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LO SPAZIO REPUBBLICANO

2 giugno, lo spazio repubblicano

Si capisce che ci sia poca festa, oggi, per la Repubblica che celebra se stessa in tempi di coronavirus, coi cittadini mascherati da una cautela securitaria e le incognite sulla fine dell’incubo che ci ha sovrastati per mesi, con il recupero di una piena libertà, anche e soprattutto dalla paura. Ma se ci voltiamo indietro – mentre facciamo il conto dei morti e dell’indebolimento del sistema sanitario coi tagli alla sua rete di welfare materiale – dobbiamo ammettere che se il Paese ha retto, nel suo ruolo sfortunato di cavia occidentale della pandemia, è per una coesione sociale inaspettata in epoca di ribellismi e disuguaglianze, e per un sentimento spontaneo di comunità, miracolosamente sopravvissuto alla predicazione dell’egoismo nazionale selettivo ed esclusivo. Sono due elementi in controtendenza rispetto ai tempi che abbiamo vissuto, la società che si ostina ad esistere, e la coscienza degli altri che riemerge. Se dalla psicologia sociale li trasportiamo dentro la sfera della politica, vediamo che prendono esattamente la forma di uno spontaneo, magari inconsapevole ma diffuso sentimento repubblicano.

Naturalmente sappiamo che la spinta del male, quando ci minaccia, porta a cercare il bene primario della sicurezza o almeno della protezione nella tutela dello Stato. È quindi in parte un moto naturale, istintivo più che razionale, che ha portato i cittadini a riconoscere all’autorità pubblica un potere disciplinare d’eccezione che comportava restrizioni temporanee alle loro libertà. Per forza di cose ne ha beneficiato il governo, quasi che la gestione dell’emergenza potesse compensare il deficit parziale di legittimità che gli viene dalla mancanza del mandato popolare con il voto. In realtà il mandato dei cittadini all’esecutivo nel fuoco della crisi era più precario, perché non si trattava di un investimento nella fiducia ma nella paura, che tuttavia ha scelto la strada istituzionalmente corretta, rivolgendo le sue attese al vertice politico del Paese: l’unico potere che davanti a un pericolo pubblico deve sedere a capotavola e prendere le decisioni sotto il controllo del Parlamento e della pubblica opinione, con il concorso tecnico della scienza e della medicina, sapendo che questa autorità straordinaria è temporanea e va restituita col declinare dell’emergenza, ripristinando gli equilibri democratici.

È quanto è avvenuto e sta avvenendo. Ma c’è di più, perché la gestione della crisi non è stata interamente delegata. Da un lato infatti i cittadini si sono assoggettati in larga misura alle norme restrittive delle loro facoltà (prima fra tutte la libertà di movimento) che hanno toccato anche la sfera più intima e privata delle relazioni personali e familiari, in una situazione estrema e spesso dolorosa, come ad esempio i funerali delle vittime del virus. Si è trattato, potremmo dire, di una disciplina volontaria, nata non solo da consapevolezza e senso civico, ma anche da una responsabilità nei confronti degli altri, che è il fondamento e l’auto-riconoscimento di ogni comunità civile. La stessa responsabilità e disponibilità manifestata da medici e infermieri, e con loro da tutta la filiera sommersa del lavoro “strumentale”, che ha mandato avanti il sistema Italia nel lungo periodo del blocco e della chiusura delle attività primarie.

Perché chiamare “repubblicana” questa riscoperta del sociale nella nostra vita? Perché, prima di tutto, prende corpo quel principio della Costituzione della Repubblica che all’articolo 32 tutela la salute come “fondamentale diritto dell’individuo” e come “interesse della collettività”, mentre “garantisce cure gratuite agli indigenti”. Sono tre punti di cui oggi, sotto l’urto della pandemia, riscopriamo tutta l’importanza: la riaffermazione dell’interesse collettivo al rispetto dell’integrità fisica e psichica dell’individuo; la segnalazione che la tutela della salute è un diritto sociale, da cui discende il servizio sanitario pubblico e tutta la catena del welfare; la sottolineatura che si tratta di un tema con valore costituzionale primario, tanto che quello alla salute è l’unico diritto che la Carta riconosce come “fondamentale”.

C’è un legame evidente tra i principi della Costituzione (democratico, personalistico, lavorista, pluralista) e la forma di Stato che gli italiani hanno scelto con la Repubblica, cancellando ogni potere che derivi da un principio di autorità svincolato dalla volontà popolare, per costruire una potestà che si basa al contrario proprio e interamente sulla sovranità del popolo, e sulla coincidenza tra governanti e governati. In sostanza quando l’elemento democratico e l’elemento repubblicano s’incontrano e operano congiuntamente l’ordine politico nasce dal basso e non viene dall’alto, e si preoccupa di garantire l’ambito del governo legittimo del Paese ma anche lo statuto dell’opposizione, assicurando la possibilità di alternative nello schieramento politico.

C’è dunque un perimetro repubblicano anche per chi oggi è in minoranza e non solo per chi comanda, anche per chi è più colpito dalla crisi e chiede maggior tutela, e necessariamente anche per chi dissente in modo radicale dalla gestione dell’emergenza e dalle misure adottate dal governo, sentendosi escluso dalla possibilità di una ripresa, tagliato fuori dalla ripartenza. È un sentimento popolare legittimo, che interpella la politica proprio perché viene dal bordo estremo della società, quello in cui disoccupazione e precariato rischiano di diventare esclusione e nuovo proletariato. La politica deve rispondere: tutta. Il governo per primo, com’è ovvio, evitando che negli sconfitti dalla crisi si faccia strada il senso di perdita della cittadinanza. Ma anche la destra politica, separandosi dalla destra di piazza dei forconi, di CasaPound e dei gilet arancioni che negano insieme il virus e la politica, cercando d’istinto la contro-politica e la contro-scienza, mentre inseguono una formula magica che smonti il grande complotto universale, in una declinazione muscolare della superstizione medievale.

La destra ha già visto, pagando un prezzo, come la paura reale del virus abbia spazzato via le paure artificiali fabbricate dal populismo sovranista, prosciugandolo e lasciandolo senza voce. Bisogna scegliere. Tutto, anche il conflitto, può essere giocato dentro lo spazio repubblicano, che è nato per questo. Fuori, c’è soltanto il caos antisistema, quello che Weber chiama “il dominio arbitrario della strada e il potere di demagoghi occasionali”.

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