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RAPPORTO ECONOMICO DI CONFINDUSTRIA COSENZA

Presentato il Rapporto di Confindustria Cosenza sullo stato della Calabria.

PREFAZIONE

La Calabria in tempo di crisi. Attraversando la crisi. Non ancora fuori dalla crisi. L’ombra lunga della crisi. La Calabria nella crisi italiana: una regione in affanno. Questi i titoli emblematici degli ultimi rapporti sulla congiuntura regionale presentati da Confindustria Cosenza. Cinque scansioni temporali, cinque raccolte di fotogrammi, cinque istantanee che dal 2009, di anno in anno, restituiscono in maniera immediata e sintetica, ancorché suggestiva, lo stato di salute della Calabria.

Prima ancora dei numeri, brucianti e secchi come un colpo di frusta, quella che fa riflettere è una considerazione di Sylos Labini, riportata dalla curatrice dello studio Rosanna Nisticò ad inizio del paragrafo dedicato, secondo cui il vero dramma della disoccupazione è costituito dal fatto che si tratta di un problema che non è soltanto economico e di mancato impiego di risorse, ma (in maniera più sentita nelle regioni in ritardo sviluppo) è fonte di esclusione sociale, di dipendenza e “mortificazione civile: genera frustrazione, sbandamento e a volte angoscia di vivere”.

Per conseguenza, si potrebbe aggiungere che riduce la libertà delle scelte personali e collettive, attenua la percezione del senso del bene comune, riduce la sensibilità verso l’impegno civile, si pone come ostacolo alla formazione di classe dirigente e di accumulo di capitale sociale.

Passiamo ai numeri. Alla fine del primo trimestre di quest’anno, la Calabria è costretta a registrare una riduzione di occupati di ben 62mila unità rispetto al 31 dicembre 2012. Non basta, sempre al 31 marzo 2013, la Calabria conta 61mila occupati in meno rispetto allo stesso periodo del 2005. Il tasso di occupazione è pari al 38%, contro il 55% a livello nazionale ed il 64% del centro nord, facendo segnare così il suo minimo storico. Solo un giovane ogni quattro ha un lavoro ed il tasso di disoccupazione ha raggiunto il valore percentuale del 24,5 contro il 12,7 della media del Paese.

Non c’è spazio per commenti né tempo per distinguo più o meno sottili. Serve una presa di coscienza vera, non rituale, declamatoria o annunciante. Occorre mettere in atto politiche “offensive” tese ad “aggredire” i deficit di produzione ed occupazione che caratterizzano il territorio. Più occupati significano più reddito, più produzione, maggiore domanda interna. Tanto più necessaria per un sistema poco aperto ai mercati esterni (0,1% del totale delle esportazioni).

Prima di tutto lavoro, rilancio della produttività e della produzione di ricchezza endogena, quindi. E l’analisi dei dati congiunturali svolta da Rosanna Nisticò, docente di politica economica presso l’Università della Calabria, indica una direzione pressoché obbligata per intraprendere la via dello sviluppo e della crescita. Puntare sul circolo virtuoso: lavoro, welfare, istruzione, innovazione, competitività. In maniera coerente, equilibrata, armonica.

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Lo scenario nazionale si presenta ricco di tensioni interne che si aggiungono alle tante difficoltà indotte da una economia mondiale in rallentamento, seppure non in maniera omogenea. Gli effetti più evidenti ed immediati possono essere così sintetizzati: aumento della instabilità complessiva, rinvio nell’adozione di misure necessarie quanto urgenti, rappresentazione di debolezza nei confronti dei mercati finanziari con conseguente aumento del deficit e del debito pubblico, crescita dell’incertezza tra famiglie ed imprese che, in attesa di sapere se dovranno pagare ulteriori tasse in futuro, tende a deprimere ulteriormente la domanda interna. In una parola, enorme spreco delle risorse pubbliche disponibili. Sottratte, di fatto, ad iniziative tese ad avviare la ripresa economica.

In questo contesto, l’Italia ha necessità di procedere in maniera ferma e decisa a dare forma e sostanza ad una serie di riforme economico-istituzionali, legge elettorale in primis. Serve un nuovo e diverso livello di confronto con Bruxelles, non tanto per rivendicare una improbabile possibilità di violare le regole condivise a livello europeo, ma per essere  upportati in precise azioni di politica economica dal taglio marcatamente espansivo. Le sole in grado di farci sollevare la testa rispetto ad una spirale recessiva che sembra senza fine. E’ inutile illudersi, l’Italia da sola non potrà farcela. E’ necessaria una strategia comune tra i paesi aderenti all’Unione Europea tesa ad innovare rituali, tempi e procedure delle  stituzioni comunitarie, dimostratesi quantomeno poco efficaci nell’affrontare la crisi e le problematiche che stiamo vivendo da troppo tempo. Per dirla con Ulrich Beck “nel momento in cui l’euro e l’Europa minacciano di crollare, bisogna cambiare modo di pensare. Anzi, questa situazione di crisi conduce a un rovesciamento di valore del realismo. Ciò che fino ad oggi era considerato realistico diventa ingenuo e pericoloso, perché deve addossarsi il crollo. E ciò che era considerato ingenuo e illusorio diventa realistico perché cerca di impedire la catastrofe e insieme di rendere il mondo migliore”. Quello che è certo è che servirà essere credibili, affidabili, autorevoli, concreti, competitivi, coesi.

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La copertina del Rapporto, come sempre, cerca di fornire tracce, chiavi di lettura, riflessioni differenti, spunti e contrappunti verso la ricerca di soluzioni creative. Questa volta Aldo Presta ha sentito di presentarci una Calabria defocalizzata rispetto al resto dell’Italia. Autocentrata entro i propri confini, in una lente che deforma le reali dimensioni e le grandezze in gioco. Una regione lontana dal comune sentire del Paese, dalle sue politiche, dalle sue opzioni strategiche. Eppure ci sono uomini e donne di buona volontà impegnati a rimetterla in sesto, a tentare di ricucire strappi e distanze prima che sia troppo tardi. Per contro, c’è chi continua come se nulla stesse accadendo intorno a se, in maniera indifferente e compiaciuta. Che sia un invito a riflettere ed a scegliere bene da quale parte stare?

Rosario Branda

Direttore Confindustria Cosenza

 

1. Uno sguardo d’insieme

L’economia della Calabria è in forte affanno. La crisi continua a produrre effetti devastanti sulla morfologia produttiva ed ancora di più sul tessuto sociale. Non si intravvedono segni di inversione delle tendenze recessive, come confermano le stime sulla secca contrazione del Pil regionale (-3%). Il 2012 ha fatto registrare ulteriori picchi negativi nei principali indicatori macroeconomici che purtroppo tendono ad accentuarsi nel primo trimestre 2013: occupazione e tasso di occupazione sono in sensibile calo, mentre aumenta vertiginosamente la disoccupazione e gli interventi di cassa integrazione risultano tre volte il livello di sette anni fa. L’ulteriore contrazione della base occupazionale è l’aspetto più preoccupante: meno lavoratori significano meno reddito, meno produzione, meno domanda interna.

