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PROPOSTA ECONOMIA

Dal 1929 agli anni ’90, il mondo ha vissuto prevalentemente un modello in cui i flussi di investimento di lungo periodo erano controllati e di natura pubblica, mentre le maggiori pressioni avvenivano sulle valute. Fino al crollo di Bretton Woods del 1971 e la crisi del sistema monetario europeo del 1993, infatti, era un mondo basato sugli squilibri del ciclo economico tra Europa, Giappone, Stati Uniti e, dagli anni ’70 i Paesi Arabi, e prevalentemente su differenziali valutari. In assenza di Internet e dei mercati elettronici interconnessi, prevaleva l’anticiclicità congiunturale: i cicli economici dei paesi erano sfasati, e quindi alcuni “tiravano” l’economia e altri ne venivano trainati, a turno. Dalla fine degli anni ’90, con l’innovazione finanziaria negli USA sui derivati (Commodity Futures Modernisation Act) e l’interconnessione dei mercati obbligazionari e azionari, i flussi di capitale si sono accresciuti enormemente nel settore azionario, dei bond aziendali, dei derivati e assicurazioni su crediti, dal 3% del 1990 al 18% del prodotto lordo mondiale nel 2008 (IMF-RBA), pari a circa 10.000 miliardi di dollari annui. Capitali che corrono, come virus o anticorpi, al saccheggio delle cellule “deboli” del sistema economico internazionale. La velocità di circolazione delle informazioni e l’emergere della locomotiva cinese hanno, di fatto, “sincronizzato” i cicli economici delle varie aree globalizzando l’economia, e i differenziali di crescita oggi dipendono principalmente da fattori strutturali delle singole aree (popolazione, risorse naturali, ambientali, pace o guerra), più che dalla disponibilità di capitale e lavoro, che migrano velocemente.

E’, quindi, ancora importante oggi ragionare secondo modelli per comprendere i fenomeni, ma le questioni di rilievo oggi appaiono primariamente tre:

1) La crescita mondiale dagli anni ’90 è stata generata “a debito”, cioè i paesi emergenti hanno  accettato di vendere i loro prodotti prestando ai paesi sviluppati il denaro per consumare. Le economie sviluppate del G20 hanno in media il 100% di debito/PIL, quelle emergenti il 38%. La situazione si sta aggravando.

2) Si è sviluppato nel mondo un numero non esiguo di banche ed operatori “al di sopra degli Stati” per dimensioni, capacità di finanziamento e possibilità di operare in diversi regimi fiscali e legali contemporaneamente, arbitrando i più vantaggiosi, e sfuggendo alle regole;

3) La regolamentazione dei mercati finanziari si scontra con le asimmetrie normative e fiscali legate alla situazione oggettiva di ciascun paese: Messico e Irlanda hanno un regime fiscale completamente diverso da Germania e Italia, o Stati Uniti. Questo aspetto rappresenta il primo ostacolo alla regolamentazione dei mercati finanziari. Ma se la regolamentazione non si può fare nell’immediato, almeno si facciano i controlli!

La crisi della Grecia ha invaso le nostre ultime settimane: ma la crisi della Grecia non è scoppiata in un giorno. E’ nata il 13 ottobre 2009, solo una settimana dopo la vittoria dei socialisti, con la scoperta che il deficit/PIL era pari al 13% e non al 4%. Il 27 gennaio 2010 Atene collocava titoli a +3,6% annuo sul Bund Tedesco, l’8 aprile al +6,5% sul medesimo riferimento. L’Europa ha impiegato sette mesi per escogitare un piano d’azione, e questo piano, varato nel drammatico week-end del 9 maggio 2010, rappresenta una soluzione di breve-medio periodo, in quanto la capacità di acquistare i titoli sovrani “vacillanti” per pericolo di fallimento degli Stati è comunque limitata in tempo e quantità. E’ stata una buona soluzione per salvare l’Euro, che nel medio periodo rappresenterà però un rallentamento della crescita. Tuttavia, meglio la continuità e la salvaguardia dell’Euro che un giro in montagne russe, senza cinture di sicurezza.

L’impegno del 9 maggio è chiaro: occorre che gli Stati europei si impegnino a ridurre i deficit e rendere “manovrabile” il debito, cioè devono imparare a rinunciare, in alcune fasi cruciali, a rastrellare denaro emettendo nuovi titoli, in quanto il rifiuto del debito metterebbe in difficoltà tutti i paesi dell’area Euro, la valuta stessa, e la continuità della crescita economica. Se l’Euro piange, tuttavia, anche Stati Uniti e Giappone non rideranno, visto che i livelli totali di indebitamento pubblico-privato sono elevati, e i “risparmiatori internazionali” (arabi, cinesi, russi e paesi emergenti) potrebbero trattenere le proprie risorse per trainare la ripresa. Inoltre, le varie aree del mondo si trovano in condizioni di forte interdipendenza tra loro: la Germania esporta 1.500 miliardi di Euro di beni l’anno, la Cina 1.000: se le economie dei paesi importatori rallentano, come faranno a mantenere questi ritmi e, soprattutto, un saldo attivo?

Tutte le analisi che vengono fatte, conducono i paesi sviluppati al classico “dilemma del prigioniero” nella “teoria dei giochi”: se abbasso le tasse, aumenta il debito pubblico, ma questo non è un equilibrio; se aumento le tasse, si fermano i consumi e quindi l’economia, ma questo rappresenta un vincolo all’equilibrio nel lungo periodo. Diventa inevitabile, pertanto, condurre una politica che aumenti le tasse, preferibilmente a carico di chi non le paga, e acceleri i consumi, riordinandoli tra “produttivi” e “improduttivi”, riducendo il debito attraverso la riqualificazione e la crescita. Come nel “dilemma del prigioniero”, l’equilibrio di Nash1 implica 6 anni di carcere per tutti i prigionieri, ma il problema è proprio questo: esiste una scelta che non implichi sacrificio in alternativa al fallimento?

