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L’UOMO GLOBALE RESISTERA’

di Christian Sewing (ceo di Deutsche Bank)

Ancora oggi mi sembra molto sorprendente la rapidità con cui ci siamo abituati a una nuova realtà. A marzo la Bundesliga giocava ancora e il Konzerthaus di Berlino, dove poco dopo avremmo dovuto festeggiare il nostro 150° anniversario, apriva al pubblico praticamente ogni sera. Poi, quasi da un giorno all’altro, siamo entrati in una realtà completamente diversa: videoconferenze invece di incontri, giorni in ufficio a Francoforte invece di notti in aereo e abbiamo dovuto cancellare i festeggiamenti per il nostro anniversario.

Allo stesso tempo mi sono ricordato della crisi finanziaria del 2008. In momenti come questi, si torna indietro, si cerca di trovare dei parallelismi, ma anche delle differenze. Se nel 2007 e nel 2008 le banche sono state la causa della crisi, ora possono diventare parte della soluzione. Perché abbiamo rafforzato notevolmente i nostri bilanci e possiamo quindi aiutare le aziende a superare la crisi. Perché siamo proprio al centro dell’economia, di cui costituiamo il “sistema cardiovascolare”. Quasi tutti i governi e le banche centrali hanno fatto la cosa giusta apportando ossigeno, cioè denaro, al sistema. Ciò che è mancato, tuttavia, è stata una risposta europea alle sfide sanitarie della pandemia. Qui l’Europa ha perso un’opportunità: la possibilità per i suoi membri di sostenersi a vicenda e di riavvicinarsi.

Lo stesso approccio vale anche per i grandi trend che l’Europa dovrà affrontare e che risentiranno dell’impatto del Covid-19. Pensiamo, ad esempio, alla globalizzazione: negli ultimi mesi è stata prevista un’improvvisa inversione di tendenza di questo processo, dovuta alle difficoltà per le catene di fornitura e per i mercati. Io vedo le cose in modo diverso: ovviamente, alcune aziende riorganizzeranno le proprie catene del valore per renderle meno sensibili a fasi di rottura rilevanti. Determinati rapporti di business che sono venuti meno durante la pandemia non saranno ripristinati. Ma sono fermamente convinto che esistano delle forze positive che manterranno viva la globalizzazione. Per un’azienda come Deutsche Bank, ma soprattutto per il sistema delle esportazioni tedesche, l’arena decisiva rimarrà il mercato mondiale.

Noi europei non siamo del tutto neutrali nel grande conflitto attuale tra Usa e Cina. Se vogliamo rimanere una società liberale dobbiamo dare la precedenza al legame transatlantico rispetto alla Via della Seta. Noi imprese, dal canto nostro, dobbiamo prepararci a una globalizzazione “modello patchwork”. Cosa intendo dire? Le aziende continueranno a operare a livello internazionale, ma dovranno diversificare di più per ridurre i rischi e i loro approvvigionamenti non dovranno più dipendere da pochi mercati. Invece di un mercato mondiale, dobbiamo adattarci a un gran numero di mercati locali, mercati in cui dobbiamo anche agire come aziende locali. In un mondo di questo tipo, il fatto che il nostro mercato interno non sia la Germania, l’Italia, la Francia o la Spagna, ma l’Europa, rappresenta un aspetto essenziale e un particolare vantaggio competitivo. Abbiamo il potenziale per farlo: sulla carta, siamo il secondo mercato unico più grande del mondo, solo che non lo sfruttiamo ancora abbastanza bene. La digitalizzazione rivoluzionerà la società in modo radicale, come ha fatto la rivoluzione industriale, ma probabilmente a un ritmo molto più veloce. Siamo di fronte a un punto di svolta, il che significa che noi europei dobbiamo recuperare rapidamente il ritardo nella data economy.

La rivoluzione tecnologica del XXI secolo coincide con un’altra sfida epocale. L’economia ad alta intensità di carbonio che conosciamo da oltre 200 anni non ha più futuro. Dobbiamo vivere e lavorare in modo più sostenibile se vogliamo invertire la tendenza del cambiamento climatico. Anche per questo abbiamo bisogno di nuove tecnologie, e la gara è già ben avviata. Le auto elettriche ne sono l’esempio più evidente; anche in questo caso, gli asiatici e americani tendono ad essere in vantaggio. Ma a differenza della data economy, questa corsa è tutt’altro che finita. Forse la pandemia di Covid-19 evidenzierà l’importanza delle soluzioni europee. Naturalmente, non sarà facile arrivare a un denominatore comune e combinare le diverse culture, i punti di forza e le debolezze. Ci riusciremo solo se ricorderemo il nucleo fondante di ciò che ci unisce: la forza di una democrazia stabile con un’economia sociale di mercato basata su principi normativi che hanno dimostrato il proprio valore. È qui che potrebbe collocarsi la nuova visione, la nuova narrazione per l’Europa, in contrasto con il modello cinese e americano. L’Unione Europea è nata dopo la più grande catastrofe politica e umanitaria del XX secolo. Ora ci troviamo di fronte alla più grande crisi sanitaria ed economica del giovane XXI secolo. Possiamo accettare che in tempi difficili ciò che conta sono gli Stati-nazione. Oppure possiamo vedere questa crisi come un’opportunità che non si presenta molto spesso: la possibilità di tornare uniti come europei e di costruire un futuro comune.

L’autore è il ceo di Deutsche Bank

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