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NON VOLTARE LE SPALLE ALL’EUROPA

José Manuel Durão Barroso è presidente della Commissione europea

Tra otto mesi, in occasione delle elezioni del Parlamento europeo, gli elettori dell’Unione europea saranno chiamati a giudicare quanto abbiamo realizzato negli ultimi cinque anni. Sono stati anni segnati dalla crisi economica: cinque anni fa il governo Usa nazionalizzava Fannie Mae e Freddie Mac e Lehman Brothers falliva. Ma l’Europa ha saputo battersi. Stiamo riformando il settore finanziario in modo da mettere al sicuro i risparmi dei cittadini; abbiamo reso più fluida la concertazione tra i governi.

Abbiamo migliorato le procedure per risanare le finanze pubbliche e modernizzato le economie nazionali; abbiamo mobilitato oltre 700 miliardi per salvare i Paesi più colpiti dalla crisi. Per l’Europa la ripresa è all’orizzonte. Stando ai dati e all’andamento, abbiamo buoni motivi per essere fiduciosi. Ciò che conta è capire cosa fare di queste realizzazioni: vogliamo andarne fieri e proseguire l’opera o sottovalutare i risultati dei nostri sforzi? La mia risposta è chiara: quanto realizzato dovrebbe spingerci a proseguire lo sforzo.
Continuiamo a lavorare insieme per riformare le economie e rilanciare crescita e lavoro. Dobbiamo dare forma all’Unione bancaria. Solo così garantiremo che, quando falliscono le banche, non siano i contribuenti a farne le spese e contribuiremo a ripristinare la concessione di prestiti all’economia, soprattutto alle piccole imprese, visto che il credito non circola ancora come dovrebbe. La cosa più importante in questo momento è favorire la crescita in modo da scongiurare il rischio di una ripresa senza occupazione. È per questo che dobbiamo rimuovere gli ostacoli che frenano il dinamismo dei cittadini e delle imprese, in modo da sfruttare appieno le potenzialità del mercato unico. Per questo stiamo spingendo per realizzare un mercato unico delle telecomunicazioni, che riduca i costi di roaming per i consumatori. Investiremo di più nell’innovazione e nella scienza e punteremo sulle competenze, l’istruzione e la formazione per sostenere i talenti. Presenteremo ulteriori proposte per una politica industriale adatta al XXI secolo, apriremo nuove opportunità commerciali, promuoveremo le nostre priorità in materia di cambiamento climatico e esamineremo le ricadute dei prezzi dell’energia sulla competitività e sulla coesione sociale. Lo dobbiamo a tutti coloro che ancora non intravedono la ripresa, ai nostri 26 milioni di disoccupati: il livello attuale di disoccupazione è economicamente insostenibile, politicamente inammissibile e socialmente intollerabile.

In un momento come questo di esile ripresa, il rischio peggiore è ai miei occhi una ricaduta politica: spetta ai governi assicurare la certezza e la prevedibilità che mancano ancora ai mercati. La costanza è il fattore più importante.
C’è chi sostiene che un’Europa più debole renderebbe più forte il proprio Paese, che l’Europa è un peso di cui sarebbe meglio liberarsi. La mia risposta è chiara: abbiamo bisogno di un’Europa unita, forte e aperta. Naturalmente, come ogni impresa umana, l’Unione europea non è perfetta. La questione di fondo di fondo dunque è: vogliamo migliorare l’Europa o vogliamo rinunciare? La mia risposta è chiara: se non vi piace questa Europa, rendetela migliore! Trovate il modo per rafforzarla, al suo interno come sulla scena internazionale. Ma non voltatele le spalle. L’Europa deve intervenire solo quando può apportare valore aggiunto. Esistono però settori particolarmente importanti in cui l’Europa deve essere più integrata e più unita, settori in cui solo un’Europa forte può ottenere risultati. Per questo motivo ritengo che l’unione politica debba essere il nostro orizzonte politico.

Il prossimo anno ricorrerà il centenario dello scoppio della Prima guerra mondiale. Il premio Nobel per la pace che abbiamo ricevuto nel 2012 ci ricorda che l’Europa è un progetto di pace. A coloro che esultano per le difficoltà dell’Europa e vorrebbero annullare l’integrazione e tornare all’isolamento, voglio dire oggi: l’Europa delle divisioni, della guerra, delle trincee non è ciò che i cittadini si aspettano né si meritano. Il continente europeo non ha mai goduto di una pace così duratura come da quando è nata la Comunità europea. In questo periodo che precede le elezioni del Parlamento europeo possiamo raccogliere le sfide solo se rafforziamo il consenso sui nostri obiettivi fondamentali. Sul piano politico l’Unione deve rimanere un progetto per tutti i suoi membri, una comunità di pari. Sul piano economico e sociale dobbiamo integrare gli sforzi nazionali con la responsabilità e la solidarietà europee. E dobbiamo salvaguardare i nostri valori, come lo Stato di diritto.
La polarizzazione generata dalla crisi mette a rischio il progetto che ci unisce. Il problema che vi pongo è: quale l’immagine dell’Europa sarà presentata agli elettori? La versione autentica o la caricatura? Il mito o la realtà? La versione sincera e ragionevole o quella estremista e populista? La differenza non è da poco. Tra otto mesi gli elettori decideranno. Ora spetta a noi difendere l’Europa. 
 

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