Le scelte di politica fiscale e industriale

L’Eurogruppo ha già di fatto individuato le scelte e i limiti delle future politiche degli stati europei: ridurre i deficit e accettare di sottoporre le manovre finanziarie all’analisi preventiva dell’Unione Europea, prima di sottoporle ai Parlamenti nazionali. Questa operazione riunisce in mano all’Unione Europea, di fatto, le leve finanziarie e fiscali tipiche del controllo statale della politica economica. La BCE controllerà la moneta nel breve e i mercati finanziari nel medio. Funzionerà (e certo non è significativo il lungo periodo appena trascorso di tasso di interesse all’1%)? La vera questione è se i meccanismi annuali della programmazione finanziaria e la rendicontazione statistica e contabile dei vari Stati possa essere realmente controllata con organizzazioni europee. La costruzione di una “comunità d’intenti” dovrà tuttavia necessariamente accelerare, tenendo presente che a) Eurogruppo e Unione Europea non sono la medesima entità; b) vi sono altre valute ugualmente forti (sterlina) e meno forti in Europa, che vanno rispettate. Come si vede, il sentiero dell’equilibrio è lastricato di buoni intenti ma irto di trappole. L’Europa fronteggia una fase difficile di pre-ripresa economica: in queste fasi, i flussi finanziari si muovono verso le migliori opportunità di rendimento, spostandosi dalla situazione di equilibrio momentaneo causato dalla fase recessiva. Quando “nulla” spinge, è più comodo parcheggiare la liquidità in impieghi a basso, ma sicuro tasso di rendimento. Quando alcuni settori e paesi cominciano a decollare, i flussi finanziari si muovono verso quei settori, facendo crescere la domanda e quindi i prezzi.

Ebbene, la situazione dell’Europa – e se è per questo, anche del Giappone e degli Stati Uniti – non ha oggi alternative: occorre riqualificare la spesa verso investimenti e consumi che permettano il risparmio di risorse: maggiore efficienza energetica e minore importazione di idrocarburi, innanzitutto. In altre parole, bisogna attivare un sistema industriale che porti a incrementare l’output moltiplicando l’input per mezzo della tecnologia. Ciò implica incoraggiare l’opinione pubblica ad accettare soluzioni tecnologiche ai problemi di energia, inquinamento, congestione. Organizzare i trasporti riducendo il consumo della mobilità privata, rendere più efficienti i servizi idrici, energetici, di telecomunicazione, ambientali, riqualificare l’edilizia popolare, residenziale, direzionale, produttiva. Non vi sono alternative a queste scelte – specie per paesi, come l’Italia, che giocano la propria competitività e sopravvivenza su lavorazioni tecnologiche e di nicchia, qualitativamente elevate, che incorporano innovazione anche in produzioni semplici. Sul piano del lavoro e occupazione, questo sforzo significa razionalizzazione e formazione, un grande sforzo richiesto a tutti i settori, dall’industria alla pubblica amministrazione, per riportare a scuola il personale e la dirigenza in un grande processo di trasformazione e formazione continua, che non è al momento neppure iniziato. Un grande sforzo anche motivazionale, verso le giovani generazioni, per una maggiore consapevolezza degli obbiettivi e degli strumenti per raggiungerli. In tutto il sistema, dal primario al secondario al terziario, è indispensabile premiare i soggetti che assicurano economie di scala, aumentano l’occupazione, sviluppano le esportazioni, investono in innovazione, con misure precise ed orientate, non generiche. Non sarà opportuno, ad esempio, incentivare più la produzione di auto tradizionali, ma di auto ibride e ad alto risparmio energetico, e così via. Per quanto riguarda i capitali, risulta essenziale una riforma delle regole e soprattutto l’esercizio di controlli rigorosi nell’ambito dei mercati maggiori. I capitali devono muoversi verso opportunità nazionali la cui convenienza sia in qualche modo garantita attraverso processi di gestione e controllo, ma le politiche nazionali devono essere in grado di garantire la realizzazione delle opere e degli impianti tecnologici (centrali energetiche, infrastrutture di trasporto, infrastrutture ambientali, riorganizzazioni urbane) riducendo al massimo gli attriti politico-burocratici e i comitati d’affari e rendendo trasparente agli investitori l’esito e il rendimento dei progetti finanziati dal capitale privato. Per questo risultato, la strada è molto lunga in quanto necessitano competenze elevate e rigore organizzativo e morale: l’”azzardo morale” ha rappresentato la principale causa della caduta della fiducia e della riduzione del credito dopo la crisi dei mutui subprime negli USA, e ancora oggi si rimane allibiti di fronte a falsificazioni contabili di grandi aziende internazionali e nazionali, quotate in Borsa, la cui punizione si dilata nel tempo o non avviene per nulla. La domanda di maggiore legalità e regole implica l’assunzione di responsabilità: il G20, i comitati di stabilità finanziaria globale, le Banche Centrali, e soprattutto i Governi, dovrebbero accettare questo principio, adottando sistemi di controllo per impedire di scaricarne gli effetti finali sui cittadini e i consumatori, com’è accaduto sinora. L’incertezza e la sensazione di ingiustizia, corruzione, incompetenza, rappresentano il principale limite all’investimento dei risparmi e da parte degli imprenditori, talché molti piccoli investitori oggi preferiscono rischiare di acquistare immobili di improbabile rendimento in paradisi esotici o nel deserto arabo, piuttosto che investire in posti di lavoro ed aziende tangibili in Italia. Occorre rovesciare la prospettiva e garantire primariamente il reddito da lavoro e il ritorno sugli investimenti produttivi. L’alternativa è il rallentamento dell’economia europea e lo scivolamento in una crisi di lungo periodo, con l’avvitamento generato dal calo dei rendimenti, la deflazione dei prezzi degli immobili, la rinuncia a programmi di investimento, la crescita della disoccupazione.

L’incertezza verso il futuro, l’evasione fiscale, la criminalità organizzata, le multinazionali prive di coinvolgimento sociale, gli speculatori finanziari rappresentano la minaccia più grave alla stabilità dello sviluppo mondiale e, oggi, è arrivata veramente l’ora di assumere provvedimenti concreti, se si vuole realmente aiutare la ripresa del lavoro, dell’economia e dell’occupazione.

L’Analisi é stata condotta dal Prof.Lavorato Fabio dell’UfficioCatechistico della Diocesi di Padova www.diocesipadova.it/

A)Le rivoluzioni scientifiche nelle scienze sociali nascono sempre da fenomeni nuovi e dirompenti. L’opera di Keynes è figlia dalla crisi del ’29 e del fallimento del gold standard, la critica di Lucas, le aspettative razionali e l’idea dell’incoerenza temporale delle politiche pubbliche sono nate dalla stagflazione degli anni ’70 e dal fallimento delle politiche keynesiane. Oggi la necessità di una revisione del pensiero economico nasce anche dalla crisi del 2008. Come mai non è stata prevista dalla maggior parte degli economisti? Perché le banche centrali sono costrette a rivedere princìpi e strumenti che sembravano risolutivi ed efficaci negli anni ’90, come l’inflation targeting, e ricorrere a manovre non convenzionali?