Tra il primo trimestre 2012 ed il primo trimestre 2013 sono scomparsi ben 31 mila posti di lavoro. Le forze di lavoro ed il tasso di attività continuano a crescere in maniera sostenuta, ma nascondono tutto il disagio della fase depressiva che spinge un numero crescente di persone alla ricerca di un lavoro e di un reddito. Purtroppo la fuoriuscita dall’inattività, in assenza di un tessuto produttivo in grado di accogliere un’offerta di lavoro in aumento, si risolve in un peggioramento complessivo delle condizioni del mercato del lavoro in cui dilaga la disoccupazione. Il numero di persone in cerca di occupazione continua a crescere a tasso molto sostenuto.

Il sistema imprenditoriale rallenta ulteriormente la crescita, conseguenza inevitabile della stagnazione della domanda interna, non compensata da un possibile effetto trainante delle esportazioni che rimangono invece stagnanti, della contrazione della spesa pubblica e delle particolari difficoltà di accesso al credito da parte delle imprese, in particolare di quelle di minori dimensioni.

Non si arresta la caduta occupazionale e produttiva dell’edilizia in calo da un quinquennio a ragione sia della progressiva contrazione dei bandi di gara e dell’edilizia pubblica legata alla politica di contenimento della spesa pubblica, sia alla compravendita di abitazioni private diminuita a causa del peggioramento delle condizioni economiche delle famiglie e della  persistenza delle difficoltà di accedere a prestiti bancari sostenibili.

 2. Il clima economico

L’economia mondiale continua a rallentare il suo ritmo di crescita. L’aumento del prodotto interno lordo su scala globale è risultato pari a +3,2% nel 2012, a fronte del +4% dell’anno precedente e del +5,2% del 20101. La decelerazione interessa tutte le economie sebbene la differenza nei tassi di crescita segni quattro punti di distacco a favore dei Paesi emergenti: mentre questi ultimi registrano nel 2012 un incremento del Pil del 5%, le economie avanzate crescono solo dell’1,2%. La congiuntura si presenta articolata territorialmente all’interno dei due blocchi, mostrando situazioni alquanto difformi anche tra i Paesi asiatici, l’India ed il Brasile. L’area monetaria europea attraversa ancora una fase recessiva caratterizzata dalla flessione di oltre mezzo punto percentuale di Pil rispetto all’anno precedente (-0,6%), nonostante gli importanti provvedimenti di politica monetaria adottati, tra cui l’entrata in vigore dello European Stability Mechanism (ESM) e l’introduzione delle Outright Monetary Transaction (OMT) che avrebbero dovuto generare un clima di fiducia e di ripresa.

Tra i paesi dell’Unione Europea l’Italia consegue il peggior risultato (-2,4%) dopo la Grecia (-6,4) ed il Portogallo (-3,2), ma in nessun Paese la crescita raggiunge l’1%. La flessione si verifica con minore intensità in altri Paesi, quali la Spagna (-1,4%), i Paesi Bassi (-1%), la Finlandia ed il Belgio (-2%) e la Danimarca (-0,6%). In Italia la decrescita vanifica la  faticosa tenuta del Pil negli ultimi due anni.

L’economia italiana ha subito i contraccolpi della caduta della domanda interna, sia nella componente dei consumi (-3,9% in volume) che in quella degli investimenti (-8%), e del rallentamento della domanda internazionale. Sulla contrazione dei consumi ha inciso il minor potere d’acquisto delle famiglie (-4,8%) e del reddito disponibile, fiaccati dall’aumento della pressione fiscale e della stasi dei redditi da lavoro dipendente in presenza di inflazione, unitamente ad una diminuzione del reddito da attività imprenditoriale. L’Istat stima che l’incidenza del carico fiscale e contributivo sul reddito disponibile è arrivata al 30,3%, un punto percentuale in più rispetto al 2011.

La riduzione dei consumi delle famiglie (-1,6% a prezzi correnti) ha interessato varie categorie di beni, in particolare vestiario, trasporti, mobili ed elettrodomestici; si è ridotta la quantità e la qualità dei prodotti alimentari acquistati, mentre è in aumento la percentuale di famiglie che acquistano beni alimentari nei discount.

Parallelamente all’erosione del tenore di vita delle famiglie si è manifestata una minore propensione al risparmio ed un aumento della percentuale di famiglie gravemente deprivate (14,3% nel 2012 rispetto al 11,2% del 2011). D’altro canto, gli investimenti sono stati frenati dalla presenza di capacità produttiva inutilizzata in un quadro di incertezza dell’evoluzione dei mercati ed anche dalla stretta creditizia per le imprese. In particolare, le piccole e medie imprese hanno risentito maggiormente della minore disponibilità alla concessione di crediti da parte delle banche evidenziando anche un’accentuazione delle difficoltà per le imprese delle regioni del Mezzogiorno.

Sul piano internazionale, la domanda estera netta è risultata in espansione, ma ad un ritmo rallentato rispetto all’anno precedente. L’incremento delle vendite all’estero delle merci italiane (+3,7%) si è rivelata tra le più elevate nel panorama europeo, anche se in decelerazione rispetto al +11,4% del 2011. Di contro, le importazioni sono diminuite (-4,9% in valore e -7,7% in volume), determinando un aumento della domanda estera netta ed un contributo positivo alla dinamica del Pil.

L’indicatore di attività economica elaborato da Regioss (2013) mostra una performance negativa di tutte le regioni italiane in ogni trimestre dell’anno . Si noti come la gran parte delle regioni del Nord entrino nel 2012 nuovamente nella fase recessiva che aveva caratterizzato la fine del 2008 ed il 2009, mentre la maggior parte delle regioni meridionali prolungano una fase di crisi che non ha soluzione di continuità dal 2007. Tra le regioni del Sud solo l’Abruzzo e la Puglia sembrano avere attraversato un periodo di tregua, in corrispondenza del 2010. In Calabria, l’indicatore di attività economica, seppur negativo dopo la brusca caduta del 2007-2008, è in miglioramento fino a metà 2011, quando nuovamente si realizza un’ondata recessiva. La fase negativa si acutizza nel quarto trimestre 2012 quando peggiorano tutte le componenti dell’indicatore sintetico: le esportazioni (-14,7%) ed il deficit della bilancia commerciale, l’immatricolazione di auto come proxy della domanda interna (- 13%), gli occupati totali (-3,4%) ed il tasso di occupazione, il tasso di disoccupazione che raggiunge il 19,8%, le imprese attive diminuiscono (-0,5%) mentre crescono le cessazioni di attività imprenditoriali (+45,5%).

