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IL DISSESTO IDROGEOLOGICO

Riduzione del Rischio

L’Associazione Nazionale Bonifiche e Irrigazioni, fedele ad un impegno istituzionale di offrire contributi di conoscenza e di proposte per la difesa idraulica del territorio del nostro Paese, ha provveduto ad aggiornare al 2013 la proposta per un piano di interventi per la riduzione del rischio idrogeologico, la cui prima elaborazione risale all’anno 2010.

Peraltro la circostanza che tra le priorità strategiche per l’economia del Paese non è stato finora considerato il problema della diffusa fragilità del territorio con il riconoscimento della conseguente imprescindibile esigenza di azioni mirate a metterlo in sicurezza attraverso una costante azione di manutenzione che garantisca, con la riduzione del rischio idrogeologico, quelle condizioni di conservazione del suolo indispensabili alla vita civile ed alle attività produttive, suggerisce all’ANBI di intervenire sul tema ancora una volta.

L’Associazione Nazionale Bonifiche e Irrigazioni, che rappresenta i Consorzi di bonifica e di irrigazione operanti nel nostro Paese, avverte infatti fortemente l’esigenza di sottolineare, al nuovo Governo costituito ed al Parlamento di recente eletto, la necessità che nell’auspicata politica di rinnovamento possa effettivamente verificarsi quell’indispensabile cambiamento nella politica del territorio, che richiede un impegno operativo serio e costante sia sul piano delle azioni che su quello delle regole comportamentali, e ciò per garantire la mitigazione del rischio idrogeologico.

I dati conoscitivi sulla vulnerabilità del territorio del nostro Paese non mancano in quanto frutto di studi recenti ed attenti di qualificate istituzioni. Sono altresì note le indispensabili azioni di manutenzione, volte a garantire l’efficienza dei sistemi di scolo, la regimazione delle reti di deflusso superficiale, la riduzione delle interferenze antropiche, il corretto uso del suolo. E’ necessario pertanto unanime volontà del Governo e del Parlamento che ne condividano la necessità ed assumano i relativi provvedimenti.

Non è sufficiente, come è avvenuto nel recente passato, che siano stipulati accordi di programma tra Stato e Regioni, rimasti inattuati giacché le previste risorse sono state destinate ad altre finalità. Al Parlamento di recente eletto si rivolge quindi un appello speciale perché nell’auspicata fase di cambiamento si possa apportare alla politica del territorio una fondamentale innovazione consistente nell’individuazione, non già di mega progetti, bensì nella definizione di un concreto piano di riduzione del rischio idraulico, che possa essere effettivamente realizzato.

In proposito si ricorda che la legge di stabilità 2013 (24 dicembre 2012, n. 228) in tab. E, tra gli importi da iscrivere in bilancio in relazione alle autorizzazioni di spesa a carattere pluriennale in conto capitale, dispone un rifinanziamento di 160 milioni di euro per l’anno 2013 per il D.L. n. 148/1993, convertito con modificazioni dalla legge n. 2361/1993, art. 3: interventi nei settori della manutenzione idraulica e forestale. Tali risorse dovrebbero essere utilizzate proprio per le finalità indicate nella presente proposta di piano.

Inoltre non dovrebbe mancare la destinazione al settore di risorse europee (PAC 2014-2020) secondo le linee già emerse anche in occasione dell’elaborazione degli indirizzi per l’”Accordo di partenariato” e di Programmi operativi secondo il documento elaborato dal Ministro per la Coesione Territoriale d’intesa con i Ministri del Lavoro e delle Politiche Sociali e delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, responsabili per tre dei quattro Fondi che alimentano la politica di coesione. A tal fine è necessario evitare quegli slogan che in passato hanno voluto giustificare una situazione di stallo, consistenti nel denunciare la molteplicità dei soggetti competenti e quindi il blocco dell’operatività. Si tratta di affermazioni semplicistiche e non sempre corrette atteso che occorre distinguere i momenti istituzionali di programmazione da quelli di gestione ossia di realizzazione delle opere. Atteso che in tutte quelle azioni che hanno collegamento con le acque e con il loro regime è necessario operare per bacini idrografici e non già per ambiti amministrativi, occorre tener conto delle competenze di quegli enti i cui ambiti territoriali sono definiti idraulicamente sulla base di confini idrografici per il settore della difesa del suolo, mentre per quanto riguarda la pianificazione essa non può che competere alle Autorità di distretto idrografico (per le quali si attende ancora il provvedimento che ne disciplini l’organizzazione e le funzioni); per le azioni, i soggetti deputati alla realizzazione e gestione delle opere non possono che essere i Consorzi di bonifica e di irrigazione (i cui ambiti di operatività sono definiti da confini idrografici), di intesa con i Comuni, secondo le vigenti norme nazionali e regionali.

Come peraltro confermato anche dal Protocollo di Intesa Stato- Regioni del 18 settembre 2008, i Consorzi sono persone giuridiche pubbliche a struttura associativa, con una governance fondata sull’autogoverno dei consorziati contribuenti, a cui fanno carico le spese di funzionamento dei Consorzi e le spese per la manutenzione e gestione delle opere.