Il tema merita analisi approfondite. Ma sgombriamo prima il terreno da alcuni miti. È un luogo comune affermare che le difficoltà di comprendere o prevedere i fenomeni in oggetto siano dovute all’ipotesi di razionalità e alla procedura di analizzare posizioni di equilibrio. Se è pur vero che queste ipotesi o metodologie sono tutte utilmente emendabili e soggette a varianti di grande interesse (come nel caso dell’economia comportamentale), non credo che siano alla “radice” del problema. A rischio di esagerare la mia posizione, vorrei dire che comprendere le crisi finanziarie e le recessioni come un prodotto della razionalità degli agenti economici e di una qualche forma di equilibrio del sistema è esattamente ciò che rende questi stessi fenomeni rilevanti e degni di preoccupazione. Riferendoci ad altri temi, non è forse vero che la mafia e la corruzione sono rilevanti proprio perché fenomeni di equilibrio compatibili con gli incentivi individuali? Chi vive in un ambiente corrotto ha convenienza a non deviare da codici di condotta che consolidano il sistema e lo rendono stabile. Più in generale, la razionalità individuale e l’equilibrio possono produrre risultati inefficienti o subottimali per la collettività (un fenomeno reso rigoroso dall’equilibrio di Nash).

Alcune critiche sono dettate da scarsa competenza. L’efficienza informativa dei mercati è spesso confusa con l’efficienza e la stabilità dei risultati economici. Più semplicemente, essa significa che è difficile fare profitti sulla base dell’osservazione dei dati economici trascorsi. Se ciò fosse possibile avremmo forse evitato la crisi finanziaria, perché gli investitori non si sarebbero fatti cogliere di sorpresa. Purtroppo le bolle speculative, il panico o il contagio sono perfettamente compatibili con l’efficienza informativa. E la corsa agli sportelli o la vendita massiccia di titoli può essere una scelta individualmente razionale, come accade nei giochi di coordinamento. In molti casi, se tutti fanno una cosa, è meglio che la fai anche tu. Un’altra critica ricorrente che, secondo me, manca il bersaglio, sostiene che l’efficacia delle previsioni economiche sia inficiata dalle premesse teoriche degli economisti. In realtà, l’economia serve soprattutto a spiegare fenomeni persistenti e regolari e tentare di calcolare l’effetto delle politiche economiche, piuttosto che prevedere cambiamenti improvvisi. I modelli di previsione economica usati dagli istituti di ricerca sono generalmente a-teorici e puramente statistici. E questo è un grave limite. Ad esempio, oggi sappiamo che l’accordo di Deauville del 2010 tra Merkel e Sarkozy sulla partecipazione dei privati ai rischi finanziari ha contribuito alla crisi dei debiti sovrani europei. Ma come potremmo mai incorporare ex-ante questo tipo di eventi nei modelli economici?

Detto ciò, concordo in pieno con chi sostiene che la macroeconomia abbia riposto eccessiva fiducia nella capacità predittiva e normativa di un insieme di modelli che trascurano due fenomeni rilevanti: l’eterogeneità dei soggetti economici e le imperfezioni dei mercati finanziari. Una parte della professione ha semplicemente ignorato queste cose e creduto che l’intermediazione finanziaria fosse un “velo”. Ma occorre fare attenzione a non estendere questa critica all’insieme della ricerca accademica. Da lungo tempo i modelli di equilibrio “perfetto” di Arrow e Debreu occupano un ruolo del tutto marginale nel bagaglio dell’economista medio. Essi sono poco utili perché ipotizzano che i soggetti possano assicurarsi contro ogni stato del mondo, che esista un mercato per ogni bene, corrente e futuro, e che i debitori non possano fallire.

Ma chiunque abbia dimestichezza con le riviste accademiche più importanti sa bene che esistono strumenti avanzati, e ben solidi, per comprendere le crisi finanziarie e i difetti della regolamentazione. Ad esempio, i modelli di agente-principale, quelli con informazione imperfetta o con rischio morale, i modelli in cui i fallimenti dei debitori derivano da incentivi perversi consentono di comprendere molti fenomeni reali, come la corsa agli sportelli, le bolle speculative, la diffusione d’informazione incorretta (“cascate informative”). E nessuno di questi modelli esclude la razionalità degli individui. Con ciò non voglio dire che sia già stato scritto tutto ciò che serve, ma la crisi del 2008 e del debito sovrano europeo del 2010 sono facilmente comprensibili se si sfogliano le riviste scientifiche degli ultimi trent’anni. Anche nell’ambito della macroeconomia, è difficile trovare oggi su una rivista importante contributi che non incorporano, in un modo o nell’altro, eterogeneità degli agenti, fallimenti del mercato e problemi informativi. Un approccio che è ormai molto esteso anche negli uffici studi delle banche centrali.

Occorre quindi domandarsi perché queste ultime, e le altre istituzioni che presiedono alla definizione delle politiche economiche, non hanno recepito a sufficienza insegnamenti e strumenti che potevano consentirci di prevenire (se non prevedere) la crisi finanziaria, o almeno rafforzare la regolamentazione. A questo proposito penso sia utile rileggere l’intervento di R. Rajan a Jackson Hall nel 2005 (poco prima della crisi) e il dibattito che esso suscitò tra economisti e policymakers. Forse si capirebbe che la scienza economica è uno strumento che può essere usato male, qualche volta a scopo politico, o per difendere rendite di posizione. Proteggiamola da chi ne fa cattivo uso e anche da chi la conosce superficialmente.

 

B)Sono passati dieci anni dalla crisi finanziaria globale. I fautori dell’approccio mainstream, ossia dei modelli di equilibrio generale New Keynesian (d’ora in poi NK-DSGE) vedono la bottiglia mezza piena, sottolineando che la teoria macroeconomica ha fatto passi avanti notevoli nella comprensione dei nuovi fenomeni generati dalla crisi. I detrattori ritengono che questa teoria non sia ancora all’altezza delle sfide. Ma i fondamentalisti di entrambi gli schieramenti hanno torto perché da un lato non è vero che tutti i problemi dell’approccio di consenso siano stati risolti e, dall’altro, non è vero che “l’è tutto sbagliato, l’è tutto è da rifare” come direbbe Gino Bartali.

