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DRAGHI E LA BCE

di Marco Onado – Il Sole 24 Ore -

La frase di Draghi di un anno fa è ormai entrata nella storia delle banche centrali: con tre sole parole, assicurando che la Bce avrebbe fatto «tutto il necessario» per salvare l’unione monetaria ha consentito all’Europa di superare una delle fasi più delicate della crisi, tanto che gli acquisti di titoli a lungo termine (le operazioni Omt), che erano stati annunciati subito dopo, non sono stati ancora posti in essere. La prova inoppugnabile di quanto l’annuncio di allora abbia avuto successo: come se un generale vincesse la battaglia solo schierando le armi di grosso calibro, ma senza sparare un colpo. Ma c’erano altre tre parole che accompagnavano l’impegno della Bce: within its mandate, cioè «nell’ambito del proprio mandato», dietro cui si celava l’aspro dibattito che fino a quel momento aveva bloccato le manovre aggressive e non ortodosse di risposta alla crisi, che altre banche centrali, a cominciare dalla Fed americana, avevano posto in essere fin dai giorni del dissesto di Lehman Brothers, cioè dalla fine del 2008. Il grande merito di Draghi è stato quello di spostare sempre un po’ più avanti la frontiera del dibattito politico europeo, gestendo le resistenze dei Paesi centrali di Eurolandia, senza creare fratture insanabili all’interno degli organi di governo di Francoforte, anche se a prezzo di un’opposizione esplicita da parte di una fetta consistente della politica tedesca, come dimostra il fatto che proprio le operazioni Omt sono in discussione alla Corte costituzionale di Karlsruhe.

Le tensioni politiche che ancora circondano il mandato della Bce, a distanza di quattro anni dall’inizio della fase europea della crisi, sono dimostrate dal fatto che dopo che all’inizio del mese la Bce (con voto unanime del Consiglio direttivo) aveva annunciato che avrebbe mantenuto i tassi chiave ad un livello vicino o inferiore a quello attuale «per un periodo di tempo prolungato» ha in qualche modo corretto il tiro, dopo che varie autorità tedesche avevano lamentato che la Bce «non può legarsi all’albero della nave come Ulisse», quasi che le richieste poste dai numeri drammatici della produzione e dell’occupazione, fossero le sirene del peccato e della perdizione.

Non per questo, Draghi ha rinunciato alla sua azione innovativa e proprio in questi giorni ha messo a segno un altro importante passo avanti, con la decisione di ampliare i requisiti per l’ammissione di titoli accettati a garanzia dei prestiti concessi alle banche e in particolare di «proseguire nello studio» su come inserire in questa categoria titoli legati alla cartolarizzazione di prestiti a piccole e medie imprese.

Ancora una volta, ai segnali positivi (i nuovi requisiti dovrebbero portare a qualche miliardo di liquidità in più per le banche italiane e spagnole) si accompagnano quelli negativi: il piano per il credito alle imprese non è ancora operativo, soprattutto a causa dell’ossessione tedesca di bloccare ogni canale finanziario che solo lontanamente possa essere sospettato di far affluire risorse dal centro alla periferia. Il tutto in spregio non solo della storia e della teoria delle banche centrali (assumere rischi nella forma di credito alle imprese per il tramite delle banche è stato praticato dai tempi di Bagehot, cioè dall’Ottocento), ma soprattutto della gravità di questa fase della crisi.

In un recente discorso, un autorevole membro del Direttivo di Francoforte, Benoît Coeuré, ha affermato che «rivitalizzare la crescita del credito è oggi una delle esigenze più urgenti per l’area dell’euro» e ha ricordato con dovizia di dati lo scarto inaccettabile fra lo straordinario impegno di Francoforte a favore delle banche europee e un credit crunch che sta assumendo forme via via più gravi soprattutto nei Paesi periferici, Italia compresa. Alla base di questa fondamentale contraddizione – ha aggiunto – vi è il problema non ancora risolto dello stato effettivo di salute delle banche europee. Ne viene come conseguenza che «risanare il sistema bancario – come è stato fatto subito negli Stati Uniti – non è soltanto desiderabile, ma è una condizione per uscire dalla crisi».

Ma risanare il sistema bancario europeo non è un compito facile. Il sistema è troppo grande rispetto alle dimensioni dell’economia sottostante (cinque volte in proporzione al Pil rispetto a quello americano) e nonostante un significativo sforzo di ricapitalizzazione degli ultimi anni, ancora troppo fragile rispetto ad una qualità dell’attivo incerta sia per l’eccessiva discrezionalità concessa ai singoli istituti nella valutazione dei titoli, sia per le incognite che gravano sull’orizzonte economico e quindi sul grado di esigibilità dei crediti. Non a caso, nella media il rapporto fra prezzi di borsa e valori contabili è inferiore all’unità con punte anche sotto il cinquanta per cento, il che significa, come perfidamente nota l’Economist, che il mercato valuta le banche europee più da morte che da vive.

La risposta, come si sa, sta nella realizzazione di una vera unione bancaria, con l’accentramento a Francoforte dei poteri di vigilanza e con i suoi corollari di un meccanismo europeo di risoluzione delle crisi e di un’assicurazione omogenea dei depositi. Ma anche su questo punto, permangono gravi incertezze: non solo il compromesso raggiunto recentemente presenta vari elementi di debolezza rispetto al disegno originario, ma soprattutto ha già ricevuto forti critiche dal governo tedesco, che non fanno presagire nulla di buono sul suo cammino futuro. E poiché da questo punto di vista le banche tedesche non sono affatto le migliori d’Europa, dietro le resistenze di Berlino ci sono molto più interessi protezionistici che la vecchia favola della difesa delle laboriose formiche teutoniche.

Insomma: da quando Mario Draghi ha pronunciato le tre parole magiche, i mercati si sono placati, perché attendevano da tempo un segnale che sarebbero state usate misure di carattere straordinario. Ma l’esperienza di quest’anno ha dimostrato quanto forti siano le resistenze ad includere nell’arsenale del «tutto il necessario» armi non convenzionali o anche quelle, come l’unione bancaria, che sono la naturale e logica integrazione dell’unione monetaria. O, se si preferisce, la Bce ha fatto tutto il necessario, la politica europea ancora no.

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