I Consorzi di bonifica e di irrigazione, forte espressione di sussidiarietà, che coprono il 50% del territorio del nostro Paese (oltre 17 milioni di ettari nei quali rientra tutta la pianura, la maggior parte della collina e una parte minore della montagna) hanno realizzato e provvedono alla manutenzione e all’esercizio di un immenso patrimonio di impianti, canali e altre infrastrutture destinate alla difesa del suolo (circa 200 mila chilometri di canali irrigui e di scolo, 800 impianti idrovori, 22 mila briglie, etc., come risulta dalle schede allegate).

Gli oneri di manutenzione ordinaria delle opere realizzate e gestite dai Consorzi sono a carico dei consorziati, obbligati a pagare annualmente contributi anche per la manutenzione di opere di scolo e di sollevamento delle acque. Nel 2012 sono ammontati a 566 milioni di euro gli importi versati ai Consorzi da parte di 7,7 milioni di contribuenti per la gestione delle opere di bonifica idraulica e di irrigazione.

Pertanto la manutenzione ordinaria è a carico dei privati consorziati, mentre occorrono risorse pubbliche per la manutenzione straordinaria necessaria ad adeguare gli impianti in relazione alla diffusa situazione di vulnerabilità del territorio, al singolare regime delle piogge ed alla necessità di ammodernamento di impianti realizzati già da molti anni, che siano in grado, di fronte alla profonda trasformazione subita dal territorio, di rispondere alle necessità di riduzione del rischio idrogeologico. Va altresì tenuto presente che i Consorzi hanno dato risposta tempestiva a quelle esigenze di riordino territoriale da tempo invocate per più settori. I Consorzi di bonifica, infatti, attraverso un intenso processo di fusioni ed incorporazioni, realizzato mediante norme regionali, sono attualmente 127 rispetto ai 250 degli anni settanta ed ai 180 del 1998. Nello stesso periodo il territorio sul quale i Consorzi operano non ha subito riduzioni (oltre il 50% del territorio nazionale) ma si è accresciuto. Si tratta pertanto di un significativo e serio processo di ammodernamento con connesse riduzioni di spesa.

 

I dati del dissesto idrogeologico: cause e interventi di riduzione

Il dissesto idrogeologico in Italia risulta diffuso. Interessa, secondo i dati ufficiali, l’82% dei Comuni. Nei rapporti ufficiali vengono raccolti dati che destano vivissima preoccupazione se si considera che la elevata criticità idrogeologica del territorio italiano determina che 6 milioni di persone abitano in un territorio ad alto rischio idrogeologico e 22 milioni in zone a rischio medio. Si calcola che 1 milione 260 mila edifici sono a rischio di frane ed alluvioni e, di questi, oltre 6 mila sono scuole mentre gli ospedali sono 531.

Una analisi compiuta dall’Istituto di Ricerca per la Protezione Idrogeologica del CNR, sugli eventi di frane ed inondazioni con vittime, rivela che tra il 1950 e 2012 si sono registrati 1.061 eventi di frana e 672 eventi di inondazione. Le vittime sono state oltre 9.000 e gli sfollati e senza tetto oltre 700.000. Tali eventi hanno avuto impatto sui beni privati e collettivi, sull’industria, sull’agricoltura, sul paesaggio e sul patrimonio artistico e culturale.

Secondo i dati ANCE-CRESME del 2012 tra il 1944 e il 2011 il danno economico prodotto in Italia dalle calamità naturali supera 240 miliardi di euro, con una media di circa 3,5 miliardi di euro all’anno. Le calamità idrogeologiche hanno contribuito per circa il 25% al danno complessivo. Le cause sono molteplici e concorrenti; alla variabilità climatica con il conseguente regime di piogge intense e concentrate nello spazio e nel tempo, si uniscono l’impetuosa urbanizzazione ed il disordine nell’uso del suolo, la mancata cura del territorio attraverso una costante manutenzione.

In generale molte delle calamità sono generate da eventi idrologici eccezionali (con ritorni di 30 anni e più) contro i quali non risulta possibile la prevenzione non solo tecnicamente ma anche economicamente attesi i costi enormi per realizzare opere idrauliche in grado di contenere fenomeni con ritorni 50 o 100 anni.

E’ però possibile ridurre l’impatto degli eventi eccezionali attraverso azioni volte a rinforzare i territori fragili, a provvedere alle manutenzioni finalizzate a consentire lo scolo e garantire la regolazione idraulica, ad assicurare il funzionamento degli impianti idrovori ed il consolidamento degli argini.  Si tratta in sostanza di provvedere alle necessarie e costanti azioni di manutenzione straordinaria del sistema idraulico. D’altra parte va ricordato che lo stabilirsi, nel territorio rurale, di impianti industriali, il diffondersi di insediamenti civili, lo svilupparsi di reti stradali e ferroviarie hanno accresciuto le esigenze di difesa idraulica del territorio, anche per effetto dell’impermeabilizzazione del suolo che ha modificato il regime delle acque superficiali, non più trattenute dal terreno agrario.

