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LE BANCHE CENTRALI

L’economia mondiale è ancora dominata da forti elementi di incertezza: nonostante recenti segnali positivi, vale ancora la diagnosi del Fondo monetario di circa un mese fa, basata su tre punti essenziali: la crescita complessiva rimane al di sotto del 3%; il miglioramento negli Stati Uniti (ma anche in Giappone) è più deciso che in Europa; infine, alcuni Paesi emergenti, in particolare Cina e India, sono impegnati a contenere gli effetti della crescita eccessiva del credito che ha accompagnato la grande espansione degli ultimi anni.
Le strade delle banche centrali divergono quindi sia per motivi di carattere strettamente economico, sia per motivi collegati alle diverse strategie che perseguono e in particolare alle indicazioni che forniscono al mercato sui loro obiettivi (la famosa forward guidance, che oggi si porta su tutto).
Vi è poi un altro fattore aleatorio, ancora più imponderabile, collegato al fatto che molte fra le maggiori banche centrali sono impegnate in un non facile cambio di leadership: il governatore (canadese) della Bank of England è entrato in carica poche settimane fa; uno stimato economista come Raghuram Rajan guiderà la Reserve Bank of India; il mandato di Bernanke alla Fed volge al termine e le polemiche sulla successione sono al calor bianco.

Tutto questo rappresenta un cocktail micidiale di incertezza che spiega in larga parte il nervosismo dei mercati di questi giorni, soprattutto in alcuni comparti come gli azionari dei Paesi emergenti, e induce molti analisti a convolute esegesi delle parole dei banchieri centrali e dei verbali delle loro riunioni (come nel caso del Comitato per le operazioni di mercato aperto della Fed), alla ricerca, quasi sempre vana, di qualche segnale in più.
In effetti, oggi i mercati vogliono sentirsi dire che la liquidità continuerà ad affluire abbondante e a buon mercato, perché il recente ciclo positivo delle azioni e delle obbligazioni è sostenuto più dalle manovre eccezionali che le banche centrali hanno adottato dal 2007 ad oggi che dai fondamentali economici. Ma questa è evidentemente un’assicurazione che nessuna banca centrale può (né deve) dare, soprattutto se l’occupazione mostra segni di ripresa come negli Usa o se ci sono segni di bolle creditizie come in Asia.
L’effetto netto è che le banche centrali oggi non hanno più la capacità di agire di concerto che hanno mostrato dal 2007 e che è stato il fattore decisivo per evitare che la crisi avesse effetti ancora più distruttivi della Grande Depressione degli anni Trenta.

Le strade delle politiche monetarie si sono separate perché, per una ragione o per l’altra, l’azione dei governi a sostegno della domanda e degli investimenti non è stata sufficiente. Inoltre, i problemi che hanno portato alla crisi finanziaria dei Paesi avanzati non sono stati risolti, mentre sono cresciuti quelli dei Paesi emergenti che nelle visioni più ottimiste avrebbero dovuto essere le nuove locomotive dello sviluppo globale. Ma la Cina, che ha oggi un debito privato (compreso quello “ombra”) che è superiore a quello americano o britannico prima della crisi, non può permettersi di tirare la corda dell’espansione monetaria più di tanto.
In altre parole, le banche centrali dei Paesi avanzati hanno fatto «whatever it takes» per evitare il disastro di una grande depressione, ma ormai sono consapevoli dei possibili effetti collaterali della loro azione. Il che ovviamente non piace ai mercati, che si muovono su orizzonti temporali sempre più corti. Ma è un fatto che le incertezze di queste settimane sono da imputare alle politiche economiche inadeguate, dunque soprattutto ai governi. Eppure, nelle agende dei vertici mondiali ed europei, sembra che la battaglia in corso debba essere combattuta solo sul fronte delle politiche monetarie e dunque che gli unici generali responsabili siano i banchieri centrali.