3. Non tira la domanda estera

A livello nazionale, la domanda estera nello scorso anno ha giocato il ruolo di principale propulsore dell’attività economica: le vendite di merci all’estero dell’Italia sono aumentate del 3,7%, il risultato migliore, insieme a quello della Spagna, nel panorama dei Paesi europei. Non così a livello regionale. Le esportazioni calabresi, cresciute soltanto dello 0,1%, sono rimaste sostanzialmente stabili e dunque non hanno esercitato la funzione di motore di crescita riscontrabile in altri territori italiani, tra cui alcune regioni del Nord Ovest (Piemonte, Lombardia e Liguria), ma ancora di più le regioni dell’Italia centrale (Toscana, Umbria, Marche e Lazio) e soprattutto alcune regioni del Mezzogiorno (Puglia, Sicilia e Sardegna). Sorprendentemente le regioni meridionali più dinamiche sono riuscite a cogliere l’occasione della ripresa della domanda estera e, pur in un quadro generale di variazione negativa del Pil e di caduta della domanda interna, hanno incrementato le esportazioni.

Il Mezzogiorno nel suo insieme ha registrato una crescita pari al doppio (+7,8%) di quella riscontrabile a livello nazionale e per quanto riguarda l’Italia meridionale interamente imputabile alla performance delle vendite all’estero della Puglia (+7,3%). 

Particolarmente positiva la dinamica delle esportazioni nell’Italia insulare (+21,3%), tanto in Sicilia quanto in Sardegna. In conseguenza di questi andamenti è in aumento la quota di beni esportati prodotti nel Mezzogiorno (12%), seppure il made in Italy si impone nel mondo ancora in grandissima parte grazie all’attività di commercio con l’estero del Centro-nord e per oltre il 50% fa riferimento alle produzioni di sole tre regioni: Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. Inoltre, tra le regioni del Nord solo due (Valle d’Aosta e Friuli Venezia Giulia) hanno un andamento negativo delle esportazioni, mentre al Sud l’effervescenza delle vendite sui mercati internazionali non interessa la metà delle regioni, che al contrario assistono ad un arretramento significativo delle esportazioni.

La Calabria, com’è noto, non è una regione a vocazione esportatrice ed anche in questa fase di ripresa delle vendite all’estero la presenza delle merci regionali sui mercati internazionali è  pressoché stagnante: il contributo regionale alle esportazioni nazionali si riconferma, come ormai da molti anni, fermo allo 0,1%. L’andamento delle esportazioni per trimestre è illustrato nella figura 3, dove il numero indice che ha come base il primo dato disponibile (il primo trimestre 2000) evidenzia il differente sentiero di espansione della Calabria e del Mezzogiorno: quest’ultimo oscilla nell’ultimo biennio tra il 40 ed il 50% in più del dato iniziale, mentre la Calabria stenta a recuperare il livello di partenza.

L’andamento delle esportazioni purtroppo peggiora nei primi tre mesi del 2013: se a livello regionale non era stato possibile riattivare un circuito di crescita sulla leva della domanda estera che rimaneva stagnante, all’inizio del nuovo anno la dinamica diviene negativa (- 3,4%), anche a livello nazionale (-0,7%). Le performance peggiori sono quelle delle regioni che nel corso del 2012 avevano mostrato un maggiore dinamismo (-7,5%) e, dunque, il Mezzogiorno e, in particolare, l’Italia insulare (-6,4%). Nel Nord-ovest e nel Nord-est le esportazioni risultano stagnanti in questo primo scorcio d’anno, mentre nel Centro  onservano la tendenza al miglioramento (+2,7%) che nei mesi precedenti aveva lasciato ben sperare in una graduale ripresa dell’economia trainata dalla domanda estera.

4. Rallenta ancora il tasso di crescita delle imprese

Il tasso di crescita del numero delle imprese nel 2012 è in leggero rallentamento rispetto all’anno precedente in Italia, ma in Calabria rimane sostanzialmente invariato. Il segno positivo del bilancio anagrafico delle imprese, anche se ovunque inferiore all’1%, caratterizza tutte le aree del Paese tranne il Nord-Est. Una maggiore vivacità viene riscontrata al Centro (+0,8%), mentre il Mezzogiorno presenta un tasso di crescita (0,5%) leggermente superiore a quello medio nazionale (0,3%), ma più basso di quello dello scorso anno (+0,7%). Nel Nord-Est, in uno scenario di capacità produttiva inutilizzata, il tasso di crescita delle imprese assume un valore negativo (-0,4%) ed il Nord-Ovest mostra la più contenuta vivacità imprenditoriale (+0,2%) tra le diverse circoscrizioni del Paese.

A livello nazionale le cessazioni sono state tali da far registrare la chiusura di circa mille imprese al giorno, secondo il rapporto Movimprese-Infocamere (2013): la faticosa tenuta del sistema delle imprese italiane ha fatto leva soprattutto sull’intraprendenza di imprenditori under 35, prevalentemente nei settori del turismo, del commercio e dei servizi alle imprese ed alla persona.

In Calabria la crescita del tessuto imprenditoriale registra un ritmo sostanzialmente invariato rispetto all’anno precedente: + 0,6% nel 2012 a fronte di +0,7% del 2011. Nel complesso si sono iscritte negli archivi delle camere di commercio 11583 imprese in Calabria nel 2012, a fronte di 10438 cessazioni, poco più di 28 imprese in media ogni giorno. Di conseguenza, il saldo regionale di 1145 imprese è risultato inferiore a quello del 2011.  

Nel primo trimestre 2013 il tasso di crescita delle imprese è negativo in tutte le circoscrizioni territoriali ed in Calabria (-0,7%) è in peggioramento rispetto al dato del I trimestre dell’anno precedente (-0,5%). La variazione negativa del tasso di crescita regionale è più acuta di quella che si registra nelle macroregioni del Paese e sono stati addirittura peggiori di quelli riscontrati nel 2009, battezzato da Movimprese Infocamere (2013) l’annus horribilis. L’attività imprenditoriale nella regione è appesantita dal sempre più difficile accesso al credito bancario, che nel complesso ha fatto registrare una contrazione dello 0,5%, ma molto più consistente per le imprese di piccole dimensione:-3,5%.

 5. Occupazione in calo: in un anno 31 mila occupati in meno

La mancata ripresa economica ha determinato il progressivo deteriorarsi delle condizioni del mercato del lavoro, sia a livello nazionale che locale con un ulteriore peggioramento nel  primo trimestre 2013. Al primo trimestre 2013 la Calabria conta 61 mila occupati in meno  rispetto allo stesso periodo del 2005, mentre l’Italia è ritornata al livello medio di 8 anni fa. I livelli occupazionali sono andati progressivamente deteriorandosi : rispetto al primo trimestre 2009 la Calabria perde 66 mila unità e l‘Italia ben 818 mila. Inoltre il peggioramento congiunturale nell’ultimo anno si manifesta a livello nazionale a partire dal secondo trimestre 2012, mentre in Calabria si concentra tra la fine del 2012 e i primi tre mesi del 2013: 31 mila occupati in meno rispetto al primo trimestre del 2012.