La fragilità del territorio risulta certamente aggravata dalla intensa urbanizzazione. Si stima che il consumo del suolo nel periodo 1990-2005 sia stato di oltre 244.000 ettari all’anno (circa due volte la superficie del Comune di Roma), in pratica oltre 668 ettari al giorno (circa 936 campi da calcio). La Commissione Europea, al riguardo, ha pubblicato uno studio sul tema “orientamenti in materia di buone pratiche per limitare, mitigare e compensare l’impermeabilizzazione del suolo”, cui tra gli altri ha contribuito anche l’ANBI.

L’impermeabilizzazione, considerata uno dei maggiori processi di degrado del suolo, è infatti un problema esistente in tutto il territorio europeo, uno dei continenti più urbanizzati al mondo. Si calcola che tra il 1990 e il 2006 in Europa si sia avuto un aumento delle aree di insediamento del 9% in media. Diventa quindi una priorità europea limitare e compensare l’impermeabilizzazione del suolo, impedendo la occupazione di altre aree verdi (riutilizzo siti dismessi, incentivi all’affitto di case non occupate, ecc.).

Va ricordata la forte pressione dell’impermeabilizzazione sulle risorse idriche. Un suolo può incamerare fino a 3.750 tonnellate di acqua per ettaro, o circa 400 mm di precipitazioni. L’impermeabilizzazione riduce l’assorbimento di pioggia nel suolo, in casi estremi impedendolo completamente. Viceversa l’infiltrazione di acqua piovana nei terreni talvolta fasi che essa impieghi più tempo per raggiungere i fiumi, riducendo la portata e quindi il rischio di inondazioni (mitigazione naturale delle alluvioni da parte del territorio).

Al fine di risolvere il problema del consumo del suolo, incidente molto negativamente sulla sicurezza idraulica, il Ministro delle Politiche Agricole Prof. Mario Catania ha presentato nel 2012 un disegno di legge con il quale sarebbe possibile contrastare il problema e ridurne in tempi brevi gli effetti. Negli ultimi 40 anni la superficie coltivata si è ridotta di circa il 28% arrivando a meno di 13 milioni di ettari. I fenomeni da contrastare sono la cementificazione selvaggia (principalmente nelle aree più fertili) e l’abbandono delle terre marginali da parte degli agricoltori. L’obiettivo che si vuole raggiungere è quello di fissare l’estensione massima di superficie edificabile sul territorio italiano. Viene introdotto il divieto per coloro che hanno ricevuto aiuti di Stato o comunitari di cambiare la destinazione agricola per almeno 5 anni dall’ultima erogazione pena una contravvenzione e la demolizione delle opere eventualmente costruite.

Si attribuisce priorità alla concessione di finanziamenti mirati al recupero dei nuclei abitati privati, per la ristrutturazione e restauro degli edifici esistenti e la conservazione ambientale del territorio. Tali azioni consentirebbero il vantaggio di limitare la perdita di terreni agricoli, aumentando le produzioni agricole e l’approvvigionamento alimentare, ridurrebbe l’alterazione del paesaggio incentivando la riqualificazione dei piccoli borghi rurali, assicurerebbe la tutela dell’ecosistema, aumentando da un lato la capacità del suolo di assorbire CO2, e limitando dall’altro le alterazioni dell’assetto idraulico ed idrogeologico del territorio. Si auspica che il nuovo Parlamento possa valutare positivamente tale disegno di legge.

In una situazione territoriale come quella fin qui descritta è di fondamentale importanza ridurre i fenomeni di dissesto, contenere i versanti franosi, sistemare le pendici, regolare i torrenti ed i piccoli corsi d’acqua, provvedere finalmente a realizzare gli adeguamenti di quelle opere di bonifica idraulica destinate alla difesa del suolo (canali, scolmatori, argini, manufatti idraulici, colatori, impianti idrovori, etc.) che, alle condizioni attuali di un territorio profondamente modificato, non garantiscono la necessaria riduzione del rischio idraulico.

Deve essere in sostanza realizzata una politica di messa in sicurezza del territorio attraverso la manutenzione che garantisca quelle condizioni di conservazione del suolo indispensabili alla vita civile e alle attività produttive anche attraverso regole comportamentali sull’uso del suolo. Manutenzione ed usi del territorio sono un binomio inscindibile cui è subordinata in gran parte la sicurezza territoriale del Paese.

Si ricorda ancora una volta la particolare attenzione dell’Europa ai problemi della sicurezza territoriale e la condivisione dell’esigenza della prevenzione attraverso la manutenzione. Ne è testimonianza la Direttiva 2007/60/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio, relativa alla valutazione ed alla gestione del rischio alluvioni.

La Direttiva è finalizzata alla riduzione del rischio idraulico in modo da mitigare gli effetti delle alluvioni che –viene sottolineato- sono eventi naturali impossibili da evitare. Possono, però, ridursi le conseguenze negative attraverso azioni di prevenzione e protezione e preparazione. A tali obiettivi sono rivolte le misure previste nella Direttiva, sulle quali l’ANBI si è soffermata già nel 2011.

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