L’Europa è un caso esemplare di questa schizofrenia. L’attenzione dei mercati è rivolta ad ogni sillaba e ad ogni levar di sopracciglio di Mario Draghi, ma i problemi irrisolti sono altrove. Basta rileggere l’ultimo documento del Fondo monetario sull’area dell’euro, che indica come priorità numero uno quella di «risanare i bilanci delle banche per far ripartire il credito», cioè un’azione che non si risolve con iniezioni indiscriminate di liquidità (che caso mai contribuiscono a mantenere in circolazione zombie banks come è accaduto in Giappone per quasi vent’anni), ma con l’accentramento della vigilanza, che sta avvenendo in ritardo, e con l’unione bancaria (non a caso indicata dal Fondo come priorità numero due) su cui gravano ancora pesanti incognite. Le incertezze sulle condizioni delle banche europee (a cominciare da quelle dei Paesi dell’area centrale) e sul destino di quelle che non supereranno il test sulla qualità dell’attivo che la Bce si appresta a svolgere, hanno un effetto molto più negativo della probabilità che il tasso futuro a breve scenda ancora di qualche decimo di punto di base rispetto ai livelli già prossimi allo zero di oggi.
Le banche centrali hanno potuto agire di concerto per quasi sei anni perché dovevano far fronte a un fatto eccezionale (e colpevolmente imprevisto) come la crisi finanziaria. Ma oggi è naturale che i toni divergano, né si può invocare un improbabile direttore d’orchestra (magari biondo e teutonico come quello di Prova d’orchestra di Fellini). Sono i governi che devono trovare una risposta concreta ai problemi della crescita e dell’occupazione ed è l’Europa nel suo insieme che deve cambiare passo nelle riforme e nel processo di integrazione.

L’attuale governance della Banca d’Italia rappresenta un problema? È un caso unico nel panorama mondiale? Implica un conflitto d’interessi nei confronti delle aziende vigilate che sono anche azioniste? E in che misura via Nazionale si sta facendo carico di questi possibili problemi, attraverso sue proposte? Abbiamo girato questi interrogativi, contenuti anche nelle riflessioni di Fulvio Coltorti e Alberto Quadrio Curzio (si veda il Sole 24 ore di ieri e del 16 aprile scorso) al direttore generale della Banca d’Italia. Dal “pensatoio” di Palazzo Koch, il piccolo studio che fu di Carlo Azeglio Ciampi, Salvatore Rossi chiarisce in che termini si può ragionare su un aggiornamento dell’assetto societario di via Nazionale e fa sapere che nel giro di un mese vi sarà una risposta aggiornata e affidabile anche per l’annoso quesito “quanto vale la Banca d’Italia”.

Dottor Rossi, è vero che ogni soluzione di tipo privatistico per l’assetto proprietario di Bankitalia contiene in sè il problema del conflitto d’interessi?
No. Le ricordo che lo statuto della Banca centrale, approvato con una legge dello Stato, fissa dei limiti invalicabili per i partecipanti al capitale. C’è un limite assoluto al potere di voto che i quotisti possono esprimere in assemblea, ma soprattutto, per statuto, gli azionisti non possono in nessun modo ingerirsi nelle materie istituzionali: il Consiglio superiore della Banca d’Italia può solo controllare la vita interna dell’Istituto, ma in nessun modo può pronunciarsi su materie di vigilanza, di politica monetaria o su questioni di sistema dei pagamenti; ci sono muraglie cinesi ben solide, insomma. Nel 1936 le quote furono affidate a una serie di banche ed enti pubblici e come si sa fino agli anni ’70 la componente pubblica è stata largamente prevalente anche in campo finanziario in Italia. Poi, sono avvenute le privatizzazioni e si è verificato un processo di concentrazione: così anche i partecipanti al capitale di Banca d’Italia si sono concentrati fra loro e sono oggi quasi tutti privati.