La riduzione dell’occupazione, che tra il 2011 ed il 2012 ha interessato tutte le circoscrizioni territoriali, era stata più attenuata di quella verificatasi all’inizio di quest’anno. In Italia si registra su base annua una diminuzione dello 0,3%, una variazione analoga a quella del Nord, ma più accentuata rispetto alla perdita di occupazione del Mezzogiorno (-0,6%) e della Calabria (-1,9%) che diminuisce complessivamente di 11 mila occupati. All’inizio del nuovo anno, tuttavia, la situazione peggiora ovunque e colpisce in maniera più netta le regioni più deboli: in Italia la flessione nel primo trimestre è stata dell‘1,8%, inferiore a quella dell’insieme delle regioni meridionali (-2,7%) e della Calabria (-5,7%), che dunque registra una riduzione di 31 mila unità rispetto al primo trimestre dello scorso anno e di 62 mila unità rispetto a dicembre 2012: si ritorna indietro di 8 anni, al livello del 2005. La caduta dell’occupazione colpisce sia i lavoratori maschi che le donne. La riduzione dell’occupazione femminile è leggermente meno pronunciata di quella maschile in tutte le circoscrizioni territoriali. In Calabria le donne che lavorano sono duemila in meno tra il 2012 ed il 2011 e nel primo trimestre di quest’anno se ne contano 11 mila in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Per la componente maschile le ripercussioni della congiuntura negativa sono più pesanti: -9 mila in corso d’anno e -21 mila nel primo trimestre.

6. Si riduce l’occupazione standard, aumenta quella part-time e a tempo determinato

Guardando alla composizione dell’occupazione, l’aspetto che colpisce è che a fronte della caduta complessiva dell’occupazione, quella a tempo parziale è in aumento, segnalando la progressiva erosione del peso dell’occupazione standard, sia a livello nazionale che regionale. In Calabria l’occupazione part-time ha coinvolto 18 mila lavoratori in più rispetto al 2011 (+22,3%), di cui 12 mila sono maschi (+45%) e 6 mila sono donne (+11,5%) (tabella 5). L’occupazione femminile part-time costituisce i tre quarti del totale del lavoro a tempo parziale in Italia e più del 60% in Calabria. Il vistoso incremento dell’occupazione part-time anche per i maschi nelle classi centrali di età e la conseguente erosione dell’incidenza del lavoro standard non solo per i giovani, ha peraltro richiamato l’attenzione sull’estendersi del fenomeno del lavoro a tempo parziale involontario, cioè subìto e non scelto dai lavoratori. L’Istat (2013) stima che la componente involontaria del part-time è la sola ad essere aumentata a livello nazionale e che l’incremento è risultato del 54% ed ha riguardato anche gli orari disagiati (+2%). 

La congiuntura si accompagna ad una sempre minore presenza di lavori stabili, mentre aumenta l’occupazione a tempo determinato nelle sue varie tipologie contrattuali: un fenomeno che ha attraversato tutte le macroaree del Paese. E‘ possibile osservare, infatti, una riduzione di 11 mila contratti a tempo indeterminato (-3,6%) nell’ultimo anno in Calabria (sono 99 mila in meno in Italia, pari a -0,6%).  

I lavoratori a tempo indeterminato sono circa 309 mila nella regione, poco più di tre quarti dell’occupazione dipendente complessiva (sono l‘86% in Italia). La riduzione delle occupazioni stabili interessa, in particolare, i lavoratori maschi (-48 mila posti in otto anni di cui 7 mila solo nell’ultimo anno), mentre per le donne la perdita di occupazioni a tempo indeterminato si concentra nell’ultimo anno (+800 posti di lavoro a confronto con il 2004 e -4 mila rispetto al 2012). Di contro, si contano nel complesso 92 mila lavoratori dipendenti a tempo determinato, ovvero 3 mila posti di lavoro a termine in più rispetto al 2011 (+3%), una variazione in termini relativi più contenuta di quella nazionale (+3,1), ma superiore a quella meridionale (+1,7), (tabella 6).

Nel medio periodo, tuttavia, si osserva per la Calabria anche una flessione del lavoro a tempo determinato, un andamento in controtendenza alle dinamiche a livello nazionale e circoscrizionale: rispetto ad otto anni fa la regione conta, oltre che 48 mila posti di lavoro a tempo indeterminato in meno (-13,4%), anche una perdita di circa 5 mila posti di lavoro “non stabili” (-4,7%).

 

7. Le tendenze settoriali

Tendenze positive e negative si alternano tra i vari settori dell’economia regionale, sebbene la risultante di queste dinamiche sia una contrazione della base occupazionale complessiva. Nel primo trimestre del 2013 il settore che nella regione ha subito maggiormente i contraccolpi della crisi economica e dei conseguenti provvedimenti di austerity di risanamento del bilancio pubblico è stato quello industriale, nelle sue due componenti delle costruzioni e della manifattura. La congiuntura dei primi tre mesi del nuovo anno è negativa anche per quanto riguarda i servizi, compreso il comparto del commercio e degli alberghi.