Sul versante mainstream, i modelli NK-DSGE sono stati arricchiti in tre direzioni. In primo luogo, è stato attribuito un ruolo rilevante al sistema bancario: i nuovi modelli NK-DSGE con frizioni finanziarie spiegano come piccoli shock negativi possano trasformarsi in grandi recessioni (acceleratore finanziario). In secondo luogo sono stati introdotti in modo significativo agenti eterogenei. Infine, c’è letteratura scientifica che incorpora in questi modelli forme di razionalità limitata derivanti dall’economia comportamentale. Ma l’approccio di consenso è ancora basato sulla premessa secondo cui l’economia di mercato è intrinsecamente stabile e può generare oscillazioni solo se esposta a shock esogeni aggregati.

Sul versante della professione che si sente più libera di cercare strade nuove, nell’ultimo decennio si registra una proliferazione di Macroeconomic Agent Based Models (d’ora in poi MABM) che concepiscono l’economia come un sistema complesso in cui agenti eterogenei interagiscono sui mercati in condizioni di disequilibrio. In questo contesto, la dinamica del Pil non può essere compresa per estrapolazione del comportamento individuale – come è lecito fare in presenza di agente rappresentativo – ma è una proprietà emergente del modello. Piccoli shock, anche a livello individuale (idiosincratici), possono avere effetti aggregati attraverso le interazioni di mercato (contagio in senso ampio). I MABM catturano, almeno qualitativamente, gli aspetti della crisi che sfuggono ai modelli NK-DSGE. D’altro canto, l’approccio agent based si è liberato della camicia di forza della razionalità neoclassica a prezzo di una certa arbitrarietà delle ipotesi circa i processi decisionali (regole del pollice di ispirazione comportamentale) e di enormi complessità computazionali. In definitiva, su entrambi i versanti si sono fatti passi avanti notevoli ma ancora non si può essere soddisfatti.

Promuovere la fertilizzazione incrociata dei due approcci, come facciamo nel Complexity Lab in Economics (CLE) dell’Università Cattolica, può aiutare a massimizzare i vantaggi che entrambe le linee di ricerca possono offrire. Perché questa competizione sia produttiva, occorrerebbe mitigare il potere di mercato e le manovre divisive degli oltranzisti di entrambi i campi. Una volta raggiunte posizioni di primazia nella professione, chi le detiene tende a proteggerle facendo passare l’idea che solo i propri schemi di pensiero siano legittimi. Noi, invece, crediamo in un nuovo modo di fare economia che non rinnega il passato ma gli fornisce nuova linfa.

E nella didattica? Per quanto riguarda la macroeconomia, nei corsi fondamentali di primo anno di dottorato si insegna essenzialmente l’approccio NK-DSGE standard. Ciò riflette la concezione – che noi condividiamo – secondo cui non si possono affrontare approcci nuovi senza conoscere a fondo quelli di consenso. Anche l’approccio “ad agenti” si sta facendo strada nei programmi di dottorato, nei corsi di specializzazione di secondo anno. Occorrerebbe dare più spazio, nei curricula dottorali, all’economia (macro)sperimentale e alla teoria delle reti. Come ha detto Akerlof nella sua Nobel Lecture del 2001: «If there is any subject in economics which should be behavioral, it is macroeconomics». Che è quanto si fa nel dottorato in economia di Cattolica e Bicocca (Defap), dove ci sono corsi di secondo anno dedicati all’approccio computazionale e sperimentale in macroeconomia.

Quel che manca ancora è l’apertura a questi temi a livello di laurea magistrale e triennale. Gli approcci comportamentale e ad agenti richiedono l’uso di computer e di programmi di codificazione in classe. Quando si fanno tentativi didattici in questa direzione, gli studenti rispondono entusiasticamente ma mancano i libri di testo e il tempo. Fornire una visione pluralista agli studenti è importante per renderli coscienti dei pro e dei contro di entrambi gli approcci e aiutarli a comprendere meglio quella che forse non è più solo una “scienza triste”.

 

C)La formazione economica avanzata, lamentano i critici, non è al passo con i tempi. Nel primo anno dei corsi di laurea specialistici – in tutte le università – gli studenti vengono accuratamente istruiti sulla metodologia. L’insegnamento è incentrato sulla tecnica, astratto dai problemi del mondo reale.

Nel secondo anno, agli studenti viene mostrato come applicare questi metodi a vari settori della scienza economica. A quel punto, dovrebbero essere in grado di portare avanti progetti di ricerca propri.

Ma dare la priorità ai metodi invece che alle problematiche incoraggia gli aspiranti economisti a dare valore all’eleganza tecnica rispetto alle soluzioni pratiche a problemi economici pressanti.

Agli studenti viene detto come analizzare i dati, piuttosto che come sporcarsi le mani con i dati stessi. Siccome la formazione inizia con due anni di lezioni in classe, in cui si dice agli studenti cosa fare invece di farlo, quando arriva il momento di decidere su cosa lavorare i giovani economisti sono alla deriva e finiscono per scimmiottare il loro istruttore, lavorando su un aspetto minore del programma di ricerca stabilito dal loro professore. C’è poca innovazione intellettuale. Ci sono pochi incentivi, e anche poca capacità, se vogliamo dirla tutta, di affrontare nuovi problemi economici.

Se fosse vera, sarebbe una critica devastante; ma la realtà è che è proprio questa critica sentita tante volte, e non i corsi di economia, a non essere al passo con i tempi.

Mentre parliamo, l’insegnamento dell’economia, come il mondo circostante, sta venendo radicalmente trasformato dai big data. La teoria viene detronizzata già dall’inizio della formazione specialistica, in favore dell’analisi empirica di grandi insiemi di dati che documentano il comportamento effettivo delle famiglie, delle aziende e dei mercati. Gli economisti cercano di comprendere il comportamento delle famiglie non ipotizzando «consumatori razionali», ma analizzando i dati dei codici a barre dei supermercati sugli acquisti effettivi. Studiano le decisioni di investimento non ipotizzando «mercati finanziari efficienti», ma analizzando i singoli flussi in entrata e in uscita da banche e fondi comuni. Cercano di descrivere le decisioni di emigrazione non ipotizzando «migranti ottimizzanti», ma ripercorrendo gli spostamenti effettivi nelle varie generazioni con il sito ancestry.com.

