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IL VIRUS DELLA RIBELLIONE

di Ezio Mauro

L’unico attore sociale che ancora mancava nella crisi più clamorosa della modernità è dunque arrivato in scena, presentandosi a Napoli: è il ribellismo che scende in piazza, incurante dei contatti, della calca, delle urla senza mascherina perché è contro tutto, la Regione, il governo, le regole, la prudenza, la paura, in quanto è fuori dal sistema, alla deriva in un luogo sconosciuto della politica dove anche il contratto tra lo Stato e i cittadini pare non avere più valore.

Tutto sembra sempre estremo quel che si sceneggia a Napoli, con la rabbia dei disoccupati e l’incertezza precaria di chi vive dei piccoli lavori minacciati dal lockdown, strumentalizzate entrambe dai fascisti di CasaPound che soffiano sul fuoco, incoraggiate dai centri sociali che appoggiano “una rivolta per non morire”, sfruttate dalla camorra che nel declino dell’economia ufficiale vede crescere la sua economia parallela e il mercato dell’usura: con il governatore De Luca che prima annuncia il lockdown, poi lo ritira, e intanto mostra dal suo pulpito del venerdì televisivo una tac polmonare di un paziente di 37 anni malato di Covid, come l’ostensione di una reliquia del Male. Ma guardiamo alla sostanza, come fa Roberto Saviano quando avverte che dietro i gruppi organizzati che hanno attaccato la polizia e gli interessi criminali, Napoli in realtà ha mostrato al Paese in anteprima “la disperazione del Sud che sta scoppiando”.

E a ben guardare, si scopre che non è soltanto Sud. Non è un caso infatti se la ministra dell’Interno Lamorgese ha lanciato l’allarme per l’ordine pubblico: “Stiamo andando incontro a un autunno difficile”. È come se la seconda ondata della pandemia avesse spezzato quel sentimento nazionale unitario che aveva circondato la prima fase dell’attacco virale, in primavera. Spontaneità, generosità, disponibilità, addirittura le bandiere ai balconi, la scoperta di un quotidiano riconoscimento reciproco nel ruolo comune di cittadini disarmati, tutti insieme, e tutti esposti alla medesima insidia di un nemico sconosciuto. In quel momento in cui l’Italia si trovava a dover sperimentare l’assedio del contagio per conto dell’intera Europa, i cittadini avevano implicitamente assegnato al governo una sorta di potere metafisico, il disvelamento del maleficio nella sua natura, nella sua potenza e nella sua portata, da cui derivava la definizione dell’emergenza, con le misure conseguenti. Da questo potere di interpretazione e di definizione derivava l’autorità del governo.

Oggi crediamo di sapere tutto e nello stesso tempo ciò che abbiamo imparato è inutile perché possiamo difenderci ancora e sempre soltanto con i rimedi primitivi del distanziamento, della maschera, delle mani lavate e dell’isolamento in casa. Nessuno può più svelarci nulla, la realtà è talmente chiara, esemplare nella sua semplicità – lui può solo infettarci, noi possiamo solo scappare – che qualcuno rifiuta la sua evidenza, provando a sfuggire negandola, come se fosse possibile. Oppure, come Napoli ha anticipato, qualcun altro fa i conti con il costo di questa emergenza infinita, questa precarietà permanente, questa instabilità costante, scopre che il costo è alto almeno quanto il rischio del contagio, e presenta il saldo al potere.

Ognuno ha il suo conto privato da protestare sul tavolo de governo, non c’è al momento una cambiale nazionale da far scadere in piazza, dunque non c’è un disegno unitario capace di raccogliere i diversi reclami, trasformandoli in una “causa” generale, quindi in un’occasione politica. Sapevamo che corrodendo lo spazio sociale, l’infezione trasforma il cittadino in individuo, condannandolo alla solitudine del suo risentimento. Adesso scopriamo che il virus va oltre: scompone la società, la segmenta, eccita i suoi particolarismi. Anche la protesta oggi nasce da questo spirito individuale d’isolamento, è incapace di intravvedere un insieme, segue nervature corporative, si organizza per interessi particolari.

Così i ragazzi che pedalano sulle biciclette delle consegne a domicilio si trovano accanto in piazza i pizzaioli che temono la chiusura, i disoccupati dei Bassi, le badanti, i venditori di souvenir a cui hanno chiuso i banchetti nei vicoli: ognuno con una rabbia distinta di categoria, con una rivendicazione peculiare di mestiere, con un credito di lavoro specifico, in una collezione di risentimenti separati uniti soltanto dal momento della ribellione. Aggiungiamo che gli interessi non fusi in un progetto politico comune sono inevitabilmente concorrenti, egoisti e gelosi. Con una cultura politica che riduce il welfare a sussidio e non a servizio pubblico, scattano i confronti, le rincorse, i calcoli delle differenze che alimentano altri risentimenti, la denuncia di nuove ingiustizie, l’accusa permanente a uno Stato debitore infinito nei confronti del cittadino: “Se ci chiudi, ci paghi”. Ecco di cos’è composta la spinta alle nuove ribellioni separate.

Un elemento unificante in realtà esiste, ed è la delusione generale per i buchi che ognuno scopre ogni giorno nella copertura sanitaria di base: vaccini antinfluenzali che mancano, file e attese per i tamponi, ambulanze in coda davanti agli ospedali perché il personale è carente, ventilatori polmonari insufficienti, sistemi di tracciamento dei focolai inadeguati, oltre ai mezzi pubblici sovraffollati che trasportano infezione. La sensazione è quella dell’abbandono per il cittadino lasciato solo a fronteggiare il Male, mentre il potere pubblico – Stato e Regioni – ha sprecato l’estate in uno scaricabarile di responsabilità che è un’altra conferma della scomposizione del Paese, a partire dal potere pubblico.

Tocca al presidente del Consiglio, se è ancora in tempo, recuperare il terreno perduto nella tutela sanitaria e intanto ricostruire una cornice unitaria che riporti sotto controllo questa rincorsa di particolarismi nella quale anche l’emergenza viene interpretata secondo convenienza, e il governo stesso smarrendo la visione d’insieme si riduce a parte, perdendo perciò la sua autorità. In democrazia lo stato d’eccezione si regola solo sulla fiducia reciproca. L’alternativa è aspettare qualcuno che sappia incendiare le paure private e i risentimenti individuali in un falò pubblico, aprendo al virus la strada per l’ultimo bersaglio, cui non può arrivare da solo: è la democrazia.

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