Solo l’agricoltura registra un inizio d’anno positivo in riferimento alle dinamiche occupazionali. La congiuntura nel 2012 presentava già tendenze negative della domanda di lavoro sia nel settore delle costruzioni che in quelli dell’agricoltura e dei servizi, ma indicava una ripresa dell’occupazione nel settore manifatturiero ed una tenuta dei posti di lavoro nel settore del commercio, peraltro non confermate nei primi tre mesi del nuovo anno. Da un lato, il calo dei consumi e della domanda interna, accompagnata da ridotti volumi di vendite all’estero di prodotti regionali e della maggiore difficoltà ad ottenere finanziamenti bancari, hanno abbassato i margini di redditività e di produzione delle imprese; dall’altro, la riduzione dei risparmi delle famiglie e degli investimenti in abitazioni, hanno rallentato l’attività edilizia. In entrambi i casi si è determinata una ricaduta negativa in termini occupazionali, con le imprese che hanno reagito alla riduzione dell’attività produttiva con un minore impiego di forza lavoro. Nel corso del 2012 i prestiti bancari per l’acquisto di nuove abitazioni sono diminuiti dello 0,3%, a fronte di una crescita del 5,4% nel 2011, mentre i tassi di interesse permangono mezzo punto percentuale al di sopra di quelli nazionali. La crisi nell’edilizia si innesca già nel 2010 e prosegue nel 2012, registrando una perdita di 5 mila posti di lavoro (-9,6%) rispetto al 2011, ma si aggrava nel primo trimestre 2013, quando rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, l’occupazione in edilizia si riduce, in termini relativi, di un quarto, ovvero 12 mila unità in meno. In edilizia trovano occupazione in Calabria in media, nel 2012, 46 mila unità, 16 mila in meno rispetto al 2008 (-10%) (tabella 7). Il settore è caratterizzato da una storica ed egemonica presenza di forza lavoro maschile, che rappresenta il 96% del totale degli occupati. A contribuire all’andamento negativo del comparto concorre la riduzione dell’11,3% delle gare d’appalto per opere pubbliche, il cui importo complessivo, pari a poco oltre 600 milioni di euro, rappresenta il livello più basso dal 2007. Per di più, negli ultimi anni si è verificata una progressiva riduzione degli importi medi banditi, precipitati nel 2012 ad un importo medio pari a poco più di 500 mila euro. Per le produzioni manifatturiere, invece, il 2012 è stato un anno di espansione occupazionale contando 3 mila unità di lavoro in più (+8,4%), ma questa tendenza si inverte nei primi tre mesi del nuovo anno, portando l’occupazione del settore a 38 mila lavoratori, circa 7 mila in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (-14,6%). Al primo trimestre 2013 risultano addetti alla trasformazione industriale in Calabria 38 mila lavoratori, contro i 49 mila del 2012 ed i 51 mila del 2008. Anche quest’anno, la perdita di occupati nel settore manifatturiero è l’aspetto più preoccupante delle tendenze settoriali, perché indebolisce ulteriormente un settore strutturalmente gracile nella nostra regione con una dinamica negativa che si perpetua, seppure a piccole quantità, dal 2008 (- 2 mila unità, pari a -2,9%). Questa flessione risulta tuttavia più consistente nel primo trimestre 2013, con la perdita di 11 mila posti di lavoro (14,6%) rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Ciò determina che il peso dell’occupazione manifatturiera rappresenti il 7% dell’occupazione totale mentre al Centro nord ed in Italia ne rappresenta un quinto. Anche la manifattura si contraddistingue per la presenza di alte barriere di genere, seppure più ridotte rispetto al comparto delle costruzioni e ciò determina che la contrazione di sole mille unità di posti di lavoro per le donne assuma un significato rilevante in termini relativi (-24,9%) ed in merito alla segregazione occupazionale con opportunità lavorative per le donne sempre più concentrate nei settori dell’agricoltura e dei servizi tradizionali e di cura. L’andamento occupazionale in agricoltura è esattamente rovesciato rispetto a quello della trasformazione industriale: il 2012 si conclude segnando una perdita di posti di lavoro pari a 4 mila addetti in meno rispetto al 2011 (-5,6%), mentre nei primi tre mesi del 2013, probabilmente in ragione della stagionalità dei lavori in agricoltura, si registra un incremento dell’occupazione con 2 mila occupati in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (+4%). Nel 2012 gli occupati in agricoltura sono complessivamente 60 mila in Calabria e rappresentano l‘11% dell’occupazione regionale complessiva (sono il 2,5% nel Centro-nord). La partecipazione femminile alle occasioni lavorative offerte da questo settore è decisamente più incisiva rispetto al settore secondario: nel primario il 47% degli addetti sono donne e tuttavia, mentre l’occupazione maschile è piuttosto stabile, quella femminile presenta i caratteri della precarietà ed è maggiormente dipendente dalla stagionalità delle colture agricole: tra il quarto trimestre 2012 ed il primo trimestre dell’anno successivo le donne occupate in agricoltura passano da 45 mila a 17 mila (-28 mila unità, ovvero -62%). L‘89% delle donne occupate in agricoltura è alle dipendenze. L’occupazione nel terziario è in diminuzione sia nel breve che nel medio periodo, ma non per le attività che riguardano il commercio e gli alberghi. Probabilmente, il calo dei consumi e  della domanda interna ha spiazzato i piccoli esercenti, ma l’affermansi di numerosi punti vendita della grande distribuzione e dei centri commerciali ha compensato la perdita occupazionale dei primi. Nel 2012 il terziario ha assorbito 411 mila lavoratori, il 73% dell’occupazione complessiva nella regione, contro un peso del 68% in Italia. Un terzo del totale degli occupati (135 mila unità) opera nel settore del commercio e degli alberghi. In questo comparto l’incidenza dell’occupazione femminile (43%) ha un peso analogo a quello dell‘agricoltura, confermando la forte segregazione occupazionale e la dualità che ancora caratterizza l’occupazione femminile con una presenza cospicua nei settori primario e terziario e nei lavori alle dipendenze ed un peso molto basso nel settore secondario e nei lavori autonomi. Il settore nel complesso subisce una contrazione di 17 mila posti di lavoro negli ultimi quattro anni (-4%), di cui 7 mila solo tra il 2011 e il 2012 (-1,6%). L’inizio del nuovo anno segna un ulteriore calo di 14 mila addetti (-3,5%) tra il primo trimestre 2012 e lo stesso periodo del 2013. 

In forte regressione è anche la spesa dei turisti stranieri in regione che ha subìto un calo di circa un quinto nel corso del 2012, registrando il livello più basso dall’inizio della crisi. La conseguenza è un’ ulteriore perdita di quota della spesa dei turisti stranieri nella regione sul totale italiano: appena lo 0,5%. Né sembrano arrivare segnali incoraggianti dai visitatori dei musei e delle aree archeologiche regionali, nonostante esse occupino in Calabria circa 4 mila ettari sparsi in 61 Comuni. Nel corso del 2012 i visitatori paganti (solo 12 mila a fronte degli oltre 190 mila non paganti) hanno subito un calo di oltre il 18%, mentre gli incassi complessivi sono inferiori a 25 mila euro. La valorizzazione economica dei beni culturali e archeologici rappresenta ancora oggi una grande occasione mancata per sviluppare forme di economie legate alla cultura con conseguenti creazioni di bacini occupazionali qualificati oltre agli impatti più direttamente connessi ai processi di identità e culturali. In controtendenza al traffico internazionale di transhipment il porto di Gioia Tauro ha registrato nel 2012 un‘importante crescita, pari a +18%, raggiungendo i 2,7 milioni di TEUs movimentati, confermandosi, così, il principale porto italiano in termini di quote di mercato di TEUs movimentati in Italia (28, 5%).

 8. Tasso di occupazione al minimo storico

Nel primo trimestre 2013 il tasso di occupazione ha raggiunto il suo minimo storico, sia inCalabria (38%), che nel Mezzogiorno (42%) ed in Italia (55%): il valore più basso degliultimi otto anni. Il peggioramento dell’indicatore è dunque tale da distanziare la Calabria dalla situazione media italiana di 17 punti percentuali e di quattro da quella dell’insieme delle regioni meridionali. Nel 2012 un tasso di occupazione al 41,6% segnava già una riduzione di circa un punto percentuale rispetto al 2011 (tabella 8). Nei primi tre mesi del nuovo anno, tuttavia, la caduta si è rivelata più brusca, con una differenza di oltre 2 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Queste tendenze sono comuni al resto d‘Italia, perché è l’intero Paese ad essere in difficoltà, ma in Calabria, per la debolezza della sua economia e la dipendenza dai flussi di spesa pubblica che si rivelano sempre più contenuti, assumono intensità più elevata: attualmente in Calabria solo 38 persone ogni 100 in età lavorativa ha un’occupazione, mentre ve ne sono 64 ogni 100 al Nord. L’ampliamento della forbice rispetto alle altre aree del Paese si realizza tra la fine del 2012 ed i primi tre mesi del 2013, dopo un anno in cui la situazione calabrese si stava avvicinando progressivamente a quella media meridionale. Tra le regioni del Mezzogiorno l’Abruzzo supera il tasso di occupazione medio meridionale, mentre la Calabria e la Campania raggiungono l’ultimo posto nella graduatoria decrescente dell’indice, rispettivamente nel primo trimestre 2013 e nella media del 2012.