L’attuale generazione di studenti, che è cresciuta con internet e conosce bene i web crawler e i robot di ricerca, è perfettamente capace di raccogliere questo tipo di dati. Gli studenti migliori, gli stessi che addestreranno le future generazioni di economisti nelle migliori università e dirigeranno Banche centrali e ministeri del Tesoro, stanno invertendo la sequenza tradizionale, cominciando gli studi specialistici con analisi empiriche dei big data e poi imparando solo la teoria e la tecnica che servono per analizzarli. Le loro scoperte, che sono in contrasto con le previsioni dei modelli tradizionali, stanno a loro volta rimodellando la teoria economica stessa: basta guardare il Nobel per l’economia di quest’anno, assegnato a Richard Thaler per i suoi studi sull’economia comportamentale.

L’Università della California a Berkeley, come molte altre, prevede ormai da anni un elaborato di econometria obbligatorio per gli studenti del secondo anno. L’introduzione di quest’obbligo è stato un modo per costringere gli studenti a sporcarsi le mani con l’analisi dei dati reali, e facilitare la transizione alla ricerca imponendo agli studenti di completare un modesto progetto di ricerca. Ora stiamo valutando l’opportunità di eliminare questo obbligo, perché gli studenti lo fanno già da soli, di propria iniziativa e spesso prima del secondo anno.

Una critica collegata è che l’insegnamento dell’economia prescinde dalla storia: gli aspiranti economisti hanno poche occasioni per elaborare un approccio storico ai problemi economici moderni, o per comprendere le origini storiche delle moderne istituzioni economiche. Mentre da noi, a Berkeley, è obbligatorio seguire un corso di storia economica, nella maggior parte delle altre università questa materia è messa in ombra dall’insegnamento teorico e statistico.

Anche qui, però, le cose stanno cambiando. La maggiore facilità con cui si possono raccogliere dati dal web e da fonti manoscritte digitalizzate significa una migliore capacità di digitalizzare i dati storici. Gli economisti interessati alle origini della moderna crescita economica, o a ridiscutere la teoria alle base della tesi di Max Weber sui legami tra protestantesimo e Rivoluzione Industriale, possono analizzare i dati sulle espropriazioni dei singoli monasteri e i trasferimenti di beni dalla Chiesa cattolica a possidenti terrieri laici. Possono assemblare nuovi dati disaggregati per 2.000 cittadine tedesche sui titoli di studio e le professioni svolte dai laureati delle università protestanti. Possono analizzare dati dettagliati sull’attività edilizia per individuare lo spostamento dalla costruzione di chiese e monasteri alla costruzione di edifici amministrativi civili nei territori protestanti e cattolici (https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=3053735).

Le fonti storiche sono interessanti perché offrono quel genere di esperimenti quasi naturali di cui gli economisti vanno ghiotti. Considerando che il confine tra l’Impero Ottomano e quello Austroungarico fu fissato arbitrariamente dal Trattato di Karlowitz, nel 1699, possono studiare i paesini vicini nell’odierna Romania per capire se il dominio ottomano ha avuto conseguenze economiche durature (http://behl.berkeley.edu/working-papers). Considerando che il Brasile fu diviso tra Portogallo e Spagna dal Trattato di Tordesillas, nel 1494, possono studiare le cittadine sui due lati della linea fissata dal trattato per capire se l’eredità dello schiavismo, tollerato più a lungo dai portoghesi, continua a ostacolare lo sviluppo economico e finanziario (https://laudares.com/academic). Queste comparazioni dettagliate oggi sono possibili perché paesini, città, monasteri e università possono essere georeferenziati con precisione.

Il pericolo è che la storia diventi un hobby per economisti, invece che un serio argomento di studio. Sarebbe un peccato se gli economisti la prendessero in considerazione solo per ricavarne esperimenti naturali, invece di cercare di capire seriamente in che modo la storia determina i processi economici. Sarebbe l’equivalente del XXI secolo di cercare il biglietto da venti dollari sotto il lampione perché lì c’è luce.

Insomma, esiste il rischio che gli economisti usino l’evidenza storica e i big data in modo meccanico, proprio come i loro predecessori usavano in modo meccanico la teoria e la statistica. Il progresso non è mai esente da rischi. Ma un progresso c’è.

 

D)L’economia insegnata e applicata sta cambiando. Da anni. Quella che 40 o 30 anni fa era una disciplina sostanzialmente teorica e limitata in ambizioni e metodologie oggi è indiscussamente la regina delle scienze sociali in termini empirici e metodologici.

Gruppi di economisti lavorano non più solo nelle banche centrali o d’affari, ma, spesso in veste di data scientist, in ospedali dove si fa ricerca medica, con gestori di banche dati, in organizzazioni nongovernative per lo sviluppo economico.

L’economia è oggi una disciplina che tocca i confini della psicologia, della sociologia matematica, delle scienze politiche, degli studi giuridici e dell’antrolopologia culturale. Questo non è il risultato di hubris intellettuale, ma di un approccio metodologico comune (che permette a qualunque ricercatore nel nostro campo di interpretare i risultati altrui con chiarezza) e sufficientemente flessibile da accomodare contesti empirici disparati, dall’acquisto di un’auto alla scelta di formare un legame di matrimonio (immagino i lettori del Sole 24 Ore abbiano preferenze ben precise sia per i veicoli che scelgono di guidare che per i propri partner – noi economisti le semplifichiamo solamente).

L’autore di quest’articolo è un esempio della versatilità della disciplina. Il mio lavoro e la mia carriera si sono sviluppati in un’area pressoché inesistente in economia trent’anni fa, quella che viene definita “political economics”, che non è l’economia politica di Karl Marx, per intendersi, ma lo studio dell’interazione tra sistemi politici e mercati. Una sorta di esplorazione del confine tra economia e governi, che studia distorsioni istituzionali ed elettorali nelle scelte di politica economica e fiscale, nella regolamentazione, nelle scelte di architettura istituzionale in democrazie e non, analizza e predice il comportamento e gli incentivi di elettori e politici, e così via. Tutto questo viene fatto con gli strumenti teorici ed empirici che la disciplina economica ha sviluppato e testato nel corso degli anni nei suoi vari sottocampi (e che le altre discipline, incluse scienze politiche, hanno spesso fatto proprie a loro volta).

