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UN PATTO PER LA CRESCITA

Vent’anni fa, nel luglio 1993, l’accordo siglato tra la Confindustria e le tre Confederazioni sindacali, che abolì la scala mobile e stabilì una dinamica salariale in linea con il tetto d’inflazione programmato, segnò una svolta di grande importanza.

Sia perché quest’intesa, auspicata dal precedente governo di Giuliano Amato e patrocinata poi da quello in carica di Carlo Azeglio Ciampi, diede vita a una “politica dei redditi” (che Ugo La Malfa aveva invocato fin dagli anni Sessanta, agli esordi della programmazione economica del centro-sinistra). Sia perché si trattò di un primo passo concreto, insieme all’incipiente opera di risanamento dei conti pubblici, sulla strada che si doveva compiere per rendere possibile l’ammissione dell’Italia all’Unione monetaria europea.
Di fatto, le clausole di quella convenzione fra le parti sociali (di cui fu regista il ministro del Lavoro Gino Giugni), che da un lato prevedevano contratti nazionali di settore e contratti locali (per azienda o per regione) con incrementi retributivi legati alla produttività, e, dall’altro, riconoscevano alle imprese maggiore flessibilità in materia di salari d’ingresso e nell’impiego di manodopera interinale, costituirono un quadro di riferimento stabile del sistema di relazioni industriali sino al 1997 e concorsero così ad agevolare l’itinerario del nostro Paese verso il traguardo dell’euro. Si parlò, a quell’epoca, di un “patto dei produttori”.
Oggi, indipendentemente da come lo si voglia chiamare, servirebbe un’intesa analoga, a sostegno di un programma di governo per il rilancio degli investimenti pubblici produttivi e dell’occupazione in una situazione d’emergenza economica e sociale senza precedenti. Del resto, stando agli orientamenti emersi nelle ultime settimane tanto nella Confindustria (e in altre organizzazioni imprenditoriali) che nelle principali Confederazioni dei lavoratori non dovrebbero esserci difficoltà nel trovare una convergenza su alcuni obiettivi come la riduzione del cuneo fiscale su imprese e lavoro, gli sgravi ai premi di produttività, la detassazione della parte contributiva relativa alle nuove assunzioni di giovani.

 Inoltre, mentre ha avuto il via dal governo il rifinanziamento della Cassa integrazione in deroga, da entrambi i versanti si è espressa l’esigenza di un pagamento meno centellinato dei debiti pregressi della Pubblica amministrazione verso le aziende, unitamente alla semplificazione di certe procedure burocratiche altrimenti pletoriche ed eccessivamente onerose per l’avvio delle start-up.
Diversamente, non si vede come sia possibile scongiurare l’emorragia di altre piccole-medie imprese e un’ulteriore perdita di posti di lavoro, e far ripartire gli investimenti, la domanda e i consumi.
È vero che, per mettere in cantiere una politica rivolta espressamente alla crescita economica, il nuovo governo guidato da Enrico Letta si trova a percorrere un sentiero assai stretto, dovendo negoziare a tal fine con la Commissione di Bruxelles l’acquisizione di condizioni più equilibrate e flessibili sui tempi e le modalità riguardanti la disciplina di bilancio. Ciò che la Spagna, l’Olanda e la Francia hanno già ottenuto. A ogni modo, qualora anche all’Italia venga riconosciuto dalla Commissione un analogo trattamento, gli interventi del governo vanno concentrati, in via prioritaria, sull’attuazione di efficaci misure volte a bloccare la spirale micidiale della recessione, se si vuole scongiurare sia il pericolo di un aggravamento della stagnazione sia quello di una disarticolazione del tessuto sociale. Di qui l’importanza che le rappresentanze del mondo della produzione e del lavoro diano prova, a loro volta, di una condivisione concreta e responsabile di intenti e impegni per un sostanziale miglioramento della produttività e un tangibile recupero dell’indice di competitività del sistema industriale.

Valerio Castronovo  Sole24/Ore

 

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