9. La disoccupazione: incrementi da capogiro

La disoccupazione è un problema drammatico in quanto non né soltanto un problema economico, di mancato impiego di risorse, ma anche fonte di esclusione sociale, di dipendenza e “di mortificazione civile: genera frustrazione, sbandamento e a volte angoscia di vivere” (Sylos Labini 1990: 265). Questa drammatica mortificazione civile mostra, in generale nel Paese e con particolare intensità in Calabria, incrementi da capogiro: tra il 2011 ed il 2012 le persone in cerca di occupazione sono aumentate del 61%, passando da 84 mila a 135 mila . La differenza rispetto all’Italia nel tasso di crescita della disoccupazione, pure eccezionalissimo, è stato di 30 punti percentuali.  Nei primi tre mesi del 2013, inoltre, il livello della disoccupazione in Calabria raggiunge le 168 mila unità, 33 mila in più rispetto alla media dell’anno precedente e 35 mila in più rispetto allo stesso periodo del 2013 (+27%). La debolezza della Calabria cresce all’interno di un Paese in evidente difficoltà: in tutte le circoscrizioni territoriali gli incrementi sono altrettanto vistosi e non confrontabili con le dinamiche usuali del passato recente, a sottolineare l’eccezionalità della fase di recessione attualmente in corso. Colpiscono in maniera particolare le cifre che sintetizzano il confronto con la situazione di otto anni fa: in Calabria la disoccupazione è aumentata del 30%, ad un tasso più che doppio rispetto a quello del Mezzogiorno (12%), ma nelle aree più ricche del Paese il cambiamento è stato ancora più radicale, con tassi dell’80% al Nord e del 60% al Centro. La crescita della disoccupazione nel medio periodo in Italia supera quella calabrese di circa dieci punti percentuali. Queste cifre descrivono la situazione di grave difficoltà in cui versa l’intero Paese. L’intensificarsi della disoccupazione è un disagio generalizzato tra le aree e tra i sessi e procede a ritmi incalzanti tra i semestri. Si noti anche l’esplosione della disoccupazione femminile nella regione nel corso del 2012: +70% rispetto al 2011.  Questo eccezionale incremento delle persone in cerca di occupazione è la sommatoria di differenti fenomeni conseguenti alla fase di crisi: da un lato, i licenziamenti che determinano una maggiore presenza tra i disoccupati di coloro che precedentemente avevano un’occupazione e ora l’hanno persa, a causa della chiusura o del rallentamento dell’attività produttiva di imprese ed organizzazioni, dall’altro, l’entrata sul mercato del lavoro di persone precedentemente inattive, spinte dal bisogno di guadagnare un reddito.

Questo fenomeno, definito “effetto spinta” della crisi si è cominciato a manifestare durante il 2011, determinando già allora un’eccezionale crescita della disoccupazione e, contestualmente, una diminuzione delle persone nella condizione di inattività. Come è possibile notare dalla tabella 10, in corrispondenza dell’intensificarsi della disoccupazione si verifica una riduzione del numero di persone che rimangono fuori dal mercato del lavoro. Maggiore partecipazione e, contemporaneamente, minori opportunità di occupazione caratterizzano l’economia regionale nell’ultimo anno. In Calabria vi sono 41 mila persone inattive in meno tra il 2011 ed il 2012 (-6%), che rappresentano l’80% dell’incremento della disoccupazione nel periodo e 12 mila in meno (-1,8%) tra il primo trimestre 2012 ed il primo trimestre 2013, corrispondenti al 30% dell’aumento delle persone in cerca di occupazione. L’aumento del tasso di disoccupazione nel corso degli ultimi cinque trimestri è stato vertiginoso. La percentuale di forza lavoro inoccupata è passata dal 12,7% del 2011 al 19,3% del 2012 e nei primi tre mesi del 2013 ha toccato l’apice del 24,5%: un tasso di disoccupazione così elevato non è riscontrabile nell’ultimo ventennio. Dal 1993 il massimo tasso di disoccupazione era stato raggiunto nel 1999 (21%). Andamenti in ascesa del tutto simili a quelli regionali si verificano anche a livello meridionale e nazionale (figura 7), anche se le distanze tra la Calabria ed il resto del Paese, che nel complesso vive una situazione molto preoccupante sul piano della carenza di lavoro, rimarcano la drammaticità dell’accentuazione del fenomeno a livello regionale: nella regione un quarto della forza lavoro non trova occupazione, un quinto nel Mezzogiorno ed un sesto in Italia. Il tasso di disoccupazione regionale è attualmente quasi il doppio di quello italiano (12,7% nel primo trimestre 2013 e 10,7 in media nel 2012), ma anche di quello calabrese di otto anni fa (14,3%): un netto peggioramento sia in termini di confronti territoriali che diacronici. Il forte aumento del tasso di disoccupazione ha riguardato sia le donne (dal 22% nel primo trimestre 2012 al 26,5% nel primo trimestre 2013) che gli uomini (dal 17 al 23%), con la conseguenza che il tasso di disoccupazione femminile in Calabria è ormai il doppio di quello maschile ed il doppio di quello nazionale.

10. Maggiore partecipazione al mercato del lavoro, ma non nel medio periodo

La maggiore partecipazione al mercato del lavoro, per effetto da un lato dell’uscita dalla condizione di inattività e dall’altro per la crescita della disoccupazione, è stato un carattere forte della congiuntura dell’ultimo biennio che rispecchia l’effetto “spinta” della crisi, ovvero la maggiore determinazione della popolazione ad attivarsi nella ricerca di un lavoro. Nel 2012 le forze di lavoro regionali sono aumentate di 51 mila unità (+6%) e nel primo trimestre 2013 se ne contano 4 mila in più rispetto agli stessi mesi dell’anno precedente, una variazione in termini relativi molto esigua (+0,6%). L’offerta di lavoro nella regione conta dunque complessivamente 702 mila persone in riferimento alla media annua 2012, di cui 269 donne (il 38,3%). Va notato che, mentre nel corso del 2012 l’impulso maggiore alla crescita della forza lavoro è venuto dalla componente femminile (+8,7%), nel primo trimestre 2013 si osserva una diminuzione delle donne che partecipano al mercato del lavoro: probabilmente  comincia a prevalere un effetto scoraggiamento derivante dall’incalzare della crisi e dal progressivo deteriorarsi delle condizioni sul mercato del lavoro che rendono sempre più difficile la ricerca di un’occupazione. La mancanza di politiche attive di welfare ed a sostegno delle famiglie, da un lato, e la dinamica negativa dell’occupazione, dall’altro, non lasciano ben sperare sulla concreta possibilità di inserimento nel mercato del lavoro da parte delle donne. Nei primi tre mesi dell‘anno il rallentamento della crescita delle forze di lavoro è un andamento diffuso sul territorio nazionale.