Political economics è anche il campo dove, per intendersi, nel futuro prossimo non è uno sproposito attendersi Nobel sia per il professor Alberto Alesina di Harvard che per il professor Guido Tabellini dell’Università Bocconi, entrambi italiani e pionieri in quest’area di ricerca. E forse, più avanti vista l’età ancora giovane, anche per Daron Acemoglu del Massachusetts Institute of Technology, che ha dedicato una carriera all’approfondimento delle interazioni tra le strutture istituzionali e i processi di crescita e sviluppo economico.

Questi sono temi che non appartenevano alla disciplina economica vera e propria negli anni ottanta (le tesi di Alberto Alesina apparvero circa nel 1985-86), esattamente nello stesso modo in cui i temi di economia comportamentale del professor Richard Thaler di Chicago, il Nobel per l’economia di quest’anno, all’epoca non vi appartenevano.

Forse il segnale più concreto che l’economia sia una scienza sociale matura e rigorosa sta nella sua apertura al cambiamento negli anni. L’economia ammette e premia i suoi pionieri. Tornando al nostro esempio, la political economics traccia le sue origini nella Social Choice fondata dal professor Kenneth Arrow, Nobel per l’economia nel 1972 per il suo celebre teorema di impossibilità, e poi sviluppata in termini non normativi nella Public Choice di Gordon Tullock e James Buchanan (Nobel nel 1986). Il Nobel di Thaler di quest’anno ha dei precedenti in quello di Daniel Kahneman, uno psicologo premiato nel 2002, e di Robert Shiller, un economista finanziario comportamentale, nel 2013. Ma l’economia lascia anche delle vittime illustri nel suo percorso di progresso – Social Choice è oggi praticamente abbandonata una volta che obiettivi più concreti per l’analisi di scelte collettive sono apparsi più promettenti e Public Choice, nella sua connotazione divenuta troppo ideologica, è stata messa da parte a favore di approcci meno politicamente distorti e più scientifici.

Gli economisti si aprono ad altre discipline con entusiasmo. È facilissimo trovare nelle bibliografie di articoli pubblicati nelle migliori riviste accademiche economiche internazionali riferimenti a ricerca psicologica, giuridica, politologica, o sociologica. Le opportunità di arbitraggio intellettuale sono enormi e intere aree nella nostra disciplina, inclusa political economics ed economia sperimentale/comportamentale, lo dimostrano. È un campo attivo e fertile, dove il rigore statistico e sperimentale si affianca alla curiosità per il comportamento umano, individuale e collettivo. La vignetta del macroeconomista iperrazionale che fallisce nel predire la crisi del 2007-09 fa ridere. Questa disciplina è molto di più. Parliamone al prossimo Nobel per l’Italia.

Nel luogo dove vi trovate, vi è un gas in equilibrio a una temperatura di circa 25°. Questo gas si approssima essere costituito da molecole che si scambiano energia urtandosi in modo perfettamente elastico, così da non dissiparne nemmeno un po’.

Quest’approssimazione è utile per descrivere le proprietà del gas (pressione, temperatura, ecc.): utile significa che da questo modello approssimato, poiché le molecole reali si urtano dissipando energia, si possono calcolare proprietà che corrispondono a quelle misurate.

Anche gli economisti si propongono di usare un procedimento simile: assumere delle ipotesi semplificatrici che permettano di cogliere gli elementi cruciali della complessa realtà economica. Il problema è se le ipotesi usate spiegano davvero la realtà: questa verifica, a differenza dalla fisica, è stata tralasciata, almeno dalla teoria economica che va per la maggiore.

Le politiche economiche neoliberiste che oggi dominano, si basano sull’economia neoclassica il cui scopo, formulato da Leon Walras alla fine dell’Ottocento, è di fornire una formulazione matematica quantitativa all’idea di equilibrio tra domanda e offerta. L’idea base è che proprio come due forze si bilanciano per mantenere un pianeta nella sua orbita intorno al Sole, così in economia, raggiunto questo punto di equilibrio, i produttori non forniranno troppo, creando surplus, né troppo poco, lasciando insoddisfatti gli acquirenti, in modo che al punto di equilibrio l’offerta equivalga alla domanda e le forze economiche si bilancino.

E)Dal lavoro di Walras in poi gli economisti neoclassici concettualizzano gli agenti (le famiglie, le imprese, ecc.) come entità razionali che, avendo accesso a tutte le informazioni possibili, ricercano i «migliori» risultati, cioè i massimi guadagni possibili: matematicamente questa situazione equivale a trovare il massimo di opportune funzioni di utilità e di profitto. Tale situazione corrisponderebbe a un equilibrio in cui nessuna distribuzione alternativa dei prezzi o delle quantità di prodotti porterebbe a un miglior esito. La dimostrazione dell’esistenza di un equilibrio competitivo dovrebbe permettere di spiegare come funziona un’economia di mercato, dove ognuno agisce indipendentemente dagli altri cercando di ottimizzare il proprio utile. Se il singolo individuo può commettere errori nel compiere scelte economiche, si suppone che la collettività nel suo complesso abbia aspettative corrette, così da rendere efficiente il sistema economico.

Questo quadro teorico è diventato il paradigma generalmente usato per compiere scelte di politica economica. Il modello dinamico stocastico di equilibrio generale (Dsge), usato da tutte le principali istituzioni internazionali per prevedere l’economia, contiene delle equazioni che rispondono ai criteri delle aspettative razionali. Il modello descrive quello che si ritiene essere il comportamento tipico del «padre di famiglia» che lavora, guadagna e spende e delle aziende che vendono, assumono e investono. I comportamenti risultanti sono calcolati assumendo che ogni agente si comporti come un perfetto ottimizzatore indipendentemente dagli altri.

Non è dunque sorprendente il fatto che i modelli Dsge non siano riusciti a prevedere la crisi finanziaria: le grandi fluttuazioni generate da comportamenti coerenti di grandi insiemi di agenti che agiscono con meccanismi imitativi, non sono né ammesse né concepite in questi modelli. Se il fallimento delle previsioni basate sui modelli neoclassici è un fatto confermato quando avviene una piccola o grande crisi, come migliorare la previsione dei sistemi economici è un tema dibattuto. Da una parte vi sono coloro, come il recente premio Nobel per l’economia Richard Thaler, che si sono concentrati sui limiti cognitivi: comportamenti e condizionamenti sociali che rendono l’agire umano molto più complesso rispetto alle semplificazioni della teoria neoclassica. Questi tentativi non hanno però prodotto migliori previsioni poiché non toccano il punto chiave della teoria neoclassica: l’esistenza dell’equilibrio.

