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CRISI, CONOSCENZA, CAMBIAMENTO

Intervista a Fabrizio Barca (Forum Disuguaglianze Diversità)

Partirei dalla crisi che stiamo vivendo, legata alla pandemia del coronavirus. Ritieni che questa transizione possa avere un valore periodizzante, come lo ha avuto il passaggio tra anni Settanta e Ottanta o la crisi del 2008? A partire da questo proverei poi a sviluppare una riflessione sui momenti di passaggio e sul peculiare nesso che si sviluppa in essi tra un elemento di contingenza e l’emergere di fratture e contraddizioni più strutturali che si erano accumulate nei periodi precedenti. D’altra parte, per quanto ogni crisi presenti una propria fisionomia distinta, per quanto abbia delle linee di tendenza implicite, non ha un solo esito possibile e necessario. Questo è un punto molto presente nell’impianto analitico sviluppato dal Forum Disuguaglianze Diversità. Il peso del contesto e delle tendenze storiche, certo, ma anche la scelta, un elemento di consapevolezza e di volontà. Rispetto a tutto ciò, quanto pesano le idee? Quanto sono rilevanti le culture nei processi storici?

Fabrizio Barca: Nel formulare un tentativo di interpretazione della pandemia globale e italiana in atto, se si parte da un’architettura diagnostica della fase del capitalismo in corso, come quella che hanno sviluppato i membri del Forum Disuguaglianze Diversità, si è ‘costretti’ a trovare nella realtà che abbiamo di fronte una conferma della diagnosi, delle ipotesi e delle categorie impiegate. Al tempo stesso vi è una quota di incertezza, legata all’intensità delle reazioni umane, emotive e sentimentali, che potrebbe pesare in modi diversi sul dopo. Sicuramente, però, la crisi che viviamo può essere un fattore di accelerazione, che fa precipitare determinati processi e può catalizzare modelli, soluzioni ed esiti diversi. Se, a partire da questo vogliamo sviluppare una riflessione più generale sulle crisi e sui momenti di passaggio, direi che le idee, accanto agli elementi umani e organizzativi, sono ciò che fa la differenza per quanto riguarda la direzione di marcia che viene intrapresa dopo la scossa della crisi. La crisi, di per sé, com’è noto, è un fattore di sconvolgimento delle convenienze dei soggetti, che altera l’equilibrio consolidato. Tale equilibrio non è proprio solo dei sistemi che hanno un relativo successo, nei quali vi è un certo grado di coesione, di benessere e di uguaglianza, ma è tipico anche dei sistemi che si trovano in quelle situazioni sub-ottimali definite come ‘trappole del sottosviluppo’. Anche questi sistemi tendono ad essere stazionari perché in essi tutti, o buona parte dei soggetti, sono convinti che tanto il conflitto politico quanto quello economico, tanto la democrazia quanto il mercato non siano in grado di liberare le forze sufficienti per il cambiamento: è diffuso il convincimento che esso non sia possibile, oppure che l’incertezza del beneficio che ne deriverebbe non giustifichi lo sforzo. In questi contesti, quando non sono presenti condizioni endogene, come movimenti e mobilitazioni, una scossa di qualunque tipo può essere un elemento di alterazione dei costi-benefici, delle convenienze. Tuttavia, chiaramente, la direzione del cambiamento non è scritta: nel definirla, accanto alle risorse organizzative e umane, contano soprattutto le idee. Questo perché in quel momento tutti pensano al futuro, ad un dopo. Questo è palese se si guarda ad ogni momento di grande cambiamento, come una crisi economica, o il periodo del terrorismo o ancora il momento che viviamo oggi. Queste fasi richiedono che si abbia una visione del futuro e qui agisce la forza delle idee: se si affronta la crisi con l’idea che non c’è alternativa, quel bisogno di sicurezza, ordine, protezione che è connesso ad ogni momento di alterazione degli equilibri, si riversa nell’unica direzione possibile, ovvero in una domanda di autoritarismo. Viceversa se in quel momento di bisogno esiste un’idea di emancipazione sociale, che a sua volta richiede una diagnosi e una comprensione delle forze in campo, allora una parte dei soggetti si sentono investiti di aspettative e gli altri intravedono un’alternativa. In questo caso si può determinare una condizione di cambiamento che per concretizzarsi richiede un’organizzazione, risorse umane – una volta si chiamavano avanguardie – e leadership che assumano un peso in quel determinato momento.

In relazione a questo, nel contesto di oggi, riveste un’importanza notevole l’esperienza degli individui, la loro antropologia. Si avverte un forte senso di fragilità diffusa per il peso di un individualismo a cui si è stati abituati negli ultimi decenni, che però oggi appare faticoso da sostenere. Vi sarà la tentazione di un affidamento a nuove autorità oppure è possibile immaginare forme nuove di libertà, di individuazione in un rapporto diverso con la socialità?