Anche nel medio periodo, confrontando i dati recenti con quelli del 2004, è possibile notare un abbassamento del livello della partecipazione al mercato del lavoro: neppure la spinta all’uscita dall’inattività provocata dalla crisi economica e dall’erosione del potere d’acquisto della popolazione ha consentito di ripristinare i livelli di inizio secolo. I dati danno conto di 22 mila persone in meno negli otto anni considerati (-3%), rappresentate da 29 mila maschi in meno (-6,3%) e 7 mila donne in più (+2,7%). Nell’ultimo anno, invece, la maggiore partecipazione al mercato del lavoro accomuna tutte le circoscrizioni territoriali, sebbene la dinamica a livello regionale continui a rivelarsi, concordemente agli andamenti dell’ultimo biennio, più sostenuta rispetto sia alla media nazionale (+2,3% nel 2012 e + 0,2% nel primo trimestre 2013) che a quella del Mezzogiorno (+3,7% e +0,2% rispettivamente). L’evoluzione delle forze di lavoro si riflette nell’andamento del tasso di attività che nel medio periodo, dal 2004 ad oggi, mostra un ampliamento del divario tra la regione ed il Paese nel suo insieme, come evidenziato dalla figura 8. La forbice tra il tasso di attività regionale e quello medio italiano si è andata, tuttavia, attenuando nell’ultimo biennio: nel 2012, ogni 100 persone 41 partecipano attivamente al mercato del lavoro, contro i 42 in media del Mezzogiorno ed i 49 dell’Italia. Dal 2004 al 2012 è inoltre possibile notare una tendenziale riduzione delle differenze di genere nella partecipazione al mercato del lavoro sia in Italia che in Calabria, per quanto ancora il gap tra i sessi risulti elevato se confrontato con la media di altri Paesi europei. Questa tendenza è proseguita nell’ultimo anno a livello nazionale, dove la differenza di genere nel tasso di attività si è ridotta di un punto percentuale, arrivando a misurare 20 punti percentuali di distanza, mentre nella regione il divario si è mantenuto sostanzialmente stabile a 22 punti percentuali (erano 26 nel 2004).

 Le considerazioni relative all’aumento della partecipazione al mercato del lavoro dettata dalle necessità di trovare lavoro per effetto dell’inasprirsi della crisi economica trovano specularità nell’andamento del tasso di inattività regionale, che nell’ultimo biennio è in continua diminuzione, tanto da recuperare nel 2012 la distanza rispetto all’insieme delle regioni del Mezzogiorno (figura 11). Tra il 2011 ed il 2012 il tasso di inattività in Calabria si riduce di tre punti percentuali, passando dal 62% al 59%. Le considerazioni relative all’aumento della partecipazione al mercato del lavoro dettata dalle necessità di trovare lavoro per effetto dell’inasprirsi della crisi economica trovano specularità nell’andamento del tasso di inattività regionale, che nell’ultimo biennio è in continua diminuzione, tanto da recuperare nel 2012 la distanza rispetto all’insieme delle regioni del Mezzogiorno (figura 11). Tra il 2011 ed il 2012 il tasso di inattività in Calabria si riduce di tre punti percentuali, passando dal 62% al 59%.

11. La cassa integrazione guadagni triplica rispetto agli anni pre-crisi

Nel corso del 2012 i casi di crisi strutturale e non transitoria delle attività produttive sono cresciute, mentre i primi quattro mesi del nuovo anno si caratterizzano per l’aumento degli episodi di difficoltà transitorie e più legate al ciclo congiunturale. Ciò è deducibile dall’aumento del numero di ore concesse di cassa integrazione straordinaria durante il 2012 rispetto agli andamenti dell’anno precedente (+16,5%). Nei primi quattro mesi del 2013 la cassa integrazione guadagni risulta in crescita relativamente agli interventi ordinari (+30,7%), mentre si attenuano quelli straordinari (-11,7%). Ciononostante, l’incidenza degli interventi straordinari sul totale delle ore concesse rimane predominante, assorbendo da sola la metà degli interventi complessivi. La caratteristica più marcata degli andamenti recenti della cassa integrazione è tuttavia la forte riduzione degli interventi in deroga che si è manifestata nel corso del 2012 (-41%) e che è proseguita nei primi quattro mesi del 2013 (-42,5%). Nel complesso, la dinamica delle diverse tipologie di intervento ha determinato una riduzione delle ore concesse sia nel 2012 (-16,4%) che nel primo quadrimestre del nuovo anno (-12,7%), anche se l’entità del ricorso a questo ammortizzatore sociale rivela tutta la gravità dell’affanno con cui l’economia regionale cerca di affrontare la crisi attuale: il numero di ore di cassa integrazione erogate nel 2012 è quasi il triplo di quello concesso in media negli anni pre-crisi (2005-2007).

12. Solo un giovane su quattro ha un’occupazione

Un aspetto rilevante delle analisi congiunturali riguarda l’osservazione delle dinamiche del mercato del lavoro in relazione alla componente più giovane della forza lavoro. Sfortunatamente, le possibilità di ottenere un’occupazione per i giovani si è fortemente ridotta negli ultimi anni : il tasso di occupazione per i lavoratori della fascia di età compresa tra i 18 ed i 29 anni è diminuito in Calabria di quattro punti percentuali tra il 2008 (29,2%) ed il 2012 (25,4%). Attualmente, solo un giovane su quattro ha un’occupazione in Calabria (figura 12), mentre al Nord è un giovane su due. Nella regione il calo del tasso di occupazione giovanile ha riguardato nel 2012 la componente maschile (-0,2 punti percentuali) ed è risultato in crescita per le donne. Nelle macroregioni italiane, invece, la riduzione è stata generalizzata, anche se con una maggiore accentuazione per gli uomini, ed in misura maggiore al Nord ed al Centro che non al Sud. La penuria dei posti di lavoro ha colpito maggiormente i giovani maschi col titolo di studio più basso: i giovani con il solo titolo di scuola media hanno un tasso di occupazione quattro punti percentuali più basso del 2011 e pari ad otto punti percentuali in meno rispetto al 2008. Al contrario, per i giovani con i titoli di studio più elevati (laurea e post-laurea), l’andamento congiunturale è favorevole, con un aumento del tasso di occupazione di circa 3 punti percentuali. In questo segmento, il tasso di occupazione maschile raggiunge in Calabria il 71% per gli uomini (è l’80% al Nord) ed il 61% per le donne (74% al Nord), che guadagnano quattro punti percentuali rispetto al dato del 2011 e due rispetto al 2008. Cresce, inoltre, di ben quattro punti percentuali nell’ultimo anno il gap tra giovani laureati e diplomati: in Calabria a fronte di un tasso di occupazione dei laureati del 65% (62% nel 2011), quello dei diplomati è del 47% (48% nel 2011). Di contro, il tasso di disoccupazione dei giovani adulti under-30 è cresciuto in Calabria, di ben 11 punti percentuali solo nell’ultimo anno, passando dal 28% del 2011 al 39% nel 2012. Dal 2008 ad oggi il tasso di disoccupazione giovanile ha compiuto un salto di 13 punti percentuali. Attualmente, dunque, due giovani calabresi ogni cinque sono disoccupati. L’aumento è stato vistoso in tutte le circoscrizioni territoriali, ma in particolare nelle regioni   del Mezzogiorno, dove l’indicatore ha raggiunto per la classe di età 18-29 anni il 37%, facendo ulteriormente dilatare i divari interni al Paese in termini di disagio giovanile.

