Il mese di gennaio 2023 ha marcato l’escalation di grandi proteste di piazza da parte degli agricoltori europei. Dalla Francia alla Spagna, dalla Polonia all’Italia, fino al cuore rurale mitteleuropeo di Germania, Olanda e Belgio, associazioni di settore e semplici gruppi di coltivatori e allevatori esasperati hanno inscenato spettacolari scioperi. Il culmine è stato raggiunto venerdì 2 febbraio, quando migliaia di dimostranti arrivati da tutta Europa a bordo di trattori si sono riversati a Bruxelles sulla piazza del Parlamento Europeo, spargendo fieno e letame in uno dei luoghi simbolo del legiferare comunitario. Le proteste, per lo più pacifiche e scandite da striscioni con messaggi apocalittici e slogan critici verso l’Unione Europea e i governi dei diversi Paesi di provenienza, hanno toccato durante la giornata picchi di tensione sorprendenti, con lanci di sassi verso la polizia, alberi bruciati ed una statua di bronzo divelta dai manifestanti.
Un malcontento che giunge da lontano
La presente intensificazione delle proteste giunge sull’onda lunga di un malessere che scuote il comparto agro-alimentare europeo da almeno cinque anni e che ha origini composite. Da una parte, gli effetti della pandemia di COVID-19 sulle filiere agro-alimentari hanno comportato una combinazione di perdite di ricavi e sensibili aumenti dei prezzi dei fattori di produzione da cui una fetta di piccoli agricoltori di diversi Paesi non si è mai ripresa. Dall’altra, l’alta priorità attribuita alla questione della transizione ecologica dalla Commissione Europea di Ursula von der Leyen ha generato delle richieste di sforzi crescenti per il settore agricolo in termini di contributo alla neutralità carbonica. Tali richieste sono percepite come ingiuste perché formulate principalmente nei confronti degli attori più fragili della catena, cioè agricoltori ed allevatori stessi. Infine, l’invasione russa dell’Ucraina ha prodotto ulteriori aumenti dei prezzi di fattori produttivi insieme ad una spirale inflazionistica che ha depotenziato il fondamentale supporto degli aiuti forniti ai produttori attraverso i contributi diretti erogati nell’ambito della Politica Agricola Comune (PAC). Inoltre, il considerevole supporto fornito dai Paesi europei (inclusa l’Italia) alla sopravvivenza dell’economia ucraina ha anche comportato il prolungato mantenimento delle cosiddette “solidarity lanes”, dei canali di trasporto via terra che, introducendo grandi volumi di grano e pollame ucraino di fatto esenti da alcun dazio doganale, hanno messo grande pressione sui mercati dei Paesi europei limitrofi.
Istanze diverse, frustrazione comune
Il filo conduttore che lega le odierne proteste di agricoltori ed allevatori è la critica stentorea nei confronti delle politiche economiche, climatiche e commerciali messe in atto in ambito agro-alimentare da parte dell’Unione Europea. A queste, si somma la supposta incapacità (o connivenza) dei governi nazionali nell’opporsi a quelli che vengono percepiti come diktat di una Bruxelles del tutto sorda ai problemi della società reale. Il contenuto specifico delle rivendicazioni varia però da Paese a Paese e riflette le caratteristiche dei sistemi agricoli nazionali, il dibattito interno sull’Europa, ed il posizionamento delle associazioni di categoria nazionali all’interno dei gruppi di influenza europei.
Ad aprire il ciclo di manifestazioni del 2024 sono stati i contadini tedeschi, inalberatisi contro la decisione del governo di Berlino di terminare le agevolazioni sul prezzo del carburante utilizzato nel settore agricolo. A stretto giro, i colleghi francesi sono scesi per strada per manifestare contro l’aumento del prezzo del petrolio e la concorrenza, giudicata sleale, portata al mercato francese da prodotti importati. La presenza del tema del costo del carburante, insieme all’eco mediatica causata dalle proteste nei due Paesi, ha portato diversi analisti ad utilizzare l’espressione “Gilet Verdi” per sottolineare le somiglianze tra il nascente movimento degli agricoltori e quello dei gilet gialli che infiammarono la Francia tra il 2018 e il 2019. Nel frattempo, gli agricoltori romeni e polacchi continuano a lamentare i problemi causati dalla saturazione dei mercati locali da parte del grano ucraino, mentre quelli olandesi, che nel 2023 hanno votato in massa per il neonato partita populista ed euroscettico Movimento Civico-Contadino, denunciano l’obbligo di ridurre l’azoto nelle terre coltivate emanato dalle normative europee che imporrebbe una diminuzione forzata degli allevamenti bovini. Le proteste dei contadini belgi vertono principalmente sull’opposizione ai principi liberisti del mercato unico europeo, che li vede in posizione di svantaggio nella negoziazione dei prezzi con gli intermediari e la grande distribuzione, ed in opposizione frontale agli accordi commerciali di libero scambio che l’Unione Europea sta negoziando il MERCOSUR. Anche i contadini italiani protestano contro i proventi troppo bassi cui sono costretti dalla grande distribuzione, e domandano all’Unione Europea di aumentare la quota di pagamenti diretti agli agricoltori, che costituisce in molti casi la metà del loro reddito.