Fabrizio Barca: Mai come in queste ore sentiamo le potenzialità della biforcazione prossima. Quello che sta avvenendo, il fatto che ogni paese se n’è andato per conto proprio restituisce un’immagine terribile di non solidarietà, di divisione di fronte al pericolo, che delegittima ancora di più le organizzazioni internazionali. Poi sono arrivate, importanti, le vere e proprie ‘scuse’ del Presidente della Commissione europea. Hanno colpito. Sono apparse genuine. Ma intanto le prime settimane hanno lasciato il segno. In tutti noi. Al tempo stesso l’oggettiva natura dell’accelerazione della contaminazione, legata all’elevata mobilità, all’assenza di equipaggiamento davanti a quello che sta avvenendo, la straordinaria fragilità di un mondo in cui lo squilibrio fra capitale e lavoro appare in maniera drammatica. In questo periodo migliaia di giovani stanno perdendo il lavoro dalla mattina alla sera. Già rispetto al 2008 il mondo è diverso: il lavoro nel frattempo è stato reso ancor più precario. E parliamo di tutti. Dai contratti a chiamata a ingegneri assunti a tempo determinato. Al tempo stesso, mentre il tasso di risparmio è un terzo del 2008, i capitali sono ancora più potenti e si possono permettere di alterare il corso dei titoli di stato. Di fronte a tutto questo è facile immaginare gli slogan dei fautori della soluzione autoritaria: diranno di averlo previsto, che bisogna chiudere, recuperare il senso delle frontiere. Si può facilmente immaginare lo slogan della destra. D’altro canto però, in queste stesse giornate, è apparsa evidente l’importanza dello Stato nelle sue forme più fondamentali, come le strutture pubbliche, gli ospedali, i servizi fondamentali come la scuola, la salute, la mobilità e Internet. Servizi pubblici, garantiti dal pubblico, ma anche tutti i servizi essenziali/di pubblica utilità garantiti da privati – i supermercati che non possono chiudere . Vi è anche un ruolo ‘pubblico’ del ruolo degli operai, che lavorano nelle fabbriche, grazie al quale possiamo mangiare, accendere una lampadina. Questo è un fatto importante. E poi, ancora, c’è il ruolo delle organizzazioni di cittadinanza attiva, l’aspetto della solidarietà di comunità, organizzata. Non si tratta solo, e ci stanno, del bingo giocato nei condomini della Spagna o dei canti dai balconi e nei cortili delle città italiane. Dietro di essi c’è un lavoro incredibile delle cooperative sociali e dei lavoratori che si occupano delle persone più svantaggiate. Quindi dobbiamo contare su due carte: l’estensione del ruolo e del concetto di pubblico e il collettivo inteso come la comunità che si organizza in rete o fisicamente nei luoghi. Questi sono elementi notevolissimi, che possono aiutare a contrastare la risposta autoritaria e ad affermare in maniera chiara come l’impreparazione al virus non sia il risultato di un’eccessiva circolazione delle persone. Essa è il risultato del disinvestimento nella sanità, nella ricerca e sviluppo, nel campo dei vaccini. Di una gravissima depoliticizzazione degli organismi internazionali. Dobbiamo quindi reagire. Non ci troviamo in questa situazione per sbaglio, ma per errori politici nel caso della salute, per errori internazionali, per l’impreparazione nella reazione a tali catastrofi. Molto più che nel 2008 oggi servono interventi assistenziali, ma è sostenibile un capitalismo dove in così poco tempo il lavoro debba affrontare uno shock tale da creare improvvisamente una tale disoccupazione in così pochi giorni e dove i capitali possono minacciare un Paese distraendolo dalle altre urgenze? Questo porta a considerazioni che non sono presenti nelle 15 proposte del Forum, ma che occorre fare: una mobilità completa dei capitali non è compatibile con la democrazia. Il Ministro del tesoro dell’Europa serve, serve un meccanismo europeo di compensazione. Non è possibile che la Banca centrale europea sia affidata alla cultura di Draghi o all’incultura della Lagarde. In entrambi i casi ci si affida ad un meccanismo personale, non ad un meccanismo istituzionale.

Gli eventi legati allo scoppio dell’epidemia hanno anche mostrato una grande fragilità dell’ecosistema istituzionale, del sistema mediatico e della loro interazione in cui si sono spesso creati dei cortocircuiti pericolosi che alla fine hanno restituito un’immagine del Paese che almeno all’inizio faceva fatica a mettere in campo una risposta equilibrata a questa situazione. Esiste una via per ricostruire un nesso diverso, più solido, tra istituzioni, discorso pubblico e società?