Solo via Nazionale tra le banche centrali ha una struttura proprietaria composta da privati?
Se escludiamo la Bce che ha un assetto peculiare, le due banche centrali più importanti al mondo , vale dire la Federal Reserve e la Bank of Japan sono di proprietà dei loro soggetti vigilati. Negli Stati Uniti è addirittura fatto obbligo alle banche e alle altre istituzioni finanziarie di detenere quote della Banca centrale. Un assetto analogo appartiene alla Banca centrale svizzera: sono tutte public companies, ovvero società a proprietà privata diffusa.

 Allora in Italia non c’è nessun problema, secondo lei?
Non è di sostanza, ma di forma, ed è connesso al fatto che la proprietà si è troppo concentrata nel tempo. È questo l’elemento che merita di essere risolto e il governo ha chiesto alla Banca d’Italia ufficialmente il mese scorso di fornire un parere sulla corretta valutazione del proprio capitale. Poiché l’obiettivo è estendere la platea dei partecipanti al capitale, per ottenere una vera public company, si deve per forza passare per una valutazione numerica. E noi siamo impegnati a fornirla, sperabilmente entro questo mese e a questo scopo abbiamo anche chiesto un parere terzo a un piccolo gruppo di esperti, nazionali e internazionali, che abbiamo già individuato e di cui stiamo raccogliendo in questi giorni il consenso.

Quanto vale la Banca d’Italia? Alcuni sostengono che il il valore complessivo delle quote in mano agli azionisti coinciderebbe con il suo patrimonio netto, pari a 23,5 miliardi. È corretto? Carige, per esempio, ha usato questo criterio nel suo bilancio e non risulta che Bankitalia abbia obiettato.
Nei bilanci delle banche partecipanti si ritrovano svariate valutazioni. 23,5 miliardi, pari alla somma del capitale e delle riserve, non è un dato corretto ai fini di una stima complessiva del valore delle quote, perchè le riserve sono state accumulate dalla Banca centrale attraverso la sua attività tipica che è quella di battere moneta, negli anni passati da sola, oggi in condominio con la Bce. Una funzione pubblica, peculiare della banca centrale, su cui i partecipanti non possono avere pretese.

Alcune banche lo hanno fatto. Perché non avete espresso critiche?
Perché non potevamo invocare nessuna norma esplicita o accettata. È arrivato il momento di darla, questa norma.

Ma il capitale e le riserve di cui dispone Bankitalia non sono eccessivi? Non c’è un eccesso di patrimonializzazione, in rapporto alle consorelle europee?
Il patrimonio di una banca centrale è un buffer prudenziale a fronte dei rischi sul lato dell’attivo, ad esempio sui finanziamenti al sistema creditizio e sul portafoglio titoli. Quando si fanno confronti internazionali, occorre innanzitutto tener conto di tutte le riserve, non solo di alcune. Inoltre, proprio la crisi che abbiamo vissuto ha mostrato che il rischio sovrano è giudicato importante dal mercato: è logico attendersi, a fronte dei rischi sistemici per la stabilità finanziaria, che la banca centrale italiana abbia una posizione patrimoniale più consistente di altre. Quanto all’oro, è il presidio ultimo di fiducia verso la nostra moneta che è l’euro. Non può essere nella libera disponibilità di nessuno, se non dell’eurosistema. Però mi lasci dire anche che se pensiamo di risolvere i problemi di finanza pubblica o quelli di crescita economica attraverso scorciatoie di tipo contabile siamo fuori strada.

Perché?
Perché ci svierebbero dalla strada maestra delle riforme strutturali. Poi l’Europa non ce lo permetterebbe, con ottime ragioni: nè la Bce, che si oppone giustamente a qualunque forma di finanziamento monetario degli Stati, nè la Commissione europea che è attenta a evitare aiuti di stato a specifici soggetti o settori. Nella difesa di questi principi noi italiani siamo stati in passato e dobbiamo continuare a essere in prima fila, per rilanciare su basi solide il nostro sviluppo.

 

 

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