strumento di confronto fra politica, amministrazione e cittadini alla valutazione dei risultati; d) forme sperimentali di autonomia finanziaria della dirigenza; e) interventi che incentivino gli amministratori a prendere decisioni mirate sui risultati, non sulle procedureChe sarà quella di una funzione pubblica in grado di Stare sul campo, dialogare con la cittadinanza e indirizzare le scelte verso una maggiore giustizia sociale. Dando una chance, contemporaneamente, a quei giovani, solo fino a qualche mese fa, costretti a partire per l’estero. E che, ora, avrebbero, una nuova opportunità.

Serve trasparenza e monitoraggio civico in ogni atto pubblico e sociale

Una nuova classe di funzionari che potrebbero attuare, meglio dei loro predecessori, la necessaria funzione proattiva della Pubblica amministrazione alla trasparenza, che rimane, senza dubbio, la migliore tutela dallo «scivolamento corruttivo». A partire dagli appalti. Per esperienza, so bene che più un processo è partecipato, aperto alle critiche e agli apporti della società civile, delle organizzazioni sindacali e del lavoro, minori saranno le possibilità che le clausole di bando vengano costruite a tavolino dai soliti noti. Il monitoraggio civico è la migliore risposta a quella zona grigia dell’economia italiana, avviluppata tra traffici di influenze, rapporti e micro lobby, anche locali, che condizionano e frenano lo sviluppo dei beni comuni.

Senza preconcetti, però ribadisco: non c’è nulla di intrinsecamente «malato» nel privato, così come non c’è nulla di intrinsecamente «magico» nel sociale.

Anche per questo, l’economia civile, le cooperative sociali, le organizzazioni di cittadinanza devono esercitare trasparenza per propria autotutela, per impedire il proliferare della corruzione, all’interno dello stesso terzo settore, possibile, anche per quei varchi, quelle zone grigie permessi dallo Stato.

Confronto e partecipazione necessari per un futuro di giustizia socioambientale

Nel breve periodo, quindi, abbiamo bisogno, ora più che mai, di contrastare gli effetti del coronavirus, anche attraverso un universo sociale aperto, acceso al confronto tra lavoro, imprese, cittadini e istituzioni, territorio per territorio, in condizione di operare in sicurezza sanitaria. Nel medio periodo, grazie agli investimenti pubblici, il terzo settore sarà necessario più che mai per imprimere, attraverso la partecipazione e lo sviluppo dell’economia civile, un cambio di rotta verso la transizione ecologica su basi di giustizia sociale e ambientale.

Questo elemento è postato in Senza categoria. Bookmark the permalink.

Lascia un Commento