 

SINTESI E CONCLUSIONI

Il 2012 è stato un anno di forti difficoltà per l’economia regionale, che si sono accentuate nel corso del primo trimestre del 2013, come mostrano tutti gli indicatori congiunturali. La crisi che attraversa la regione si innesca nella più generale recessione del Paese, caratterizzata da decrescita e bassa produttività, da necessità di contenimento della spesa pubblica, calo dei consumi e degli investimenti, stretta creditizia. Nella regione i riflessi negativi del rallentamento dell’attività produttiva sull’occupazione hanno provocato, insieme alle politiche fiscali restrittive, un’accentuata flessione della domanda interna, causando conseguenze ancora più severe di quelle già gravissime osservabili a livello nazionale: per una regione poco presente sui mercati internazionali il mercato domestico rappresenta il fulcro vitale della propria economia. Per effetto della eccezionale restrizione della base occupazionale le condizioni di reddito e dunque di consumo delle famiglie sono drasticamente peggiorate e, d’altro canto, il calo della capacità produttiva utilizzata e le tensioni creditizie che hanno colpito in misura maggiore le piccole imprese, predominanti nel tessuto produttivo calabrese, hanno fatto collassare gli investimenti. L’impatto sociale della crisi è durissimo: la disoccupazione esplode. Le imprese rispondono al calo di attività produttiva e di vendite con un minore impiego di forza lavoro che dunque fuoriesce dai circuiti produttivi, mentre aumenta il numero di persone precedentemente inattive che spinte dalla necessità di conseguire un reddito si presentano sul mercato del lavoro. In questo quadro le giovani generazioni subiscono più degli altri segmenti della popolazione i contraccolpi negativi della crisi: le occasioni di ottenere o mantenere un’occupazione per i giovani continuano a ridursi e si affievoliscono ulteriormente per chi ha un titolo di studio più basso, mentre l’occupazione per i giovani laureati è in crescita segnalando come l’investimento nei livelli più alti dell’istruzione sia in grado di contrastare le tendenze negative della domanda di lavoro. La Calabria soffre le stesse difficoltà economiche e sociali che attraversano l’Italia in questo momento, sebbene con forti penalizzazioni aggiuntive. Un limite addizionale evidente è l’incapacità di catturare la ripresa della domanda estera e trovare nei circuiti internazionali l’elemento trainante delle produzioni regionali. Mentre, infatti, all’interno delle tinte fosche del quadro congiunturale italiano la domanda estera ha ripreso dopo molti anni il ruolo di principale motore della crescita, la stagnazione delle esportazioni regionali ad un livello bassissimo preclude la possibilità all’economia locale di attenuare e contrastare la profondità della recessione agganciandosi alla ripresa di dinamismo dei mercati internazionali. La crisi evidenzia dunque le fragilità di un sistema economico in affanno, ma anche gli aspetti cruciali sui quali è urgente intervenire per salvare l’economia. L’analisi congiunturale suggerisce che una politica di ripresa economica deve essere orientata in modo coordinato sul circolo lavoro- welfare – istruzione – innovazione – competitività. Questi aspetti sono indissolubilmente legati. L’attenzione a preservare ed accrescere le opportunità di lavoro è indispensabile per sostenere la domanda interna e dare vita a politiche per la crescita non orientate alla sola austerità. Maggiori occasioni di lavoro, più reddito, sostegno ai consumi, evitando le derive di un ritorno alla spesa pubblica indiscriminata, consentono di alimentare una domanda interna vitale per l’economia del territorio. La crescita economica in un paese avanzato deve tuttavia accompagnarsi ad un’idea di progresso in cui il benessere economico si associ a livelli essenziali di qualità della vita: la tutela della salute, dell’istruzione ed il sostegno alle famiglie sono ingredienti imprescindibili per una crescita compatibile con il progresso civile e sociale. E’ opinione condivisa da diversi economisti che non si possa puntare ad un rilancio dell’economia attraverso tagli della spesa pubblica che annientano il welfare: al contrario, i tagli al welfare costituiscono un pericolo per lo sviluppo del sistema economico ed una minaccia di degenerazione delle crisi economiche in crisi sociali (Rossi, 2013; Muller 2013). La strada deve essere altra e la visione più lunga, con lo sguardo puntato sul potenziamento delle conoscenze. Le politiche dell’istruzione sono ormai da tempo considerate “politiche per lo sviluppo”, per i rendimenti sociali oltre che privati dell’istruzione. Individui più istruiti non solo hanno accesso a lavori migliori e più redditizi, ma sono anche più attenti alla salute, alla cittadinanza attiva, alla tolleranza, al rispetto delle regole e degli altri “beni collettivi”. Ciò determina anche il possibile contenimento delle spese pubbliche per la sanità, la sicurezza, la tutela della convivenza civile, con minore tendenza alle devianze ed alla criminalità. Scuole ed università di qualità favoriscono la formazione di migliori professionisti ed esperti, con più estesa produttività e competenza. I dati analizzati nel Rapporto evidenziano come l’investimento nella fascia più elevata dell’istruzione (laurea e post-laurea) consenta ai giovani anche in una regione fortemente deficitaria di occasioni di lavoro di trovare occupazione in crescita. L’istruzione è il tassello fondamentale per l’innovazione e dunque per lo sviluppo economico attraverso l’aumento della competitività. L’istruzione ed il potenziamento delle conoscenze potrebbe essere, dunque, anche il sentiero percorribile per accrescere la presenza dei prodotti regionali sui mercati internazionali, dando alla Calabria la possibilità futura di trarre vantaggio dalle spinte dinamiche della domanda estera e uscire più rapidamente e senza affanno dalle fasi di crisi economica.

 

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