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LE BANCHE E L’EUROPA

Per superare il malessere economico dell’Ue serve una maggiore integrazione, a partire da un’unione bancaria supervisionata dalla Bce. Per realizzare un’unione bancaria servono regole uniformi per la risoluzione delle istituzioni finanziarie insolventi e qui si sono bloccate le trattative.
La Germania si oppone al nuovo meccanismo di risoluzione delle crisi bancarie proposto dalla Commissione, raccogliendo consenso morale e politico in patria grazie alla raffigurazione di questa posizione come uno sforzo per proteggere i suoi contribuenti: perché le formiche tedesche dovrebbero pagare per le cicale del Sud Europa?

In realtà l’atteggiamento tedesco è un espediente dietro cui si cela un comportamento ostile alla concorrenza, perché il governo di Berlino sovvenziona le banche e le industrie nazionali a spese di tutti gli altri, compresi gli stessi contribuenti tedeschi.

Il mercato comune è il più grande successo della politica economica europea del dopoguerra: ha rafforzato la crescita economica e incoraggiato l’interscambio culturale. Ma un mercato comune esige regole uguali per tutti e la Commissione si è impegnata a fondo, nel corso degli anni, per garantire condizioni di questo tipo in molti settori.

Finora l’eccezione più importante è stato il settore bancario. L’unione bancaria che sta emergendo non è solo il primo passo verso un’unione di bilancio, è anche il passo finale verso il completamento del mercato comune. Senza un unico meccanismo di risoluzione delle crisi bancarie che garantisca regole del gioco uguali per tutti, il mercato comune resterà incompiuto.

In teoria, le regole bancarie nell’Ue sono le stesse per tutti gli Stati membri. In pratica, la loro implementazione fino a poco tempo fa era lasciata alle autorità di regolamentazione nazionali, che applicavano criteri diversi. Soprattutto, mentre in altri settori gli aiuti di Stato sono proibiti, nel settore bancario sono accettati: non solo quelli espliciti, come il salvataggio di numerose Landesbanken operato dal governo tedesco dopo la crisi dei mutui subprime in America, ma anche quelli impliciti. Certi banchieri francesi si vantano di avere il sostegno del governo di Parigi, che non consentirà mai il fallimento del loro istituto.

Purtroppo non è un problema che riguarda solo Francia o Germania. Tutti gli operatori di mercato sanno che i governi dell’Ue non lasceranno mai che le loro grandi banche dichiarino bancarotta. Questo sussidio implicito non solo costa miliardi di euro ai contribuenti di ogni Paese, ma distorce anche la concorrenza, perché non tutti i sussidi impliciti sono creati uguali. Indipendentemente dai suoi fondamentali, una banca tedesca sarà considerata più sicura di una banca italiana perché la garanzia implicita del governo tedesco vale molto di più di quella del governo italiano. Il risultato è che per le banche tedesche il costo della provvista è molto più basso e la redditività – a parità di altri fattori – molto più alta. Nella misura in cui questo minor costo si traduce in sconti per i clienti, anche le aziende tedesche godranno di un costo del capitale inferiore, ottenendo un vantaggio iniquo rispetto ai loro concorrenti europei. Un modo per evitare questa distorsione sarebbe creare un meccanismo per salvare tutte le banche con soldi europei. Ma un approccio di questo tipo, oltre a pesare soprattutto sui contribuenti tedeschi, creerebbe anche incentivi perversi nell’intero sistema bancario europeo, ingigantendo l’instabilità.

L’alternativa preferita è creare un meccanismo di risoluzione unico, che si applicherebbe a tutta l’Europa. Un meccanismo di questo tipo farebbe venir meno la necessità di un intervento dello Stato. La proposta avanzata da Michel Barnier, commissario europeo per il Mercato interno e i servizi, è uno sforzo per implementare questa soluzione. Prevede un unico meccanismo di risoluzione per tutte le banche europee, che impone che a farsi carico delle perdite, prima di ricorrere ai soldi pubblici, siano gli azionisti, gli obbligazionisti e i grandi depositanti. Per garantire finanziamento a breve termine a una banca durante una ristrutturazione, il piano della Commissione prevede la creazione di un fondo europeo, in modo da mettere tutti gli istituti su un piede di parità. La proposta della Commissione è tutt’altro che perfetta: dopo aver spazzato via gli azionisti e imposto ai creditori una sforbiciata dell’8 per cento, il fondo europeo si trasforma in un fondo di salvataggio, giustificando in parte i timori della Germania. Inoltre, non c’è alcun divieto esplicito di salvataggi da parte dei governi. Resta comunque un passo nella direzione giusta: le critiche della Germania dovrebbero puntare a migliorare la proposta, non ad affossarla. I contribuenti tedeschi hanno pagato a caro prezzo gli errori delle loro banche. Nel 2008, quando si scoprì che le Landesbanken erano imbottite di mutui subprime americani, il governo di Berlino intervenne a salvarle con uno stanziamento di 500 miliardi di euro a spese dei contribuenti. Nel 2010, quando le banche tedesche erano molto esposte – per qualcosa come 535 miliardi di euro – verso i titoli di Stato di Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna, i contribuenti europei e la Bce diedero una mano a riportare a casa buona parte di quel denaro. La minaccia più seria per i contribuenti tedeschi non è la dissipatezza del sud Europa, ma le banche teutoniche.

Da questo punto di vista l’unione bancaria non è un complotto per caricare sulle spalle dei tedeschi le perdite delle banche del Sud Europa che dichiarano bancarotta, ma un meccanismo per costringere tutte le banche (comprese quelle teutoniche) a farsi carico dei propri errori, riducendo l’onere per i contribuenti di ogni Paese.

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