Fabrizio Barca: Come sempre è dalla diagnosi che può partire una controproposta. Veniamo ad un punto delicato: in queste giornate difficili molto è stato attribuito agli errori del Titolo V. Si è detto che nelle prime giornate l’Italia è andata alla deriva perché si è sbagliato a decentralizzare tutto alle regioni, ma questa diagnosi è sbagliata. Il Titolo V è forse farraginoso, ma stabilisce in modo chiarissimo le responsabilità, stabilendo che la tutela della salute è materia concorrente. Due delle materie coinvolte nella gestione dell’emergenza, poi, sono statuali: sicurezza e coordinamento dei dati. La Corte costituzionale stabilisce dal 2011 che in questi casi bisogna realizzare un’intesa. La strada, pertanto, era segnata: era lo Stato centrale che, avendo la competenza sulla sicurezza e sul coordinamento dei dati, aveva il dovere e potere di assumere delle decisioni. Che cosa non ha funzionato in quelle ore? Il Titolo V? No, non ha funzionato la macchina discendente dell’organizzazione statuale. Si sono visti gli effetti di un disegno istituzionale arcaico, incapace di reagire. L’apparato tecnico-amministrativo è fragile e non più abituato a queste situazioni. Ciò riporta in auge il tema delle 500.000 assunzioni nella pubblica amministrazione, necessarie per l’attrezzatura mentale, per le modalità di lavoro non burocratiche di cui ha bisogno uno Stato oggi. 500.000 assunzioni che vanno fatte a valle di una definizione delle missioni strategiche del Paese, come il Forum propone. In questo quadro le esigenze nazionali, anche in condizioni ordinarie, vanno considerate congiuntamente ai punti di vista delle regioni e dei singoli comuni, il che è possibile.

Per concludere, tentiamo una sintesi finale delle questioni che la crisi che stiamo vivendo ci consegna. Abbiamo detto che molti dei nodi di oggi erano già presenti in passato ma vengono riproposti in forma anche più drammatica. Richiamo gli elementi principali: il forte shock economico che sarà inevitabile, l’accelerazione dei processi di digitalizzazione con le loro contraddizioni, dallo smart working al grande processo di apprendimento collettivo tecnologico che le misure di isolamento porteranno, la questione del ruolo della tecnologia, il tema del ruolo dello Stato e della forma che assumerà, se nella direzione di una gestione autoritaria o un rinnovato interventismo democratico, l’importanza della ricerca e dei suoi modelli, a disposizione del pubblico oppure privatizzato, la sanità, tutto questo tenendo sullo sfondo lo scenario geopolitico. Ecco, tenendo presente tutto questo, quale valutazione daresti della fase attuale e degli scenari che nell’immediato futuro si possono manifestare?

Fabrizio Barca: Oltre ai punti menzionati aggiungerei un tema che non abbiamo toccato e al quale il Forum attribuisce molto rilievo, quello della riunificazione delle tematiche del lavoro con quelle della salute. Oggi affronteremmo meglio questa fase se avessimo il salario minimo legale quanto il Consiglio del lavoro e della cittadinanza che rappresenterebbero un telaio di democrazia che consentirebbe di avere un altro luogo, per discutere e rendere più trasparenti questioni significative, come l’effettiva necessità di tenere aperta una fabbrica o le condizioni di sicurezza da garantire. Al tempo stesso questa vicenda denota e sottolinea anche la gravità della crisi generazionale. Se proviamo a classificare la popolazione colpita in fasce, vediamo come i giovani inoccupati e i giovani irregolari siano tra le fasce più colpite. Per non parlare di ragazze e ragazzi. Dobbiamo correggere un capitalismo precario, ma dobbiamo anche occuparci della redistribuzione della ricchezza nel passaggio intergenerazionale, che per noi è un aspetto fondamentale. Richiamati questi due elementi occorre ritornare al tema del soggetto politico. Non si può rispondere in altro modo. Abbiamo detto che ci sono delle condizioni per uscire dalla crisi in un modo diverso, valorizzando l’apprezzamento del ruolo del ‘pubblico’ maturato in queste settimane. Abbiamo visto quanto il Paese sappia rispondere dal lato delle comunità. Abbiamo visto confermati degli elementi di diagnosi, ma questi temi devono diventare oggetto di decisioni politiche. Organizzazioni come il Forum a cui io stesso appartengo fanno ciò che possono, soggetti di riflessione e di estrazione di sintesi come la rivista su cui sono pubblicate queste considerazioni sono luoghi significativi, ma a un certo punto tutto questo deve essere fatto proprio da un soggetto politico che operi un rinnovamento radicale della classe dirigente che ha agito fino ad oggi, approvvigionandosi all’interno del mondo privato, pubblico e sociale, di nuove risorse. C’è bisogno che questo rinnovamento avvenga, perché altrimenti chi raccoglierà il messaggio negativo della purezza avrà la meglio.

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