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RIPRESA E REALISMO

Che un recupero in Europa sia in vista continuano a confermarlo diversi segnali. Niente al momento che possa far sognare la Grande Ripresa che sotterra la Grande Crisi, ma certo un’inversione di tendenza dopo una pioggia di trimestri negativi. Lo spiega l’Ocse, e soprattutto lo testimonia l’indice Pmi che misura il sentiment dei direttori d’acquisto aziendali nella manifattura dell’Eurozona. Ad agosto, grazie al traino della Germania, si è attestato a quota 51,3%, il dato migliore (oltre le previsioni) degli ultimi 26 mesi.

Per l’Italia, dove le “larghe intese” di governo sono a rischio implosione sul crinale dell’agibilità politica di Silvio Berlusconi dopo la sentenza della Cassazione sul processo Mediaset, il problema resta quello degli ultimi due decenni: come far sì che i segnali di ripresa (al momento riguardano per la verità più altri paesi, come la Germania, che noi) si traducano non in un’episodica crescita da zerovirgola ma in uno sviluppo consistente e duraturo, dove salgono occupazione, redditi, profitti.
L’esperienza passata non conforta. Tra il 2008 e il 2012 (perdita di quasi 7 punti di Pil) solo la Grecia ha fatto peggio. Nel 2010, primo anno di recupero dopo lo scoppio della crisi americana nel 2007 poi propagatasi in Europa, il Pil salì dell’1,7% e nel 2011 dello 0,4%. Nel 2012 siamo ripiombati a quota -2,4% e nel 2013 comunque saremo poco sotto il 2%.

I diversi quadri politici che hanno fatto da sfondo ai parziali mini-recuperi spiegano qualcosa ma non tutto. Il 2010 fu l’anno del logorante scontro Fini-Berlusconi. Il 2011 segnò la paralisi decisionale del governo Berlusconi, a novembre entrò in carica il governo d’emergenza di Mario Monti ma il 2012 si è chiuso comunque malissimo. Non a caso quella dell’economia italiana è una crisi di competitività e produttività sistemica: tra il 2001 e il 2012 il divario nei tassi di sviluppo è stato superiore all’11% e in questo arco di tempo l’Italia è cresciuta del solo 1,6% rispetto al 14% della Francia, 14,3% della Germania e 21,2 della Spagna.

Premesso che nessun governo, quale che sia il suo colore, può scatenare la ripresa per decreto e che la scommessa della crescita poggia in generale sul ripristino delle condizioni-base affinché il mercato (che non è un’astrazione, ne fanno parte imprese e famiglie) riacquisti fiducia e spirito d’iniziativa, è un fatto che la stabilità politica può contribuire in modo decisivo ad agganciare, e incrementare, i segnali di ripresa che si stagliano all’orizzonte. Al momento, è evidente che la stabilità è un valore appeso a un filo. Ma forse più che mai in questo momento il governo “di servizio” Letta dev’essere in campo con realismo e operatività decisionale per evitare che l’economia italiana, com’è accaduto nel passato, la ripresa la veda solo passare di sfuggita.

Realismo significa guardare alle opportunità di uno spread sceso intorno a quota 240 (soprattutto grazie alla politica “non convenzionale” della Bce che ha calmierato e rassicurato i mercati) ma anche alle complessità di un 2014 che sul fronte del finanziamento del debito, assai concentrato sulle scadenze brevi e dunque esposto a eventuali ritorni di fiamma speculativi, si prospetta difficile. Realismo significa non sottovalutare i contraccolpi di una possibile sentenza negativa della Corte Costituzionale tedesca sulle scelte operate dal presidente della Bce, Mario Draghi. E significa invece valutare che nel 2014 entra nel vivo il rispetto di quel Fiscal compact entusiasticamente votato a larghissima maggioranza dal Parlamento italiano nel 2012 ma dei cui effetti si parla ancora molto poco.

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