PAC: tornasole delle incertezze strategiche della UE
Molte delle tensioni sottostanti alle attuali proteste dei contadini possono essere ricondotte alla relativa mancanza di coerenza tra una visione europea agro-alimentare plasmata dalle sfide sociali ed economiche del futuro – tra tutte, l’inesorabile peggioramento della crisi climatica e l’inasprirsi della competizione geo-economica globalizzata – e degli strumenti inadatti per realizzare tale visione. Quando fu lanciata la PAC, nel 1962, assorbiva il 70% del budget europeo con l’obiettivo principale di allontanare gli spettri della fame che avevano contraddistinto il periodo bellico e stabilizzare il potere d’acquisto necessario al funzionamento del mercato unico. Oggi, nonostante la quota destinata alla PAC sia scesa al 30% del budget europeo, al comparto agricolo viene chiesto uno sforzo oggettivamente più ampio. Si tratta infatti non solo di continuare a produrre a ritmi sostenuti per soddisfare la domanda interna, ma anche di mettere in pratica gli obiettivi climatici contenuti nei capitoli dedicati al settore agro-alimentare dell’iniziativa Patto Verde Europeo. In particolare, gli ambiziosi target contenuti dalla strategia Farm to Fork – cui non è stato affiancato per ora un vero supporto legislativo vista l’opposizione delle forze conservatrici nel Parlamento Europeo – sono stati integrati nella PAC attraverso l’introduzione dei cosiddetti eco-schemi, che incontrano grandi resistenze nel mondo agricolo. Tra queste, si contano l’obbligo di lasciare il 4% delle terre in ogni appezzamento a riposo per favorire la biodiversità; la crescente pressione per dimezzare l’uso dei fertilizzanti chimici entro il 2030; e gli onerosi obblighi amministrativi relativi al monitoraggio del rispetto degli standard di benessere animale.
La tensione tra la volontà europea di affrontare le esigenze ambientali, e quella di garantire un giusto equilibrio tra protezione del potere d’acquisto dei consumatori ed il necessario sostegno agli agricoltori potrebbe trovare conciliazione se la PAC fosse chiaramente orientata verso la promozione di pratiche agricole sostenibili quali l’agrologia e la cosiddetta agricoltura rigenerativa. Al contrario, gli agricoltori riportano una crescente difficoltà di intercettare gli aiuti diretti della PAC – che costituiscono il primo pilastro, ovvero circa il 75% di tutto il budget della PAC – sempre più legati alla soddisfazione di criteri ambientali che necessitano sostanziosi investimenti. Come conseguenza, per mantenere il loro tenore di vita a fronte di una riduzione generalizzata dei rendimenti delle terre, gli agricoltori sono quasi costretti ad indebitarsi per effettuare gli investimenti, espandere le proprie aziende ed intensificare la produzione.
Un forum per discutere costi e responsabilità della transizione ecologica
La visione strategica della Commissione Europea sviluppata a fine 2019 prevedeva inizialmente che gli investimenti necessari a migliorare la performance ambientale dell’ecosistema agricolo europeo fossero finanziati da tutti gli attori della filiera: dagli attori privati – che avrebbero sfruttato il costo conveniente del denaro – ai governi nazionali, fino ai consumatori, che avrebbero gradualmente accettato la crescita dei prezzi in cambio del contributo del sistema allo sforzo climatico. L’avvento della recessione causata dal COVID-19 e della crescita del costo del denaro dovuto all’innalzamento dei tassi ha cambiato drasticamente i piani di Bruxelles. I consumatori hanno preferito la prudenza del risparmio, come dimostra la corrente crisi del comparto dei prodotti biologici, mentre le produzioni locali subiscono la forte pressione delle importazioni a basso costo provenienti dall’Ucraina e dal Nordafrica. Anche per questo, i contadini piccoli e medi, e più in generale la grande maggioranza degli attori agricoli che non nutrono ambizioni di esportare i loro prodotti su scala globale – si oppongono con ostinata fermezza alle trattative sul trattato di libero scambio tra l’Unione Europea e MERCOSUR – nella stessa maniera in cui si sono opposti nei decenni passati a quelli con gli Stati Uniti prima, il Canada poi.
Alla fine del 2023, la Commissione von der Leyen ha annunciato la creazione di una piattaforma per il lancio del Dialogo Strategico sul Futuro dell’Agricoltura Europea, strutturato intorno ai quattro temi chiavi della crescita economica, della sostenibilità, dell’innovazione e del coinvolgimento di tutta la filiera del valore. La piattaforma, calcata sul modello di una commissione creata in Germania allo stesso scopo, riunirà intorno ad un tavolo ogni sei settimane dei rappresentanti del mondo privato, delle ong, dei poteri pubblici, degli investitori, dei provider di servizi e tecnologia. Il forum – lanciato da una Commissione ormai in procinto di terminare i suoi lavori – ha l’intento nemmeno troppo velato di mettere le basi per una migliore collaborazione tra gli attori del settore nella prossima legislatura, e raddrizzare gli equivoci creati da un’implementazione della visione agro-alimentare europea giudicata da molti stakeholders come troppo artificiale e calata dall’altro. Con le elezioni europee di giugno 2024 alle porte, i nostri rappresentanti politici a livello nazionale ed europeo hanno l’opportunità di utilizzare il Dialogo Strategico per intercettare le molteplici nuove istanze che usciranno dalle urne dei Paesi membri e promuoverne la coesistenza con gli obiettivi geopolitici di medio e lungo periodo dell’Unione Europea. In ultima analisi, la questione che si porrà con rinnovata forza è quella relativa a come finanziare la transizione ecologica, in un’arena globale dove le superpotenze agricole promuovono aggressivamente l’antico modello di produzione: poco sensibile al dato climatico e talvolta spietato nei confronti degli agricoltori locali ma estremamente competitivo nelle esportazioni dal punto di vista economico.