D’altra parte, quello che abbiamo imparato studiando la gran parte dei sistemi fisici che ci circondano, è che per questi, se uno stato di equilibrio stabile esiste in teoria, esso può essere irrilevante in pratica, perché il tempo per raggiungerlo è troppo lungo. Vi sono poi sistemi fisici che sono fragili rispetto all’azione di piccole perturbazioni, come nella meteorologia, evolvendo in modo intermittente con un susseguirsi di epoche stabili intervallate da cambiamenti rapidi e imprevedibili. Per molti sistemi, infatti, l’equilibrio stabile non è raggiunto in maniera naturale: si trovano anzi in una situazione di temporanea stazionarietà ma di potenziale instabilità ed è sufficiente una piccola perturbazione per causare grandi effetti. Come succede nel caso dei terremoti, dove si accumula energia potenziale per effetto del moto relativo di due faglie tettoniche: quando per una piccola causa si supera una soglia critica questa energia è rilasciata sotto forma di onde sismiche causando un terremoto.

Molti ritengono che la causa della crisi del 2007 sia stata proprio la fiducia immotivata nell’autoregolamentazione dei mercati e nell’enorme sviluppo di strumenti finanziari che, secondo la teoria neoclassica, avrebbero dovuto distribuire il rischio in maniera ottimale: il contrario di quello che è successo in realtà. La maggiore sfida per l’economia del futuro è dunque quella di essere meno dogmatica della teoria neoclassica.

Se c’è bisogno di assorbire metodi e concetti delle scienze naturali basati sul confronto tra ipotesi teoriche e risultati osservati, è anche necessario evidenziare che la teoria economica non potrà mai trasformarsi di una disciplina tecnico-scientifica, cosa che molti cercano invece di sostenere per nascondere le motivazioni politiche e sociali della teoria dietro una cortina fumogena di equazioni e tecnicismi che di scientifico non hanno nulla.

 

F)ll Nobel per la fisica è stato assegnato quest’anno a tre studiosi (Weiss, Barish e Thorne) che hanno validato empiricamente una teoria vecchia di un secolo, originata da una sola equazione che vuole spiegare l’intero universo. Quelli, tra gli economisti, che aspirano a fare dell’economia una scienza esatta come la fisica hanno probabilmente provato un po’ di invidia e, forse, un po’ di disappunto nel vedere il Nobel per l’economia assegnato a uno studioso,Thaler, che si occupa anche di psicologia, quanto di meno facilmente riconducibile al rigore di una sola o poche equazioni. Ma l’economia nasce come scienza sociale ed è come tale che ha contribuito enormemente alla nostra comprensione del mondo in cui viviamo, come ha ricordato Francesco Trebbi su queste colonne (Il Sole 24 ore 17 ottobre).

I grandi progressi degli ultimi decenni sono dovuti soprattutto a straordinarie ricerche empiriche rese possibili anche dall’uso di enormi quantità di “micro dati” (individuali e di impresa) e dalla crescita esponenziale della capacità di calcolo. Questi progressi non sarebbero però stati possibili senza un impianto teorico che, nella necessaria semplificazione delle ipotesi, crea un robusto quadro concettuale, indispensabile per l’impostazione delle ricerche empiriche.

Nella formazione degli studenti di economia, soprattutto di quelli che non saranno economisti di professione, è impossibile prescindere dall’equilibrio economico generale dal quale partire per insegnare a ragionare sull’impiego efficiente delle risorse, sul ruolo informativo e allocativo dei prezzi, sull’uso ottimo di beni in quantità limitata. Il fatto che gli esseri umani, come ricorda Thaler, spesso non si comportino razionalmente non significa che non si debba insegnare a pensare razionalmente e a capire come sarebbero le relazioni economiche se tutti si comportassero da esseri razionali. È dunque ancora dagli elementi di base della teoria economica “tradizionale” che bisogna partire per formare gli economisti. Ma tali elementi sono solo una base di partenza.

Wendy Carlin, instancabile animatrice del progetto Core per l’insegnamento dell’economia, sostiene che «l’economia è in grado di spiegare molte cose, ma i curricula universitari non lo sono». Sono due tesi estreme, ma c’è in entrambe molto di vero.

Succede all’economia, come alla medicina, di avere fatto grandi progressi nella spiegazione di alcune grandi questioni che interessano gli studenti e l’umanità intera ma di non essere ancora arrivata a capirli fino in fondo. Basta pensare ai meccanismi della crescita economica di lungo periodo, alle cause della disoccupazione strutturale, all’origine e alla dinamica delle crisi economiche, alle forze che determinano creatività e innovazione. Sono però queste le questioni che, insieme a quelle ambientali, interessano i ragazzi intellettualmente più vivaci. L’insegnamento universitario dell’economia deve attrezzarsi più di quanto già faccia ad aiutare gli studenti ad affrontare questi problemi senza pretendere di dare risposte definitive quando queste semplicemente non ci sono. Si tratta allora di formare anzitutto a formulare domande articolate e intelligenti prima che a fornire risposte. Si tratta poi, e questa è la parte più difficile, di insegnare a usare tecniche e metodi e diversi per questioni diverse e, soprattutto, di usarne più di uno per risolvere un singolo problema. Si tratta di fare capire, con esercizi ed esempi concreti, che spesso usando insieme la teoria, l’analisi quantitativa e la storia economica si sono ottenuti risultati che nessuna di queste discipline avrebbe potuto ottenere da sola.

Mi è difficile, a questo punto, non dare la sgradevole impressione di parlare pro domo mea. Ma mi è anche difficile disconoscere il contributo essenziale che può dare la storia economica all’analisi e alla soluzione di problemi importanti, che catturano l’interesse degli studenti. Penso, ad esempio, alle crisi finanziarie e al loro diffondersi all’economia reale, fenomeni nello spiegare i quali la teoria economica ha non poche difficoltà. Ben Bernanke, il presidente della banca centrale statunitense al tempo della Grande recessione, era stato l’autore di importanti lavori sulla Grande Crisi degli anni Trenta e dimostrò di averne imparato le lezioni, Christine Romer, presidente del Consiglio degli esperti economici di Obama, è una storica economica di Berkeley: il suo apporto, lontano dai riflettori, fu di non poco conto. L’apporto della storia economica è anche indispensabile per cercare di rispondere alla domanda: «Perché alcuni Paesi si sviluppano e altri no?». Non solo: domande che riguardano il nostro futuro come la creazione e distruzione di lavoro in seguito alle rivoluzioni tecnologiche rimandano direttamente a quanto sia possibile imparare da esperienze passate. Perché la storia economica possa contribuire ad adeguare i programmi di insegnamento dell’economia, servono però docenti e ricercatori che capiscano la teoria economica e i metodi quantitativi e siano interessati a discutere i grandi problemi che interessano gli studenti, aiutandoli a cercarne la spiegazione anzitutto con gli strumenti propri dell’economista, educandoli a ragionare da economisti, facendoli apprezzare una scienza sociale che, per quanto imperfetta e non sempre in grado di fornire spiegazioni soddisfacenti ad alcuni grandi problemi, è tuttavia capace di spiegare molte cose, passate e presenti.

G)lL Nobel a Thaler è un buon segnale sulla via che ci porta oltre l’homo oeconomicus (l’individuo razionale e massimizzante la cui soddisfazione dipende unicamente dalla crescita dei propri consumi o dotazioni di reddito/ricchezza).

È un buon segnale perché l’economia dell’homo oeconomicus è come la fisica prima della scoperta dell’elettrone. Come ricorda Christoph Engel nel suo lavoro che raccoglie i dati di numerosi esperimenti sul dictator game e più di 100mila osservazioni solo un terzo degli osservati si comporta come l’homo oeconomicus. Una percentuale in realtà sovradimensionata perché gli esperimenti sono realizzati in condizioni di anonimato (massima distanza sociale possibile) mentre la riduzione della distanza sociale aumenta i comportamenti pro-sociali degli individui. È dunque singolare che un paradigma superato nella ricerca di economia comportamentale (ma ancora insegnato nelle Università agli studenti), si fonda sul comportamento di un’assoluta minoranza di individui. Ma c’è di peggio. Come ricorda il nobel Amartya Sen l’homo oeconomicus è un “rational fool”, ovvero usa un modello di razionalità individuale che è inferiore alla “razionalità sociale” basata su fiducia e cooperazione. Come insegnano i dilemmi sociali in teoria dei giochi la vita è un incontro tra persone in condizioni di asimmetria informativa in un’area grigia non coperta da protezioni legali. Dove la logica dell’homo oeconomicus porta alla sterilità, non crea fiducia e meritevolezza di fiducia generando un risultato subottimale sia dal punto di vista individuale che da quello della creazione di valore economico aggregato.

L’economia comportamentale ha scoperto alcune “particelle” fondamentali che ci consentono di risolvere i dilemmi sociali generando superadditività e valore economico. Le virtù fondamentali che le persone possiedono in dosi diverse e vanno coltivate sono la reciprocità, lo scambio di doni (gift exchange tema di un altro Nobel per l’Economia George Akerlof), la fiducia e la meritevolezza di fiducia. Queste ultime due costituiscono parte fondamentale del capitale sociale, la risorsa più preziosa per lo sviluppo sociale ed economico, la vera sorgente della ricchezza delle regioni e delle nazioni. Hume sintetizzava questi principi con un magistrale aforisma « Il tuo grano è maturo, oggi, il mio lo sarà domani. Sarebbe utile per entrambi se oggi io… lavorassi per te e tu domani dessi una mano a me. Ma io non provo nessun particolare sentimento di benevolenza nei tuoi confronti e so che neppure tu lo provi per me. Perciò io oggi non lavorerò per te perché non ho alcuna garanzia che domani tu mostrerai gratitudine nei miei confronti. Così ti lascio lavorare da solo oggi e tu ti comporterai allo stesso modo domani. Ma il maltempo sopravviene e così entrambi finiamo per perdere i nostri raccolti per mancanza di fiducia reciproca e di una garanzia.» (Trattato sulla natura umana, 1740, libro III).” L’Italia (e soprattutto lo sviluppo agricolo dei propri territori) sono un laboratorio eccezionale per la verifica della validità di questo aforisma. Ci sono alcune regioni dove gli agricoltori hanno superato la paralisi della fiducia e la logica dell’homo oeconomicus, hanno imparato a cooperare superando le diffidenze creando organizzazioni che hanno aumentato il loro potere contrattuale nei confronti dei grossisti consentendo loro di risalire la catena del valore (un esempio dei più interessanti è Melinda in Trentino). In altre regioni il massimo risultato sociale è organizzare incontri per far conoscere proprietari di terreni vicini, si procede in ordine sparso e si vende ancora al sensale a prezzi stracciati e senza alcun potere contrattuale pur avendo appezzamenti di terra superiori. Elementi simili regolano il successo delle attività economiche nella manifattura e nei servizi.

Il paradigma dell’economia civile parte da questi assunti per proiettare oltre l’homo oeconomicus la disciplina verso visioni meno riduzioniste della persona, dell’impresa e del valore. In vista del traguardo della generatività, che vuol dire maggiore soddisfazione di vita e ricchezza di senso. Il paradigma si traduce anche in una politica economica a quattro mani. Dove in una logica a quattro mani (mezzo e fine di generatività) il buon mercato e le buone istituzioni sono coadiuvate da cittadinanza attiva e imprese responsabili. Non è un caso che nei Sustainable Development Goals delle Nazioni Unite si passa in modo deciso da un approccio calato dall’alto a un modello partecipato dove partnership e responsabilità diventano parole chiave (e non potrebbe essere altrimenti su temi come quello ambientale). Welfare aziendale, progettazione partecipata, sussidiarietà circolare e democrazia deliberativa, cooperative di comunità, gestione dei beni comuni condivisa e voto col portafoglio sono alcune delle tante frontiere di questo nuovo paradigma. Mentre la realtà viaggia su nuovi binari il pensiero economico fa fatica a comprendere ed adeguarsi. Per i riconoscimenti al nuovo che si sta facendo (e purtroppo anche per la sua incorporazione nella maggioranza dei programmi di economia universitari) dovremo aspettare ancora degli anni.

Dottrina Sociale della Chiesa ed Economia Sociale di Mercato

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